Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

[Per scaricare in pdf l’intero numero uno di Sonic Iguana, clicca QUI]

Glamorama rock

afterhourscover-300.jpgPrima Donna – After Hours (Acetate Records/Goodfellas 2008)

E’ stato amore a primo ascolto, e pure a prima vista. Perché questi cinque ragazzi californiani suonano rock and roll come Satana comanda. A parte il nome che definire killer è poco, i Prima Donna frullano i New York Dolls, gli Stooges dell’era Raw Power, il David Bowie di “Suffragette City” e tutti i cliché glamorama del caso.

Ci sono i quattro quarti schiaccia-sassi, i riff à la Chuck Berry e il sassofono che, inevitabilmente, ricorda Michael Monroe e gli Hanoi Rocks. After Hours è stato buttato sul mercato da un’etichetta, Acetate Records, che ha in catalogo gente del calibro di Nine Pound Hammer, Hangmen e Black Halos – una piccola istituzione della Los Angeles più marcia: chiaro il concetto?

Ascoltatevi il primo pezzo del disco, “Soul Stripper”, e poi ditemi un po’: ci rimanete secchi. La successiva “Demoted” è quasi beatlesiana e la conclusiva “Dummy Luv” è una canzonaccia in stile Rolling Stones anni Settanta… come se non bastasse, “I Don’t Want You To Love Me” è finita nella colonna sonora di Californication, il telefilm con David Duchovny scrittore scopadelico.

Per concludere in bellezza, sentite un po’ cosa succede il 15 dicembre: al Viper Room – Hollywood, proprio là dove è morto River Phoenix – suonano i Prima Donna e i loro zii Joneses, con tanto di contest di maglietta bagnata. Diventeranno famosi? Dubito fortemente, ma chissenefrega: Johnny Thunders, Richey James, Nikki Sudden e tutti gli altri approvano.

Jacobites: videoclip!

Jacobites d’annata (r.i.p. Nikki Sudden) con il clip di “Don’t you ever leave me“. Godeteveli…

Intervista a Circo Fantasma

circolive1.jpgHanno pubblicato quattro album tra il 1997 e il 2006. Proprio ora stanno preparando il seguito della loro ultima fatica, che era – almeno stando al primo impatto – un accorato e pulsante tributo al genio di Jeffrey Lee Pierce (in collaborazione con una serie di personaggi di altissimo profilo, da Nikki Sudden a Steve Wynn, passando per Cesare Basile, Manuel Agnelli, Emidio Clementi e Linda Pitmon) intitolato, appunto, I Knew Jeffrey Lee.
Sono i milanesi Circo Fantasma e abbiamo scambiato una lunga chiacchierata via mail con il cantante/chitarrista Nicola Cereda, che gentilmente si è prestato a rispondere a queste domande in due tornate. Ecco come è andata…

[Si ringrazia Carlo/Indianalien – fisarmonica, organo, piano dei Circo Fantasma e leader degli Indianpalms – per l’aiuto]

Dopo una carriera più che decennale, la collaborazione con realtà e papaveri del rock indipendente (e non) italiano, i dischi targati BMG, Sony, Edel e Polygram, la prima domanda che mi sgorga spontaneamente è: il Circo Fantasma vive della sua musica? Perché sarebbe una notizia piuttosto intrigante, vista l’aria che tira…
La risposta è ovviamente no, e comunque non tira un’aria particolare. Credo sia sempre stato così, e non mi riferisco solo alla musica. Fare l’artista di professione in Italia richiede sacrifici enormi e grande talento o magari anche solo il talento di sopportare un tenore di vita quantomeno incerto. In alternativa si può nascere ricchi, avere una fortuna sfacciata o essere particolarmente raccomandati. Non c’è comunque posto per le mezze misure.
E’ comodo avere un lavoro che ti permetta di portare avanti un’attività parallela, ma esiste il rischio concreto che questa poi si trasformi in un hobby da dopolavoristi. E’ comodo avere un lavoro, ma ruba energie e tempo alla tua arte che si puo’ atrofizzare per mancanza di stimoli. Rende più arrendevoli e disposti ad accettare la sconfitta in quanto lo stipendio arriva per altre vie. Per vivere d’arte bisogna essere cinici e determinati. Se hai lo stomaco vuoto devi arrivare ad ogni costo e questo innesca un circolo alla fine virtuoso. Non credo di poter essere smentito quando affermo che abbiamo fatto la scelta più comoda.

La scelta di fare uscire un disco come I Knew Jeffrey Lee sembra piuttosto coraggiosa, soprattutto considerato che in Italia il buon Pierce è ancora piuttosto sconosciuto (nonostante un minimo di attenzione in più riservatagli negli ultimi anni). E’ stato facile trovare qualcuno disposto a produrlo?
Innanzitutto non si tratta di un tributo ai Gun Club bensì a una scena musicale assolutamente virtuale che non è mai esistita se non nella nostra testa. Inoltre è un appassionato tributo ai nostri vent’anni quando la musica era tutto per noi. Quindi è anche un disco tremendamente intimo e personale, in cui c’è moltissima farina del nostro sacco. Le nostre versioni (tranne un paio di eccezioni) sono molto lontane dagli originali cosicché posso tranquillamente affermare che brillano di luce propria. Il disco l’abbiamo finanziato di tasca nostra e solo a lavoro finito, con gran fatica, siamo riusciti a trovare qualcuno disposto a sobbarcarsi soltanto una parte delle spese sostenute. Jeffrey Lee Pierce non lo conosce nessuno, ed è giusto così. In fondo è una delle ragioni per cui abbiamo realizzato quel disco. Nessuno ci avrebbe scommesso a priori e anzi, a suo tempo, qualcuno considerato duro e puro nell’ambiente alternativo, ci sconsigliò di portare a termine un tale progetto privo di alcuna prospettiva commerciale. Alla resa dei conti il disco, sebbene in poche centinaia di copie, è stato distribuito anche in Francia e soltanto qualche “contrattempo burocratico” ci ha impedito di avere ancora una piccola distribuzione anche in Spagna e negli States. Questo non significa certo che sia stato un successo commerciale…

In realtà io credo che Pierce sia anche conosciuto, ma sia uno di quei nomi jolly con cui ci si riempie la bocca in certi ambientini, soprattutto qui da noi. Tutti hanno Fire of Love da qualche parte su una cassetta o su un cd, pochi hanno davvero i dischi dei Gun Club e li hanno sentiti. C’è gente che non sa che Pierce è morto, tanto per dirne una (se cerchi in rete ti imbatti in notevoli perle a questo proposito). Ad ogni modo avrei detto che un progetto come I Knew JL potesse avere buone potenzialità proprio fuori dai confini italiani… Francia, Inghilterra, Olanda, Spagna… tutte piazze in cui Pierce e i Gun Club hanno sempre avuto grande considerazione (ti parlo per esperienza personale, dato che 10 anni fa pubblicai un 7″ tributo ai Gun Club e il grosso delle copie finirono appunto da quelle parti). Secondo te è possibile che ormai il binomio Pierce/Gun Club sia diventato semplicemente una categoria per giornalisti e incasellatori e il tempo, unito alla relativa sotterraneità della loro musica e alla morte di Pierce, abbia in qualche modo sbiadito la loro indiscussa grandezza?
Hai completamente ragione. A differenza dell’Italia, in altri paesi d’Europa è rimasto vivo l’interesse per alcuni “eroi perdenti” degli anni Ottanta. Ricordo concerti di gruppi incredibili nei locali più importanti di Milano quasi sempre semivuoti. Devo dire che i frequentatori di quelle serate conoscevano profondamente la materia in quanto se ne nutrivano essenzialmente per vivere. Oggi i concerti sono pieni di gente ignorante passata di lì per caso o per moda.

Ma qualcuno di voi ha mai avuto davvero l’opportunità di conoscere Pierce?
E’ tutto spiegato nel libretto interno del cd… comunque no, non direttamente…

Capisco; in effetti non avendo avuto il cd sottomano non posso sapere tutta la storia. Spero di colmare la lacuna al più presto. Ad ogni modo, tu come sei diventato adepto (passami l’aggettivo) del culto di Pierce?
Penso di essere ormai troppo disincantato per avere ancora idoli. Ai Gun Club sono comunque arrivato tardi, a fine anni Ottanta. Un amico col quale suonavo mi passò il vinile di Fire of Love. Ai tempi avevo una grande passione per il blues rurale e fui subito colpito da questo album in grado coniugare Robert Johnson e il punk. Mi catturarono quei viaggi psicotici lungo autostrade popolate da fantasmi, i deliranti ululati horror annegati nelle paludi della Louisiana, i blues ferroviari lanciati a velocità schizofrenica, i febbrili ritmi voodoo, i country epilettici. Quel suo sound spigoloso e tutto spostato sulle frequenze alte ad accompagnare una voce stridula e spesso condotta consapevolmente da Jeffrey Lee Pierce appena sopra la giusta tonalità. Il giorno dopo avevo già comprato Miami

Il concetto di tributo vi è piuttosto caro, visto che a parte il già citato e bellissimo album, avete partecipato a progetti dedicati a Springsteen e Nick Drake. Vi è mai venuto in mente di mettere in piedi qualcosa per ricordare-celebrare Nikki Sudden e il fratello Epic Soundtracks?
In realtà IKJL propone alcune delle ultime performance in studio di Nikki Sudden, uno degli eroi dei miei vent’anni: affascinante, talentuoso e allo stesso tempo tecnicamente approssimativo (dal punto di vista musicale) ma soprattutto magnificamente perdente. Come ovvio, conoscerlo di persona non ha rafforzato affatto l’idea che mi ero fatto di lui da ragazzo. Tuttavia la sua prematura scomparsa mi ha lasciato dentro una sensazione di magia e di mistero che continua ad accompagnarmi e che non ho nessuna intenzione di spiegare.

Come descrivereste la vostra musica a un profano che non vi ha mai ascoltato?
Qualche tempo fa un ragazzo mi chiese: “Hey Circo Fantasma! Come va il vostro rock depresso?”. Può darsi che abbia ragione… nella nostra intenzione la musica è fondamentalmente un veicolo di emozioni, per chi la fa e per chi la fruisce. Emozioni non facili, in grado di superare la prova del tempo… possibilmente come un grande vino….

Puoi dirci qualcosa del prossimo album che – a quanto pare – avete iniziato a preparare?
Potrebbero essere addirittura due: uno sulla falsa riga di IKJL con materiale rimasto fuori da quel disco e integrato con delle nuove registrazioni, e un altro in italiano completamente inedito. Non abbiamo ancora le idee chiare e nessun contratto da rispettare…

Ultima domanda: concedimi un’incursione nella beceraggine. Quale è stato il concerto che ricordate con maggiore piacere e feeling? E perché?
Ogni serata fa storia a sé. A volte ti sembra di dare il massimo e invece la gente rimane fredda. Altre volte la gente risponde in modo inaspettatamente positivo senza che nulla sia particolarmente diverso dal solito. Poi ci sono i locali dove va tutto sempre bene come il Due Lune di Tuoro al Trasimeno, il Grapes di Pontremoli o il Cage di Livorno, e quelli dove va sempre tutto male e che non voglio nemmeno ricordare. Certe dinamiche sono misteriose. Personalmente ogni concerto è come una spina dolorosa da togliere da sotto pelle. Non ho un buon rapporto col palco, ma preferisco calcarlo oggi da cantante che in passato da chitarrista. In ogni caso, per tornare alla domanda, sicuramente i 15 minuti del Tenco sono indimenticabili (oltre al dietro le quinte con DeAndrè). Ricordo con particolare piacere la serata live a Radiopopolare Milano dopo l’uscita di IKJL con Joe dei La Crus, Cesare Basile e Lorenzo Corti. C’era adrenalina a mille ma anche grande armonia sul palco e fu molto emozionante. In generale la turnè di IKJL è stata molto piacevole grazie anche ai nostri compagni di viaggio Alessio Russo alla batteria e Fabio Mercuri alla chitarra oltre alle comparsate dei già citati Joe, Cesare e Lorenzo, ma anche di Andrea Aloisi al violino, Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi) e Dave Muldoon, tutti musicisti sopra la media, ma anche splendide persone con le quali è stato davvero piacevole essere sulla strada.
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Nikki Sudden

Un video di Nikki Sudden che suona una versione acustica del suo classico “Death is hanging over me”, a New York il 24 marzo 2006. Circa 40 ore dopo ci lasciava. See you at the big store, brother.

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