Tortona anni Sessanta: il beat abitava qui (p I)

animenere1.jpgTanino Castellani è un pioniere, un prime mover del beat nostrano (nonché papà della nostra ottima collaboratrice e webmistress di Retrophobic Georgia). Attivo sin dalla giovane età come musicista, ha animato per lungo tempo i palchi della città di Tortona (con frequenti puntate su e giù per lo stivale), come fondatore, batterista o sessionman di molti complessi (che oggi sarebbero definiti band underground) cittadini. È davvero interessante potere, per un attimo, sentire il profumo dei veri anni Sessanta, dalle parole autentiche di chi li ha vissuti e si è lasciato coinvolgere dall’eccitazione del momento. Il fatto che ancora oggi a Tanino piaccia parlarne e scriverne, è indicativo di quanto l’atmosfera dei Sixties fosse speciale, anche in una realtà provinciale come quella tortonese. E quegli anni hanno restituito a Tanino anche diverse soddisfazioni, come le session di registrazione alla Ricordi di Milano e poi a Londra, ma cercheremo di estorcergli un po’ di aneddotica in quello che sarà (speriamo) il seguito di questo articolo. Ecco cosa ci ha raccontato…

[…] Negli anni Sessanta, Tortona era una città in fermento musicale. I complessini, sull’onda e su imitazione dei gruppi inglesi di successo, nascevano, crescevano e si moltiplicavano così rapidamente da perderne il conto. Ma procediamo con ordine: i primi furono I cinque della torre e I Marines. Due gruppi storici del quadro musicale cittadino, anche se il loro repertorio conteneva più brani latino-americani e melodici all’italiana che non beat all’inglese. Anche perché, in Italia, il beat arrivò 5torre.jpgcon i Beatles e i Rollings Stones, (1963-64) seguiti da Kinks, Hollies, Dave Clark Five, Spencer Davis Group, Animals e altri che furono famosi anche solo per un 45 giri di successo. E quando anche dagli Stati Uniti arrivarono i primi singoli dei Beach Boys, ecco che Tortona cominciò ad annoverare gruppi beat che eseguivano pezzi dei sopracitati gruppi storici.
Iniziarono a diventare famosi, nell’ambito cittadino, complessi come i Wanted, i Diamonds e i Jolly Rogers, seguiti e imitati dai Nottambuli e dai Beathovens (ex Anime Nere) di cui io sono stato uno dei fondatori e membri. Ben presto ne seguirono molti altri. La cosa interessante, in un periodo in cui non esisteva Internet e i negozi di dischi non erano aggiornati come ora, era il modo in cui i musicisti Tortonesi riuscivano a conoscere i successi d’oltremanica o Americani con la tempestività necessaria. Tutto, infatti, era affidato alla radio.
A partire dalle sette di sera io mi sintonizzavo su emittenti come Radio Luxemburg (che trasmetteva da Londra); i più fortunati, quelli che possedevano apparecchi più potenti, ascoltavano le emittenti inglesi e americane. L’immancabile registratore a bobine ci permetteva di registrare (male, a volte malissimo…) i successi di quei gruppi o di quei cantanti che, nel giro di qualche mese, avrebbero venduto milioni di dischi anche in Italia. So per certo che, in quel periodo, lo stesso sistema veniva applicato anche dai gruppi italiani di maggior successo. Maurizio Vandelli, leader dell’Equipe 84, mi ha confidato che ascoltava Radio Luxemburg e Radio Carolina, la sera. Ed è in quel modo che riusciva a proporre, con il suo gruppo, le cover dei successi americani (vedi “Somebody groovin’” dei Mamas & Papas lanciata poi in Italia col titolo di “Alti nel cielo” e “Don’t worry baby” dei Beach Boys, in Italia col titolo di “Sei già di un altro”).

Oltre all’Equipe 84 seguivano questo percorso anche i Dik Dik (“California dreaming” e “I saw her again” dei Mamas & Papas divenute in italiano “Sognando California” e “Il mondo è con noi”), i New Dada (gruppo milanese il cui cantante Maurizio cantava “I’ll go crazy”, uno dei primi successi dei Moody Blues), i Camaleonti (“Homburg dei Procol Harum divenne “L’ora dell’amore”) e così via.
L’abilità del musicista consisteva, allora, nell’essere in condizione di capire il testo e gli accordi della canzone stessa dal brano registrato, in modo di poterla poi suonare con il debito anticipo. Noi, per esempio, possiamo vantarci di aver presentato al pubblico in anteprima (cioè prima che uscisse il disco in Italia, o per lo meno a Tortona) “Hey Jude” dei Beatles.
Alcuni gruppi americani e inglesi (vedi Moody Blues) mietevano successi clamorosi nei rispettivi paesi d’origine, ma essendo mal distribuiti in Italia, le loro canzoni arrivavano anche dopo anni, sul nostro mercato.

beathovens1.jpgIn quel periodo Tortona si riempiva di suoni, di voci e di rumori che arrivavano, la sera, dalle cantine o dai garage in cui i complessini si cimentavano. E nel periodo in cui, in Italia, tutto si comprava a rate, anche i musicisti riuscivano a trovare il negoziante che vendesse loro amplificatori, batterie e chitarre. Quando riuscivano a mettere insieme un numero congruo di brani si cercava un posto in cui suonare. E qui nasceva un altro problema perché, allora, i locali da ballo in cui esibirsi, non erano molti. E la maggior parte non gradivano i chiassosi suoni che uscivano da improbabili amplificatori delle marche più impensate, naturalmente a valvole, pesantissimi e rumorosi. Ma il beat e la musica dei giovani di allora non poteva fermarsi davanti alle prime difficoltà. Si improvvisavano così dei concerti in balere di periferia dove, tra un valzer e una mazurca (immancabili: in questo modo, si cercava di accontentare, anche se parzialmente, gli spettatori abituati ai giri di liscio), per poi dar modo ai giovani di scatenarsi al ritmo di “Please please me” e “Satisfaction”.

Comunque, a Tortona, c’era un grosso negozio di dischi e di strumenti musicali che si chiamava Emiliani. Ne vorrei parlare perché, dopo casa mia, quello era il posto in cui passavo più tempo, in quel periodo. Il negozio era ubicato sotto i portici, vicino al Bar Bardoneschi, centro pulsante di Tortona.
Il signor Claudio e sua moglie Mariuccia erano ottimi commercianti, ma sapevano intrattenere un buon rapporto umano con tutti i clienti, specialmente con me che, da loro, ero di casa e un ottimo acquirente. Da Emiliani acquistai la prima batteria (a rate), poi successivamente, una seconda (Ludwig, naturalmente, anch’essa a rate) e milioni di 45 e 33 giri (venire a casa mia per credere). La cosa singolare era che, ormai, dopo tanti anni e dopo tanti dischi, la nostra era diventata una sfida. Io arrivavo in negozio chiedendo l’ultimo 45, ad esempio, dei Blood, Sweat and Tears e lui mi rispondeva, se già non lo aveva: “ Prendo nota e martedì lo avrai”. Lui il lunedì andava sempre a Milano e dalle Messaggerie Musicali recuperava il disco che gli avevo chiesto. E mai una copia singola, perché, diceva, “Se l’hai chiesto tu, me lo chiederanno anche altri”.

Con il passare del tempo, avevo acquisito una certa nomea a livello cittadino. Così, un settimanale locale mi chiese se avessi avuto tempo da dedicare alla redazione e alla gestione di una rubrica che di musica. Io accettai e così molte case discografiche iniziarono a spedirmi le loro novità per farmele recensire. La cosa curiosa che ricordo con orgoglio è che, dopo aver pubblicato e giudicato positivamente un grande successo come “Elise” di Barry Ryan, mi arrivò a casa una grande foto di Barry Ryan stesso, autografata di suo pugno con la dicitura: “ To Tanino Castellani, many thanks for ‘Elise’”.

Il nostro gruppo, cioè I Beathovens, in quel periodo (1966-67) era formato da musicisti che riuscivano ad abbinare una certa bravura nel suonare più di uno strumento. Succedeva così che il chitarrista se la cavasse anche con il sax e il tastierista fosse bravo anche a suonare la tromba. Questo ci permise di inserire nel nostro repertorio beat anche un congruo numero di brani r&b con cover come “In the midnight hour” di Wilson Pickett, “I got You” di James Brown, “Respect” di Otis Redding, “Hold on, I’m coming” e così via.
Ma i pezzi forti del nostro repertorio restavano i brani beat: cover dignitose di brani dei Beatles e dei Kinks, di cui, almeno a Tortona, eravamo gli unici sostenitori accaniti. Erano poche le vetrine in cui avevamo la maniera di presentarci a un pubblico interessato: i nostri cavalli di battaglia erano gli spettacoli di beneficenza o le manifestazioni pubbliche organizzate dal Comune (sempre rigorosamente gratis).
In quelle occasioni, però, c’era competizione. Perché, con pochi brani a disposizione prima di dover cedere il palco (di solito due o tre) cercavamo tutti di far capire al pubblico la nostra bravura, la nostra preparazione musicale e il nostro affiatamento come complesso.

Col passare degli anni i locali si adeguarono alla clientela, formata sempre più da giovani alla ricerca di quel sound o di quel ritmo che ormai le radio sparavano a manetta. Le trasmissioni radiofoniche si specializzarono, sull’onda della prima Bandiera Gialla di Arbore e Boncompagni, facendo seguire le varie Hit Parade a emulazione di quelli che, sulle emittenti straniere, erano i programmi più seguiti e apprezzati dai giovani.
Il nostro gruppo cominciava ad avere alcuni fan a livello locale, che ci seguivano quando suonavamo nei pressi di Tortona. E fu durante una di queste serate che fui invitato a un festival di voci nuove che si teneva a Valenza. Non era certo paragonabile al Festival di San Remo, ma il vincitore avrebbe avuto la possibilità di incidere un disco con la Fonit Cetra.
Alcuni giorni prima di questo Festival, successe anche a me, come a tutti gli adolescenti del mondo, di cambiare la voce. Ero preoccupato, perché la voce non mi tornava, rimanendo piuttosto rauca anche se riuscivo a prendere quasi le stesse note di prima (il la comodamente, il si bemolle a fatica, il si quasi per caso…). Decisi che avrei cantato un vecchio pezzo di Fausto Leali dal suo primo album che si intitolava “Per un momento ho perso te”. Fu un successone, vinsi la serata eliminatoria e arrivai secondo in finale (l’eterno secondo). Ricevetti il premio di consolazione, ma niente disco. Peccato.

Nel 1969, con lo scioglimento dei Beatles e sull’onda dei movimenti studenteschi, il panorama musicale subì un radicale cambiamento. L’arrivo in Italia di cantautori americani e inglesi (Bob Dylan, Crosby-Stills-Nash & Young, Cat Stevens e altri) con i loro testi politicamente impegnati nel sociale, spinsero i giovani ad ascoltare anche i cantautori italiani, dai più impegnati (Guccini, De Gregori) ai più sdolcinati (Venditti, Cocciante). E per i seguaci del beat fu un trauma. Ma fortunatamente, almeno in Italia, c’era sempre Battisti.
beathovens2.jpgFu proprio in quel periodo che avvenne la svolta della mia carriera musicale. Infatti, un nostro concittadino, Giuliano Illiani, in arte Donatello, dopo aver suonato la chitarra per alcuni anni con Gianni Morandi, ebbe la fortuna di partecipare al Festival di San Remo in coppia con i Dik Dik, con il brano “Io mi fermo qui” (da lui composto, anche se firmato dalla famosa coppia di altri illustri concittadini: Enrico Riccardi e Luigi Albertelli).
Il successo fu immediato e Donatello decise di formare un proprio gruppo per le numerose serate che gli venivano proposte. Così, mi venne chiesto di suonare la batteria nel gruppo, con Donatello stesso alla chitarra, Piero Leidi al basso e Tino Nicorelli alle tastiere (praticamente l’ex complesso di Morandi).

A me, sembrò di toccare il cielo con un dito anche se devo ammettere che, probabilmente, del gruppo ero il meno bravo come musicista; ma me la cavavo abbastanza bene con seconde voci e altro. E comunque, il genere melodico delle canzoni da eseguire non necessitava per forza un Ginger Baker o un Tullio De Piscopo.
Cominciò per me, non ancora ventenne, il sogno di ogni musicista alle prime armi. Ricordo che fummo invitati dalla ditta Schaller Bauer di Bologna, concessionaria italiana di Fender e Ludwig, a pubblicizzare i loro strumenti. Ci recammo quindi a Bologna e, mentre i miei compagni sceglievano amplificatori e chitarre Fender, io mi recai nel capannone attiguo dove scelsi, pezzo per pezzo, una batteria Ludwig, come quella di Ringo Starr. E mi ricordo che me la tiravo anche: sembrava quasi che sapessi quale dovesse essere l’accordatura migliore dei tom e dei timpani, nonché della cassa e del rullante. Sul palco, poi, avevamo cura di indossare abiti ed accessori alla moda beat, forse anche qualcosa di esagerato, per colpire l’interesse degli spettatori

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[Il materiale fotografico è di proprietà di Tanino Castellani; l’immagine del 45 giri de I 5 della Torre è tratta dal libro Liverpool, Via Emilia di Pietro Porta, Editrice Sette Giorni, aprile 1994]

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