Doom doom boys

Ufomammut – Oro: Opus Primum (Neurot Recordings, 2012)

[di Denis Prinzio]

Doom, doom, doom. Un genere che mi affascina molto, ma che ascolto relativamente poco; sono sempre stato un grandissimo fan dei Black Sabbath periodo Ozzy, ma a parte quei 4-5 grandi nomi non è che mi ci sono mai messo molto. Ultimamente però ho scavato un pochino nell’underground italiano, con parecchie piacevoli sorprese (alcune recensite anche qui su Black Milk). Al solito, gli italiani se si mettono a fare le cose, daje e daje diventano bravini sul serio.

Ufommamut è da sempre considerata l’istituzione italiana in ambito heavy psych/stoner doom; giunti al sesto disco, questo è il loro esordio per la Neurot (per chi non lo sapesse, l’etichetta dei Neurosis) e la prima parte di un concept che si concluderà con l’edizione di un secondo album tra sei mesi circa.
Opera intrinsecamente ambiziosa che esprime l’intenzione di creare un unico movimento dove, al solito, la monoliticità dello space doom generato dal trio di Tortona implode nella reiterazione acida e psych dal retrogusto pinkfloydiano periodo Umma GummaOro: Opus Primum alterna fasi in cui le atmosfere oniriche creano un accumulo di tensione a momenti in cui essa esplode in riff pesanti e circolari che sono la sublimazione pura di un genere che altro non è se non psichedelia scura, pesante e negativissima.

Disco forse ancor più introspettivo – definizione questa, da prendere con le molle – del precedente Eve, e quindi di non facile assimilazione anche per gli estimatori del genere: atto coraggioso e profondamente artistico che non fa che confermare la serietà della band in questione.

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Ebbene sì, maledetto Carter!

Pip Carter Lighter Maker – Western Civilization (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – TheNightmareBeforeTheDayAfter (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – Candy ep (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – s/t (autoprodotto, 2008)

Sorpresa. Chi sono questi Pip Carter Lighter Maker? Onestamente non saprei rispondere nemmeno dopo averli ascoltati e avere cercato un po’ in Rete – sono italiani, forse modenesi, si sono formati 5-6 anni fa. Quello che so, invece, è che questi tizi si sono autoprodotti un tot di cd (autoproduzione hard, ma di classe: non i cd-r della Verbatim a 10 euro al pacco, con le copertine fotocopiate; ma neppure i cd stampati in fabbrica e tipografia… quella via di mezzo un po’ bohemienne e stilosa dei cd-r con le copertine stampate col computer su cartone pesante e i cd-r masterizzati, ma con la stampa sul dorso), questi tizi sanno il fatto loro e questi tizi sembrano una band anglosassone in odore di botto, pur non essendo affatto anglosassoni.

La parola d’ordine è psichedelia – in particolare nei due cd che più mi sono piaciuti nel lotto, ovvero Western Civilization e l’omonimo Pip Carter Lighter Maker – ma l’anima della band è anche fortemente pop. Attenzione, però… parliamo del pop Sixties, quello raffinatamente artigianale, quella forma d’arte che ha plasmato (non dimentichiamolo) le prime leve del punk rock settantasettino e le vecchie guardie del garage rock.
Forse sarò banale, ma ascoltando i due cd di cui sopra ho pensato ai Pink Floyd, a Syd Barrett e ai Velvet Underground, il tutto un po’ più ripulito e laccato, con una punta di modernità britpop (che emerge prepotentemente – rendendo un filo più commerciale il sound – in TheNightmareBeforeTheDayAfter e nell’ep Candy). Per fare un discorso più generale, pensate ai Brian Jonestown Massacre in trip più barrettiano/beatlesiano e con un’aura meno tossica, sporca e nichilista. Anzi, diciamo pure che nel suo essere psichedelica, la musica dei PCLM è molto solare e rimanda a immagini di giornate passate a rosolare al sole in un campo, ben pieni di birra e di oppiaceo. O di caro vecchio acido lisergico, se mai se ne trovasse ancora in giro.

Misteriosi? Forse. Fuori moda? Di sicuro. Ma geniali e filologici da far paura. Consigliati – a meno che non abbiate necessità di violenza sonica a livello costante: in quel caso, meglio che vi rivolgiate altrove.

PS: un curioso dettaglio… dei quattro cd recapitati, almeno tre sembrano usati; la superficie su cui passa la lente del lettore è infatti tutta graffiata e macchiata come accade ai cd che vengono lasciati in giro e maltrattati. Chissà che storia hanno. Magari banalissima, magari bizzarra. Chi lo sa… e per una volta è bello così.

The Madcap and the Mojo

mojocoverSignori, il numero di marzo 2010 di Mojo è stato un colpaccio, e vale la pena di menzionarlo anche se ormai in edicola a brevissimo troverete la rivista di aprile (altro…)

Arcade Fire: ascensore per l’interno

the-arcade-fire1.jpgCosa ci fanno una decina di canadesi in un montacarichi dell’Opera di Parigi?
Semplice: gli Arcade Fire che suonano un pezzo in versione acustica per un regista francese (Vincent Moon) che si diverte a riprendere gruppi in ambientazioni inconsuete. Se non mi credete visitate blogotheque.net e scoprirete un mucchio di altri video di questo tipo (concert-a-emporter) fatti con gruppi come REM, Guillemots e Arcade Fire, appunto.
Certo, un gruppo che suona in un vecchio montacarichi è un’immagine bizzarra e piena di suggestioni spiazzanti: esattamente come la loro musica, o genio di un regista indipendente francese che li hai filmati così!
Curiosi? Eccovi allora qualche dettaglio in più.

Gli Arcade Fire sono una band giovane: nascono nel 2003 e i fondatori sono Win Butler e Regine Chassagne, ai quali si aggiungono – poi – altre sei persone (così, a essere precisi, quelli nel montacarichi dell’Opera di Parigi sono all’incirca otto).
I due fondatori del gruppo hanno entrambi una singolare storia di migrazione. Win è un americano trapiantato in Canada, mentre Regine Chassagne nasce in Canada da genitori scappati da Haiti e dal tremendo dittatore Papa Doc (questa cosa traspare in alcuni brani, prendete ad esempio il testo di “Haiti”: Mes cousins jamais nés hantent les nuits des Duvalier (“I miei cugini mai nati infestano le notti di Duvalier [Papa Doc]”).
Il loro primo album è Funeral (2004, e vai con l’allegria!) e si apre con “Neighborhood #1 (Tunnels)” un pezzo che sembra abbastanza tradizionale, visto l’attacco della batteria stile U2 di Rattle and Hum. Ma il primo colpo alla nostra sicurezza (quella che si prova nel regno del “già visto e già sentito”) arriva con la fisarmonica, che trasforma il tutto in un brano da festa di carnevale a New Orleans; poi si accelera e la voce diventa quasi hardcore (solo la voce, però) e si aggiungono tante tracce e strumenti sulla stessa linea musicale. Il tutto acquista un incedere maestoso, inarrestabile: sembra la valanga generata da un semplice sassolino.
Bel pezzo e pure quello dopo. Sentite il pianoforte da Saloon pieno di eco che vi da il benvenuto nell’anacronismo di “Neighborhood #2 (Laïka)”, poi entra la voce di Win – davvero particolare (non ve l’avevo ancora detto) – che sembra sempre sul punto di stonare o di sforzarsi oltre il proprio limite. Abituatevi: non accadrà mai e vi accorgerete di quanto sia adatta per officiare questa messa laica per qualcosa che si è perso (concetto che è l’essenza di Funeral intero).

funeral.jpg“Une Année Sans Lumière” sembra un pezzo di Frank Black, da solo o nei Pixies (fate voi), che si chiude con un ritmo anni Ottanta quasi new wave. Anche “Neighborhood #3 (Power Out)” richiama gli stessi anni (forse ho mangiato troppo, ma il ritmo di questo brano mi ricorda cose stile Wang Chung).
Con “Neighborhood #4 (Kettles)” arriva un bel lento che ricorda i Pink Floyd di “Goodbye Blue Sky”; segue il “quasi terzinato” di “Crown of Love” (pezzo con tanta malinconia dentro), che ha la funzione di far calmare le acque prima della gran sveglia: “Wake Up”.
Bene, forse non tutti sanno che (e nemmeno io lo sapevo, visto che l’ho letto poco fa su Wikipedia) gli U2 hanno scelto proprio la canzone “Wake up” come intro per il loro fortunato Vertigo-tour 2005/2006. Cosa vuol dire questo? Significa che è davvero un brano robusto e coinvolgente da subito (con gli Arcade Fire non capita spesso) e se non sarà la chitarra elettrica distorta a catturarvi, lo farà di certo il coro alla “Amico è” di dariobaldanbembiana memoria. Sarà il pezzo che più vi resterà in mente al primo ascolto, forse non il più bello dell’album (io voto per “In the Backseat”, che viene un po’ dopo e così me la tiro da esperto che scarta le cose più scontate).

In “Haiti” la voce protagonista è quella di Regine, per un brano che richiama molto i primi Talking Heads, poi arrivano Ultravox, Joy Division (almeno per la linea di basso e batteria) e ancora un bel ritmo da gruppo pop anni Ottanta ed eccovi servito “Rebellion (Lies)”, con quel “Everytime you close your eyes” ripetuto 4.000 volte.
“In the backseat” ha un testo che potrebbe vincere da solo il Nobel per la letteratura. Fa più o meno così (so che già che lo rovinerò con la mia traduzione): “Mi piace la quiete/seduta dietro/non devo guidare…/posso dormire/L’albero della mia famiglia/perde foglie/sbattono contro il posto di guida…/Alice è morta/sto imparando a guidare adesso/è tutta la vita che sto imparando…”. Canta Regine e il brano, nutrito dalla malinconia di un lutto molto vicino (del resto il titolo dell’album non è casuale) è lieve e ansiolitico: ricorda, in meglio, qualche brano (il cui titolo mi sfugge) degli Smashing Pumpkins in cui canta la bassista, sino a un momento in cui aumenta d’intensità, ma senza strafare e cadere nel pomposo con suoni di chitarra elettrica abbastanza distorta. Si chiude in dissolvenza, con un violino che gioca pigramente con le ultime note del brano.
In estrema sintesi: compratelo e ascoltatelo. Merita davvero.

neon-bible.jpgPoi nel 2007, dopo ben tre anni di meditazione attiva (tour mondiale), esce il loro secondo e per oraultimo album: Neon Bible. Dopo un disco bello come Funeral, è difficile bissare: la critica ti aspetta dietro l’angolo, il successo ti fa montare la testa e non ci sono più le mezze stagioni. Ma tutti questi luoghi comuni con gli Arcade Fire non funzionano e Neon Bible è forse anche più bello del predecessore. A un primo ascolto appare diverso, anche se non mancano gli elementi di contatto con il primo album. Prendete, ad esempio, “Black Mirror”: è Arcade Fire al 100%. Con questo intendo dire che, nonostante la varietà di suoni e di tipologie di canzone che il gruppo sperimenta, ci sono alcuni brani che te li fanno riconoscere immediatamente, e “Black Mirror” è uno. La stessa cosa si può dire di “Intervention” (il pezzo che più vi rimarrà in testa, dopo il primo ascolto di tutto l’album), di “No Cars Go” (altra canzone pronta a farsi apprezzare velocemente) e di “Windowsill”.
L’elemento di rottura arriva con “Keep the Car Running” che, dopo un intro di chitarra stile “Battle of Evermore” dei Led Zeppelin (per intenderci), viene totalmente trasformata dalla voce di Win in qualcosa di più familiare; il riferimento è molto facile da individuare: “Minchia, ma questo è Bruce Springsteen!”. Eh sì: l’ingrediente nuovo di questo album è proprio la presenza di qualche coordinata musicale più evidente e facilmente identificabile. Sentirete la presenza di Springsteen a metà tra Born in the USA e The River in brani come “Antichrist Television Blues” e “Intervention”; qualcosa di Tom Waits in “Neon Bible” e “Ocean of Noise”, dove – però – si mescola a Leonard Cohen e Chris Isaak (!).
Anche questa volta c’è posto per una parentesi pop anni Ottanta, quando la voce squillante di Regine canta “Black Wave/Bad Vibrations” (ricordate i Propaganda?), poi lascia il posto a Win per una variazione con linea melodica e atmosfera che può rammentare il Tom Waits di Swordfish Trombones (certo la voce è diversa… ma l’odore è lo stesso, secondo me).
“The Well and the Lighthouse” si mantiene sull’onda di queste reminescenze anni Ottanta, a parte la chiusura che torna ancor più indietro: un altro bel pezzo da crooner alla Bing Crosby anni Cinquanta-Sessanta. Spiazzante, come al solito, ‘sto manipolo di giovani aitanti americo-canado-haitiani…
Chiude l’album “My Body Is a Cage”, ed è l’ennesima sorpresa: un pezzo molto bello dalle sonorità alla Phil Collins di “In the Air Tonight”.

Tirando le somme, anche Neon Bible è un album che merita di essere ascoltato e riascoltato più volte: difficilmente vi stuferà.
Che dire ancora degli Arcade Fire, dunque? Prendendo in prestito un’immagine, direi che questo gruppo vi porta a spasso in una giornata senza sole, o in una di quelle in cui le nuvole coprono sovente il sole. Ma non sempre piove e comunque non vuol dire che ci si stia male. Basta starsene al coperto con in mano qualcosa di caldo per godere di questa musica, che sicuramente fa pensare. Preparatevi, quindi, a un viaggio interiore: se verso l’alto o verso il basso dipenderà in gran parte dal vostro stato d’animo del momento.

La parola all’uomo morto: intervista ai Dead Man

dm_highres3.jpgOrmai il nome degli svedesi Dead Man dovrebbe suonare familiare alle orecchie dei blackmilkers piu’ fedeli, anche grazie alle ottime recensioni ottenute dal loro ultimo album “Euphoria”. Un disco, quest’ultimo, ricchissimo di spunti, policromo, sospeso in una specie di Terra di Mezzo musicale, totalmente calato in un immaginario a cavallo fra i tardi Sixties e i primi Seventies. Allo stesso tempo, però, capace di suonare fresco e di attirare l’attenzione di chi – negli ultimi mesi – si è innamorato di gruppi che seguono la stesso sentiero come i Black Mountain. Quindi ci è parso giusto e naturale fare due chiacchiere con Joakim, che della formazione di Orebro è bassista e cantante.

Ciao Joakim e benvenuto su Black Milk; puoi presentarci i Dead Man attraverso una breve storia del gruppo?
Tutto è iniziato nel 2002. Johan (chitarra acustica), Kristoffer (chitarra elettrica) e Markus (batteria) cercavano un bassista così mi hanno contattato. Abbiamo iniziato a fare delle jam e scrivere un po’ di canzoni. Quello stesso anno abbiamo provato tantissimo e l’anno dopo abbiamo fatto il nostro primo concerto. Nel 2004 abbiamo registrato il nostro primo singolo Ship Ahoy. Da allora abbiamo inciso e pubblicato due album, entrambi su Crusher Records.

Siete un gruppo molto giovane, ma allo stesso tempo avete un’identità musicale molto forte. Avete avuto altre esperienze musicali importanti, prima dei Dead Man? Magari in altri generi?
Io e Markus durante gli anni Novanta abbiamo suonato nei Roadrunners; io ho suonato anche in vari gruppi garage e r’n’b come gli Strollers e gli Springtones. Prima dei Dead Man io e Kristoffer suonavamo insieme in una band che si chiamava Hookah, ma non suonavamo dal vivo, abbiamo registrato solo qualche demo durante le prove.
Kristoffer, durante gli anni Novanta, suonava nei Norrsken e prima di allora aveva militato in parecchie punk band. Johan, invece, ha sempre suonato musica folk svedese, da solo.

Il vostro nuovo disco, Euphoria, mostra molte influenze che vanno dai Sessatna ai Settanta, dai Jefferson Airplane ai Black Sabbath, passando attraverso i Pink Floyd e il folk: puoi parlarci un po’ dei vostri ascolti?
Mi piace sia la musica vecchia sia quella nuova, ma ascolto principalmente musica dei Sixtioes e Seventies. Il mio primo amore sono stati i Kiss e più tardi ho iniziato ad ascoltare i Beatles e gli Stones. In ogni modo, tutti amiamo la musica di quell’epoca e tutti collezioniamo i vinili.

Come scrivete di solito i vostri pezzi? Puoi parlarci del songwriting all’interno del gruppo?
Di regola scriviamo un po’ di pezzi ognuno per conto proprio e poi li arrangiamo insieme. A volte componiamo assieme e altre volte ancora partiamo da un riff o da una sequenza di accordi e ci facciamo delle jam. “Footsteps”, per esempio, e partita da un testo che aveva scritto Marcus, dopodiche’ io aggiunto la sequenza di accordi. Posso tirare a indovinare, ma non penso che abbiamo un vero metodo di scrittura dei nostri pezzi.

Dal primo album fino a ora il vostro suono sembra essere influenzato molto dalla forza della natura… qual è il vostro rapporto con essa?
Sia Kristoffer che Johan vengono dalla campagna, io stesso ho passato parecchio tempo nei boschi quando ero più giovane. Durante l’estate ci piace suonare e comporre all’aria aperta immersi nella natura. E’ un buon posto per rilassarci e, allo stesso tempo, la natura è fonte di grande ispirazione per noi. I colori della natura sono i colori che abbiamo dentro di noi.

dead-man3.jpgTornando a Euphoria, puoi dirci qualcosa della registrazioni? Siete felici del risultato raggiunto? Pensi che avete raggiunto il massimo a livello di potere espressivo?
Sono molto soddisfatto del risultato! Penso che sia differente dal nostro primo album. Il primo disco è stato registrato in una settimana, mentre per questo abbiamo avuto molto più tempo a disposizione. Allo stesso tempo sapevamo anche meglio come volevamo che fosse. Abbiamo registrato il nuovo disco nella nostra città Orebro in uno studio costruito da poco: il Buffallo Bongo.
Abbiamo avuto anche degli ospiti/amici che suonano su Euphoria: Anders e Mats. Anche questa è stata un’esperienza nuova per il gruppo. Rispondendo alla tua domanda, se raggiungessi il massimo a livello di capacità di espressione penso che smetterei di suonare e mi dedicherei a qualcos’ altro.

Parliamo di Orebro: è un buon posto per suonare e conoscere musicisti? Come influenza le vostre scelte musicali (sempre che lo faccia)?
Mi piace Orebro! Penso sia una bella città sotto molti punti di vista. L’unico problema è che non ci sono molto posti che offrono musica dal vivo. Ma ci sono un sacco di ottimi gruppi. Il fatto che Orebro non sia molto grande fa sì che più o meno ci si conosca tutti: io sono amico con buona parte della scena locale punk e hard rock.
Per nominarne giusto qualcuno: Graveyard, Winchester Widowmakers, Bland Bladen, Asteroid, Accidents, Kvoteringen, Troubled Horse, The Satans e I Witchcraft.

Puoi consigliare ai nostri lettori qualche album o artista che ultimamente ha attirato la tua attenzione?
Mi piace molto l’ultimo album di Tom Petty e anche quello dei Maharajas. Ma come ti ho già detto ascolto un sacco di vecchia musica come Captain Beefhart i Mascots, la Band e molti altri ancora…

Dove vedi il gruppo nei prossimi 12 mesi? Qualche piano in particolare?
Abbiamo un po’ di concerti in primavera qui in Scandinavia e un tour Europeo organizzato per settembre. Il nostro obbiettivo e di riuscire a suonare dal vivo il più possibile e scrivere e registrare del nuovo materiale.

Grazie Joakim è stato un piacere averti qui con noi, ti lascio questo spazio per dire quello che vuoi ai nostri lettori.
Grazie mille, spero di vedervi tutti presto. Venite a vedere la nostra pagina myspace per ascoltare la nostra musica e conoscerci meglio: www. myspace. com/deadmansweden.
Godetevi la vostra vita! Love, Joakim

Il ritorno dell’uomo morto

deadman1.jpgDead Man – Dead Man (Crusher, 2006 [2008])

In occasione dell’uscita del secondo album della band, la Crusher Records ha pensato di ristampare la prima fatica (in vinile bianco!) dei Dead Man. Una saggia mossa, dato che si tratta di un lavoro che ti fa rimanere a bocca aperta come un ragazzino di fronte alla nuova Playstation o come un pornofilo per la prima volta in un sexy shop. Certo, il nome della band è poco accattivante, di primo acchito, ma tant’è: quello che conta è il sound e – per dio – questi nordeuropei (svedesoni) ne hanno a pacchi di sound. A pacchi.
Cosa ci sarà nell’aria lassù? Non so dirvelo, fatto sta che la percentuale di band notevolissime che le lande dei fiordi e dintorni sfornano è davvero molto alta.
La parola d’ordine, come forse saprete, è Seventies. La controparola è psych. E il corollario è garage rock, con tocchi di folk rock, Stones-sound, un po’ di Seeds e 13th Floor Elevators.
Sognanti e duri al tempo stesso, per farsi venire voglia di vedere qualche culetto che si scuote ballando. E poi – subito dopo – pensare a dove si può reperire una mezza busta di roba.
C’è poco da dire: spaccano. Quanto successo avranno? Poco, pochissimo… in un certo senso è quasi meglio che gioiellini così restino misconosciuti. Ma non c’è pericolo, fortunatamente, se l’ondata Black Mountain e Warlocks si affievolirà in tempi brevi.
Fatelo vostro, non giocate alle amebe. L’etichetta, ripeto, è la Crusher Records: date un occhio al catalogo…

E preparatevi: a breve un’intervista ai Dead Man su Black Milk.

L’euforia dell’uomo morto

euphoria.jpgDead Man – Euphoria (Crusher, 2008)

Li avevamo lasciati nel 2006 con il loro debut album (omonimo): una vera stilettata al cuore, tanto era bello, sognante, ruvido e irrimediabilmente loser. Rieccoli, quindi, a circa due anni di distanza, con una nuova prova sulla lunga distanza, pronti a riconfermare e rafforzare ogni singola impressione positiva già data.

I Dead Man, svedesi doc (o quasi) spaccano. Perdonate il termine da supergiovane mancato, ma in effetti l’entusiasmo ogni tanto gioca brutti scherzi. Pensate a un mefistofelico e tentatore mix di primi Black Sabbath, Pink Floyd Barrett-era, i Jefferson Airplane più acidi e un tocco di garage psych in puro stile Nuggets.
I 50 minuti di Euphoria non perdonano, questo è poco ma sicuro… duri e puri stoner, malati di prog, freak del sound rock dei Seventies più baffuti e drogati, melomani a caccia di armonie tossiche: avete trovato uno dei vostri album dell’anno. Tutti gli altri si accomodino pure a ritirare il buono sconto per un bel cappelluccio da asino in cartapesta.

Grande band, grande album. E grazie alla Crusher Records, che in quanto a qualità ha decisamente un senso dell’olfatto molto sviluppato.

PS: l’album sarà in vendita dal 31 marzo. Fate voi…

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