Thin Lizzy live…

I mitici Thin Lizzy del compianto Phil Lynott. Live in Australia, con “Cowboy song“.

Lexicon Devil

lexicon-devil.jpgB. Mullen, D. Bolles & A. Parfrey – Lexicon Devil (Feral House, 2002)

Un volume da non trascurare. Qualcuno, a suo tempo, si sarà domandato che razza di libro fosse quello che in un paio di video dei Red Hot Chili Peppers veniva più volte mostrato e passato davanti alla telecamera. Risposta: era proprio questo. Ossia la biografia di una delle icone del punk americano, nonché uno dei testimonial della seconda ondata del “vivi veloce, sentiti una merda e muori giovane”.

Per me i Germs sono sempre stati un mezzo enigma. Comprai il loro LP (leggendo il libro scoprirete anche l’inghippo che sta dietro alla faccenda e saprete, finalmente, che (GI) non è il titolo, ma faceva parte del nome della band, almeno negli intenti iniziali) nel lontano 1985, quando era ormai vecchio di tre anni: una stampa di quelle italiane, su Expanded Music, senza inserto. Nella mia ignoranza di adolescente riuscii a farmi piacere solo un brano all’epoca; e per un bel po’ i Germs, nel mio database mentale, furono “quelli di Richie Dagger’s Crime”.
C’era qualcosa che mi sfuggiva in loro: erano contemporaneamente sgangherati e compatti… e quella voce, che tagliava dentro, ma dopo cinque o sei brani diventava un raglio fastidioso. Ebbene, sì: per parecchio tempo non sono riuscito ad ascoltare questo disco senza annoiarmi alla fine del lato A. Poi, verso i 20 anni, in pieno trip per le icone autodistruttive e autodistruggenti della storia del punk, rivalutai Darby Crash, in quanto paladino dell’eroina e del mal di vivere. Sul suo conto circolavano leggende tipo: “si è fatto un’overdose e ha scritto sul muro davanti a cui è morto ‘qui giace Darby Crash'”… immaginate che razza d’impatto potevano avere queste faccende da bohemienne a buon mercato su un ragazzotto di provincia e periferia come me.

In questo tomo – alla mia veneranda età – ho trovato tutto quello che avrei voluto sapere su Darby. E forse anche un po’ di più… perché quando un’icona ti viene sostanzialmente sezionata sotto agli occhi, un po’ perde la sua valenza sacrale.
Quello che resta, dopo la lettura di Lexicon Devil, è un senso appiccicoso di fastidio, un’ombra di cupezza. Per quasi 300 pagine si vivono gli anni Settanta di Los Angeles fatti di comunità Scientology, scuole alternative, famiglie disgregate, glam rock, punk nascente, droga, omosessualità repressa e vita borderline. Non certamente un libro all’insegna dello svago e della spensieratezza. Ma grande.

What we do is secret…

germsdarbylastgig.jpgE’ stato postato su Youtube un nuovo trailer del film (che tarda a uscire, nonostante sia da tempo pronto e terminato) dedicato a Darby Crash e basato parzialmente sulla sua biografia Lexicon Devil. Il titolo della pellicola è What We Do Is Secret e il protagonista è impersonato da Shane West, già nel cast di ER (il medical drama che ormai prosegue da quasi 15 anni).

Il film è incentrato sull’ultima parte della vita di Crash, ovvero sul suo “five years plan”, cioè il programma per cui in cinque anni voleva diventare una leggenda per poi suicidarsi.
Pare che alla lavorazione abbiano partecipato, in veste di consulenti, Pat Smear e alcuni membri della famiglia di Darby Crash.

Non è ancora chiaro quando la pellicola uscirà e in che veste (nelle sale? Solo su dvd?), mentre è stato reso noto che tra i cameo ci sono anche quelli di Penelope Spheeris e Captain Sensible.

Monster Magnet new album!

fourwaydiablo.jpgMonster Magnet – four way diablo (2007, Steamhammer, CD)

Era dal 2004 che il magnete mostruoso non sfornava un album. Nulla a che vedere con le tipiche crisi creative o le paludi contrattuali che solitamente cagionano queste situazioni. Nossignore, il tutto deriva da un sanissimo caso di overdose e conseguente disintossicazione. Il protagonista è il leader Dave Wyndorf che, proprio mentre la lavorazione dell’album stava iniziando, ha pensato bene di ingurgitare un centinaio di pillole di benzodiazepam e finire in ospedale.
Tutto ciò è molto rock, come la musica della band. Peccato che Wyndorf facesse bandiera del suo essere totalmente clean e sobrio da molti anni, addirittura da prima di fondare la band. Ma tant’è: chi siamo noi per giudicare? Noi che i Monster Magnet li vogliamo proprio così, drogati e satanici, come il rock comanda?

Passiamo all’album. Wyndorf, uscito dalla clinica, era lì-lì per rinnegarlo: i suoni non lo convincevano, i brani gli parevano deboli. Eppure si tratta quasi di un grande ritorno e la title track offre subito questa netta impressione. Four way diablo è un discone solido, di rock scuro molto Seventies, in cui non manca qualche puntata in territorio psych pop (“Solid gold” prima del guitar freak-out finale, “Freeze and pixelate” con quell’inizio dissonante), proto punk e hard rock alla Kiss del periodo d’oro.
Suoni grossi e rotondi, voce melodica ed evocativa, qualche ballad intrisa di fuzz… i Monster Magnet non si sono fatti mancare nulla. L’unico appunto è che a tratti affiora una punta di noia. Ma fa parte del gioco e i fan più harcore non avranno nulla da dire. Insomma… bello: non guadagneranno certo pubblico, ma nemmeno ne perderanno.
Chicca: una cover piuttosto personale di “2000 light years from home” degli Stones.
moncar.jpg

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