Ebbene sì, maledetto Carter!

Pip Carter Lighter Maker – Western Civilization (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – TheNightmareBeforeTheDayAfter (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – Candy ep (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – s/t (autoprodotto, 2008)

Sorpresa. Chi sono questi Pip Carter Lighter Maker? Onestamente non saprei rispondere nemmeno dopo averli ascoltati e avere cercato un po’ in Rete – sono italiani, forse modenesi, si sono formati 5-6 anni fa. Quello che so, invece, è che questi tizi si sono autoprodotti un tot di cd (autoproduzione hard, ma di classe: non i cd-r della Verbatim a 10 euro al pacco, con le copertine fotocopiate; ma neppure i cd stampati in fabbrica e tipografia… quella via di mezzo un po’ bohemienne e stilosa dei cd-r con le copertine stampate col computer su cartone pesante e i cd-r masterizzati, ma con la stampa sul dorso), questi tizi sanno il fatto loro e questi tizi sembrano una band anglosassone in odore di botto, pur non essendo affatto anglosassoni.

La parola d’ordine è psichedelia – in particolare nei due cd che più mi sono piaciuti nel lotto, ovvero Western Civilization e l’omonimo Pip Carter Lighter Maker – ma l’anima della band è anche fortemente pop. Attenzione, però… parliamo del pop Sixties, quello raffinatamente artigianale, quella forma d’arte che ha plasmato (non dimentichiamolo) le prime leve del punk rock settantasettino e le vecchie guardie del garage rock.
Forse sarò banale, ma ascoltando i due cd di cui sopra ho pensato ai Pink Floyd, a Syd Barrett e ai Velvet Underground, il tutto un po’ più ripulito e laccato, con una punta di modernità britpop (che emerge prepotentemente – rendendo un filo più commerciale il sound – in TheNightmareBeforeTheDayAfter e nell’ep Candy). Per fare un discorso più generale, pensate ai Brian Jonestown Massacre in trip più barrettiano/beatlesiano e con un’aura meno tossica, sporca e nichilista. Anzi, diciamo pure che nel suo essere psichedelica, la musica dei PCLM è molto solare e rimanda a immagini di giornate passate a rosolare al sole in un campo, ben pieni di birra e di oppiaceo. O di caro vecchio acido lisergico, se mai se ne trovasse ancora in giro.

Misteriosi? Forse. Fuori moda? Di sicuro. Ma geniali e filologici da far paura. Consigliati – a meno che non abbiate necessità di violenza sonica a livello costante: in quel caso, meglio che vi rivolgiate altrove.

PS: un curioso dettaglio… dei quattro cd recapitati, almeno tre sembrano usati; la superficie su cui passa la lente del lettore è infatti tutta graffiata e macchiata come accade ai cd che vengono lasciati in giro e maltrattati. Chissà che storia hanno. Magari banalissima, magari bizzarra. Chi lo sa… e per una volta è bello così.

Spiritual nelle langhe

ipiguitar.jpgMiss-Ipi – Spirit of St Louis (Jacob/Circolo dei Briganti, 2007)

L’abbiamo intervistata di recente e ci ha colpito dal primo istante, questa blueswoman e one-woman-band delle lande cuneesi. Finalmente siamo in possesso del suo primo lavoro, un cd-r autoprodotto e molto casereccio, con un piglio deliziosamente low-fi, fin dal look.

Low-fi quindi è l’aggettivo chiave, soprattutto per quanto riguarda l’apertura del cd: “Just that Song”, con l’accompagnamento slide dal sapore hawaiano è davvero reminescente di quelle registrazioni stile Lomax, piene di fruscio, live che più live non si può, in cui senti il respiro di chi suona e di chi canta. Idem per la seconda “My Troubles”, che ha il gusto pungente della jam macerata nel whiskey e nel vino, con la chitarra rimbombante, l’armonica sfiatata e la voce nuda e cruda.

Ma il motore, in effetti, inizia a scaldarsi davvero dal terzo brano, “Morning Train”: la registrazione è leggemente più pulita, il tempo si fa sostenuto, la pennata dura, il ritmo serrato, la voce ferma e sicura. Un minutino e 43 secondi dritti e feroci che precipitano nel pezzo da novanta del disco: “Walking Blues”, col suo ritmo sostenuto e l’interpretazione cupa. C’è il blues che ti cammina davvero dietro le spalle, lo senti, e l’unica cosa da fare è aprire un altra bottiglia di Nebbiolo.
Con “The Dog” si tocca il terreno più weird e sperimentale del cd… un brano scuro e tirato, con intermezzi punteggiati da un lamento vocale che si perde nella notte: mi piacerebbe ascoltarla in versione elettrica, questa canzone, e sono convinto che sarebbe una fucilata. La chiusura è un brano in linea coi precedenti tre: ombroso, pesante, demoniaco al punto giusto e sprizzante blues.

In definitiva, un dischetto coi baffi e i controcogli**i. Data la difficoltà nel reperirlo, il consiglio è di contattare Miss-Ipi tramite la sua pagina Myspace e chiedere i dettagli per acquistarlo. Non ve ne pentirete.

Un sabato rock’n’roll

graziani1.jpgManuel Graziani – la mia banda suona il (punk) rock (Coniglio Editore, 2007)

Una corsa sgangherata attraverso un sabato sera + domenica di provincia. Una di quelle faccende che tutti abbiamo vissuto e – probabilmente – continuiamo a vivere, perpetuando il rituale nel corso dei decenni. A volte replicandolo anche in giorni infrasettimanali.
Un sabato sera, dicevamo, ma non di quelli in disco. Roba un po’ più low-fi, da rocker di provincia (che si tratti di quella abruzzese, piemontese o marchigiana poca differenza fa; anzi, nessuna), che inizia con birre al bancone di un pub in cui lavora un tuo conoscente. E poi ci sono gli amici, le macchine scassate in cui ci si ammassa, la via crucis per locali, le vomitate, le cassette nell’autoradio, quella sensazione di spremere un filo di mitologia dall’ennesimo cazzo di sabato in cui forse era meglio stare a casa.
E ancora: il lavoro precario, l’amico che tutto sa e tutto dice di rock’n’roll, le citazioni di album (“Miami” ha un posto speciale: e ci mancherebbe altro…), il quadretto famigliare della domenica a pranzo. E una cosa che accade, destabilizza il nostro protagonista e lo fa stare male. Forse anche troppo, perché, a ben vedere, è forse l’unica vera scheggia di mito rock’n’roll nella sua esistenza, almeno in quel momento.

Insomma, Manuel ha sfornato un librettino (circa 60 pagine) godibilissimo, che si lege in un’ora o poco più e ti lascia pensieroso al termine. Perché in certi passaggi sembra parli di te, ma sicuramente parlava di se stesso. O dei suoi amici. O dei tuoi. Chiaro no? Una storia in cui ci si identifica piuttosto facilmente, che pesca nel vissuto di chi ha frequentato e respirato il rock, il punk e tutto ciò che ci sta intorno, in Italia.

Poi, all’improvviso, a pagina 61 tutto evapora con una dissolvenza sulle mani dell’amico di turno che guida l’auto, in una domenica pomeriggio sonnacchiosa. Un finale che sfugge, che non chiude e che ci lascia lì a chiederci perché non ci viene raccontato cosa accade dopo.
Il problema è che il nostro voyerismo è fuori luogo. Probabilmente il lunedì mattina seguente il protagonista sarà andato al suo lavoro precario, avrà bestemmiato per otto ore e si sarà trascinato fino al sabato successivo. Per rivivere una fotocopia della serata che ci è stata raccontata.
Come facciamo tutti.

Miss-Ipi: lontano dal Mississippi

missipi21.jpgUna sorpresa di quelle che ogni tanto Myspace è in grado di regalare. Metti che un pomeriggio sei lì che gironzoli e ti trovi nella pagina di una one-girl-band e quello che ascolti è un misto cuneese-langarolo tra Robert Johnson, Billie Holiday, Betty Boop e un blues da bettola dopo il primo litro di grappa.

Roba da far accapponare la pelle per il brivido. Roba che – onestamente – proprio non mi aspettavo di scovare alle nostre latitudini. Sto parlando di Miss-Ipi… e non potevo farmi scappare l’occasione per intervistarla al volo. Ecco qua:

Quando hai iniziato a suonare ed esibirti come Miss-Ipi? Vieni da altre esperienze musicali o questo è il tuo debutto?
Ho iniziato solo a settembre, per la la verità non so neanche dire perché. Avevo una canzone in testa che faceva “down down down”, così ho preso la chitarra in mano e l’ho suonata. Poi non ho più smesso, nonostante io sappia suonare solo 4/5 accordi in croce: a me bastano e avanzano e me ne frego se la gente dice che dovrei prendere delle lezioni! È decisamente un debutto, più che altro mi ci hanno buttato dentro, io non ne volevo sapere…

Mi pare che ci sia una community di one-man-band piuttosto florida, ultimamente, in Italia (mi riferisco ai vari El Bastardo, Mr Occhio, Wasted Pido, tu stessa, Number 71…). Sei in contatto con alcuni di loro? Vi capita di suonare assieme? E soprattutto: cosa ne pensi di questa situazione?
Conosco… conosco… i tre brani che sono sulla pagina me li ha registrati proprio Mr Occhio; tra l’altro vi svelo anche che è lui che mi accompagna al dobro in “Just that song”.
One-girl-band non è una scelta in realtà, solo che trovare qualcuno che vuole suonare esattamente quello che voglio non c’è, così faccio da me che faccio prima! Ora però ho abbandonato la grancassa perché preferisco suoni diversi più legnosi, scarcassati. Mi sto costruendo una sorta di strumento da battere col piede e che possa contenere un microfono… ad ogni modo è vero: tanti one-man-band, meno one-girl-band e purtroppo i suoni si omogeneizzano.

Le tue influenze? E i tuoi cinque dischi da bunker antiatomico quali sono?
Direi la primissima Memphis Minnie e poi Sister Rosetta, ma mi rifaccio tanto anche alla voce di Betty Boop. Ad ogni modo oramai ascolto solo country blues, hollers, spirituals… i dischi che salvo: Dark Was the Nigth del Blind Willie, Here are the Sonics, The Monks Black Monk Time, 96 Tears, Pat Garrett & Billy the Kid e già dovrebbe andare bene!

Cosa alimenta il tuo blues? Patto col diavolo o misticismo infervorato?
Direi l’opposto del misticismo… mi alimento di fottuta realtà!

Ci puoi raccontare in cosa consiste il Circolo dei Briganti?
Scuola di vita! Sono coloro a cui devo buona parte della mia cultura musicale attuale e sono coloro che mi hanno buttato a fare musica. Si nascondono sotto le vesti di un’osteria ma in realtà sono solo un branco di anarchici poveracci e disinibiti dall’esistenza, tutti più o meno con tanta sfiga sulle spalle, di cui faccio parte anche io.

Come è possibile reperire il tuo disco? In rete non si trovano notizie. E’ frustrante… illuminaci.
Non si trova perché non esiste ancora. Ho autoprodotto solo una cinquantina di copie, ma i costi non sono sostenibili. Ma ve ne invierò uno al più presto, nell’attesa di registrare qualcosa di meglio. Vi ringrazio tantissimo, spero di essere stata brava… un bacio.
missipi3.jpg

Tortona anni Sessanta: il beat abitava qui (p II)

quelli_teo.jpgEcco la seconda parte delle memorie che Tanino Castellani, pioniere della scena beat piemontese, ci ha gentilmente regalato (grazie anche a Retrophobic). La parola a Tanino:

Facendo “attrazione”, suonavamo solo un’oretta: di conseguenza, c’era sempre un gruppo spalla, cioè che suonava per il resto della serata. A volte trovavamo complessi molto bravi, i cui componenti si rivelavano ottimi musicisti. Ricordo che una volta, a Selva di Fasano, in Puglia, avevamo nientemeno che Fausto Papetti e la sua orchestra come supporter.
In quel periodo, specialmente d’estate, suonavamo tantissimo, in numerosi locali in tutta Italia: dalle feste di piazza in meridione ai locali alla moda di Rimini o di Viareggio. E quando suonavamo a Rimini, il nostro impresario riusciva a farci restare nello stesso albergo anche una settimana, visto che le serate erano in programma tutte in zona. Così potevamo permetterci qualche istante di vacanza. E poi le ragazzine che accorrevano per vedere e ascoltare Donatello, finivano, qualche volta, anche per apprezzare il batterista.

Alla Ricordi, etichetta discografica di Donatello, eravamo un po’ tutti di casa. Succedeva spesso che il maestro Soffici, direttore artistico di allora, ci chiedesse di fare dei turni in sala di incisione per registrare i provini delle nuove canzoni degli artisti in contratto con la Ricordi . Solo i provini, però, perché a quei tempi i musicisti ufficiali per i dischi di quasi tutti i cantanti, erano I Quelli. Sotto questo nome si celavano i personaggi che avrebbero formato la Premiata Forneria Marconi.
Franz Di Cioccio, Franco Mussida, Mauro Pagani e Flavio Premoli dimostravano una bravura notevole nel suonare per le basi dei dischi di Milva, Lucio Battisti, Equipe 84, Dik Dik e altri ancora. Erano i nostri idoli e capitava spesso di fermarsi in sala ad ascoltarli mentre preparavano il pezzo da registrare.
pfm.jpg E solo allora mi accorsi che, anche se marginalmente, cominciavo anch’io a far parte di quel mondo musicale, visto che spesso mi ritrovavo alla cassa della Ricordi per riscuotere il pagamento dei turni eseguiti, magari in fila dietro a Lucio Battisti e davanti a Francone Mussida, con cui scherzavo o raccontavo barzellette.

Succedeva, a volte, di suonare davanti a un pubblico molto numeroso, come quella volta che fummo invitati a suonare a una festa di piazza, a Livorno. Salimmo sul palco davanti a una folla oceanica che riempiva completamente la piazza antistante il porto, per ascoltare, oltre a Donatello, anche i New Trolls, I Ricchi e Poveri e i Dik Dik. Per me, quella serata fu fonte di tremarella per tutta l’esibizione anche perché, il batterista dei New Trolls, il vulcanico Belleno, mi fece utilizzare la sua batteria che definire “a due piazze” era poco. Ricordo anche che feci del mio meglio per sembrare un batterista avvezzo a cotanto strumento.
Ricordo che, quell’anno, Donatello partecipò al Disco per l’Estate con la canzone “Irene”; nell’inciso c’era un coro da fare e così decise di portarmi con sé per la seconda voce, anche perché nel lato B di quel disco c’era un pezzo che avevo finalmente firmato anch’io come autore (il primo). Gli artisti alloggiavano all’Hotel Billia di Saint Vincent, mentre per i comprimari (quelli come me, insomma) la casa discografica aveva prenotato un Hotel più modesto a Chatillon.
Ma non tutto il male viene per nuocere, perché nello stesso albergo alloggiavano anche i musicisti che accompagnavano i cantanti e la sera, nella tavernetta, ci esibivamo con delle session improvvisate, con gli strumenti che c’erano, con i musicisti che intonavano un pezzo e via.
Nessuno però voleva cantare così, lasciata la batteria al batterista di Bobby Solo, cantai tutti i pezzi come se li conoscessi da tempo. I brani che venivano meglio erano quelli di CSN&Y, J. Taylor, Eagles e Simon & Gurfunkel.

Come già ho accennato, in quel periodo cominciai a comporre dei pezzi miei, che affannosamente facevo ascoltare a tutti in cerca di un consiglio, un incoraggiamento o altro. Mi capitò, allora, che qualcuno mi procurasse un’audizione nientemeno che con Mia Martini.
mia-martini.jpg A me sembrava strano che una cantante così famosa, al vertice delle classifiche discografiche con la canzone “Minuetto”, avesse il tempo e la voglia di ascoltare un dilettante che le proponeva delle canzoni. Le telefonai per confermare l’appuntamento e, un mercoledì, andai a casa sua, a Milano, con la mia chitarra, a farle ascoltare i miei brani. Lei mi ricevette informalmente, come se ci conoscessimo da anni, vestita da casa, con un Kimono sopra al pigiama e le calzettine ai piedi. Si sedette sul tappeto e mi incoraggiò a farle ascoltare quello che avevo composto. Io ero un po’ emozionato ma, mano a mano che andavo snocciolando i motivi, mi sentivo rinfrancato dai suoi consigli, suggerimenti e approvazioni. Non riuscii a piazzare a lei qualcuna delle mie canzoni, ma ne uscii ringalluzzito per i suoi apprezzamenti e l’incitamento a continuare a comporre.

Poi venne Londra. Donatello, dovendo terminare il suo album, era riuscito a ottenere dalla casa discografica di poterlo ultimare a Londra presso lo studio di un noto tecnico del suono, utilizzato da molti artisti americani e inglesi. Così decise di andare portando con sé il sottoscritto (ai cori) e il chitarrista aggiunto del gruppo che si chiamava Claudio Dentes (ora produttore di gruppi e cantanti, vedi Pitura Freska e Alberto Fortis). Decidemmo di andare in macchina, viste le numerose chitarre che ci servivano per il lavoro, e adoperammo la vettura di Claudio, un Maggiolone cabrio (anche perché lui era inglese di nascita e quindi pratico della guida a sinistra). Intanto, quando giungemmo a Dover, alla Dogana, ci fecero scendere e perquisirono la macchina: forse perché avevamo i capelli lunghi e i vestiti variopinti, cosa peraltro abbastanza comune fra i giovani, specialmente se musicisti.

Arrivati finalmente a Londra, trovammo l’abitazione del tecnico del suono all’indirizzo che sapevamo. Suonammo al campanello e ci venne ad aprire una ragazza giapponese che assomigliava vagamente a Yoko Hono che ci fece entrare. Il tecnico aveva arredato la sua abitazione alla giapponese, con tanto di porte scorrevoli, obbligo di togliere le scarpe, arredamento basso e privo di sedie. Lui però era inglese, e, passate alcune porte scorrevoli, ci fece entrare nel suo studio (molto ben attrezzato, devo dire) dove iniziammo a lavorare. Io finii il primo giorno quello che dovevo fare e così approfittai del tempo libero per girare per Londra, visitare negozi di dischi e strumenti musicali e vedere concerti. Allora il tempio della musica giovane londinese era il Marquee (uno stanzone disadorno, dove c’erano solo alcune file di sedie recuperate da qualche cinema), dove ebbi modo di assistere a concerti di gruppi molto validi anche se non ancora famosi in continente. Alla sera (i concerti si tenevano dalle 18 alle 20) ritornavo a prendere i miei amici e si andava a cena in ristoranti strani cioè turchi, giapponesi e iraniani dove il cibo era molto buono, ma… piccante!!! Ben presto i soldi cominciarono a finire e quelli che avevamo conservato per il ritorno in aereo non bastavano più. Acquistammo due biglietti e tornammo in treno. Ricordo che, dopo aver superato la Manica, a notte inoltrata, trovammo uno scompartimento vuoto e ci coricammo allungando i sedili, per dormire. Arrivati in Belgio una signora salì sul treno e aprì il nostro scompartimento. Vedendoci dormire, non si formalizzò più di tanto e fece altrettanto nel posto rimasto libero. Scese poi in Svizzera, senza aver mai parlato, né salutato.

In quel periodo Donatello era abbastanza famoso, in Italia, anche perché era riuscito ad arrivare quasi sempre fra i primi 20-30 della hit parade Italiana. Di conseguenza le serate nei locali della penisola erano molto frequenti. Fra gli aneddoti che mi vengono in mente di quel periodo, ne ricordo uno capitato a Firenze. Si suonava in piena estate, a Piazzale Michelangelo, grande piazza-balconata da cui si vede tutta Firenze. Si trattava di un Festival dell’Amicizia, ed eravamo vicini alle elezioni. Fra i vari cantanti invitati, oltre a Donatello c’era anche Don Backy.
Per la sua popolarità di quel momento, l’organizzatore aveva deciso che fosse Donatello a chiudere la serata, ma Don Backy non ne volle sapere perché lui, toscano, sosteneva che avrebbe dovuto essere il clou della serata stessa. Donatello non si oppose anche perché, essendo un concerto all’aperto, il tempo era nuvoloso e minacciava un temporale. Così suonammo per penultimi, anche se il temporale sembrava ormai vicino. Difatti, al primo pezzo di Don Backy che cominciava così: “Se la pioggia mi bagna…” arrivò un acquazzone micidiale che ci costrinse a scappare tutti.

Un’altra volta, dalle parti di La Spezia, nell’entroterra, stavamo suonando in un locale affollatissimo, specialmente di ragazzine che attorniavano il palco. I ragazzi, naturalmente, non apprezzavano molto che le attenzioni femminili fossero tutte per chi stava cantando e suonando. Così successe che alcuni stupidi iniziarono a sfottere il cantante e i suoi orchestrali. Io, che stavo suonando la batteria con al collo una sciarpa di simil-seta che scendeva abbondantemente dalle spalle, venni preso in giro e qualcuno iniziò a tirarmi la sciarpa. Incazzato mi girai verso lo spettatore e gli rifilai una bacchettata sul naso. Fortunatamente era l’ultimo pezzo perché questo fatto aizzò anche alcuni amici del malcapitato, che ci costrinsero a correre velocemente verso i camerini. Ma la porta era bloccata. Così seguimmo uno dei gorilla del locale che ci fece uscire da una porta-finestra e per arrivare in strada ci fece passare su dei tetti di una rimessa. Che paura!

Vai alla prima parte dell’articolo

[Il materiale fotografico proposto è di proprietà di Tanino Castellani]

Tortona anni Sessanta: il beat abitava qui (p I)

animenere1.jpgTanino Castellani è un pioniere, un prime mover del beat nostrano (nonché papà della nostra ottima collaboratrice e webmistress di Retrophobic Georgia). Attivo sin dalla giovane età come musicista, ha animato per lungo tempo i palchi della città di Tortona (con frequenti puntate su e giù per lo stivale), come fondatore, batterista o sessionman di molti complessi (che oggi sarebbero definiti band underground) cittadini. È davvero interessante potere, per un attimo, sentire il profumo dei veri anni Sessanta, dalle parole autentiche di chi li ha vissuti e si è lasciato coinvolgere dall’eccitazione del momento. Il fatto che ancora oggi a Tanino piaccia parlarne e scriverne, è indicativo di quanto l’atmosfera dei Sixties fosse speciale, anche in una realtà provinciale come quella tortonese. E quegli anni hanno restituito a Tanino anche diverse soddisfazioni, come le session di registrazione alla Ricordi di Milano e poi a Londra, ma cercheremo di estorcergli un po’ di aneddotica in quello che sarà (speriamo) il seguito di questo articolo. Ecco cosa ci ha raccontato…

[…] Negli anni Sessanta, Tortona era una città in fermento musicale. I complessini, sull’onda e su imitazione dei gruppi inglesi di successo, nascevano, crescevano e si moltiplicavano così rapidamente da perderne il conto. Ma procediamo con ordine: i primi furono I cinque della torre e I Marines. Due gruppi storici del quadro musicale cittadino, anche se il loro repertorio conteneva più brani latino-americani e melodici all’italiana che non beat all’inglese. Anche perché, in Italia, il beat arrivò 5torre.jpgcon i Beatles e i Rollings Stones, (1963-64) seguiti da Kinks, Hollies, Dave Clark Five, Spencer Davis Group, Animals e altri che furono famosi anche solo per un 45 giri di successo. E quando anche dagli Stati Uniti arrivarono i primi singoli dei Beach Boys, ecco che Tortona cominciò ad annoverare gruppi beat che eseguivano pezzi dei sopracitati gruppi storici.
Iniziarono a diventare famosi, nell’ambito cittadino, complessi come i Wanted, i Diamonds e i Jolly Rogers, seguiti e imitati dai Nottambuli e dai Beathovens (ex Anime Nere) di cui io sono stato uno dei fondatori e membri. Ben presto ne seguirono molti altri. La cosa interessante, in un periodo in cui non esisteva Internet e i negozi di dischi non erano aggiornati come ora, era il modo in cui i musicisti Tortonesi riuscivano a conoscere i successi d’oltremanica o Americani con la tempestività necessaria. Tutto, infatti, era affidato alla radio.
A partire dalle sette di sera io mi sintonizzavo su emittenti come Radio Luxemburg (che trasmetteva da Londra); i più fortunati, quelli che possedevano apparecchi più potenti, ascoltavano le emittenti inglesi e americane. L’immancabile registratore a bobine ci permetteva di registrare (male, a volte malissimo…) i successi di quei gruppi o di quei cantanti che, nel giro di qualche mese, avrebbero venduto milioni di dischi anche in Italia. So per certo che, in quel periodo, lo stesso sistema veniva applicato anche dai gruppi italiani di maggior successo. Maurizio Vandelli, leader dell’Equipe 84, mi ha confidato che ascoltava Radio Luxemburg e Radio Carolina, la sera. Ed è in quel modo che riusciva a proporre, con il suo gruppo, le cover dei successi americani (vedi “Somebody groovin’” dei Mamas & Papas lanciata poi in Italia col titolo di “Alti nel cielo” e “Don’t worry baby” dei Beach Boys, in Italia col titolo di “Sei già di un altro”).

Oltre all’Equipe 84 seguivano questo percorso anche i Dik Dik (“California dreaming” e “I saw her again” dei Mamas & Papas divenute in italiano “Sognando California” e “Il mondo è con noi”), i New Dada (gruppo milanese il cui cantante Maurizio cantava “I’ll go crazy”, uno dei primi successi dei Moody Blues), i Camaleonti (“Homburg dei Procol Harum divenne “L’ora dell’amore”) e così via.
L’abilità del musicista consisteva, allora, nell’essere in condizione di capire il testo e gli accordi della canzone stessa dal brano registrato, in modo di poterla poi suonare con il debito anticipo. Noi, per esempio, possiamo vantarci di aver presentato al pubblico in anteprima (cioè prima che uscisse il disco in Italia, o per lo meno a Tortona) “Hey Jude” dei Beatles.
Alcuni gruppi americani e inglesi (vedi Moody Blues) mietevano successi clamorosi nei rispettivi paesi d’origine, ma essendo mal distribuiti in Italia, le loro canzoni arrivavano anche dopo anni, sul nostro mercato.

beathovens1.jpgIn quel periodo Tortona si riempiva di suoni, di voci e di rumori che arrivavano, la sera, dalle cantine o dai garage in cui i complessini si cimentavano. E nel periodo in cui, in Italia, tutto si comprava a rate, anche i musicisti riuscivano a trovare il negoziante che vendesse loro amplificatori, batterie e chitarre. Quando riuscivano a mettere insieme un numero congruo di brani si cercava un posto in cui suonare. E qui nasceva un altro problema perché, allora, i locali da ballo in cui esibirsi, non erano molti. E la maggior parte non gradivano i chiassosi suoni che uscivano da improbabili amplificatori delle marche più impensate, naturalmente a valvole, pesantissimi e rumorosi. Ma il beat e la musica dei giovani di allora non poteva fermarsi davanti alle prime difficoltà. Si improvvisavano così dei concerti in balere di periferia dove, tra un valzer e una mazurca (immancabili: in questo modo, si cercava di accontentare, anche se parzialmente, gli spettatori abituati ai giri di liscio), per poi dar modo ai giovani di scatenarsi al ritmo di “Please please me” e “Satisfaction”.

Comunque, a Tortona, c’era un grosso negozio di dischi e di strumenti musicali che si chiamava Emiliani. Ne vorrei parlare perché, dopo casa mia, quello era il posto in cui passavo più tempo, in quel periodo. Il negozio era ubicato sotto i portici, vicino al Bar Bardoneschi, centro pulsante di Tortona.
Il signor Claudio e sua moglie Mariuccia erano ottimi commercianti, ma sapevano intrattenere un buon rapporto umano con tutti i clienti, specialmente con me che, da loro, ero di casa e un ottimo acquirente. Da Emiliani acquistai la prima batteria (a rate), poi successivamente, una seconda (Ludwig, naturalmente, anch’essa a rate) e milioni di 45 e 33 giri (venire a casa mia per credere). La cosa singolare era che, ormai, dopo tanti anni e dopo tanti dischi, la nostra era diventata una sfida. Io arrivavo in negozio chiedendo l’ultimo 45, ad esempio, dei Blood, Sweat and Tears e lui mi rispondeva, se già non lo aveva: “ Prendo nota e martedì lo avrai”. Lui il lunedì andava sempre a Milano e dalle Messaggerie Musicali recuperava il disco che gli avevo chiesto. E mai una copia singola, perché, diceva, “Se l’hai chiesto tu, me lo chiederanno anche altri”.

Con il passare del tempo, avevo acquisito una certa nomea a livello cittadino. Così, un settimanale locale mi chiese se avessi avuto tempo da dedicare alla redazione e alla gestione di una rubrica che di musica. Io accettai e così molte case discografiche iniziarono a spedirmi le loro novità per farmele recensire. La cosa curiosa che ricordo con orgoglio è che, dopo aver pubblicato e giudicato positivamente un grande successo come “Elise” di Barry Ryan, mi arrivò a casa una grande foto di Barry Ryan stesso, autografata di suo pugno con la dicitura: “ To Tanino Castellani, many thanks for ‘Elise’”.

Il nostro gruppo, cioè I Beathovens, in quel periodo (1966-67) era formato da musicisti che riuscivano ad abbinare una certa bravura nel suonare più di uno strumento. Succedeva così che il chitarrista se la cavasse anche con il sax e il tastierista fosse bravo anche a suonare la tromba. Questo ci permise di inserire nel nostro repertorio beat anche un congruo numero di brani r&b con cover come “In the midnight hour” di Wilson Pickett, “I got You” di James Brown, “Respect” di Otis Redding, “Hold on, I’m coming” e così via.
Ma i pezzi forti del nostro repertorio restavano i brani beat: cover dignitose di brani dei Beatles e dei Kinks, di cui, almeno a Tortona, eravamo gli unici sostenitori accaniti. Erano poche le vetrine in cui avevamo la maniera di presentarci a un pubblico interessato: i nostri cavalli di battaglia erano gli spettacoli di beneficenza o le manifestazioni pubbliche organizzate dal Comune (sempre rigorosamente gratis).
In quelle occasioni, però, c’era competizione. Perché, con pochi brani a disposizione prima di dover cedere il palco (di solito due o tre) cercavamo tutti di far capire al pubblico la nostra bravura, la nostra preparazione musicale e il nostro affiatamento come complesso.

Col passare degli anni i locali si adeguarono alla clientela, formata sempre più da giovani alla ricerca di quel sound o di quel ritmo che ormai le radio sparavano a manetta. Le trasmissioni radiofoniche si specializzarono, sull’onda della prima Bandiera Gialla di Arbore e Boncompagni, facendo seguire le varie Hit Parade a emulazione di quelli che, sulle emittenti straniere, erano i programmi più seguiti e apprezzati dai giovani.
Il nostro gruppo cominciava ad avere alcuni fan a livello locale, che ci seguivano quando suonavamo nei pressi di Tortona. E fu durante una di queste serate che fui invitato a un festival di voci nuove che si teneva a Valenza. Non era certo paragonabile al Festival di San Remo, ma il vincitore avrebbe avuto la possibilità di incidere un disco con la Fonit Cetra.
Alcuni giorni prima di questo Festival, successe anche a me, come a tutti gli adolescenti del mondo, di cambiare la voce. Ero preoccupato, perché la voce non mi tornava, rimanendo piuttosto rauca anche se riuscivo a prendere quasi le stesse note di prima (il la comodamente, il si bemolle a fatica, il si quasi per caso…). Decisi che avrei cantato un vecchio pezzo di Fausto Leali dal suo primo album che si intitolava “Per un momento ho perso te”. Fu un successone, vinsi la serata eliminatoria e arrivai secondo in finale (l’eterno secondo). Ricevetti il premio di consolazione, ma niente disco. Peccato.

Nel 1969, con lo scioglimento dei Beatles e sull’onda dei movimenti studenteschi, il panorama musicale subì un radicale cambiamento. L’arrivo in Italia di cantautori americani e inglesi (Bob Dylan, Crosby-Stills-Nash & Young, Cat Stevens e altri) con i loro testi politicamente impegnati nel sociale, spinsero i giovani ad ascoltare anche i cantautori italiani, dai più impegnati (Guccini, De Gregori) ai più sdolcinati (Venditti, Cocciante). E per i seguaci del beat fu un trauma. Ma fortunatamente, almeno in Italia, c’era sempre Battisti.
beathovens2.jpgFu proprio in quel periodo che avvenne la svolta della mia carriera musicale. Infatti, un nostro concittadino, Giuliano Illiani, in arte Donatello, dopo aver suonato la chitarra per alcuni anni con Gianni Morandi, ebbe la fortuna di partecipare al Festival di San Remo in coppia con i Dik Dik, con il brano “Io mi fermo qui” (da lui composto, anche se firmato dalla famosa coppia di altri illustri concittadini: Enrico Riccardi e Luigi Albertelli).
Il successo fu immediato e Donatello decise di formare un proprio gruppo per le numerose serate che gli venivano proposte. Così, mi venne chiesto di suonare la batteria nel gruppo, con Donatello stesso alla chitarra, Piero Leidi al basso e Tino Nicorelli alle tastiere (praticamente l’ex complesso di Morandi).

A me, sembrò di toccare il cielo con un dito anche se devo ammettere che, probabilmente, del gruppo ero il meno bravo come musicista; ma me la cavavo abbastanza bene con seconde voci e altro. E comunque, il genere melodico delle canzoni da eseguire non necessitava per forza un Ginger Baker o un Tullio De Piscopo.
Cominciò per me, non ancora ventenne, il sogno di ogni musicista alle prime armi. Ricordo che fummo invitati dalla ditta Schaller Bauer di Bologna, concessionaria italiana di Fender e Ludwig, a pubblicizzare i loro strumenti. Ci recammo quindi a Bologna e, mentre i miei compagni sceglievano amplificatori e chitarre Fender, io mi recai nel capannone attiguo dove scelsi, pezzo per pezzo, una batteria Ludwig, come quella di Ringo Starr. E mi ricordo che me la tiravo anche: sembrava quasi che sapessi quale dovesse essere l’accordatura migliore dei tom e dei timpani, nonché della cassa e del rullante. Sul palco, poi, avevamo cura di indossare abiti ed accessori alla moda beat, forse anche qualcosa di esagerato, per colpire l’interesse degli spettatori

Vai alla seconda parte dell’articolo

[Il materiale fotografico è di proprietà di Tanino Castellani; l’immagine del 45 giri de I 5 della Torre è tratta dal libro Liverpool, Via Emilia di Pietro Porta, Editrice Sette Giorni, aprile 1994]

GUN CLUB – Miami (2004, Sympathy, CD reissue)

miami2.jpgIl giorno che riuscii a procurarmi la mia prima copia di questo disco, dopo anni di ricerche, non fu esattamente uno dei più felici della mia vita. Era il 1997: il materiale dei Gun Club si trovava piuttosto facilmente… diciamo con la stessa facilità con cui ognuno di voi uscendo di casa poteva trovare 500.000 Lire infilate sotto allo zerbino.
Avevo cacciato questo fottutissimo pezzetto di vinile per anni e – senza, peraltro, neppure l’aiuto di Internet – non ero mai riuscito a metterci le zampe sopra. Dicevo, comunque… quel giorno d’estate ero appena stato licenziato da una cooperativa di loschi tangentisti. Faceva caldo. E me l’ero appena preso dolorosamente in quel posto; certo, andandomene avevo riempito di cemento in polvere le vaschette delle lavatrici e avevo svaligiato l’armadietto dei medicinali della comunità, ma… erano magre soddisfazioni. La dura verità era che avevo perso una fonte di reddito e guadagnato una fonte di rompimento di coglioni senza precedenti, in casa.

Non ce la facevo a tornare dai miei a sorbirmi l’ennesima menata tipo: “Tagliati i capelli, coi tatuaggi non troverai mai lavoro, fai il concorso, vestiti bene, piantala con ‘sta musica, è ora di mettere la testa a posto, sembri un drogato, guarda il figlio di XXX…”. Proprio non ce la facevo. Così me ne andai a fare un giro in un negozio di dischi. Ero appena entrato quando il proprietario mi allungò una borsa bianca dicendomi: “Toh, questo è per te; un regalo”. Dentro a quella borsetta c’era una copia di Miami.

Miami.

Me ne andai a casa in trance, mi sorbii una quindicina di minuti di menate senza fare attenzione, poi ascoltai “Watermelon man” e me ne uscii di casa sbattendo la porta, mentre mio padre bestemmiava con mia madre dicendo che ero un fallito testa di cazzo.

Quella sera mi ubriacai da solo al chiosco dei camionisti, bevendo Campari e gin.

Poi andai al Guercio, ma non scesi neppure dalla macchina: un paio di auto degli sbirri stavano fermando tutti quelli che si dirigevano verso il centro sociale e un paio di miei amici, già fermati e in attesa di controllo, provvidenzialmente mi fecero segno di andarmene.

Vagai da solo per un po’ e finii al Bar Nizza per un paio di Borghetti della staffa. Tentai di chiamare C per farmi fare un qualche lavorino, ma era in vena di preziosità. Certo, proprio lei che qualche sera prima mi implorava di infilarle una bottiglia mezza piena di Beck’s nel culo.

E finii a casa distrutto dall’alcool.

Ecco, forse a voi sembrerà tutta un’accozzaglia di stupidaggini. Ma Miami è proprio questo. E’ il dramma della provincia, il dolore del sentirsi come la merda infilata nel battistrada di uno scarpone, la consapevolezza lancinante di sapere trovare conforto solo in cose che sono considerate disprezzabili e dannose.

Miami è il diavolo che si traveste da cocktail per infettarti da dentro.

Miami è la donna che ami e che, appena finito di scopare, ti dice: “Devo fare in fretta perchè se no il mio fidanzato si arrabbia”

Miami è la donna che scopi così per semplice necessità, per ammazzare il dolore… e che non hai il coraggio di guardare in facciase non di sera e al buio.

Miami è essere licenziati per avere detto quello che era giusto alle persone sbagliate. E andarsene con le tasche piene di psicofarmaci rubati.

Miami è guidare da soli, con la fronte sudata e il cervello spappolato dal gin, sapendo che ovunque andrai sarà una merda. Ma da qualche parte devi pur andare.

Miami è il blues, il punk, il rock. E’ l’inferno reso capolavoro.

Se solo queste ristampe della Sympathy avessero la copertina conforme all’originale… comunque, non fate gli snob indie. Perché questo disco è un’esperienza. E se non la fate, beh… dove credete di andare?

Tupelo – in the fog (CD, Vacation House, 1996)

Pensate a quell’area grigia, di confine (popolata dai più stereotipati fantasmi e stilemi della provincia nordica), che potremmo idealmente chiamare il punto di fusione di Piemonte e Lombardia. Questa nostra italianissima Terra di Mezzo ha dato i natali ai Tupelo, band tanto misconosciuta quanto interessante. Certo, l’origine geograficoanagrafica non ha mai giocato a loro favore e poi, senza falsi pudori, non dobbiamo dimenticare che portavano “il marchio dell’infamia”. Sì. Sapete di cosa parlo? Ok, è presto detto: erano uno dei gruppi usciti per la neonata – all’epoca – Vacation House. Cercherò di spiegarvi: fare un disco per V.H. a metà anni Novanta era un po’ come far uscire un libro per una di quelle microcase editrici che ti pubblicano se tu paghi per l’uscita del tuo volume. Risultato: distribuzione difettosa, nessuna esposizione del prodotto, selezione degli autori inesistente… ecco. Immaginatevi il corrispettivo musicale di questa situazione. Io credo che Rudy (il boss V.H.) facesse tutto in buona fede e con passione, ma il suo catalogo dei primi tempi era quanto di più lisergico ed entropico si potesse immaginare: uscite di gruppi pop punk (qualcuno ricorda i terribili Mondo Topless?), CD alle soglie dell’acid rock, dischetti di hardcore metal etc etc. La fiera del tutto di tutto. E, parlando da distributore, cioè da uno che poi si trovava la roba V.H. da vendere, vi posso dire che tutti questi dischi (in maggioranza erano miniCD) erano i-n-v-e-n-d-i-b-i-l-i. Sul serio. Perché la gente era disorientata e non riusciva a trovare una chiave di lettura in questa produzione (e in parte perché alcuni di questi gruppi erano proprio mediocri). In questo quadretto postatomico si inseriscono i Tupelo, tra i primi a vedere il proprio lavoro immortalato in un miniCD dell’etichetta vercellese. Ricordo di avere avuto quel disco in distribuzione per anni e di averlo, alla fine, scambiato con uno svedese per un bootleg dei Gun Club su vinile (gli svedesi a volte ragionano proprio strano!); ricordo anche di averlo ascoltato qualche volta, all’epoca, e di avere pensato che erano piuttosto fighi, ma non sarebbero andati da nessuna parte. Troppo scuri, rumorosi, blues. E infatti, a dispetto di un certo interesse della stampa di settore per i nascenti Chrome Cranks e altre schegge deviate del noise blues newyorchese, i nostri compatrioti figli delle risaie non ebbero mai quella grande esposizione. Morale: il gruppo pubblicò anche questo CD full lenght per l’etichetta di Medea, per poi scomparire, segnato anche dalla tragica dipartita del leader Stiv Livraghi (in un incidente, se non rammento male). Eppure, a risentirlo ora, “in the fog” suona davvero bene. Cazzo se suona bene. Tupelo era il suono della swamp music delle risaie, lo stridore della frontiera lombardo-piemontese, il lamento degli sfigati costretti a ubriacarsi di vino fatto in casa o di cattivo whiskey comprato al supermercato. Certo, i suoni non sono in grado di reggere il confronto con una qualsiasi produzione di questo genere, anche di 20 anni fa, ma l’anima c’è tutta. Vi siete mai chiesti come avrebbe suonato Nick Cave o Jeffrey Lee Pierce se fosse nato in Padania? Qui ne avete un assaggio. E se vi va di culo come a me, questo CD potreste trovarlo nuovo a 5 Euro o meno.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: