I love you Babies

The Babies – s/t (Shrimper, 2011)

Sono biondini, bellini, emaciati in modo (ancora) accettabile, con jeans stretti rigorosamente sgarrati sulle ginocchia. Non sto sfogliando l’ultimo numero di Vanity Fair comodamente seduto sulla tazza del cesso; sono seduto, sì, ma di fronte allo schermo del computer e quella che sto vedendo e la prima foto che mi capita a tiro di web dei Babies. Si tratta della band composta dalla cantante-chitarrista Cassie Ramone delle Vivian Girls e dal bassista dei Woods Kevin Morby, con Justin Sullivan dei Bossy a percuotere le pelli.

Pare che Cassie e Kevin abbiano condiviso per un po’ un appartamento a New York. E siccome non fanno i cuochi, invece di mettere su una tavola calda a Brooklyn hanno pensato bene di formare un gruppo parallelo. Dopo due apprezzati 7” su Wild World e Make A Mess Records, esce ora l’album dato alle stampe dalla “mitica” Shrimper, che da vent’anni spaccia il lo-fi americano senza aver mai riscosso grandi consensi.

Gli undici pezzi dell’album sono avvolgenti e amabili, né più né meno, in bilico tra psichedelia pop (“Run Me Over”, “Wild 2”), garage spruzzato di blues-folk (“Voice Like Thunder”, “Breakin’ The Law”, “Sick Kid”) e indie rock dei Novanta – di cui i tre sono indubbiamente figli.

Ho letto una recensione nella quale l’esperto Compagnoni scrive testualmente “indie rock a doppia voce che passa dalle parti dei Pastels”. Sottoscrivo in pieno perché il mood generale è molto simile a quello degli scozzesi (“All Things Come To Pass”, “Wild 1”). Ma qui c’è pure del punk da cantina umida da non sottovalutare (“Personality”) e una bella botta di solarità che esplode magnificamente nella hit “Meet Me In The City”, che sembra eseguita dai Pixies piombati nel pop degli anni Sessanta. Questo per la cronaca e per i lettori di Black Milk che vogliono la ciccia.

Gli indefinibili Beat Happening

beathappeningalbumtn5.jpgBeat Happening – s/t (K Records, 1985)

Ci sono band alle quali le definizioni di genere sono sempre state strette. Indie pop? Lo-fi? College rock? Uno di questi gruppi inclassificabili sono sicuramente i Beat Happening e, in particolare, il loro primo omonimo album del 1985.

Calvin, Bret e Heather: tre nomi semplici e anonimi stavano dietro questa band che in sordina ha pubblicato 5 dischi, una raccolta di b-side e un box set che comprende tutto il loro materiale – uscito qualche anno fa per la K Records, fondata dallo stesso Calvin (Johnson). La stessa K racchiusa in uno scudo che Kurt Cobain si era tatuato sul braccio.

I Beat Happening hanno mosso i primi passi proprio mentre Jesus and Mary Chain, Vaselines, Pastels e Shop Assistants gettavano le basi di quello che poi avrebbe dato le prime forme al brit-pop. Facevano parte di questa nuova ondata di band, ma inconsapevolmente.
Locandine infantili disegnate a mano, concerti nelle università, festival indipendenti per studenti e musicisti alle prime armi… i BH sono stati proprio questo: catalizzatori del d.i.y. allo stato puro. E il loro primo disco – raccolta di canzoni per lo più incise in casa con un registratore portatile – rappresenta proprio questo. Pochi pezzi sono davvero registrati in studio: la bellissima e ipnotica “Our Secret”, l’acustica “Foggy Eyes”, la ruvida “Bad Seeds” (dal riff di chitarra molto Cramps) e soltanto un’altra manciata di canzoni. Il resto sono composizioni semplicissime catturate dal registratore, supportate solo dalla voce, da una chitarra acustica e da percussioni create all’istante: brani melodici e stonati, che sembrano arrivare dritti da uno sgabuzzino.

Per molti potrà anche non essere musica. Per molti suonare uno strumento è sinonimo di abilità nell’esecuzione, ma per tanti altri che tu sappia suonare o no, non ha alcuna importanza. Se siete di questa idea, Beat Happening è il disco che fa per voi.

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