What we do is secret

secret tapeThe Secret Tape – s/t ep (Area Pirata/White Zoo, 2014)

Dalla terra del parmigiano, del maiale imperatore della cucina e di molti fermenti musicali sotterranei (siamo in provincia di Parma) arrivano i The Secret Tape, con un ep a 7″ tanto breve quanto piacevole e rinfrescante (altro…)

Un bordello elettrico

4PAN1TThe Electric Mess – Falling Off The Edge Of The Earth (Groovie, 2013)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Il secondo album della band di New York conferma le buone impressioni del debutto: organo a manetta, ritmica serrata, chitarre strapazzate e un’ attitudine che se da un lato evoca l’ irruenza del garage punk dei Sixties (senza tuttavia nessuna voglia di restare imprigionata dalla sua essenzialità, soprattutto nell’uso delle chitarre), dall’altra è innegabilmente influenzata dal power-pop dei tardi anni settanta (altro…)

Los Angeles dreaming

cover BleachedBleached – Ride Your Heart (Dead Oceans, 2013)

[di Manuel Graziani]

Evidentemente è vero che col tempo ci si ammorbidisce. Per averne conferma citofonare a Jennifer e Jessica Clavin che dal punk riottoso delle Mika Miko hanno fatto un triplo salto mortale e sono atterrate sul morbido materasso del power-pop. Saranno i Ray-Ban, quelle pose da ragazze stonate e la psichedelia Sixties sottopelle (“Dreaming Without You”) fatto sta che le sorelle losangeline più che alla coppia di fatto di un tempo Peter Case- Paul Collins mi fanno pensare alla coppia di fatti William e Jim Reid (altro…)

Baila chico!

Chicos stupidityLos Chicos – In the age of stupidity (Dirty Water, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

L’ aneddoto è ormai di dominio pubblico: ad una conferenza stampa tenuta a Madrid in occasione della sua partecipazione all’edizione 2005 del Metrorock, Mr. Beck Hansen, magliettina rossa e cappello bianco a falde calato sul viso, risponde alla domanda di un giornalista locale su quale sia il suo gruppo spagnolo preferito con una risposta perentoria e, forse, inaspettata: “Mi garbano i Los Chicos”.
Traducendo per gli italiani, come se Adele dichiarasse ad Alfonso Signorini che la sua band italiana preferita sono i Tunas (altro…)

Captain Sensibles

The Sensibles – s/t (autoprodotto, 2012)

Il senso di imbarazzo nel recensire dischi di persone che si conoscono è sempiterno e nemmeno dopo tanti anni di inchiostro e byte sprecati mi abbandona.
E’ così che affronto il singolo dei The Sensibles (con cui ho anche avuto modo di suonare live lo scorso autunno)… ma venendo io da un trucido background lavorativo (ormai dissolto nella storia) di fiction RAI e soap Mediaset, per fortuna trovo immediatamente le briglie dello schema drammaturgico del lieto fine… e tiro un sospirone di sollievo sentendo le quattro tracce di questo vinile in edizione limitata e numerata a mano.

I The Sensibles suonano un pop punk ad alto contenuto zuccherino, imbastardito con il power pop e ovviamente basato sul connubio tra melodia a briglia sciolta e la personalità più burbera di sezione ritmica e chitarre – chiaramente di ispirazione punk rock.
I riff sono semplici e fortunatamente non scontati (diciamolo: l’inventiva in questo genere latita, complice forse anche una certa limitatezza di confini entro cui muoversi… a ben pensarci l’unione di due entità come punk e pop, asfittiche a priori, non poteva che portare – dopo pochi anni – all’effetto aria viziata), i pezzi ben costruiti e poi c’è l’asso nella manica… ossia la voce di Stella.

Bravi, ineccepibilmente bravi. Anche per chi come me ormai non mastica più il genere da metà anni Novanta almeno (avrei dovuto mettere un disclaimer a inizio recensione: “Salve, sono Andrea e ho smesso col pop punk dal 1995”). E’ inutile che vi descriva ulteriormente il genere e i brani (anche se devo esprimere una preferenza personale per la traccia di chiusura “Dino”, saltellante e un po’ Sixties bubblegum): se vi piace questo tipo di punk rock avete già capito tutto e ve li consiglio anche.
Menzione speciale, invece, all’autoproduzione totale e alla grafica curata da Stella, che oltre a cantare è anche una brava artista e disegnatrice.

Carolina bacia tutti

Caroline And The Treats – Saturday Night, Rock & Roll (House Of Rock Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

C’è questo tipo che entra in una stanza: faccia e piglio da biker, tatuaggi e giacca di pelle nera senza maniche, muscoli bene in vista, ciuffo alla Elvis. Lei è sdraiata sul tappeto, trecce bionde alla Heidi, piedi incrociati all’insù, impegnata a rimirare con aria viziosa i vinili delle New York Dolls e dei Kiss (andrebbe bene quel bootleg picture disc che girava negli anni Ottanta con la foto della tipa intenta a fare un pompino). Si guardano, ammiccano, c’è poco da dire: in un attimo lui è sopra di lei ed iniziano a darci dentro.
Potrebbe essere l’inizio di un porno con protagonista Caroline Andersen, ex attrice hard ora votata al culto del rock’n’roll con i suoi Caroline And The Treats (tra le cui fila milita Morten Henricksen, chitarrista degli Yum Yums).

Secondo album dopo l’esordio Bad All Over, questo Saturday Night Rock & Roll non sposta di un millimetro le coordinate sonore dei quattro, ovvero: bubblegum punk, power pop veloce e muscolare, party rock. Musica da ballare e su cui scatenarsi in selvagge feste alcoliche; tra l’altro i nostri sono passati spesso dalle nostre parti e dal vivo se ne raccontano davvero delle belle riguardo alle esibizioni parecchio disinibite di miss Andersen. Pensate a un incrocio tra Ramones, The Donnas, Runaways, Real Kids, Nikki and the Corvettes (a sentir loro vera e propria musa ispiratrice) e sarete vicini a capire di cosa si tratta. Tutto bello veloce e diretto, senza fronzoli, con la band che macina forsennata dietro il culo sculettante di Caroline. Menzione speciale per il riff thundersiano condito da ritornello pop di “Wam Bam Baby” e per le sveltine tutto zucchero e miele di “Let’s Get Dirty” e “Baby I’m The Best”.
Ultima nota di servizio: il disco è stato registrato in Italia, al Tup Studio di Brescia.
Ok, è tutto. Quando uscite ricordatevi i preservativi.

Italia-Canada 2-2

Madnuts / Dave Rave – split 7” (Tornado Ride, 2011)

Devo fare un mea culpa grosso come una casa perché ci ho messo davvero troppo tempo prima di decidermi a scrivere qualcosa su questo 7″ spettacolare sotto molti aspetti, a partire dalla confezione. La copertina in cartone pesante, con tanto di costina, contiene una busta interna stampata con i credits e tutte le informazioni del caso. La grafica Seventies è di un certo Ralph Alfonso, artista canadese a tutto tondo (poeta, grafico, musicista, discografico, disegnatore) che tra le tante cose fatte ha anche collaborato alla realizzazione di Bomp Magazine. E se state leggendo Black Milk dovreste conoscere Greg Shaw e la Bomp! Records, in caso contrario mi spiace per voi.

Lo spettacolare 7” in questione è prodotto dalla Tornado Ride, etichetta modenese non nuova a sfiziose accoppiate come questa. Per rispetto nei confronti dell’anzianità di servizio non si può che partire da Dave Rave. Chi è costui? Semplicemente un pezzo da Novanta del power-pop, garage-rock e punk nordamericano.
Il songwriter canadese, che sforna dischi dal lontano 1978, lo si ricorda soprattutto per Teenage Head, Shakers e Dave Rave Conspiracy, band quest’ultima messa su con Billy Ficca dei Television. Tuttavia, nonostante le svariate primavere sulle spalle, mostra ancora un’ottima verve r’n’r e una certa freschezza di scrittura di cui dà prova nel festoso numero r’n’r “Rock The Party” che con una mano accarezza la guancia e con l’altra strizza i coglioni. In “Gimme Gimme Gimme” azzanna direttamente la giugulare come l’Iggy dei tempi d’oro, asfaltando buona parte dei giovincelli di oggi che ricalcano il Detroit sound senza nerbo.

A Madnuts, al secolo Matteo Muser, l’arduo compito di non sfigurare al cospetto di cotanta storia. Considerando che si tratta di un esordio, l’ex batterista di Super Sexy Boy 1986 e Mudlarks non solo tiene botta alla grande, ma addirittura sorprende con due piccole gemme di power-pop scorbutico (“Living Too Fast”) che puzzano di Sixties garage e proto punk dei primi anni ’70 filtrati dal suono della Seattle narcotizzata dei Mudhoney. (“We Need Time”).
Una gran bella partita, insomma, che finisce 2-2 con i tifosi che applaudono a fine gara perché ne vorrebbero ancora. Il minimo che potessi fare è stato braccare Madnuts negli spogliatoi prima che filasse sotto la doccia.

Come hai conosciuto Dave Rave e perché avete deciso di fare uno split assieme?
Ho conosciuto Dave la prima volta che è venuto in Italia a suonare al Road To Ruins a Roma. L’organizzatore del Festival mi mise in contatto con il suo Manager Ralph Alfonso, che per l’occasione stava cercando una data anche al nord Italia per Diodes e Dave Rave. Non solo procurai ad entrambi uno show a Venezia, ma suonai perfino la batteria nella formazione di Dave Rave nelle due date italiane dopo che Ralph me lo aveva chiesto dato che mancava il loro batterista… per me è stato molto entusiasmante e da quel momento è iniziata una solida collaborazione. L’idea dello split è nata da me poiché l’ultima estate siamo andati in tour e per l’occasione gli ho proposto di fare questo 7″ in tiratura limitata da vendere ai concerti.

La grafica del 7″ è affidata proprio a Ralph Alfonso…
Diciamo che Ralph è pure un grafico di spicco, oltre che una figura fondamentale per la scena punk di Toronto: è stato il proprietario del leggendario Crash’n’Burn club nel 1977, fotografo per Bomp magazine, N.Y. Rocker e altre riviste di spessore, attualmente è proprietario della Bongo Beat Records ed editore. Normalmente cura lui l’artwork dei dischi di Dave, quindi ho chiesto a lui di creare l’intero artwork dello split.

Madnuts può essere considerato il tuo progetto solista o si tratta di un gruppo vero e proprio? State suonando dal vivo ed avete progetti per un album?
Madnuts è solo un mio progetto solista, non è una band formata da elementi. Sebbene l’intenzione sia quella di incidere altri dischi, magari sempre con l’aiuto di altri musicisti amici, per ora non ho intenzione di fare concerti… ma non si sa mai nella vita.

Seppur Sixties oriented e con uno spiccato mood power-pop, nei due pezzi del 7″ ci ho sentito influenze diverse… “Wee Need Time”, ad esempio, nelle chitarre e nella voce, mi ha ricordato la prima Seattle di Mudhoney e Nirvana…
Come dici tu, la mia intenzione è proprio quella di dare un taglio power pop con venature Sixties, senza comunque tralasciare gruppi fondamentali per me quali MC5 e Velvet Underground. Non posso negare che certi gruppi come Mudhoney e Nirvana abbiano risvegliato la mia primavera in età adolescente e di conseguenza può darsi che si possano sentire anche queste influenze, o forse sarà il mio timbro vocale che ricorda un po’ Cobain o Mark Arm… a voi il giudizio.

(Power) pop! Goes the Sick Rose

Sick Rose – No Need For Speed (Area Pirata, 2011)

Recensire un disco come questo non è affatto facile. E non certo perché sia un lavoro mediocre; anzi, proprio per la sua eccellenza è una vera bomba a orologeria pronta a scoppiarti in mano. In media ce la si può cavare citando due dati biografici, sfoderando l’aggettivo “storico” e scrivendo che è un lavoro imperdibile; ma questo è un approccio da webzine per minorenni freschi di spannolinamento… come dire: magari evitiamolo.
E qui casca l’asino, perché parlare con sufficiente autorevolezza dei Sick Rose e del loro nuovo No Need For Speed è difficile, senza sembrare l’ennesimo trombone e magari un po’ cialtrone.

Lascio quindi, con umile soggezione, questo compito a chi lo può fare per capacità e per meriti conquistati sul campo (amici Frazzi, Calabrò, Bacciocchi: sto parlando di voi) e metto i semplici panni di uno che ascolta dischi da tanti anni, ma non è detto che ne capisca granché.
In questa veste vi dirò che i Sick Rose del 2011 sono profondamente diversi da quelli garage che in molti reduci come me hanno lasciato il segno. Considerando, poi, che io ho amato alla follia il loro periodo (purtroppo breve) in stile MC5/Flamin’ Groovies (i tempi di Floating, per intenderci…), questa svolta Sixties pop e power pop, almeno sulla carta, sembra pericolosa.

Ebbene, fanculo la carta. Perché questo disco, nell’arco dell’ascolto, mi ha riconciliato con il concetto di power pop; probabilmente non mi ha convertito (trovo ancora un po’ troppo ardua l’impresa di ascoltare certe band), ma mi ha divertito, fatto muovere il testone e anche fatto fare un po’ di air guitar. E, cosa non secondaria, mi ha fatto sentire una manciata di brani magistrali, in cui la sensibilità pop non è automaticamente sinonimo di puttanate da club per aspiranti veline e gieffini; il pop di cui questi 11 brani sono imbevuti è cristallino, ancora fortemente aggrappato alle radici rock’n’roll delle origini, ingenuo come solo un singolo dei Sessanta sapeva essere. Ed energico come una doppia Redbull direttamente in vena.
Lo ammetto, ogni tanto viene anche il brivido alla schiena. E non credevo mi sarebbe capitato.

Una band matura, con un mestiere smisurato, che suona la musica degli eterni sedici anni e lo fa risultando convincente al 100%.  Che poi si è fatta produrre dal mitico Dom Mariani, giusto per avere la certezza matematica di non sbagliare la mira di un millimetro. E così è stato.

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