Black Randy & the Metrosquad

I slept in an arcade: un raro spezzone in cui si vede il mitico e laidissimo Black Randy. Dal film Ladies and Gentlemen, the Fabulous Stains.

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Intervista a Miguel Angel Martin

angel.jpgDi Miguel Angel Martin si è detto e scritto di tutto. I suoi fumetti si amano o si odiano, ma di sicuro non passano inosservati. In Italia, il suo Psicopathia Sexualis è stato persino oggetto di un sequestro per oscenità, induzione alla violenza e pedofilia.
Time lo ha definito uno dei migliori disegnatori europei e The Face lo ha inserito nella lista dei migliori illustratori del secolo.
Tra i suoi libri tradotti in italiano figurano Anal Core, Cyberfreak (Topolin Edizioni), The Complete Brian the Brain (Coniglio Editore), che ha vinto il premio dei lettori del magazine XL a Napoli Comicon 2007. In occasione dell’uscita del nuovo albo NeuroHabitat (Coniglio Editore) abbiamo fatto all’instancabile Miguel Angel Martin qualche domanda…

In Neurohabitat torni con un personaggio tenero, anche se privo di slanci emotivi, sembra quasi un Brian the Brain senza cervello…
Si, è un personaggio piuttosto freddo. Di sicuro il più freddo ed emozionalmente più povero mai disegnato.

Oltre ai tratti semplici del personaggio, anche la storia sembra essenziale. È una scelta o i tuoi fumetti stanno diventando via via più minimalisti?
In questo caso è una scelta, come quella di intitolare le puntate con numeri binari e il finale con le pagine in bianco. L’ho fatto per accentuare la sensazione di freddezza. In Italia è stato appena pubblicato un altro albo, Bitch (Purple Press), disegnato più o meno nello stesso periodo, ma molto diverso da NeuroHabitat.

Il protagonista evita qualsiasi rapporto umano, preferisce persino la compagnia di un robot a quella di un animale vero. Alcuni studiosi dicono che, tra qualche anno, avremo tutti un robot da compagnia in casa…
L’idea del robotic pet mi è venuta leggendo una notizia dal Giappone, dove stanno già fabbricando questi robot per fare compagnia agli anziani che vivono da soli. Un robot non è impegnativo come un animale vero ed evita conflitti emozionali.

Asia Argento ha detto che i tuoi fumetti le hanno cambiato la vita. Credi che sarai tu il suo nuovo JT LeRoy?
Non credo perchè JT LeRoy non esiste, mentre io sì, he he! Il suo era il nickname di Laura Albert (l’autrice dei libri di LeRoy, ndr), tutta una montatura per promuovere il fim…

Hai visto Ingannevole è il cuore? Ti piacerebbe se Asia Argento (o un altro regista) girasse un film ispirato a un tuo fumetto?
No, non l’ho ancora visto. Mi piacerebbe molto vedere uno dei miei fumetti in un film. Finora solo il mio Snuff 2000 è diventato un cortometraggio, cinque anni fa. E un altro albo, Kyrie (inedito in Italia) è diventato un’opera teatrale.

Ho letto che hai disegnato una serie di toys che si ispirano ai personaggi dei tuoi fumetti. Potresti parlarcene?
Sì, uno di loro è Bug, uno dei miei primi lavori. Altri sono ispirati a Snuff2000, Kyrie e Brian The Brain. Prossimamente Cha-Cha, l’azienda produttrice, presenterà altri nuovi giocattoli tratti dai miei fumetti.photosnuff-2.jpg

Miguel Angel Martin, Neurohabitat

neurohabitat2.jpgA qualche anno di distanza dall’antologia dedicata a Brian The Brain, Miguel Angel Martin, autore degli estremi Psychopathia Sexualis e Anal Core, torna con NeuroHabitat (Coniglio Editore) un nuovo fumetto che “è il racconto lineare e definitivo di un isolamento fisico ed emozionale”.
Un racconto sull’isolamento, quindi, e sull’allontamento dalla vita sociale, argomento più che attuale, nell’era del digitale e della “web-life” intesa come nostro doppelganger virtuale. Miguel Angel Martin è indiscutibilmente l’autore che più di ogni altro riesce a restituire con tagliente ironia, la paranoia, la solitudine e l’assenza di emotività, dove i sentimenti appaiono congelati dalla moderna tecnologia e da un futuro nemmeno così lontano, che Martin crea nelle sue storie. E se questo non basta a farvi venire la voglia di leggerlo, ecco come termina la nota in quarta di copertina: “È la storia del vostro vicino di casa, oppure, forse, la vostra”.

Pierpaolo Capovilla: ecco il mio Teatro degli Orrori

il-teatro-degli-orrori2.jpgPierpaolo Capovilla dice di essere un “catastrofista consapevole”. È la voce del Teatro degli Orrori, il loro album si chiama Dell’impero delle tenebre ed è uscito per La Tempesta Dischi: inevitabile chiedergli quanta negatività si porti appresso un progetto del genere. E lui risponde così: «Non si tratta di negatività, ma di pessimismo. La musica pop e rock se vuole essere una cosa seria e non intrattenimento di cervelli poveri deve rispettare l’attualità, quel che succede nell’oggi. E oggi stiamo peggio rispetto a vent’anni fa: si fanno le guerre per conquistare le materie prime, come nell’Ottocento. Siamo sempre meno cittadini e sempre più consumatori. Nel buio non si vede nulla: abbiamo davanti anni tenebrosi. Sono un catastrofista consapevole».

Nei pezzi del Teatro degli Orrori ci sono i nomi propri di persona: Teresa e Tom, entrambi morti, passati – forse – a vita migliore. «Compagna Teresa è la storia di un omicidio fascista – racconta Pierpaolo. – Teresa era una staffetta partigiana. Il brano vuol essere la celebrazione delle donne della Resistenza, alle quali raramente si pensa: dobbiamo ricordare che se viviamo in una democrazia è perché qualcuno ci ha lasciato le penne». E poi c’è “La canzone di Tom”: «Era un nostro caro amico, un ragazzo molto affascinante. Ha passato tutta la sua vita a fare cose molto pericolose, poi si è rinsavito. È diventato un manager, ricco. Ed è morto in un incidente stradale, senza neanche essere ubriaco». Ok, messaggio recepito.

Fatto sta che Pierpaolo e gli altri – Gionata, Francesco e Giulio – si ispirano, fin dal nome, al Teatro della crudeltà di Antonin Artaud. E la teatralità, più o meno orrorifica e crudele, nei loro spettacoli non manca, almeno così assicura il diretto interessato: «Non sappiamo mai cosa accadrà durante un nostro concerto. Suoniamo l’intero disco, il resto dipende dalla reazione del pubblico. C’è una forte volontà di interlocuzione con chi ci ascolta, ma non si tratta di fare domande e pretendere risposte: non siamo professori all’università. La potenza esecutiva delle canzoni sarà comunque sempre la stessa: a Salerno stavano buttando giù l’impianto e ovunque andiamo, da Cagliari a Milano, i ragazzi conoscono le canzoni».

One Dimensional Man, Super Elastic Bubble Plastic e Putiferio: i quattro del Teatro degli Orrori arrivano da queste band. E allora quali sono gli ingredienti musicali di Dell’impero delle tenebre? Via con l’elenco delle influenze: «Adoro il prog, King Crimson più di tutti. E poi i Jesus Lizard, i Fugazi, i Radiohead e chi più ne ha più ne metta». E infatti Pierpaolo snocciola velocemente una serie di voci italiane: «Il De Gregori di Rimmel e il primo Pino Daniele. Amo De Andrè, me lo sono proprio studiato come farebbe uno studente di musica. E gli Area di Demetrio Stratos, con la sua straordinaria voce». Il progressive appunto. E nell’attacco di “Hai sentito di Tom” sembra di ascoltare davvero Fabrizio De Andrè.

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Il Teatro degli Orrori gira l’Italia – tra gennaio e febbraio tappe a Venezia, Torino, Bologna, Padova e Milano – anche per supportare l’uscita del nuovo disco, un 10” split con gli sperimentali Zu, stampato in 666 copie. Roba da vinilmaniaci. «Numero cabalistico del male. Collezionismo? No, compro e masterizzo cd: ho perso il feticismo della merce vent’anni fa». Più che uno split, oltre la collaborazione: «Ci sono due pezzi: io canto con gli Zu mentre nel nostro brano c’è un loro inserto». Tutto a cura della Tempesta Dischi, che pensa proprio a tutti: dentro ogni album ci sarà infatti anche un cd con entrambi i pezzi per chi non ha il giradischi. E comunque, come canta Pierpaolo, “Chi più chi meno, siamo tutti, tutti, tutti completamente pazzi”.

Laughner & Bangs bootleg!

Peter Laughner & Lester Bangs – the famous Lester Bangs sessions, Creem offices 1976 (bootleg)

Certi materiali sonori sono aprioristici. In senso kantiano. Dopo questa frase mi ci vuole una birra, una sigaretta e magari un tiro di popper. O qualcosa di meglio.
Ma lasciamo perdere i ricordi universitari. Ché filosofia e rock’n’roll, per quanto interlacciati, non fanno bella figura a livello manualistico. E’ roba che devi dedurre, percepire, sentire. E basta. Anima e carattere, non libri e conferenze.
E allora vediamo di percepire.

Quello che abbiamo qui, reperito in rete e mai stampato in alcuna forma che esulasse dal nastro per tape trader eo cd-r (in tempi più recenti), è un manifesto criptico, di quelli che si leggono e magari si capiscono dopo tempo. Oppure si capiscono al volo con la necessaria dose di know-how e mitologia. Di certo non è una collezione di brani immediati, da scoprire per la loro orecchiabilità ,sensibilità compositiva o qualità di songwriting.

Metti che è un giorno di quelli un po’ così. Niente da fare e nessuna voglia di star buoni in casa o andare al cinema. Non parliamo poi di lavorare. Per ca-ri-tà.
Metti che ci sono Lester Bangs e Peter Laughner nella stessa città. Peter è andato a trovare Lester, dato che scrivono entrambi per Creem e si intendono alla perfezione. Tra borderline di solito scatta la scintilla, è noto. E si piacciono, se la danno da intendere, si ubriacano insieme, si fanno di tutto (e con due così, occorre prendere il termine “tutto” nella sua accezione più stretta e non passibile di libere interpretazioni). Poi capiscono che lo stato attuale della musica è pietoso e solo loro – eletti e illuminati – possono rendersi conto di cosa sta accadendo e trovare il modo per contrastarlo. Ma sanno di essere solo in due contro un’orda di illetterati del rock. Nemmeno Davide contro Golia era così in minoranza.
E allora la grande pensata. Risolutiva. Si va negli uffici della redazione di Creem. A quell’ora non c’è nessuno. Perchè i giornalisti rock, all’epoca, mica erano colletti bianchi come adesso. Genio e sregolatezza, o semplice svacco, come i musicisti di cui scrivevano. E forse il segreto era quello. Come dire: è difficile scrivere di cose che vivi di seconda mano. E infatti… vogliamo parlare del giornalismo musicale degli anni Ottanta e seguenti? Meglio di no, via. Non infiliamoci in vespai dolorosi e forieri di battagliette inutili, perchè è stupido fare polemica su concetti inesistenti.
Dicevamo: la redazione di Creem. Io me la immagino la redazione di una rivista musicale come Creem, a metà anni Settanta. Computer? Sì, certo. Un sacco di computer. E magari anche il teletrasporto e il macchinario per tramutare l’alluminio in oro. Sveglia: macchine da scrivere, poche e bisunte. Qualcuna elettrica, altre ultra low-fi.
E poi carta e cartaccia, un paio di telefoni, scaffali sghembi pieni di vinile, cassette e qualche cartuccia Stereo 8 ancora incellophanata. E bottiglie vuote, lattine, cartocci di cineserie take-away, posaceneri zeppi da far vomitare.
E il bagno. Per dio il bagno. Tipo i cessi della stazione di Anagni: intasati e mortiferi (tanto che l’ultima volta che ci sono stato ho pisciato contro il muro del magazzino attrezzi in pieno giorno).
Per terra c’è del linoleum giallastro, pieno di bruciature di cicca e incrostazioni paleolitiche.

Quando hai mischiato il Romilar allo speed e l’hai annaffiato con una dozzina di birre e un po’ di scotch a buon mercato, il cervello ti gira a mille. Gira su circuiti tutti suoi, ma gira.
E allora Lester e Peter si buttano di testa in pista. Chitarra acustica, due voci, qualche battito di mani. E’ un Carnevale di cover smozzicate e riconvertite, di gorgogli e deliri, di improvvisazioni su riff estemporanei. Il telefono suona, ogni tanto. Peter vuole andare al 7-11 giù all’angolo a prendere altro da bere. Lester canta che tardano a pagarlo e si impappina come un alcolista da osteria. Ma la musica scivola fuori dalle bocche e dalle dita.

Coro di ubricahi. Lampo di genio.
Idiozia impresentabile. Momento memorabile.
Tutto è in bilico tra gli estremi, nei 22 frammenti che sono finiti su nastro. E la cosa peculiare è che siano stati registrati. Come se i nostri due amici avesero la consapevolezza o l’arroganza sacrosanta di essere lì lì per partorire qualcosa di definitivo.
Come definitiva è la loro rendition di “Knocking on heaven’s door” o il tormentone d’improvvisazione “Goodbye Lou”. E poi c’è “Sister Ray”, anche in versione rovesciata.
Voci impastate, lingue che slittano. Ma una chitarra incredibilmente lucida, come se si suonasse da sola.
E poi ancora una sbullonatissima “Lester Ray”, a suggello, quasi, del tutto.

Ironia della sorte. O semplicemente dato di fatto: da lì a un anno circa Laughner sarebbe morto e Bangs avrebbe scritto un famoso pezzo-epitaffio in cui dichiarava “io scelgo la vita”, come a voler rinnegare gli eccessi che il rock’n’roll si porta inevitabilmente dietro.
Io scelgo la vita. Certo. Salvo poi morire in circostanze poco chiare con un tot di pillole nello stomaco.
Lester, Lester, Lester… ma a chi volevi darla a bere? Tu eri della stessa pasta di Peter. E lo sapevi meglio di tutti.

Allora: trovatelo. Chiudete gli occh. Bevete un paio di birre e visualizzate alcuni concetti basilari. Cleveland, Creem, Romilar, Bangs, Laughner. Provateci più volte. E riprovateci ancora.
Poi mi saprete dire.

Una curiosità: Jim Derogatis in Let it blurt data la session 1976. Alcuni trader, invece, la indicavano come risalente al 1975. Crediamo a Derogatis? Ma sì, và…

Laughner & friends – take the guitar player for a ride

Peter Laughner & friends – Take The Guitar Player For a Ride (Tim Kerr Records, 1995, CD)

Non so molto del disco qua sopra e con lui mi sono procurato una decina – o poco meno – di bootleg e 45 giri del buon Peter in compagnia di varie formazioni.
Dylan che si è fatto in vena una sprizza di speed in compagnia di Lou Reed e che suona di spalla ai Flaming Groovies e agli Stones. Lo vogliamo definire così, musicalmente?

Ma anche no, chè Laughner fu capace anche di delicatessen blues o acustiche che poco ingranano in quel contesto.

Vediamo di capirci. Qui siamo in presenza di una di quelle leggende iperuraniche. Metafisiche. Personaggi che hanno sfiorato questo letamaio e nessuno ricorda o quasi, ma lo hanno reso un po’ meno merdoso o semplicemente un filo più comprensibile.
Se non ci fosse stato lui probabilmente nessuno avrebbe mai ascoltato Rocket from the Tombs, Pere Ubu e Dead Boys. Avete capito bene, punkettucoli delle mie braghe molli. Se vi dicessi che 3/4 dei pezzi dei Dead Boys sono riciclaggi di brani di Laughner (magari co-scritti con O’Connor alias Cheetah Chrome)?
Questo vi dia la dimensione della sua magnificenza. Di uno che a 21 anni scriveva “non è divertente sapere che morirai giovane?” e a 24 si spegneva nel sonno per una pancreatite acuta.
Di uno che scriveva più canzoni che liste della spesa. Di uno che ha girato più gruppi di uno zingaro. Di uno che – per dio – ha scritto “Ain’t it fun”. Di uno che la notte in cui è morto, appena prima di coricarsi, ha registrato una cassetta di sola voce e chitarra, poi si è accasciato per dormire e non si è più svegliato. Era il 22 giugno 1977.
Parliamone. Che sappiate ciò che è da sapere.

Quella sera Laughner aveva partecipato a uno strano evento musicale-poetico in cui, con l’ex moglie Charlotte, aveva letto poesie e suonato qualche pezzo (lo immortala il bootleg “Amicable divorce”: cercatelo asini, ma prima ascolate la musica, ché altrimenti si va sul difficile ed è meglio procedere per gradi). Rientrato a casa, come dice nell’intro parlato del bootleg di cui sopra, si trova con 6 birre e un pacchetto di Lucky Strike. La chitarra e un registratore. E schiaccia il tasto “play”.
La sua voce è roca, molto diversa da quella a cui ci aveva abituato. E’ sul baratro Peter e non per nulla il dottore, qualche mese prima, gli ha detto: “Smetti tutto”. E lui, chiamando Lester Bangs al telefono, aveva scherzato: “Lester, non devo più bere e prendere droghe se no ci resto secco. D’ora in poi solo erba e valium… insomma, qualcosa uno deve pur farla, no?”.
E’ a pezzetti. Provato da un divorzio, dalla costante disintegrazione dei suoi gruppi, dal dilemma se unirsi ai Television o meno (non lo aveva fatto, per un solo soffio: troppe responsabilità forse…).
Schiaccia “play”. Suona. E butta giù 19 brani, tra cui cover di Television, Stones e Robert Johnson. Ogni tanto parla, come se avesse un pubblico davanti, come se spiegasse ciò che succede.
Ogni tanto incespica, come nella versione di “Wild horses” ai limiti del barocco da osteria. Ma lascia colare mezza anima. Prova con l’armonica inun brano, ma ha il fiato di un piccione morente.
E suggella il tutto con una “Summertime blues” da un minuto e venti.
Lì si chiude il gioco. Per sempre.
Ascoltatelo da soli, a volume alto, possibilmente in cuffia per cogliere le sfumature e i rumori. Come minimo dovete avere ingerito una mezza dozzina di birre e qualche additivo chimico (ma anche naturale). Altrimenti non vale. E non potreste capire, cristo.

Qui non si scopa, non ci sono compiacenti groupies a ciucciarti il prepuzio, non si beve allegramente e non si rockeggia per il gusto di fare casino.
Qui c’è il diavolo che ti azzanna i polpacci e ti avvelena. Anche se fuggi, il morso ti ha inoculato il morbo. Tenti di scacciarlo a colpi di scotch e brandy. A colpi di eroina e pillole. Ma ce l’hai, baby. Ce l’hai in circolo. Non c’è via d’uscita.

L’ennesima vittima schiacciata sull’autostrada del rock’n’roll.

Ascoltare. Subito.

Appendice: l’album in questione è ormai fuori catalogo da anni e ogni tanto spunta in vendita online (l’ultimo avvistamento è stato su Amazon, con un prezzo che sfiorava i 70 dollari). Presso questo sito è possibile invece comprare una serie di cd caserecci con altre registrazioni di Laughner, risalenti a diversi periodi della sua carriera musicale.

GUN CLUB – Miami (2004, Sympathy, CD reissue)

miami2.jpgIl giorno che riuscii a procurarmi la mia prima copia di questo disco, dopo anni di ricerche, non fu esattamente uno dei più felici della mia vita. Era il 1997: il materiale dei Gun Club si trovava piuttosto facilmente… diciamo con la stessa facilità con cui ognuno di voi uscendo di casa poteva trovare 500.000 Lire infilate sotto allo zerbino.
Avevo cacciato questo fottutissimo pezzetto di vinile per anni e – senza, peraltro, neppure l’aiuto di Internet – non ero mai riuscito a metterci le zampe sopra. Dicevo, comunque… quel giorno d’estate ero appena stato licenziato da una cooperativa di loschi tangentisti. Faceva caldo. E me l’ero appena preso dolorosamente in quel posto; certo, andandomene avevo riempito di cemento in polvere le vaschette delle lavatrici e avevo svaligiato l’armadietto dei medicinali della comunità, ma… erano magre soddisfazioni. La dura verità era che avevo perso una fonte di reddito e guadagnato una fonte di rompimento di coglioni senza precedenti, in casa.

Non ce la facevo a tornare dai miei a sorbirmi l’ennesima menata tipo: “Tagliati i capelli, coi tatuaggi non troverai mai lavoro, fai il concorso, vestiti bene, piantala con ‘sta musica, è ora di mettere la testa a posto, sembri un drogato, guarda il figlio di XXX…”. Proprio non ce la facevo. Così me ne andai a fare un giro in un negozio di dischi. Ero appena entrato quando il proprietario mi allungò una borsa bianca dicendomi: “Toh, questo è per te; un regalo”. Dentro a quella borsetta c’era una copia di Miami.

Miami.

Me ne andai a casa in trance, mi sorbii una quindicina di minuti di menate senza fare attenzione, poi ascoltai “Watermelon man” e me ne uscii di casa sbattendo la porta, mentre mio padre bestemmiava con mia madre dicendo che ero un fallito testa di cazzo.

Quella sera mi ubriacai da solo al chiosco dei camionisti, bevendo Campari e gin.

Poi andai al Guercio, ma non scesi neppure dalla macchina: un paio di auto degli sbirri stavano fermando tutti quelli che si dirigevano verso il centro sociale e un paio di miei amici, già fermati e in attesa di controllo, provvidenzialmente mi fecero segno di andarmene.

Vagai da solo per un po’ e finii al Bar Nizza per un paio di Borghetti della staffa. Tentai di chiamare C per farmi fare un qualche lavorino, ma era in vena di preziosità. Certo, proprio lei che qualche sera prima mi implorava di infilarle una bottiglia mezza piena di Beck’s nel culo.

E finii a casa distrutto dall’alcool.

Ecco, forse a voi sembrerà tutta un’accozzaglia di stupidaggini. Ma Miami è proprio questo. E’ il dramma della provincia, il dolore del sentirsi come la merda infilata nel battistrada di uno scarpone, la consapevolezza lancinante di sapere trovare conforto solo in cose che sono considerate disprezzabili e dannose.

Miami è il diavolo che si traveste da cocktail per infettarti da dentro.

Miami è la donna che ami e che, appena finito di scopare, ti dice: “Devo fare in fretta perchè se no il mio fidanzato si arrabbia”

Miami è la donna che scopi così per semplice necessità, per ammazzare il dolore… e che non hai il coraggio di guardare in facciase non di sera e al buio.

Miami è essere licenziati per avere detto quello che era giusto alle persone sbagliate. E andarsene con le tasche piene di psicofarmaci rubati.

Miami è guidare da soli, con la fronte sudata e il cervello spappolato dal gin, sapendo che ovunque andrai sarà una merda. Ma da qualche parte devi pur andare.

Miami è il blues, il punk, il rock. E’ l’inferno reso capolavoro.

Se solo queste ristampe della Sympathy avessero la copertina conforme all’originale… comunque, non fate gli snob indie. Perché questo disco è un’esperienza. E se non la fate, beh… dove credete di andare?

Mark Putterford – Phil Lynott: the rocker (Omnibus Press, 2002, libro)

putterford.jpgLa fascinazione per i Thin Lizzy mi ha preso così per caso, un mattino di settembre. E’ una di quelle cose che ti trovi addosso, aggrappata come una scimmietta e non ti spieghi bene il motivo. Soprattutto se per almeno i 20 anni precedenti non ti era mai venuto in mente di promuovere i Thin Lizzy a una categoria mentale più elevata rispetto a quella delle “band-che-non-mi-interessano”.
Ma spesso le categorie sono cazzate definite a priori. E infatti… eccomi qua, come un deficiente, a decantarne le lodi e a tentare di convincere qualcuno a starmi a sentire, mentre parlo di una band a cui non ho mai dato un centesimo. E a cui ora di centesimi ne sto dando non pochi, comprandomi tutto ciò che riesco a reperire.
In un recente blitz nella capitale del Regno Unito mi sono trovato di fronte a questo libro usato (per la modica cifra di 2 sole sterline: in pratica un piccolo miracolo londinese, visti i prezzi correnti); l’ho preso e ne sono rimasto fulminato.
I Lizzy – per chi non li abbia mai nemmeno sentiti per caso – erano un gruppo irlandese dedito a un rock piuttosto duro, ma con punte di intimismo e qualche sfumatura folk (magari conoscete il loro classico “Whiskey in the jar”, ossia l’adattamento del pezzo tradizionale irlandese in chiave rockettara). Una band che ha sfornato brani da storia della musica, ma anche decine di pezzi che definire riempitivi sarebbe una presa per il culo: sono proprio brutti… punto.
Quello che li rendeva particolari era la volubilità (picchi e buchi neri si alternavano davvero senza mezze misure) e l’organico, composto da personaggi del calibro di Robbo dei Motorhead, Gary Moore e – appunto – Phil Lynott.
Lynott era il leader, bassista e cantante, di colore, ma irlandese come la Guinness. Ipercinetico, tormentato, in bilico perennemente tra un lato da bravo ragazzo attaccato a mamma e famiglia e uno da disgraziato eroinomane e figlio di mignotta senza cuore.

Io me lo ricordo quando Lynott è morto (ovviamente non di congestione, nè per indigestione di SlimFast): era l’inizio del 1986 e facevo seconda superiore. Un giorno comprai un giornalazzo di musica e ci trovai uno speciale su di lui, in memoriam, proprio perchè era deceduto da poco. Ma lasciamo perdere. Nel frattempo lui è diventato un mito, in 20 anni: un mito quasi solo dublinese (gli hanno anche eretto una statua in città) o al massimo inglese (ma nemmeno troppo)… comunque, cosa trovate in questo libro? In pratica più o meno tutto, dalla nascita fino alla morte di Lynott. Vita famigliare, i primi passi nella musica, il successo e il declino. La scrittura è buona e fortunatamente non tralascia le campane che suonano stonate, ossia chi non ha cose necessariamente positive da dire sul leader dei Lizzy.

Non vi farà diventare fan del gruppo, probabilmente, ma leggerlo sarà quasi catartico. Come lo sono tutte le storie di rock e morte. Lo sapete benissimo…

PS: incidentalmente è morto anche l’autore del libro, un blasonato giornalista rock inglese della vecchia guardia di Kerrang. Ve lo dico così, con nonchalance.

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