Veterani del Vietnam veneto

Anadarko – Vivivenetovietnam ep (Thingstoburn, 2012)

Gli Anadarko, veneti dal nome bizzarro e suggestivo, si presentano alla cassetta delle lettere di Black Milk con il loro secondo ep, Vivivenetovietnam (titolo eccezionale).

Suonano da cinque anni e si sente: compatti, convinti, se la comandano nei territori che hanno scelto di esplorare. Che rispondono alle coordinate geografiche del noise rock, free jazz deragliato, post rock, post punk… insomma, “robba strana” e non immediata.

Che dire? Di sicuro gli Anadarko non sono nelle mie personalissime corde e si cimentano in un genere che in media mi regala solo un po’ di fastidio e di noia, ma devo riconoscere che hanno i loro momenti di grande impatto, sfiorando l’ispirazione free degli Stooges di Fun House (quando i fiati esplodono nei loro solo lancinanti, allora sì: il fantasma di questo album si palesa); per il resto ciò che rimane è un buon disco di rock intellettuale e sperimentale, ma inadatto alla mia cafoneria (e a quella della gente come me).

Ci facciamo uno spritz?

Les Spritz – Pajaso (Lemmings Records/Have you said midi?/Whosbrain Records/Musica per organi caldi, 2010)

Che la Sicilia sia da sempre terra fertile per band dell’area alternativa/underground è un fatto noto; così come è noto che spesso queste band restano come rinchiuse nel caldo guscio della loro Sicilia, ricevendo raramente le attenzioni e l’esposizione che meritano anche altrove.
Questi Les Spritz confermano di sicuro la qualità della scena sicula, con un noise rock strumentale nervoso, jazzato e schizoide – figlio di No Means No, dei Sonic Youth, della no wave newyorkese, dei Big Black e (perché no) dei semi dello stoner e del desert rock.
A scanso di equivoci devo dichiarare di non essere un conoscitore, né un vero amante del genere, per cui mi limiterò alle mie personalissime impressioni, che potrebbero avere un valore prossimo allo zero assoluto. Ad ogni modo Payaso è un buon ascolto: duro, spigoloso, asimmetrico e lontano dal narcisismo artistoide fine a se stesso; imprevedibile quanto basta (senza osare troppo… e ben venga, per il sottoscritto), crea sentieri agevoli da percorrere anche per un cafone rockettaro come me.

A suggellare il legame con l’universo del buon Albini, c’è il particolare che l’album è stato masterizzato da Bob Weston (degli Shellac)… un tocco in più che aggiunge aura e compattezza al prodotto finale. Ho goduto molto leggendo che esiste anche una versione limitata su vinile – peccato, a me è arrivato il cd, che comunque è in confezione fighissima, quindi non  ho nulla da lamentarmi.

Ottima band, non facilissima da metabolizzare, ma da ascoltare senza dubbio.

Un Menghua con ghiaccio

The Menghua – s/t (autoprodotto, 2010)

Il trio vicentino The Menghua ha una formazione che, a livello di composizione, da sempre mi intriga: due chitarre e batteria, niente basso (altro…)

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