Stiv says…

Il 2 giugno 1990 Stiv Bators (all’anagrafe Steven John Bator), moriva nel sonno per i traumi causati da un taxi che l’aveva investito alcune ore prima, a Parigi. Per ricordare più o meno degnamente il leggendario cantante di Frankenstein, Dead Boys, Wanderers e Lords of the New Church, questa intervista del 24 settembre 1977 al The Demi Monde Show, su WTBS Radio, sembra cascare a fagiolo.
Stiv è young, loud & snotty, il primo album dei Dead Boys è appena uscito e il mondo potrebbe cascare ai loro piedi. Insieme a lui, a fare da spalla con tendenze diplomatiche, Jimmy Zero. Godetevi questa traduzione riesumata dalle catacombe.

Oedi: Questa era “All This And More” dei Dead Boys. Stiv, è il tuo inno?
SB: No.

Oedi: Chi l’ha scritta?
SB: Jimmy ha scritto la musica, il testo e gli arrangiamenti.

Oedi: Jimmy è il compositore principale?
JZ: No. Siamo molto democratici. Cheetah ed io scriviamo la musica, per conto nostro… e Stiv in pratica è diventato il paroliere del gruppo. Si occupa, almeno in questo momento, di quasi tutti i testi.
SB: Sì, perché mi servono i soldi.
JZ: Lui punta alle royalties.

Oedi: Adesso il disco è uscito per Warner, Stiv, e mi dicevi che è stato modificato secondo le vostre richieste perché l’ultima volta che l’avevate ascoltato non vi piaceva il mixaggio.
SB: Sì, come ti dicevo, era troppo pulito, troppo prodotto. Così non sembravamo noi. Lo volevamo più simile a come siamo live.
JZ: E non era abbastanza alto di volume.
SB: Non somigliava a come siamo dal vivo e noi invece volevamo questo.
JZ: Era una registrazione truffaldina.
SB: Non solo hanno alzato il volume di diverse cose, ma ne hanno eliminate anche tante che avrebbero dovuto esserci. Era la nostra prima incisione, quindi non sapevamo esattamente cosa facevamo, così abbiamo sperimentato sul campo cosa significa fare un disco. Dopo avere lavorato sui nastri per sei mesi ho capito cosa non andava e cosa invece funzionava. Adesso penso che sia un disco onesto… e sono felice di come è venuto. A un certo punto ci eravamo messi in testa che Genya ci stesse facendo un cattivo servizio, che fosse tutta colpa sua. Ma la responsabilità era di altri. E alla fine siamo riusciti a modificare il tutto… abbiamo ottenuto quasi tutto ciò che volevamo, ma non l’abbiamo lasciata fare il mixaggio.

Oedi: Adesso che il disco è uscito per Warner partirete per un tour?
SB: Sì, da qui andremo ancora al CBGB’s e poi in Delaware, a Toronto e a Nord: Chicago, Detroit…
JZ: E poi nella costa Ovest.
SB: Seattle e poi giù sulla costa e da San Francisco voleremo a Londra.

Oedi: Davvero? Quando sarete là?
SB: Partiamo il 9 novembre. Saremo in tour coi Damned.
JZ: Abbiamo 20 date con loro.

Oedi: Grande! Ma dove sono Jimmy e Cheetah?
SB: Jimmy è qui vicino a te.

Oedi: Volevo dire Johnny!!! Li avete lasciati al New England Music City a firmare autografi?
SB: No, sono andati in albergo.
JZ: Cheetah si sta facendo la punta alle scarpe e Johnny si sta facendo i canini a punta.

Oedi: Jimmy, un vostro collega su Warner è Richard Hell. Non sappiamo molto di lui, tranne che è lì e una volta suonava con Heartbreakers.
JZ: Richard, lo dovresti sapere, ha un grande seguito a New York. Se lo vedi suonare capisci che è dovuto al fatto che ha un sound molto nuovo e originale. Non so come la gente reagirà, ma a me piace e lo trovo interessante. Diverso, speciale, del tutto personale. Non somiglia a nessuno che io abbia mai sentito.

Oedi: E allora sentiamolo.

[Richard Hell and The Voidoids – “Down at The Rock’Roll Club”]

SB: Sì, andiamo tutti al rock and roll club, al Rat. E’ dove vi vogliamo tutti stasera, perché da quando siamo qui non abbiamo ancora scopato! Ci serve qualcuno per farlo. Ah, la prossima canzone che sentiamo è stata un grande successo a Cleveland. Quante volte è stata al numero uno in un anno?
JZ: Non lo so, avevo tipo tre anni all’epoca, non era nel ’66, più o meno?
SB: Sì, ma è stata al top per tre volte o giù di lì in un solo anno. E’ un vecchio singolo garage punk. Questa è roba che ha influenzato i Dead Boys. E poi a New York nessuno ha mai sentito questo pezzo che si chiama “Little Black Egg” dei The Nightcrawlers. E’ dedicata alla mamma di Bobby dei Thundertrain, lei ora è morta.

[The Nightcrawlers – “Little Black Egg”, Dead Boys – “Hey Little Girl”]

Oedi: Eccoci su WTBS, di Cambridge, all’Oedipus Demi Monde Show oggi ci sono i Dead Boys.
SB: Facciamo un concorso.
JZ: Grande!!! [sarcastico]
SB: In palio ci sono cinque copie di “Young Loud and Snotty”. Dovete solo chiamare e ansimare nella maniera più erotica che potete nel telefono. Chi l ofa meglio, si becca un disco.

[The Cortinas – “Fascist Dictator”, The Boize – “So Depressing”, The Buzzcocks – “Boredom”]

Oedi: Ok, ecco un concorrente…
SB: O, allora forza con l’ansimare…
Concorrente – [ansima]
SB: Ma per piacere, non ci viene neppure duro!
Concorrente: Cosa ne dici se vengo lì e vi faccio un pompino?
SB: Ok, potrebbe andare.

[La conversazione è tagliata e parte Dead Boys – “Ain’t Nothin’ To Do”]

Oedi: Credo che ci sia un altro concorrente in linea…
SB: Pronto?
Concorrente: Ciao…
SB: Vuoi ansimare? Sei in onda.
Concorrente – Devi ispirarmi.
SB: Magari se tu fossi qui…
Concorrente – Devi darmi un po’ d’ispirazione…
SB: Su dai, ansima, non ti servono i preliminari…

[Talking Heads – “Burning Down The House”, Nervous Eaters – “Loretta”, Dead Boys – “I Need Lunch”]

Oedi: Allora abbiamo i vincitori. C’è un sacco di gente che ansima là fuori. Hanno vinto un disco Trisha Brown, Dave Brown, Rita Daniels Alias Moose Cholah, Joanne Green e Nadine San Antonio. Loro sono i cinque vincitori. Adesso, Jimmy, cosa mi dici della Sire che è diventata della Warner?
JZ- Credo sia una buona cosa; per cominciare mi ridà fiducia nel record business, che stava evaporando. Quando abbiamo firmato per Sire ero felicissimo che un’etichetta credesse in una band come noi; poi quando Warner ha acquisito Sire, investendo su gente come Richard Hell, Ramones, noi, Talking Heads, ero contento di vedere che la New Wave poteva diventare una realtà e non restare qualcosa che restava confinata in un bar o un club, coi gruppi che suonano per 15, 20 persone. Warner sta facendo le cose per bene. Siamo stati trattati davvero bene. Non c’è nessun trip da rockstar di mezzo o quelle robe che non ci piacciono. E tutto è andato proprio bene.

Oedi: Però voi suonate ancora nei bar.
JZ: E spero che continueremo a farlo! Anche se non pagano molto, è il posto dove vieni a contatto con le persone. Noi preferiamo avere un rapporto stretto con il pubblico, piuttosto che quella roba alla Peter Frampton, che hai 20.000 persone davanti a te in uno stadio e il più vicino a te è a 50 metri. Non ci piacciono queste cose.

Oedi: Quindi sia Sire che Warner vi hanno opzionato per più di un album e vi supporteranno economicamente?
JZ: Oh sì! Si sono impegnate totalmente. Credono in noi e io ho imparato a credere in loro. Penso che abbiano fatto davvero un gesto coraggioso pubblicando un album come il nostro, perché va contro quella che immagino sia l’onda commerciale. Come ho già detto, questo ha ristabilito la mia fiducia nell’industria musicale; c’è un’etichetta che farà uscire quello che considero una vera novità, piuttosto differente dall’immondizia prevedibile e precotta che gli americani – e la gente in tutto il mondo – deve subire. Così nuovi gruppi con nuovi atteggiamenti e idee, che fanno musica onesta, potranno emergere e fare qualcosa. Per me è grandioso!

Oedi: La penso come te. Passando ad altro, sul piatto abbiamo in attesa “Thirty Seconds Over Tokyo”. Vediamo… Peter Laughner, un membro dei Pere Ubu, è morto recentemente. voi lo conoscevate. Stiv?
SB: Sì, grazie a lui ho incontrato Cheetah. Cheetah suonava con lui in una band, i Rocket from The Tomb. Jimmy ed io suonavamo assieme e avevamo iniziato a frequentare Laughner. Laughner voleva che io cantassi, così mi unii al gruppo perché Jimmy ed io volevamo fare una band insieme a Cheetah. Così sono entrato nel gruppo e ho rubato Cheetah.

Oedi: Ma Cheetah c’entra qualcosa con questa canzone?
SB: “30 Seconds”? Sì, ha scritto la musica.
JZ: Magari sul disco non c’è scritto, non ho visto. Comunque quando Cheetah l’ha scritta e il gruppo l’ha suonata le prime volte, era molto diversa dalla versione che state per ascoltare. Non voglio parlare male di questa, ma era una canzone molto più potente, più vicina al sound dei Dead Boys di quanto non sia ora. E di Peter, cosa posso dire… è morto. Non gli dispiacerebbe se ci scherzassi su, e comunque si sarebbe ammazzato, era la situazione perfetta.
SB: Su Punk magazine hanno fatto un concorso tipo “Chi è il più punk?” e lui ha vinto il secondo posto. Ha scritto: “Punk è sapere che morirai ma non te ne importa”. E questa roba è stata pubblicata, direi, un anno fa.
JZ: E’ stato piuttosto attivo in una scena che probabilmente chi vive a Boston non conosce e magari nemmeno è interessato a farlo, ma comunque era la scena del Midwest. scriveva per Cream e direi che è stato uno dei pionieri della  new wave nel Midwest, come chitarrista e compositore. Ha fatto anche diverse cose con Lester Bangs.

Oedi: Purtroppo i Pere Ubu non sono mai venuti a Boston. Dovevano farlo, ma è saltato tutto.
SB: Probabile che non siano riusciti a trovare un modo per portare qui Crocus.

Oedi: Mi sembra di capire che è un tizio molto grosso.
SB: Oh sì, tanto.

Oedi: Dedichiamo questa al Dead Boy originale…
JZ: Alla balena spiaggiata originale!

[Pere Ubu – “Thirty Seconds Over Tokyo”]

SB: Erano i Pere Ubu. Di Cleveland. Sono noiosi.

Oedi: Veramente è una canzone piuttosto profonda.
SB: (sarcastico) Molto concettuale!
JZ: Sì, molto… artistica… artistoide scorreggiona.
SB- Sì, è roba su cui Kid Leo farebbe gorgheggi… no a parte gli scherzi…

Oedi: Sarete al Rat stasera?
SB: Lo spero… e anche domani. Venite tutti, ma solo se ne avete voglia: nessuno vi obbliga. E sarebbe bello che compraste un po’ di t-shirt mentre siete lì, perché dobbiamo mangiare… comunque saremo lì e saremo giovani, casinisti e maleducati per voi di Boston, stasera. E bevete di brutto, così potremo comprarci i biglietti per tornare a casa. E la prossima è per Cheetah che si sta scopando Geeta proprio ora. E per Jeff e Johnny che si stanno masturbando.

[Dead Boys – “What Love Is”]

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Quella volta che Peter Laughner fu intervistato da Punk

Peter Laughner: la famosa intervista in Punk Magazine

La fascinazione per Peter Laugnher, qui nel bunker di Black Milk, è nota. Conclamata.  Per rendergli omaggio nuovamente, si è pensato di tradurre una breve e buffa intervista rilasciata a Punk Magazine in occasione della vincita di un concorso. Peter aveva inviato un breve saggio messo insieme senza nemmeno pensarci troppo e aveva vinto il secondo premio, ovvero un abbonamento alla rivista e il diritto a vedere pubblicato il suo pezzo (pare che sia uscito nel secondo numero). Ecco come ha risposto alle domande che la redazione gli ha fatto, dopo aver decretato che lui era uno dei vincitori…

Descrivi il punk in 20 parole:
Punk è sapere che morirai e non te ne frega niente. OPPURE: Punk è sapere che morirai, quindi che cazzo importa?

Sei un punk?
No. Perché anche se conosco la regola che si diceva prima mi capita, a volte, di innamorarmi abbastanza da pensare che qualcosa importa.

La tua cosa preferita?
La canzone nuova che ho scritto col mio gruppo stasera: “Everything I Say Just Goes Right Thru Her Heart”. E poi i Television, che sono fottutamente grandi.

I tuoi musicisti preferiti?
Uno: Tom Verlaine. Due: John Cale – che è sempre sbronzo come una zucca ed è anche gallese! Tre: Patti Smith – anche se va di moda, me la farei sedere sulla faccia in qualunque momento.

Rivista preferita?
Creem, quando fa uscire un numero con un po’ di ciccia dentro. Anche Punk Magazine potrebbe diventarlo, ma non posso proprio dirlo visto che è uscito un solo numero fino a ora. Per la roba più regolare, invece, Esquire.

Lo sconvolgimento che preferisci?
Metanfetamina pura, eroina in vena, cocaina tagliata non più di due volte, birra e cognac.

Programma televisivo preferito?
I Television live al CBGB’s.

Chi  o cosa erano:
WOODSTOCK – mezzo milione di coglioni che non avevano niente di meglio da fare che stare sotto alla pioggia (Paul Morrissey l’ha detto)
JAMES DEAN – un personaggio interessante, che è diventato un mito da imitare, ma – voglio dire – ha già fatto tutto lui
STONES – Out Of Our Heads è uno dei cinque migliori dischi rock’n’roll di sempre. Brian Jones è bassissimo nel mixaggio, ma probabilmente è stato uno dei migliori chitarristi ritmici al mondo
ALICE COOPER – Merda di Hollywood per topi da roulotte
CAMP RUNAMUCK – Una scuola di masturbazione per ragazzini
THE CURVOIR – Forse volevi dire Curvosier
SPUTNIK – Un satellite internazionale. Volevo andarci sopra quando avevo quattro anni
L’EDUCAZIONE – Non fare incazzare chi ha una pistola
EDDIE HASKELL – Prima di cena lo vedevo

Sei una rockstar?
Sì! Suono la chitarra come un pazzo, meglio di Richard Lloyd o Ron Asheton, canto come Dylan con un bastone da pastore su per il culo, posso fare Metal Machine Music con un solo ampli, e non somiglio a nessuno, quindi sono originale. Ci sono anche altri motivi, ma chi ha voglia di essere logorroico?

Lavori?
Scribacchino freelance per Creem. Suono in qualche gruppo – Pere Ubu. Ogni tanto si vende qualche disco.

Sei il più punk dei punk?
Sono più punk di molti perché riesco a vomitare, svenire per una decina di minuti e poi tornare come nuovo, a suonare un concerto perfetto o a fare il culetto a qualcuno. E parlo anche bene.

Fumi sigarette?
No, non ho mai preso il vizio. Le canne invece mi rendono nervoso.

Studi?
No, ho a mala pena finito il liceo.

Birra preferita?
Busch, Grolsch lager (importazione).

Hai giacche di pelle?
Solo sei (una è marrone). Sono il segno delle personalità deviate.

Il miglior pasto fuori?
Uno: Patti Smith. Due, la domenica mattina al Katz’s Deli con un doposbronza e Tina Weymouth.

[Se vuoi ascoltare la musica di Peter, scarica questo disco]

Jim Jones, we salute you

jj.jpgJim Jones, musicista di Cleveland che ha militato nelle file di formazioni storiche come Mirrors, Styrenes, Electric Eels, Foreign Bodies, Easter Monkeys e – infine – Pere Ubu (dal 1987 al 1995 a pieno ritmo, poi salutariamente), è morto il 18 febbraio nella sua casa. La causa del decesso pare sia attacco cardiaco ed è noto che Jim aveva notevoli problemi di salute (legati al cuore e alla pressione alta) che lo avevano costretto ad abbandonare quasi del tutto la musica dal vivo.

Era sera e Jones stava parlando al telefono con l’amico e compagno di band Dave Cintron, che dice: “Sembrava stare bene: stavamo scherzando, parlavamo di un dvd di Paul McCartney. All’improvviso ha smesso di parlare”. Cintron ha chiamato il 911 e, verso le 11:30, Jones è stato trovato esanime, seduto davanti alla tv accesa. Aveva 57 anni.

Pere Ubu a teatro

davidthomas.jpgDavid Thomas e la sua cricca di dadaisti del rock (i Pere Ubu, of course), si sono inventati una nuova stranezza che non manca di titillare il lato più squinternato di noi fan, anche se il quoziente pericolo di “intellettualismo senza limitismo” è molto elevato. Stiamo parlando di Bring Me the Head of Ubu Roi, adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale del 1898 (di Alfred Jarry) firmato da Thomas in persona e musicato dai Pere Ubu.

Si tratta di un’esibizione multimedia quantomeno particolare, che unisce musica, proiezioni, disegni, frammenti realizzati in stop motion, il tutto realizzato in collaborazione con i fratelli Quay.
La faccenda si svolgerà a Londra il 25 aprile 2008, presso la Queen Elizabeth Hall. I biglietti costano poco più di 20 sterline. Per prenotare il vostro posticino, cliccate qui.

Laughner & friends – take the guitar player for a ride

Peter Laughner & friends – Take The Guitar Player For a Ride (Tim Kerr Records, 1995, CD)

Non so molto del disco qua sopra e con lui mi sono procurato una decina – o poco meno – di bootleg e 45 giri del buon Peter in compagnia di varie formazioni.
Dylan che si è fatto in vena una sprizza di speed in compagnia di Lou Reed e che suona di spalla ai Flaming Groovies e agli Stones. Lo vogliamo definire così, musicalmente?

Ma anche no, chè Laughner fu capace anche di delicatessen blues o acustiche che poco ingranano in quel contesto.

Vediamo di capirci. Qui siamo in presenza di una di quelle leggende iperuraniche. Metafisiche. Personaggi che hanno sfiorato questo letamaio e nessuno ricorda o quasi, ma lo hanno reso un po’ meno merdoso o semplicemente un filo più comprensibile.
Se non ci fosse stato lui probabilmente nessuno avrebbe mai ascoltato Rocket from the Tombs, Pere Ubu e Dead Boys. Avete capito bene, punkettucoli delle mie braghe molli. Se vi dicessi che 3/4 dei pezzi dei Dead Boys sono riciclaggi di brani di Laughner (magari co-scritti con O’Connor alias Cheetah Chrome)?
Questo vi dia la dimensione della sua magnificenza. Di uno che a 21 anni scriveva “non è divertente sapere che morirai giovane?” e a 24 si spegneva nel sonno per una pancreatite acuta.
Di uno che scriveva più canzoni che liste della spesa. Di uno che ha girato più gruppi di uno zingaro. Di uno che – per dio – ha scritto “Ain’t it fun”. Di uno che la notte in cui è morto, appena prima di coricarsi, ha registrato una cassetta di sola voce e chitarra, poi si è accasciato per dormire e non si è più svegliato. Era il 22 giugno 1977.
Parliamone. Che sappiate ciò che è da sapere.

Quella sera Laughner aveva partecipato a uno strano evento musicale-poetico in cui, con l’ex moglie Charlotte, aveva letto poesie e suonato qualche pezzo (lo immortala il bootleg “Amicable divorce”: cercatelo asini, ma prima ascolate la musica, ché altrimenti si va sul difficile ed è meglio procedere per gradi). Rientrato a casa, come dice nell’intro parlato del bootleg di cui sopra, si trova con 6 birre e un pacchetto di Lucky Strike. La chitarra e un registratore. E schiaccia il tasto “play”.
La sua voce è roca, molto diversa da quella a cui ci aveva abituato. E’ sul baratro Peter e non per nulla il dottore, qualche mese prima, gli ha detto: “Smetti tutto”. E lui, chiamando Lester Bangs al telefono, aveva scherzato: “Lester, non devo più bere e prendere droghe se no ci resto secco. D’ora in poi solo erba e valium… insomma, qualcosa uno deve pur farla, no?”.
E’ a pezzetti. Provato da un divorzio, dalla costante disintegrazione dei suoi gruppi, dal dilemma se unirsi ai Television o meno (non lo aveva fatto, per un solo soffio: troppe responsabilità forse…).
Schiaccia “play”. Suona. E butta giù 19 brani, tra cui cover di Television, Stones e Robert Johnson. Ogni tanto parla, come se avesse un pubblico davanti, come se spiegasse ciò che succede.
Ogni tanto incespica, come nella versione di “Wild horses” ai limiti del barocco da osteria. Ma lascia colare mezza anima. Prova con l’armonica inun brano, ma ha il fiato di un piccione morente.
E suggella il tutto con una “Summertime blues” da un minuto e venti.
Lì si chiude il gioco. Per sempre.
Ascoltatelo da soli, a volume alto, possibilmente in cuffia per cogliere le sfumature e i rumori. Come minimo dovete avere ingerito una mezza dozzina di birre e qualche additivo chimico (ma anche naturale). Altrimenti non vale. E non potreste capire, cristo.

Qui non si scopa, non ci sono compiacenti groupies a ciucciarti il prepuzio, non si beve allegramente e non si rockeggia per il gusto di fare casino.
Qui c’è il diavolo che ti azzanna i polpacci e ti avvelena. Anche se fuggi, il morso ti ha inoculato il morbo. Tenti di scacciarlo a colpi di scotch e brandy. A colpi di eroina e pillole. Ma ce l’hai, baby. Ce l’hai in circolo. Non c’è via d’uscita.

L’ennesima vittima schiacciata sull’autostrada del rock’n’roll.

Ascoltare. Subito.

Appendice: l’album in questione è ormai fuori catalogo da anni e ogni tanto spunta in vendita online (l’ultimo avvistamento è stato su Amazon, con un prezzo che sfiorava i 70 dollari). Presso questo sito è possibile invece comprare una serie di cd caserecci con altre registrazioni di Laughner, risalenti a diversi periodi della sua carriera musicale.

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