In viaggio coi No Strange

No Strange – Cristalli sognanti (Area Pirata, 2011)

I No Strange di Ursus, Ezzu & compari tornano dopo quasi tre lustri di lontananza dalle scene… e lo spirito della caleidoscopica – purtroppo lontana, ma mai dimenticata – era degli Eighties Colours è con loro.
Questo nuovissimo Cristalli sognanti fotografa una band attualissima nel sound (nonostante ad alcuni il termine psichedelia evochi immagini di vecchiume barboso), capace di fare viaggiare e avvincere, con un innegabile pizzico di nostalgia. Che a noi piace sempre molto, per la cronaca.
Attenzione dunque: non aspettatevi la violenza del garage revival o la filologia Sixties punk propria di altre – validissime – band italiche anni Ottanta. Perché coi No Strange si esplorano le terre più oniriche, nebulose e alterate del rock psichedelico venato di prog. E il panorama evocato, che ti entra dritto nel cervello, è fatto di paesaggi sognanti, immagini curiose, melodie calde e soffuse nell’aria, profumi orientali.

Un album probabilmente difficile se non si pratica il genere, ma anche un lavoro di quelli che – indipendentemente dai propri ascolti ordinari – ha una personalità così forte da farsi percepire da subito come un disco valido e davvero importante. Intriso di storia, di voglia di scoprire, di immaginazione, di gustoso revival ma anche di spirito outsider.
Per chiudere, niente può funzionare meglio delle parole di Ursus raccolte qualche anno fa dagli amici di Retrophobic (che perdoneranno il piccolo furto), per farvi entrare nello spirito di questo Cristalli sognanti, che pur essendo attuale non può prescindere dalle sue radici, che affondano negli anni Ottanta e nel neo Sixties: “Tutte le ondate in qualche modo lasciano dei segni, sicuramente io non ritengo che gli anni 80 siano importanti come i 60 e, in parte, neppure come i 70 (questi ultimi contraddittori e un po’ eccessivi, ma decisamente vitali)… il clima generale di quegli anni, per conto mio, era di passività e stanchezza: la crisi generale delle ideologie, il ritorno al privato, persino il mito della carriera ‘yuppie’ erano figli di quel periodo… in mezzo a tutta questa merda c’è sempre comunque chi non si adegua, i cosidetti ‘irregolari’… noi in qualche modo facevamo parte della CONTROcorrente, pur guardando oltre ai miti stereotipati della ribellione e dell’antagonismo politicizzato, tanto ostentati per esempio dall’hardcore punk. Per conto mio la psichedelia rimane questo: superamento delle gabbie culturali, anche di quelle ritenute alternative“.

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Generatore di vuoto operativo

Void Generator – Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records, 2010)

In space we trust. Fedeli dei viaggi intergalattici e delle suite psichedeliche infinite, questo è pane per i vostri denti: si tratta dell’ultima fatica dei romani Void Generator (uscita alla fine dello scorso anno), completamente rivoluzionati nella line-up dopo l’uscita del chitarrista Gabriele Fiori, andato a formare i Black Rainbows.

Il comando delle operazioni ora è sempre più saldamente nelle mani di Gianmarco Iantaffi, che in questo Phantom Hell And Soar Angelic modifica leggermente le coordinate stilistiche rispetto al precedente We Have Found The Space: se là venivano privilegiati attacchi all’arma bianca intrisi di fuzz, in quest’album si sviluppa maggiormente la parte più “progressiva” della band, con quattro lunghi brani che sono delle raffinate space jam inzuppate di acido.
Non pensate però al prog e a quel ciarpame lì, ché per “parte progressiva” qui si intende altro, ovvero un’attitudine a far crescere il suono attraverso stratificazioni costanti e inesorabili: prova ne è l’affascinante “The Morning”, sorta di ibrido tra i King Crimson di Red e i Motorpsycho periodo Trust Us, in cui una efficace linea di basso trasporta le pennellate frippiane di Lantaffi verso vertici stratosferici. È sicuramente questo il momento migliore di un album che comunque era già ben partito sorretto dal riff insistito – e molto kyussiano – di “Message From The Galactic Federation”.
Con “The Eternaut” si lambiscono anche territori jazz, prima di esplodere ancora in un riff dagli accenti fortemente desertici. Con la quarta traccia – senza titolo – si finisce in un delirio floydiano di prim’ordine, anche se forse è proprio il pezzo che convince di meno, con quell’assolo portato allo stremo che alla fine risulta stancante. Ma, come si diceva, il gusto per la jam strumentale e psichedelica è una delle prerogative di questo disco: se vi piace il genere, tuffatevi anche voi nel maelstrom.

PS: il cd si può acquistare qui: www.phonosphera.com

Viziosi snocciolati Saclà

olive.jpgThe Vicious – Punk is Olive (autoprodotto, 2008)

Questa è tosta. Ammazza che gatta da pelare. Tocca andare un po’ in modalità free form, perché dopo una giornatina in dah offis a redigere e coordinare ed editare, la capacità di giudizio e di discernimento è più o meno agli stessi livelli che raggiungerebbe dopo tre pinte di doppio malto a un concerto di folk andino. Nulla e minata.

Questi genovesi sono stati un dilemma, per il sottoscritto, per almeno tre giorni. Ci ho rimuginato, li ho riascoltati, anche facendomi un po’ violenza – perché con tutto rispetto ho una pila di vinilozzi comprati un mese fa ancora da sentire e dentro ci sono bootleg degli Stones, un paio di cosette australiane e altre faccende di punk statunitense primi Settanta: so che mi capirete, The Vicious.
Ad ogni modo, ho attraversato tre fasi. Numero uno: “scratch, scratch… checcazz!?”. Numero due: “pretenziosi zappiani wannabe”. Numero tre: “ho capito, ho capito, presto un bicchiere di rosso per festeggiare, anzi quattro!”.

Non so se ho capito davvero, ma già mi basta aver trovato un inquadramento per incasellarli, almeno nel mio personalissimo sistema di classificazione mentale. Innanzitutto non cadete nel tranello di attaccarvi alla parolina “punk” che trovate nel titolo. Qui di punk non ce n’è. E va anche bene.
Qui c’è un curioso e straniante – a volte un po’ fastidioso – milkshake di swing, rock, lounge, pop, musical, hard e – massì – ficchiamoci un po’ di prog, giusto per l’orchestrazione e la tecnica. L’impressione finale è – per usare la ritrita metafora dello scontro in auto – di vedere aggrovigliati e fumanti, in un unico mucchio laocoontico, i tour bus di Brian Setzer Orchestra, Meat Loaf (periodo Rocky Horror Picture Show) e The Tubes (tour di White Punks on Dope). E in un angolino c’è pure l’Ape Car dei Righeira, finita nel fosso – capirete il motivo ascoltando il cd…

Tanta tecnica, molta voglia di divertire e divertirsi… e un filo di noia, devo dirlo. Se tutti i pezzi fossero come il terzo, però, io li manderei a Broadway per musicare il prossimo successo mondiale in fatto di rock opera.

Una cosa veramente pessima c’è, in verità. La dico?
OK: portatemi l’orecchio destro di chi ha assemblato l’interno della copertina, ma prima levategli tutti i font dal computer (potete lasciargli solo i Times e gli Arial). Una cosa terribile e inguardabile, non si capisce quasi nulla. E poi i titoli scritti a penna… che fanno così tanto anni Settanta/Ottanta, ma per dio… siamo nel 2009 e il computer lo usa persino mia mamma per stampare le cose (anche se per farle capire il concetto di salva con nome ho penato un anno e mezzo).

Motorpsycho in Italia

motor.jpgI norvegesi Motorpsycho passeranno per la penisola durante il loro prossimo tour per promuovere il nuovo attesissimo album Little Lucid Moments, che uscirà il 28 marzo.

Si parla di date italiane nel mese di maggio, in particolare; questa la tabella degli appuntamenti, salvo cambiamenti:
22/05 Firenze @ Viper
23/05 Roma @ Alpheus
24/05 Rimini @ Velvet
25/05 Milano @ Alcatraz

I biglietti sono già in vendita, dal tre marzo, presso i circuiti consueti online e non.

Fuori Ugly Things 26!

ut-261.jpgUgly Things n 26 (Winter/Spring 2008)

Ugly Things festeggia i suoi 25 anni con il botto. La bibbia per gli amanti della musica Sixties (e non solo) celebra il quarto di secolo con una monster-issue di 224 pagine; in questa maniera, oltretutto, l’appuntamento con la rivista da annuale diviene semestrale. Questo perché, come orgogliosamente tiene a precisare Mike Stax nell’editoriale, ormai è libero di dedicarsi alla sua creatura a tempo pieno.

Come di consueto è in pratica impossibile articolare qualcosa che non sia già stata detta o che sia meno che positiva o incensante nei confronti del magazine: insomma, con molta probabilità questa recensione potrà tranquillamente essere riciclata – con gli opportuni cambiamenti – per le prossime uscite. Questo a testimonianza della costante ed elevatissma qualità del lavoro di Mike e soci. Ma passiamo ai contenuti.
A spiccare, in questo numero, è la bella e lunga intervista (che si è guadagnata anche lo status di cover story) dell’allora diciottenne – si parla del 1998 – Doug Sheppard a Rob Tyner degli MC5. Nell’ arco di una decina di pagine vengono delineati, con piglio autorevole e toni a volte dolce-amari, vedute, ricordi e opinioni del frontman della band di Detroit.
A seguire sicuramente vanno menzionati l’articolo che ricostruisce la storia dei Sons Of Adam di Randy Holden (firmato a da Greg Prevost e Mike Stax) e la bella intervista di Stax a Dave Lambert dei Fire di “My Father Name is Dad”.

Se tutto ciò non bastasse troviamo anche un lungo report sulla scena Sixties norvegese, un articolo sui folk rocker inglesi The Trees e la storia dei Pop Rivets di Billy Childish e Bruce Brand. E poi il solito mare di recensioni di ristampe, dischi, dvd e libri. Insomma… imperdibile anche questa volta.

Per averla rivolgetevi ai vostri spacciatori di musica di fiducia, oppure contattate Stax direttamente (trovate tutti i recapiti nel sito di Ugly Things). Il prezzo, se decidete di acquistare la rivista per posta, è di 18 dollari – posta compresa – per ogni copia.

The Move reissue

the-move-shazam.jpg The Move – Shazam (Salvo, 2007)

Innanzitutto onore e merito alla Salvo, per aver averci regalato queste 40th Anniversary Series dedicate ai primi due album dei Move. Riedizioni curatissime sia nel packaging – una lussuosa confezione digipack corredata da un ricco libretto – che nei contenuti, esaltati da una strepitosa resa sonora. Infatti, per la prima volta è stato possibile attingere ai master originali dei due album, trovati solo nel 2007 negli archivi dell’A&M.

Uscito originariamente nel febbraio del 1970 (dopo che anche il cantante Carl Wayne aveva abbandonato la band), Shazam passò pressoché inosservato, sia per la scarsa promozione pubblicitaria che per l’arrivo in organico di Jeff Lynne e il successivo botto del singolo “Brontosaurus”. Nonostante, o forse proprio per questo, Shazam merita sicuramente più di un riascolto.

Roy Wood e soci sono fotografati in una fase di profonda e non facile trasformazione. Smessi i panni di chart-toppers cuciti loro addosso dall’intraprendente manager Tony Secunda e abbandonata la via dei pastiche psichedelici del primo album, i Move si trovano a gestire l’abbandono di Ace Kefford prima, poi quello di Trevor Burton. Indecisi sulla direzione da prendere, i nostri si riciclano brevemente addirittura nel circuito dei cabaret per poi riemergere con questo album, che trova nella sua particolare gestazione ed eterogeneità la chiave di lettura più convincente.
Un disco, dunque, particolare nella forma e nella sostanza. Solo sei pezzi in scaletta – tre originali e tre cover – tutti piuttosto lunghi, per una tavolozza sonora che ci arricchisce di volta in volta di elementi hard, fioriture prog e citazioni classiche. L’opener “Hello Susie” mostra la nuova via, incentrata su riff di scuola hard e una batteria straripante che segna il nuovo blueprint della band. Marchio che torna nella versione riveduta di “Cherry Blossom Clinic” dal primo album, qui depurata degli svolazzi psych, resa in maniera più squadrata e incisiva, non rinunciando al tasso di weirdness proprio di Roy Wood arricchita com’è di una lunga sezione classica.
“Beatiful Daughter” è, invece, una deliziosa ballata Beatlesiana che non sarebbe sfigurata sul White Album. A completare l’opera i quasi undici minuti della monumentale cover di “Fields of People” degli Ars Nova (che parte jingle-jangle per poi fermarsi e trasformarsi in un lento raga trascendentale), e il ricco arrangiamento Byrdsiano di “The Last Thing on my Mind” di Tom Paxton.

Come se non ci fosse abbastanza carne al fuoco, troviamo otto bonus track tutte degne d’ascolto tra cui spiccano il singolo proto-glam “Wild Tiger Woman/Omnibus”, l’elegia pastorale di “Curly” e forse il pezzo più famoso dei Move in Italia: la bella e sognante “Blackberry Way”, sorta di “Penny Lane” ambientata a Birmingham, coverizzata dall’Equipe 84.

The Mars Volta: il moloch è servito

bedlam.jpgThe Mars Volta – The Bedlam in Goliath (Universal, 2008)

Quarto album in studio per i Mars Volta, ormai ridotti a duo (Omar Rodriguez Lopez, chitarra, arrangiamenti e produzione e Cedric Bixler Zavala, voce) con supporto del nucleo di fidati musicisti del Mars Volta Group. Questo The Bedlam in Goliath ruota attorno a una strana vicenda spiritica accaduta a Lopez e Zavala, continuando il singolare discorso intrapreso dalla band dopo scioglimento degli At The Drive-In.

Presentare il quarto concept album – peraltro parecchio complesso – di 75 minuti nel 2008 è un azzardo commerciale, ma i Mars Volta possono contare su un folto pubblico che pesca in egual parte tra gli appassionati di progressive e di rock alternativo. Quello che sta dentro a The Bedlam in Goliath è un assalto schizoide continuo, consumato tra momenti più dilatati e assalti all’arma bianca giocati su tempi dispari, suggestioni jazz, scale mediorientali, metal, elettronica analogica e psichedelia.

La registrazione è pulita (anche troppo), moderna e tagliente e il suono si muove compatto e incisivo. E’ un album molto prodotto, come il resto della discografia del gruppo, ma ormai i Mars Volta corrono da soli: avvezzi a lavorare su complessità quadratiche, senza soluzione di continuità, così coesi da mantenere l’intesa in canzoni che superano agevolmente gli otto minuti. Le contorsioni vocali di Zavala allargano le ottave fino a quasi ricordare Björk, in una ricerca affine a quella di Demetrio Stratos.

Il disco è lungo, l’ascolto integrale è condizionato da un’ora abbondante di tempo libero. Tuttavia mancano le parti esaltanti, le soluzioni melodiche impossibili e l’aggressività che fa vibrare l’intero moloch. Le suggestioni simboliche e le figure che si muovono lungo gli episodi del disco aggiungono fascino mistico e avvalorano il rapimento espresso dalla musica. Se esiste una trasposizione contemporanea dei King Crimson, sta certamente dalle parti dei Mars Volta.

In arrivo un nuovo Ugly Things

Pare che verso la fine di gennaio 2008 Mike Stax e signora sforneranno un nuovo numero (il ventiseiesimo) della bibbia del garage sixties, psych, freakbeat, folk rock e derivati: Ugly Things. Si parla di 224 pagine con una mega-cover story dedicata agli MC5, compresa un’intervista inedita al compianto Rob Tyner.
Tra le altre cose ci sarà la storia dei Sons of Adam (pre Love), dei Trees, dei punk rockers Pop Rivets e uno speciale sulla scena beat norvegese degli anni Sessanta. Il prezzo – per noi europei – è di 18 dollari posta inclusa. Per info: www.ugly-things.com

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