Beati gli ultimi?

Gli Ultimi – Storie da un posto qualunque (Laida Provincia Crew/Tuscia Clan/Kattive Maniere/Marchiato A Fuoco/Dai Sobborghi/Rumagna Sgroza/Oi Shop Germany,  2012)

[di Denis Prinzio]

Nella laida bastarda e sporca provincia romana – come la definiscono loro – ci sono nato e cresciuto anch’io. Conosco bene le situazioni e le storie d’ordinaria emarginazione raccontate con sapienza e senza banalità alcuna in Storie da un posto qualunque, terzo album de Gli Ultimi, band nata in seguito a diversi split di altri gruppi (altro…)

Ramones e radici

VV.AA. – The Ramones Heard Them Here First (Ace, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Il corpo non c’ è. E del resto, come potrebbe? Ma tutto lo spirito dei Ramones si agita qui dentro. Sono gli originali delle tante (non tutte, per i soliti motivi di copyright che riguardano i nomi “grossi” come Rolling Stones, Who, Doors, ecc.) cover che hanno accompagnato la storia della più importante punk-band americana, con appendice al disco solista di Joey Ramone (“1969” degli Stooges e “What A Wonderful World” vengono proprio da lì), inciso mentre il cancro cominciava a rodere la mantide punk dal suo interno, spegnendo per sempre l’ energia che lì dentro covava.

Tutta la scaletta, soprattutto la prima metà occupata da Beach Boys, Jan & Dean, Trashmen, Searchers, Ronettes, Ritchie Valens, Chambers Brothers, Chris Montez, Rivieras e Troggs cattura l’ essenza più schietta della band, votata al fun-fun-fun più troglodita e idiota, nell’assoluta e indomita certezza che il punk era arrivato innanzitutto per preservare lo spirito del rock ‘n roll.

Il pogo, le spille, il cuoio, le borchie, le creste e l’eroina non erano indispensabili.
I Ramones, signori.
Ventidue anni nel ’76. Ventidue anni nel ’96. Ventidue oggi.
Presero il rock ‘n roll e lo obbligarono a non invecchiare. Nessuno saprà più farlo, dopo di loro. Non così bene. Non così forte.

Il mondo ci regalerà soltanto tristi cover band dei Ramones. La nostra gioventù invece è stata seppellita con loro.

Punk Britannia by BBC (puntata 3)

Terza parte del documentario che BBC sta trasmettendo; come ormai saprete è dedicato alla scena punk inglese. Guardatevelo comodamente su YouTube, ma è meglio se masticate un po’ di inglese.

Punk Britannia by BBC (puntata 2)

BBC sta trasmettendo un buon documentario in più parti sulla scena punk inglese. Ecco la seconda puntata (divisa in quattro frammenti) da vedere comodamente su YouTube. Ovviamente è meglio se masticate un po’ di inglese. Enjoy…




Punk Britannia by BBC (puntata 1)

BBC sta trasmettendo un buon documentario in più parti sulla scena punk inglese. Eccovi la prima puntata (divisa in quattro frammenti) da vedere comodamente su YouTube. Ovviamente è meglio se masticate un po’ di inglese. Enjoy…

Italia-Canada 2-2

Madnuts / Dave Rave – split 7” (Tornado Ride, 2011)

Devo fare un mea culpa grosso come una casa perché ci ho messo davvero troppo tempo prima di decidermi a scrivere qualcosa su questo 7″ spettacolare sotto molti aspetti, a partire dalla confezione. La copertina in cartone pesante, con tanto di costina, contiene una busta interna stampata con i credits e tutte le informazioni del caso. La grafica Seventies è di un certo Ralph Alfonso, artista canadese a tutto tondo (poeta, grafico, musicista, discografico, disegnatore) che tra le tante cose fatte ha anche collaborato alla realizzazione di Bomp Magazine. E se state leggendo Black Milk dovreste conoscere Greg Shaw e la Bomp! Records, in caso contrario mi spiace per voi.

Lo spettacolare 7” in questione è prodotto dalla Tornado Ride, etichetta modenese non nuova a sfiziose accoppiate come questa. Per rispetto nei confronti dell’anzianità di servizio non si può che partire da Dave Rave. Chi è costui? Semplicemente un pezzo da Novanta del power-pop, garage-rock e punk nordamericano.
Il songwriter canadese, che sforna dischi dal lontano 1978, lo si ricorda soprattutto per Teenage Head, Shakers e Dave Rave Conspiracy, band quest’ultima messa su con Billy Ficca dei Television. Tuttavia, nonostante le svariate primavere sulle spalle, mostra ancora un’ottima verve r’n’r e una certa freschezza di scrittura di cui dà prova nel festoso numero r’n’r “Rock The Party” che con una mano accarezza la guancia e con l’altra strizza i coglioni. In “Gimme Gimme Gimme” azzanna direttamente la giugulare come l’Iggy dei tempi d’oro, asfaltando buona parte dei giovincelli di oggi che ricalcano il Detroit sound senza nerbo.

A Madnuts, al secolo Matteo Muser, l’arduo compito di non sfigurare al cospetto di cotanta storia. Considerando che si tratta di un esordio, l’ex batterista di Super Sexy Boy 1986 e Mudlarks non solo tiene botta alla grande, ma addirittura sorprende con due piccole gemme di power-pop scorbutico (“Living Too Fast”) che puzzano di Sixties garage e proto punk dei primi anni ’70 filtrati dal suono della Seattle narcotizzata dei Mudhoney. (“We Need Time”).
Una gran bella partita, insomma, che finisce 2-2 con i tifosi che applaudono a fine gara perché ne vorrebbero ancora. Il minimo che potessi fare è stato braccare Madnuts negli spogliatoi prima che filasse sotto la doccia.

Come hai conosciuto Dave Rave e perché avete deciso di fare uno split assieme?
Ho conosciuto Dave la prima volta che è venuto in Italia a suonare al Road To Ruins a Roma. L’organizzatore del Festival mi mise in contatto con il suo Manager Ralph Alfonso, che per l’occasione stava cercando una data anche al nord Italia per Diodes e Dave Rave. Non solo procurai ad entrambi uno show a Venezia, ma suonai perfino la batteria nella formazione di Dave Rave nelle due date italiane dopo che Ralph me lo aveva chiesto dato che mancava il loro batterista… per me è stato molto entusiasmante e da quel momento è iniziata una solida collaborazione. L’idea dello split è nata da me poiché l’ultima estate siamo andati in tour e per l’occasione gli ho proposto di fare questo 7″ in tiratura limitata da vendere ai concerti.

La grafica del 7″ è affidata proprio a Ralph Alfonso…
Diciamo che Ralph è pure un grafico di spicco, oltre che una figura fondamentale per la scena punk di Toronto: è stato il proprietario del leggendario Crash’n’Burn club nel 1977, fotografo per Bomp magazine, N.Y. Rocker e altre riviste di spessore, attualmente è proprietario della Bongo Beat Records ed editore. Normalmente cura lui l’artwork dei dischi di Dave, quindi ho chiesto a lui di creare l’intero artwork dello split.

Madnuts può essere considerato il tuo progetto solista o si tratta di un gruppo vero e proprio? State suonando dal vivo ed avete progetti per un album?
Madnuts è solo un mio progetto solista, non è una band formata da elementi. Sebbene l’intenzione sia quella di incidere altri dischi, magari sempre con l’aiuto di altri musicisti amici, per ora non ho intenzione di fare concerti… ma non si sa mai nella vita.

Seppur Sixties oriented e con uno spiccato mood power-pop, nei due pezzi del 7″ ci ho sentito influenze diverse… “Wee Need Time”, ad esempio, nelle chitarre e nella voce, mi ha ricordato la prima Seattle di Mudhoney e Nirvana…
Come dici tu, la mia intenzione è proprio quella di dare un taglio power pop con venature Sixties, senza comunque tralasciare gruppi fondamentali per me quali MC5 e Velvet Underground. Non posso negare che certi gruppi come Mudhoney e Nirvana abbiano risvegliato la mia primavera in età adolescente e di conseguenza può darsi che si possano sentire anche queste influenze, o forse sarà il mio timbro vocale che ricorda un po’ Cobain o Mark Arm… a voi il giudizio.

L’ennesimo week-end selvaggio ci aspetta

The Wild Week-End – Punch (Tornado Ride, 2010)

Il bello delle webzine è che di norma puoi scrivere quello ti pare, come, quando e quanto ti pare. Non che altrove mi sia mai stato impedito alcunché, ma sulla “freschezza” di un disco ci ho avuto qualche rottura di coglioni, questo sì.
Qui no, siamo sul Web e soprattutto siamo su Black Milk, tra amici: come cantava la buonanima di Stefano Rosso “che bello, due amici una chitarra e uno spinello”. Be’, gli amici ci sono, per le droghe ci pensa il Valentini [e vai con lo sputtanamento! Hahahaha – n.d.andrea] e le chitarre ce le mettono i Wild Week-End, uno dei segreti meglio nascosti del rock’n’roll punk italiano. E attenzione ché questa non è un’affermazione ad effetto fine a se stessa. Lo dico con cognizione di causa perché seguo il trio salernitano (dal fantastico nome che omaggia i “Ramones messicani” Zeros) sin dal primo 7” ep del 2000 targato Lo-Fi Records. Negli ultimi dieci anni a ogni loro nuova uscita discografica mi sono sempre chiesto perché non se li cacasse nessuno. Sì, due recensioni qua e là scritte dai soliti due invasati come me che ne esaltano le gesta per i soliti due ascoltatori, ecc.

Val bene la pena dire che i due precedenti album (l’omonimo del 2004 e Orrendo rock del 2006) erano davvero bombe a orologeria. E, della serie luoghi comuni a go-go, aggiungo che è proprio vero che “non c’è due senza tre”. Questo terzo album, uscito sul finire del 2010, compie l’impresa di superare le precedenti prove discografiche dei campani perché è selvatico ma anche dannatamente “melodico”.
Prendiamo il ping-pong tossico tra le due voci nella traccia d’apertura “Waist of Time”, il punk rock massimalista di “You Rock” con la chitarra che fa giravolte in aria e atterra sempre in perfetto equilibrio, oppure il minuto e 40” di “The Stripper”, che con quel ritornello zuccheroso nobilita l’etichetta pop-punk caduta oramai in disgrazia. Neanche il tempo di rifiatare che parte il rock’n’roll di “Burn”, tra NY Dolls, Rolling Stones e il Michael J.Fox di Ritorno al futuro alle prese con “Johnny B. Goode”. E cosa dire del nerboruto numero hard power-pop “Anyone Else” o di “Mexico”, un concentrato punk settantasettino e melodia contagiosa che si compenetrano senza danneggiarsi? Niente giri di parole, ragazzi miei. Punch è un disco della madonna, questo è quanto.

I Wild Week End sono tre quarantenni che se ne sbattono le palle del clubbino alternativo, del centro sociale e di rockit. In una vecchia intervista il cantante-chitarrista Wild JP diceva testualmente: “Ci pareva che il fatto di prendere le cose in maniera approssimativa e grossolana fosse la chiave del successo.” Pure qui c’è poco da aggiungere, ché chi dice una cosa del genere è da seguire a prescindere: mi pare evidente.

Mondo cane

Sick Dogs – Non mi piaci più (autoprodotto, 2011)

Ebbene, si è parlato dei Sick Dogs di Vito & compari lo scorso febbraio, per recensire Lavoro – dove è inclusa la hit epocale “La tua vita non vale un cazzo”.

Ora la gang di punk e teppisti vigevanesi torna con un 7″ in vinile (quattro brani: “Non mi piaci più”, “Ci sto dentro”, “Fottiti tu e il tuo hummer”, “Grande fratello”) intitolato Non mi piaci più e ribadisce tutto quanto già noto sul conto dei Sick Dogs. Questo è PUNK ROCK di quello sanguigno e sanguinario, cafone ma non scemo, duro e melodico.

Nessuna raffinatezza, ma molta anima… l’urgenza è quella di comunicare rabbia repressa, insofferenza verso le costrizioni di lavoro/società/regole assurde e il modo scelto ha il sound di un punk cristallino, diciamo da seconda ondata post ’77, impossibile da non capire e contagioso.

Nei brani dei Sick Dogs ci sono tanto gli UK Subs, quanto gli Slaughter & The Dogs, così come i primissimi GBH, gli Exploited, un pizzico di Dead Boys, un filo di Ramones, un po’ di Adverts e – perché no – anche un bicchierino di Sham 69.
In media l’impressione è che la band, almeno in questi quattro pezzi, spinga più sul versante albionico del punk, quindi abbracci un’ispirazione più inglese che non statunitense. Il che non è affatto un male, visto anche che il risultato finale è talmente vero e sincero da tacitare sul nascere ogni eventuale perplessità.

Certo, questa volta si sente la mancanza di una bomba sonica/filosofica come “La tua vita non vale un cazzo”, ma non si può avere tutto dalla vita. E, soprattutto, questo è un signor singolo – indipendentemente dai confronti con quanto fatto prima dalla band.

I Sick Dogs sono incazzati, Vito dà voce e immagine alla loro incazzatura e la loro musica è fatta per arrivare dritta a toccare certe corde. Se poi queste corde non le avete, allora è un problema vostro.

[Ovviamente il consiglio vivissimo è di procurarvi il 7″, ma se proprio non potete fare a meno degli mp3, potete scaricare i brani del singolo – gratis e legalmente – su Jamendo, nell’account dei Sick Dogs]

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