Falso d’autore

owenOwen Temple Quartet – Rot In The Sun (Casbah Records, 2013)

Quando le influenze ci sono, sono talmente palesi da essere smaccate, ma sono trattate con anima e venerazione, spesso escono fuori lavori come questo album dei francesi Owen Temple Quartet: gioielli di rara bellezza lavorati con maestria, anche se somiglianti in tutto e per tutto a opere dei guru del genere.

E cosa si fa? Si butta tutto? (altro…)

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Il fantasma di Jeffrey Lee Pierce tra Tenerife, Berlino e Parigi

Dallas Kincaid & Evilmrsod – Subterranean Power Strain (autoprodotto, 2011)

Non so come mi abbiano trovato, ma porca puttana la miseria, meno male che l’hanno fatto. Non mi farò altre domande, perché qui c’è davvero roba che scotta e ve ne devo parlare.

C’è questo Evilmrsod, che si chiama Pablo Rodríguez, è di Santa Cruz de Tenerife, ma ora vive a Berlino. Lui – dopo essere stato in una rock’n’roll band di Tenerife – si è dato al blues/folk/rock acustico con risultati apprezzabili e apprezzati. Un giorno Evilmrsod, su Internet, conosce il rocker francese Dallas Kincaid, influenzato da gente tipo Jon Spencer, Cramps, Dogs, Ramones, Stones, Nick Cave, Jeffrey Lee Pierce, Hank Williams the third, Johnny Cash e Iggy Pop. E da qui nasce una bizzarra collaborazione. Bizzarra sulla carta, perché il risultato – ossia questo Subterranean Power Strain – è una bomba. Da godere senza remissione.

Le influenze sono chiare e pescano nel calderone del rock’n’roll malato, del punk blueseggiante, del blues punkizzato, del rock gotico western, ma anche del folk rock più decadente e oscuro. Con qualche tocco più melodico a offrire brevi boccate d’ossigeno.
Gli addendi, come potete vedere e sentire, sono semplici e noti, ma il risultato è stupefacente: musica di quella che ti entra nelle ossa e ti fa ricordare, anche solo per qualche istante preziosissimo, cosa hai provato al primo ascolto dei Gun Club, tanto per dirne una. O dei Cramps.

Menzione speciale per la voce spettacolare, che in più di un momento evoca il fantasma di Jeffrey Lee Pierce, facendoci credere per qualche istante che sia ancora vivo e vegeto e stia incidendo ancora ottima musica.

Uno dei dischi dell’anno, per quanto mi concerne.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25211158 SheryLynn by evilmrsod

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25201448 Pure by evilmrsod

Un bluesman mannaro americano a Londra

Jeffrey Lee Pierce – Hardtimes Killin’ Floor Blues (Choses Vue, 2007, di Henri Jean Debon)

La semplicità di una certa conoscenza, di alcuni concetti dati per scontati, troppo spesso viene scambiata per banalità. Sembrano sciocchezze ai limiti della superstizione, stupidaggini di poco conto, pure cazzate da TG4 – periodo ferragostano, magari. E invece in alcuni casi è tutto vero. Troppo. Ad esempio quando ti dicono che vedere da vicino i tuoi idoli non è quasi mai – o mai – un’esperienza edificante; anzi è meglio evitare.
Ecco, avrete già capito l’antifona. Il sottoscritto è stato letteralmente ossessionato da Jeffrey Lee Pierce e dalla sua musica per circa 20 anni – e lo è ancora. Ma visionare questo documentario uscito nel 2007 è stato un duro colpo. Durissimo. E’ per questo che mi risolvo a parlarne solo dopo qualche anno, dopo avere razionalizzato, metabolizzato e – paradossalmente – imparato ad accettare anche il lato più oscuro ed esecrabile del personaggio.

Ebbene, Hardtimes Killin’ Floor Blues (del francese Henri-Jean Debon, già autore di diversi cortometraggi e videoclip) nasce da una dinamica molto simile a quella descritta in apertura. E’ il 1992** e Debon ha il culto di Pierce; coglie l’occasione, visto che abita a Londra non lontano da Jeffrey, per filmarlo. Vuole raccogliere materiale per un documentario che renda giustizia al suo eroe. Così per qualche tempo – con il consenso di Pierce – lo segue al pub, lo intervista a casa e gira qualche ora di materiale. Peccato che non ha fatto i conti con un dettaglio non da poco… ovvero che Jeffrey è veramente arrivato a toccare il fondo.
E’ un musicista senza un’etichetta discografica e senza un soldo; ha perso la sua compagna (nonché bassista dei Gun Club) che si è messa con il batterista; per diretta conseguenza la band è evaporata e lui si è reinventato solista. Ma non basta. Jeffrey è solo, spaesato, imbolsito, alcolizzato, intriso di dolore e di un’evidente incapacità di affrontarlo. O, forse, di affrontare la vita. Nick Cave in persona, che arriva in visita all’appartamento in 34 Elsham Road, si lascia sfuggire una frase emblematica: “Jeffrey, devi riprendere in mano la tua vita e sistemare le cose. Qui è un cazzo di porcile”.

Il Pierce che la macchina da presa di Debon cattura è, insomma, ben lontano dall’icona del bluesman punk, figlio della Los Angeles in fermento degli anni Settanta e sempre alla ricerca di un crocevia per incontrare il diavolo – o un suo convincente surrogato. Fa quasi tenerezza, a tratti, mostrando quel lato infantile che chi lo conosceva bene spesso ha descritto, ma che dalla sua musica non traspirava neanche in maniera casuale; ha l’aria – col senno di poi – di una persona che è arrivata. E non all’apice della propria carriera, ma – al contrario – al capolinea. Tutto è stato detto, tutto è stato fatto, restano solo i cocci. Come scrive il mio amico Gianni, “ognuno deve fare i conti con cosa rimane di sé”: già. Jeffrey, probabilmente, li stava iniziando a fare e non penso gli stesse piacendo troppo quello che vedeva. Una caricatura del bluesman che da sempre ha cercato, con tutte le sue forze, di diventare.

E’ tutto distillato in 60 minuti netti (più una manciata di bonus), che si srotolano in due location principali: l’appartamento incasinato in cui Jeffrey suona (peraltro è diventato un ottimo chitarrista blues) e tiene banco; e il pub  The Kensington (all’11 B di Russel Gardens) dove passa lunghe ore in compagnia di personaggi improbabili e improponibili, nati da una copula ubriaca tra Dickens e Mr Bean.

Alla fine della visione – fidatevi – proverete una mortifera sensazione di gelo. Per qualche giorno avrete il sospetto di aver sbagliato a venerare Jeffrey così come avete fatto, perché l’icona, in questa oretta di dvd, diviene più umana e ordinaria del vostro ex vicino di casa che si è giocato l’appartamento al videopoker (ed è la stessa sensazione che ha frenato Debon, per quasi 15 anni, impedendogli di pubblicare questo materiale).
Poi passa, ve lo garantisco. Perché dopo la botta si riesce a mettere in prospettiva, fare un bilancio: e qui pesa la grande musica che Jeffrey ci ha lasciato. Alla fine si chiude in positivo; un positivo leggermente più risicato rispetto a prima, ma anche più vero e pulsante. Pierce non era un santo, non era un dio, non era infallibile. Era un ragazzo con un casino di problemi e uno schizzo di genio blues a tenerlo insieme.

(**): Non è chiaro il periodo in cui le riprese sono state fatte. Il regista stesso fa una gran confusione, visto che in occasioni diverse cita anni diversi. Per cui la copertina del dvd parla di 1992, Debon a volte cita il 1992 e altre il 1994. Verosimilmente collocherei il tutto più verso il 1994, visto che Romi Mori ha già abbandonato Jeffrey – evento che si è verificato tra il 1993 e il 1994.

E il lupo si fece addomesticare…

Grinderman – Grinderman 2 (Mute, 2010)

I fan di personaggi controversi e intensi come Nick Cave sono portati per imprinting a essere onnivori: si succhiano qualsiasi prodotto a prescindere. Anche il sottoscritto apparteneva al girone di questi cannibali saccheggiatori del Re Inkiostro, fino a qualche lavoro fa (altro…)

Big Sexy Noise nelle acque dei Navigli

Big Sexy Noise featuring Lydia Lunch & Gallon Drunk + Three Blind Mice @ Cox18, Milano, 11/11/10

La difficoltà nel trovare parcheggio in zona Conchetta non faceva presagire nulla di buono. Solo dopo svariate ronde a girotondo siamo riusciti a farci spazio tra le lamiere, la nebbia e i fumi dell’alcool in una zona off limits, a pochi metri dal leggendario Centro Sociale Cox18 – occupato, smobilitato, e ri-occupato, ma costantemente sorvegliato e minacciato dalla Banda del Pirellone.

Sfidata la sorte, arriviamo tra i primissimi. Così numeri uno da essere in mostruoso anticipo: cancello chiuso e qualcuno da dentro che urla che prima delle dieci passate non si apre un bel niente. In effetti si sentono distinti rumori di piatti e forchette: a quanto pare Lydia se la gode tra un risotto e un cognac, insieme ai suoi compari dei galloni ubriachi.
Ci facciamo largo tra la sparuta folla e la densa nebbiolina meneghina, ci dirigiamo in un infimo pub paludosamente naviglioso dietro l’angolo, per scolarci qualche drink. Chiacchierando tra un drink e l’altro si santifica la madrina della no wave newyorkese, per il semplice fatto che in un perfetto stile punk continua a esibirsi in locali barricadieri e non si è lasciata abbindolare dal consumismo musicale su più ampia scala, su cui si sono adagiati i maturi Sonic Youth e il Nick Cave stempiato, amici dell’epoca che fu.

Torniamo al Cox, rinvigoriti e corrazzati. Finalmente si entra, e i cinque euro di sottoscrizione mi fanno schizzare indietro ai gloriosi tempi in cui i concerti costavano quanto dovevano costare – e nei centri sociali questo è sempre rimasto un diktat assiomatico.
Si sbevazza prima del support set dei Three Blind Mice, che aprono le danze. Ma si sbevazza anche durante il loro set, perché questi tre topini ciechi fanno roba new wave che già sarebbe apparsa pallida e sbiadita copia sul finire degli anni Ottanta, cianfrusaglie alla Mission con altri echi della new wave minore. Finalmente, con un bizzarro lascito “a Berlino cazzo” ruggito dal frontman, la fatica è conclusa. Al cambio di palco scappo ai cessi a intoppare e mi accorgo con stupore che il locale è stracolmo, gente ovunque, sparsa come i miei schizzi di vomito dentro la turca.

Il climax è vicino quando mi si affiancano due lesbo-lumachine molto trendy – che flirteranno con Lydia per tutto il concerto – e un oggetto poco identificabile a forma di trans, che continua a ballare anche ad amplificatori spenti. Vabbè, la Lunch ci ha abituato a queste cose: infatti svuotato e con un sorriso ebete stampato mi godo in primissima fila, quasi sul palco, tutto il set della vipera ex Teenage Jesus and Jerks.
Lei è la solita meravigliosa strega, sformata dagli anni, incantatrice, ammaliante sciamana con la pistola sempre carica, che sputa i suoi testi tra un sorso di alcool ed una tirata di sigaretta scroccata. I Gallon Drunk nel ruolo di backing band eseguono le tracce del progetto Big Sexy Noise dalla prima all’ultima: impeccabili, dolorosi, piegati da un lamento di sax di Terry Edwards (anche all’organo) che sembra perennemente sul punto di attaccare “Funhouse” degli Stooges.
I Big Sexy Noise (che per chi non lo sapesse sono la fusione di Gallon Drunk e Lydia Lunch) sono marci e malati al punto giusto: la tossicomania blues britannica da scantinati che puzza di whiskey di James Johnston e soci incontra – e si incista con – la schizofrenia porno americana della signora Lunch. Un connubio letale che dà vita a un gruppo tra gli ultimi, meravigliosi, decadenti e credibili ancora in circolazione.

La divina scende dal palco aiutata da mille braccia di sostenitori, ma è già troppo tardi: la testa mi esplode, le orecchie mi fischiano, il mio compagno di viaggio ha il mio stesso sorriso ebete. Incredibilmente ritrovo anche la macchina.

I crimini pop di Rowland

Rowland S. Howard – Pop Crimes (Liberation, 2009)

Laggiù in basso è sempre stato il luogo migliore.
Laggiù in basso non importa chi tu sia.
Laggiù in basso la Redenzione non ha senso.
E Rowland lo sa (altro…)

Tutti gli amici di Jeffrey Lee Pierce

ridersVV.AA. – We Are Only Riders, The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project (Glitterhouse, 2010)

Ok è ufficiale, ci sono arrivato a quasi 40 anni, ma l’ho capito: è facilissimo fregarmi e intortarmi, basta pronunciare il giusto numero di volte le parole Jeffrey Lee Pierce e Gun Club e il gioco è fatto.
Ma a questo punto mi rassegno e accetto la cosa come una malattia cronica impone (altro…)

Addio Rowland S. Howard…

rolandhoward_narrowweb__300x390,0E il 2009 non rinuncia a essere infame e bastardo fino all’ultimo. La lunga sequenza di rocker che si è portato via aumenta – anche in zona Cesarini. Infatti oggi è morto, a 50 anni di età, Rowland S. Howard (altro…)

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