Unchained melody

Jet Market – Sparks Against Drakness (No Reason, 2011)

I quattro italianissimi Jet Market sono al loro quarto disco e suonano ormai dal 1998 – che a me sembra ieri, ma cazzo, son passati quasi 14 anni. In pratica una vita per una band. Escono su No Reason, per questa loro quarta fatica… e anche se dicono che l’abito non fa il monaco, in questo frangente la label è chiaramente indicativa di quello che ci si può aspettare, visto lo stile piuttosto netto e omogeneo che propone con regolarità. E infatti questo Sparks Against Darkness è un album di punk hardcore melodico con qualche filamento di emo core e una – piacevolissima, a mio parere – spruzzata di skatecore/skatepunk.

La ricetta è classica, ma i Jet Market sono magistrali nel proporla: ritmi sostenuti, chitarre stoppate e arrangiamenti melodici, cori con armonie… c’è tutto. Se avete amato Satanic Surfers, Propagandhi, No Use For A Name, Avail e – perché no – Nofx, qui c’è pane per i vostri denti.
L’unico peccato, per quanto mi concerne, è che avrei preferito meno emo e più follia skatecore: avete presente gli Stupids? Ecco, loro erano dio nel genere skate. Poi è ovvio che l’ispirazione dei Jet Market è più derivante dall’hc melodico statunitense anni Novanta,  ma come dire… visto che l’appiglio skate c’è, io mi ci attacco e ne chiedo di più – mentre posso fare a meno della dose da cavallo di sonorità Burning Heart/Fat Wreck.

Detto questo, la band è senza dubbio ottima e non deluderà anche i conoscitori più pignoli del genere. L’uomo Del Monte ha detto sì.

The night of the Living Daylights

The Living Daylights – What Keeps You Breathing (No Reason, 2011)

Emo core caldo e melodico – di ceppo indubbiamente West Coast – con venature di pop punk raffinato; questi inglesi ricordano un bel beverone multivitaminico di primissimi Jawbreaker, Pegboy, Naked Raygun, Face To Face e – perché no – Green Day. Il tutto in salsa lievemente più pop e pulita, sicuramente meno hardcore e punk.

I The Living Daylights conoscono a menadito tutti i trucchi del mestiere e costruiscono un dischetto ineccepibile, molto “di genere” e aderente agli schemi, ma inattaccabile.
Ottime melodie, bella coesione, suoni cristallini ma non finti, tempi mediamente sostenuti con qualche puntatina leggermente più intimista (ma mai lagnosa).

Lo scontatissimo commento è che se fossero americani e ci trovassimo nel 1993-94, avrebbero tutte le carte in regola per diventare una band fondamentale per il genere; ma, come al solito, la realtà è diversa, quindi dobbiamo accontentarci – e loro per primi – di un bel disco, fatto con passione e talento,  ma purtroppo battuto sul tempo dai mostri sacri già tempo fa. E per questo genere vuol dire molto, visto che i concetti basilari sono già stati ampiamente affermati, quindi è estremamente arduo o addirittura impossibile dire/fare qualcosa che non sappia di déjà vu.
Eppure questi ragazzi inglesi, ripeto, hanno il loro perché, e ve ne accorgerete se amate o avete amato queste sonorità.

I cavalieri dello zodiaco abitano a Berkeley

Argetti – New Seeds (No Reason, 2011)

Onestamente, e non me ne vogliate, penso che un nome peggiore di Argetti (che a quanto leggo è anche uno dei cavalieri dello zodiaco… ma per favore!) sia davvero difficile da trovare – così come è piuttosto folle decidere di affibbiarlo alla propria band, soprattutto se si decide di suonare punk rock. L’impressione iniziale, quindi, è stata gravemente negativa.

Ero quasi pronto a una recensione di quelle che nei primi Novanta, nella fanzine di Rev Norb, venivano fatte solo guardando la copertina e non ascoltando il disco, ma poi ovviamente ho fatto ciò che un uomo deve fare e l’ho messo nel lettore cd. E’ stato una piacevole sorpresa constatare che, nonostante il nome da tribunale dell’Aia, i vicentini Argetti suonano un ottimo pop punk fine Ottanta/primi Novanta, che trasuda letteralmente (e lo ripeto: trasuda, ne è intriso come una spugna) suggestioni inequivocabilmente riconducibili alla prima ondata di gruppi Lookout.

Lawrence Livermore probabilmente si sarebbe innamorato di loro nel 1991-92, visto che incarnano le anime che nel periodo aureo hanno contraddistinto l’etichetta di Berkeley: punk rock asciutto e semplice, suonato senza fronzoli e tecnicismi, ma soprattutto striato di sensibilità pop alla Smiths/Morrissey e attitudine emo-core (occhio ai termini: l’emo di cui si parla non è quello di adesso, ma proprio tuuuuuutta un’altra roba). Per utilizzare il solito giochino del “somiglia a”, direi che gli Argetti sono un improbabile ibrido di Monsula, primissimi Green Day e J Church, leggermente insaporiti in salsa anni Duemila e con una persistente vena malinconica a corredo.

Notevoli davvero, quindi: probabilmente hanno anche il giusto appeal per piacere ai relitti che la scena degli albori Lookout la hanno vissuta in prima persona, così come agli under 20 e ai famigerati twentysomething. E allora, bene così. Magari ogni tanto incazzatevi un po’ di più, invece di cedere incondizionatamente al lato melanconico del pop punk…

Austria sounds like Florida

Astpai – Heart to Grow (No Reason, 2010)

L’Austria a me ha sempre fatto venire in mente una specie di Tirolo esteso, con le palle di Mozart, la sacher, i metallari col mullet e le toppe dei Running Wild (o dei Coroner) sul giubbotto di jeans. Questo tanto per non cadere in nessuno stereotipo (altro…)

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