Frappe, grattachecche e roghenrò sotto ar cuppolone

beatsmeBeats Me – Get Da Fee (Mind Pollution/Swamp)

Tornano i romani Beats Me, con un cd dal titolo gheddafiano – e, suppongo, anche dal concept, visti i singoli brani (peccato non ci siano i testi nel booklet). Come già nel precedente Out Of The Box le coordinate sono piuttosto evidenti: punk pop con alcune sgroppate neogaragistiche (bella, a questo proposito “The Man With The Golden Gun”). Qui ci sono i Ramones e i loro epigoni più smaliziati, gli Hard Ons, il punk rock scanzonato, un po’ di Makers e Hives, un goccio di – brrrrrr – Beach Boys e un paio di intuizioni più hard punk (altro…)

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Il ritorno dei bagnini

Manges_All is wellManges – All Is Well (Monster Zero, 2014)

Esistono da 21 anni circa, i Manges… e sfido chiunque abbia vissuto gli “anni Novanta punk” in italì a non avere almeno un loro 7″ in casa (ne hanno pubblicati una carriolata!).

Ora, tornano – dopo Bad Juju del 2010 (anche se hanno pubblicato una raccolta di singoli lo scorso anno) – con quello che è il loro quarto album effettivo (altro…)

Captain Sensibles

The Sensibles – s/t (autoprodotto, 2012)

Il senso di imbarazzo nel recensire dischi di persone che si conoscono è sempiterno e nemmeno dopo tanti anni di inchiostro e byte sprecati mi abbandona.
E’ così che affronto il singolo dei The Sensibles (con cui ho anche avuto modo di suonare live lo scorso autunno)… ma venendo io da un trucido background lavorativo (ormai dissolto nella storia) di fiction RAI e soap Mediaset, per fortuna trovo immediatamente le briglie dello schema drammaturgico del lieto fine… e tiro un sospirone di sollievo sentendo le quattro tracce di questo vinile in edizione limitata e numerata a mano.

I The Sensibles suonano un pop punk ad alto contenuto zuccherino, imbastardito con il power pop e ovviamente basato sul connubio tra melodia a briglia sciolta e la personalità più burbera di sezione ritmica e chitarre – chiaramente di ispirazione punk rock.
I riff sono semplici e fortunatamente non scontati (diciamolo: l’inventiva in questo genere latita, complice forse anche una certa limitatezza di confini entro cui muoversi… a ben pensarci l’unione di due entità come punk e pop, asfittiche a priori, non poteva che portare – dopo pochi anni – all’effetto aria viziata), i pezzi ben costruiti e poi c’è l’asso nella manica… ossia la voce di Stella.

Bravi, ineccepibilmente bravi. Anche per chi come me ormai non mastica più il genere da metà anni Novanta almeno (avrei dovuto mettere un disclaimer a inizio recensione: “Salve, sono Andrea e ho smesso col pop punk dal 1995”). E’ inutile che vi descriva ulteriormente il genere e i brani (anche se devo esprimere una preferenza personale per la traccia di chiusura “Dino”, saltellante e un po’ Sixties bubblegum): se vi piace questo tipo di punk rock avete già capito tutto e ve li consiglio anche.
Menzione speciale, invece, all’autoproduzione totale e alla grafica curata da Stella, che oltre a cantare è anche una brava artista e disegnatrice.

Carolina bacia tutti

Caroline And The Treats – Saturday Night, Rock & Roll (House Of Rock Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

C’è questo tipo che entra in una stanza: faccia e piglio da biker, tatuaggi e giacca di pelle nera senza maniche, muscoli bene in vista, ciuffo alla Elvis. Lei è sdraiata sul tappeto, trecce bionde alla Heidi, piedi incrociati all’insù, impegnata a rimirare con aria viziosa i vinili delle New York Dolls e dei Kiss (andrebbe bene quel bootleg picture disc che girava negli anni Ottanta con la foto della tipa intenta a fare un pompino). Si guardano, ammiccano, c’è poco da dire: in un attimo lui è sopra di lei ed iniziano a darci dentro.
Potrebbe essere l’inizio di un porno con protagonista Caroline Andersen, ex attrice hard ora votata al culto del rock’n’roll con i suoi Caroline And The Treats (tra le cui fila milita Morten Henricksen, chitarrista degli Yum Yums).

Secondo album dopo l’esordio Bad All Over, questo Saturday Night Rock & Roll non sposta di un millimetro le coordinate sonore dei quattro, ovvero: bubblegum punk, power pop veloce e muscolare, party rock. Musica da ballare e su cui scatenarsi in selvagge feste alcoliche; tra l’altro i nostri sono passati spesso dalle nostre parti e dal vivo se ne raccontano davvero delle belle riguardo alle esibizioni parecchio disinibite di miss Andersen. Pensate a un incrocio tra Ramones, The Donnas, Runaways, Real Kids, Nikki and the Corvettes (a sentir loro vera e propria musa ispiratrice) e sarete vicini a capire di cosa si tratta. Tutto bello veloce e diretto, senza fronzoli, con la band che macina forsennata dietro il culo sculettante di Caroline. Menzione speciale per il riff thundersiano condito da ritornello pop di “Wam Bam Baby” e per le sveltine tutto zucchero e miele di “Let’s Get Dirty” e “Baby I’m The Best”.
Ultima nota di servizio: il disco è stato registrato in Italia, al Tup Studio di Brescia.
Ok, è tutto. Quando uscite ricordatevi i preservativi.

Ritorno senza ritorno

Impossibili – Senza ritorno (Autoprodotto, 2011)

Sono in giro da parecchio, gli Impossibili. Questo se non sbaglio dovrebbe essere il sesto album di una carriera iniziata verso la metà degli anni Novanta; autoprodotto, come scrivono orgogliosamente nel retrocopertina del cd. La formazione è quella del precedente Alcool e furore di tre anni fa, ovvero Araya-Klaus-Danu con l’aggiunta di tale Matteo (il cognome non è dato saperlo).

C’è poco da dire sul sound dei nostri: punk rock melodico quasi sempre a 100 all’ora, in pieno stile  Derozer, Rappresaglia e affini: musica che in tasca tiene ben stretta la sacra triade Ramones-Queers-Screaching Weasel. È un genere, questo, che nel nostro Paese riscosse un certo seguito nei circuiti alternativi proprio nel periodo in cui gli Impossibili muovevano i primi passi: oltre ai già citati Derozer, ricordo che in quegli anni gente come Gambe Di Burro, Monelli (tra l’altro di nuovo in pista) e gli orribili Punkreas se la suonavano abbastanza allegramente; non sono mai stato un grande amante del genere, devo ammetterlo: agli imitatori italiani ho sempre ovviamente preferito di gran lunga i capostipiti stranieri (i fratellini Ramone due-tre spanne sopra tutti, ma anche le checche non erano malaccio, soprattutto Love Songs For The Retarded lo ascolto con piacere ancora oggi) e poi in quel periodo ero troppo infognato – lo sono ancora – con il garage punk di Crypt e SFTRI.

Comunque, tutto questo preambolo per dire che mi sono avvicinato al disco con tutti i preconcetti del caso: devo dire, dopo averlo ascoltato per benino 3-4 volte, che non sarà un capolavoro, ma è un album divertente, fatto con sudore e palle da gente che a questo punto della carriera (e considerato come gira il mercato oggi) se sta ancora in giro e perché crede in quello che fa; per come la vedo io, ciò può essere abbastanza per benedirli se siete estimatori di questo genere. E poi i ritornelli zuccherosi di “Alice”, “Laura” e “Milano”, sparati in macchina al giusto volume fanno la loro porca figura (un paio di volte ho tirato pure fuori il dito indice dal finestrino); anche l’attacco feroce in stile DOA e il testo militante di “No Nazi” si fanno apprezzare, così come i cambi di tempo nella buona “Paura Di Reagire”.
L’unica cosa che proprio non gli perdono è la cover, molto prescindibile, di “Voglio Vederti Danzare” di Battiato. Peccato veniale di un disco che farà pogare parecchi ragazzi, poco ma sicuro.

The night of the Living Daylights

The Living Daylights – What Keeps You Breathing (No Reason, 2011)

Emo core caldo e melodico – di ceppo indubbiamente West Coast – con venature di pop punk raffinato; questi inglesi ricordano un bel beverone multivitaminico di primissimi Jawbreaker, Pegboy, Naked Raygun, Face To Face e – perché no – Green Day. Il tutto in salsa lievemente più pop e pulita, sicuramente meno hardcore e punk.

I The Living Daylights conoscono a menadito tutti i trucchi del mestiere e costruiscono un dischetto ineccepibile, molto “di genere” e aderente agli schemi, ma inattaccabile.
Ottime melodie, bella coesione, suoni cristallini ma non finti, tempi mediamente sostenuti con qualche puntatina leggermente più intimista (ma mai lagnosa).

Lo scontatissimo commento è che se fossero americani e ci trovassimo nel 1993-94, avrebbero tutte le carte in regola per diventare una band fondamentale per il genere; ma, come al solito, la realtà è diversa, quindi dobbiamo accontentarci – e loro per primi – di un bel disco, fatto con passione e talento,  ma purtroppo battuto sul tempo dai mostri sacri già tempo fa. E per questo genere vuol dire molto, visto che i concetti basilari sono già stati ampiamente affermati, quindi è estremamente arduo o addirittura impossibile dire/fare qualcosa che non sappia di déjà vu.
Eppure questi ragazzi inglesi, ripeto, hanno il loro perché, e ve ne accorgerete se amate o avete amato queste sonorità.

Too much pop punk spoiled the soup

Trigger Boys – Destination Nowhere (autoprodotto, 2011)

Onestamente ero quasi tentato di piazzare questa recensione in uno dei Wild Brunch prossimi venturi; ma poi dopo un secondo ascolto è scattata dell’empatia per questi giovani di Sulmona, ossia i Trigger Boys. Per carità, questo è un ep carino – l’aggettivo del demonio, sì… l’ho usato – di punk rock/pop punk ben fatto, nulla per cui strapparsi i capelli e decisamente derivativo. Però si fa apprezzare per la concisione… quattro brani solamente fanno in tempo a farti muovere un po’ la testa, ma senza provocare la solita sensazione di “che due palle ‘sta roba la fanno in millemila gruppi dal 1991”.

Ci sono forti echi di Rancid – e, per traslato, di Clash – così come di Ramones, Screeching Weasel, ma anche Operation Ivy e di Mr T Experience… ma i nomi citabili sono moltissimi, visto lo storico (e il volume di dischi usciti) che il genere in sé ha accumulato.
Insomma, meritano di sicuro un incoraggiamento, nella speranza di una maturazione rapida e mirata, magari verso territori meno pop punk e più punk rock/combat rock, pompando maggiormente sul lato Rancid-o e Clash-iano… dato che, diciamocelo senza pudore, il pop punk anni Novanta non ha più ragione d’esistere e suona più muffoso e stantio di un greatest hits di Michael Bolton comprato all’autogrill.

I cavalieri dello zodiaco abitano a Berkeley

Argetti – New Seeds (No Reason, 2011)

Onestamente, e non me ne vogliate, penso che un nome peggiore di Argetti (che a quanto leggo è anche uno dei cavalieri dello zodiaco… ma per favore!) sia davvero difficile da trovare – così come è piuttosto folle decidere di affibbiarlo alla propria band, soprattutto se si decide di suonare punk rock. L’impressione iniziale, quindi, è stata gravemente negativa.

Ero quasi pronto a una recensione di quelle che nei primi Novanta, nella fanzine di Rev Norb, venivano fatte solo guardando la copertina e non ascoltando il disco, ma poi ovviamente ho fatto ciò che un uomo deve fare e l’ho messo nel lettore cd. E’ stato una piacevole sorpresa constatare che, nonostante il nome da tribunale dell’Aia, i vicentini Argetti suonano un ottimo pop punk fine Ottanta/primi Novanta, che trasuda letteralmente (e lo ripeto: trasuda, ne è intriso come una spugna) suggestioni inequivocabilmente riconducibili alla prima ondata di gruppi Lookout.

Lawrence Livermore probabilmente si sarebbe innamorato di loro nel 1991-92, visto che incarnano le anime che nel periodo aureo hanno contraddistinto l’etichetta di Berkeley: punk rock asciutto e semplice, suonato senza fronzoli e tecnicismi, ma soprattutto striato di sensibilità pop alla Smiths/Morrissey e attitudine emo-core (occhio ai termini: l’emo di cui si parla non è quello di adesso, ma proprio tuuuuuutta un’altra roba). Per utilizzare il solito giochino del “somiglia a”, direi che gli Argetti sono un improbabile ibrido di Monsula, primissimi Green Day e J Church, leggermente insaporiti in salsa anni Duemila e con una persistente vena malinconica a corredo.

Notevoli davvero, quindi: probabilmente hanno anche il giusto appeal per piacere ai relitti che la scena degli albori Lookout la hanno vissuta in prima persona, così come agli under 20 e ai famigerati twentysomething. E allora, bene così. Magari ogni tanto incazzatevi un po’ di più, invece di cedere incondizionatamente al lato melanconico del pop punk…

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