Hipster is cul

coverHank Wood and the Hammerheads – Stay Home (La Vida Es Un Mus – 2014)

[di Tab_Ularasa]

Un gruppo punk old school che viene da New York! Oplà… questa è una notiziona! Si chiamano Hank Wood and the Hammerheads. Dopo tutta quest’orda di roba neo psichedelica con tocco lo-fi proveniente dal quartiere generale hipster per eccellenza situato a Williamsburg, sembra che l’intenzione della gente “creativa” che vive in quel posto adesso sia quella di andare a rovistare nel torbido – dopo che gli altri generi sono stati abbondantemente plagiati e saturati. (altro…)

Ramones e radici

VV.AA. – The Ramones Heard Them Here First (Ace, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Il corpo non c’ è. E del resto, come potrebbe? Ma tutto lo spirito dei Ramones si agita qui dentro. Sono gli originali delle tante (non tutte, per i soliti motivi di copyright che riguardano i nomi “grossi” come Rolling Stones, Who, Doors, ecc.) cover che hanno accompagnato la storia della più importante punk-band americana, con appendice al disco solista di Joey Ramone (“1969” degli Stooges e “What A Wonderful World” vengono proprio da lì), inciso mentre il cancro cominciava a rodere la mantide punk dal suo interno, spegnendo per sempre l’ energia che lì dentro covava.

Tutta la scaletta, soprattutto la prima metà occupata da Beach Boys, Jan & Dean, Trashmen, Searchers, Ronettes, Ritchie Valens, Chambers Brothers, Chris Montez, Rivieras e Troggs cattura l’ essenza più schietta della band, votata al fun-fun-fun più troglodita e idiota, nell’assoluta e indomita certezza che il punk era arrivato innanzitutto per preservare lo spirito del rock ‘n roll.

Il pogo, le spille, il cuoio, le borchie, le creste e l’eroina non erano indispensabili.
I Ramones, signori.
Ventidue anni nel ’76. Ventidue anni nel ’96. Ventidue oggi.
Presero il rock ‘n roll e lo obbligarono a non invecchiare. Nessuno saprà più farlo, dopo di loro. Non così bene. Non così forte.

Il mondo ci regalerà soltanto tristi cover band dei Ramones. La nostra gioventù invece è stata seppellita con loro.

Streetwalking Cheetah

Cheetah Chrome, il maestro della chitarra tossico, sconvolto, pelato, cafone e troglodita. Una personcina spigolosa, senza cui il sound di alcune delle formazioni più importanti del punk a stelle e strisce non sarebbe nemmeno nato. E allora è quasi un dovere di cronaca e un tributo ossequioso al rock, questa traduzione di un’intervista apparsa sul numero due della mitica Sonic Iguana (la fanzine di Jeff Dahl della seconda metà anni Novanta). All’epoca Cheetah era quasi una figura dimenticata, fuori dai riflettori e dalle rotte della scena punk peraltro fiorente. Sono state tagliate le ultime domande, troppo legate al momento contingente… quello che resta è il ritratto di un eroe che vive in una confortevole penombra e non sembra neppure scontento delle situazione.

Come è stato crescere a Cleveland?
Non c’è molto da dire, a parte che faceva schifo. Cleveland è molto piena di sé e arretrata.

Però è conosciuta come una città rock…
Non saprei dirti il motivo. Credo che chi viveva altrove potrebbe averla vista così. E tutti i gruppi che ci sono passati a suonare si devono essere divertiti. Ma se tu ci avessi vissuto ogni giorno della tua vita, non la penseresti in questo modo. Può anche essere che ci fosse un sacco di roba interessante in giro e io non me ne sia accorto…

Quando hai cominciato a suonare la chitarra?
Avevo otto anni. Non fu la sera che vidi i Beatles in tv per la prima volta, ma nel giro di sei mesi avevo iniziato. Me ne stavo in casa con i libri degli accordi e i dischi dei Rolling Stones.

Quale è stata la tua prima chitarra?
La prima era un giocattolo di plastica (ride). La prima vera elettrica fu una Sakova, credo fosse della stessa forma del basso di Paul McCartney. A violino, con un battipenna di madreperla. Hai presente? Credo di averla scambiata per della droga.

Ricordi il tuo primo incontro con Stiv (Bators)?
Peter Laughner mi parlava di lui continuamente. La prima volta che l’ho incontrato dal vivo è stata in un negozio di vestiti e lui indossava un paio di pantaloni argentati. Credo fosse il 1974. Non sapevo chi fosse, ma iniziammo a parlare, poi ci salutammo. Nel frattempo suonavo nei Rocket From The Tombs e Laughner continuava a parlarmi di questo tizio, Stiv Bators. Una volta poi lo invitò a un nostro concerto; lui si presentò insieme a Jimmy Zero e quei due ci provarono con le nostre ragazze. Ci incazzammo di brutto; proprio quando stavamo per farli a pezzi Peter intervenne dicendo: “Lui è quello Stiv di cui ti parlavo”. (Ride) Finimmo per scambiarci i numeri di telefono, lui la sera dopo mi chiamò e mi invitò a un concerto di un gruppo di amici suoi, i Blue Ash. Si portò dietro una custodia da chitarra e io gli domandai che chitarra avesse lì dentro; lui disse: “Ah questa ti farà impazzire”… lì dentro aveva un vero e proprio bar! Vodka, granatina, crema al whisky… e iniziò a fare dei cocktail. Questa è stata la prima volta che siamo usciti insieme.

I RFTT hanno registrato molta roba?
Solo due session. Una fu una lunghissima maratona, il giorno del mio compleanno nel 1974 o forse ’75. Ci prendemmo un bel po’ di speed e passammo la notte in piedi. Suonammo tutte le canzoni che conoscevamo. Credo fossimo in uno studio radio, dal vivo. E l’unica altra volta che registrammo fu per un altro show radiofonico, all’Agora. Furono le uniche due volte che ci trovammo davanti a un registratore a bobine.

Cosa pensi dei Rocket From The Crypt che hanno un nome simile al vostro?
Direi che mi devono dei soldi o qualcosa del genere! (Ride) non sono un gruppo rockabilly? Farebbero bene a bere un po’ di caffè o roba così, per stimolare la fantasia. Perché fregare il nome a un gruppo di Cleveland è davvero idiota.

E i Frankenstein?
Erano i Dead boys con un altro nome e un po’ di lustrini. La stessa identica band.

Ti ricordi la prima prova dei Dead Boys?
Beh… non so se c’è qualcuno che è in grado di ricordarla. Sono abbastanza certo che si sia trattato di una faccenda molto alcolica. Una prova con una bottiglia di Jack Daniels e una cassa di birra e qualsiasi altra cosa si trovasse a tiro. Ricordo che ero esaltato perché era la prima volta che suonavo con Jimmy Zero. Nei RFTT lavoravo con Laughner, che era un grande chitarrista, ma non era solido alla ritmica come invece lo era Jimmy. Laughner e io facevamo molti intrecci di suono, mentre con Jimmy era diverso… all’improvviso mi sono trovato ad avere terreno solido su cui muovermi. E’ stato come se prima camminassi sul compensato e finalmente avevo dei mattoni sotto ai piedi.

Avevate un bassista?
No, direi che Jeff Magnum è arrivato almeno due anni dopo. Non ci serviva un bassista. Suonavamo altissimi e mettevamo un casino di toni medi. Non se ne sentiva la mancanza.

Hai sentito quella versione di “Starway to Heaven” suonata dai Dead Boys che circola?
Sì. (Ride) Dovevamo essere davvero annoiati. Pensa che ho un nastro della mia nuova band e c’è la stessa roba dentro. (Ride) Era uno standard per Cleveland. Una volta ero famoso per la mia versione di “Stairway to Heaven”… la facevo subire a chiunque si sedesse con me per un po’.

La leggenda narra che incontraste i Ramones a Cleveland e Stiv li convinse a organizzarvi un concerto al CBGB’s a New York…
Sì, è tutta colpa di Joey Ramone. Joey e Dee Dee. non penso ci avessero mai sentito suonare, ma devono essere rimasti colpiti dalla nostra attitudine. Suonammo al CBGB’s per la prima volta un martedì, davanti a sei persone. Ma erano sei persone importanti. A Cleveland al massimo riuscivamo a farci arrestare, ma non c’era verso di procurarci un concerto. Era tutto in mano ai gruppi di cover. Che è oggettivamente una buona scena per i chitarristi, che possono fare molta esperienza.

E’ interessante, soprattutto se penso a quanti gruppi seminali sono usciti dall’Ohio.
Sì, succedeva perché dovevano combattere la frustrazione. Stiamo parlando di una scena dominata da gente che faceva cover dei Foreigner e “Smoke on the Water”. Ed erano anche pezzi brutti da suonare. Però capitava che ogni tanto ci fossero quelle che chiamavano “Extermination Nights”…

Grande nome…
E in queste serate i RFTT e gli Electric Eels riuscivano a esibirsi. Le organizzavamo anche ad Akron, coi Devo e i Rubber City Rebels in un posto che si chiamava Crypt e serviva solo Thunderbird al bancone. Era di fronte a una fabbrica di gomme, quindi alla fine del concerto uscivi e vedevi quelli del terzo turno che entravano a lavorare; puzzava tantissimo la gomma che veniva modellata per fare i pneumatici.

Come è stato registrare il primo disco dei Dead Boys?
Mi ricordo che in studio c’erano degli Hells Angels per tutto il tempo. E poi un sacco di Tuinal e altre pasticche.

Chi ha voluto Felix Pappalardi per produrre il secondo disco?
Era scoppiata una grana grossa, nel gruppo. Io e Stiv avevamo mantenuto questa specie di dittatura benevola finché Hilly non cominciò a farci da manager. Da quel momento diventammo tutti pari. Grosso errore. Johnny Blitz ad esempio non riusciva a gestire i propri soldi. Jimmy Zero aveva sempre un sacco di idee, ma era roba troppo grossa e irrealizzabile; era un sognatore e pensava sempre in grande, si credeva anche molto più fico di quanto non fosse. Quindi furono fatti un casino di errori e uno fu Felix. Anche la Sire lo voleva. Io avrei voluto ancora Genya Ravan anche per il secondo album.

Ho sentito che si era parlato anche di Lou Reed…
Sì lui era interessato. Voleva portarci in Germania a registrare, ma Jimmy Zero aveva paura di parlargli! Probabilmente sarebbe stato un buon disco, ma Lou ci avrebbe ammazzato, o si sarebbe ammazzato (ride). Felix comunque fece schifo, non posso dire niente di buono su di lui.

E’ vero che sparava con la pistola in studio?
E’ successo per “Son of Sam”; ci serviva il rumore di alcuni spari per l’intro. Usò una calibro 38 e alla fine mixò gli spari con il suono di una guida telefonica e delle bacchette da batteria che cadevano a terra. Perché gli spari non suonavano come dei veri spari. Ottimo: è il produttore dei Dead Boys e non è capace di far suonare uno sparo come uno sparo… è così che butti i tuoi soldi quando sei in studio con un produttore che si sniffa dio solo sa quanta cocaina.

E lo scioglimento dei Dead Boys?
Droga ed ego. Mi capisci? Solo droga ed ego… e immaturità.

Poi andasti a suonare con Sid Vicious…
Sì, ma è una cosa di cui tutti parlano gonfiandola esageratamente. Non abbiamo nemmeno mai fatto un concerto. Sid si addormentava con la faccia nel piatto, a cena, e finiva che saltavamo le prove.

La prima volta che ti ho visto a New York suonavi con Wayne kramer al Max’s.
Fu divertente. Wayne era un ottimo compagno di jam session. All’epoca ero davvero una puttana. Suonavo con chiunque. Con Sid accadde che avevo un concerto una sera e lui mi disse “Facciamolo insieme”. Però devo dire che suonare con Wayne e con Johnny Thunders era tutta un’altra faccenda. Comunque all’epoca tutti suonavano con chiunque. Credo che giri un nastro di me che suono “Chain of Fools” con Chris Spedding…

Puoi dirci i gruppi in cui sei stato dopo i Dead Boys?
The Skels, The Ghetto Dogs, The Casualties… per un po’ ho suonato con Nico. Che esperienza. E’ l’unica persona più tossica di me che io abbia mai incontrato. (Ride) Non mi ha mai pagato perché i soldi li ha usati tutti per farsi!

Dopo i Dead Boys non dovevi fare qualcosa con l’etichetta dei Rolling Stones?
Keith Richards voleva che facessi un singolo. Però in quel periodo stavo lavorando di nuovo con Genya, che aveva un’etichetta che si chiamava Polish. Ero già in studio e avevo già firmato con lei; sarei stato davvero un infame se le avessi voltato le spalle dicendo che Keith Richards mi aveva fatto un’offerta.

Questa è lealtà.
Sì, ma avrei dovuto prendere al volo l’occasione! (Ride) E’ finita che l’etichetta è fallita e il disco non è mai uscito. Non so nemmeno dove siano i nastri. Forse sono marciti. Ma alla fine erano solo un sacco di basso e batteria mal registrati, più sovraincisioni fatte sotto cocaina.

Tu eri amico di GG Allin…
Mi ricordo di lui quando sembrava un hippie e si vestiva solo di jeans. Era un bravo ragazzo. Non so cosa gli sia capitato. Può essere che abbia visto il film sbagliato o qualcosa del genere. Era un tizio molto normale. Uno che avrei potuto presentare a mia mamma.

Ha suonato la batteria con te dal vivo…
Sì! Il mio batterista se ne era tornato a New York e GG apriva per noi, così ha fatto il soundcheck con noi e gli abbiamo insegnato i pezzi.

Sei una leggenda vivente adesso. Tutti citano i Dead Boys come influenza…
E meno male! E’ l’unico motivo per cui ho fatto tutto quanto… (ride)

Per la gloria?
Sì e poi ho sentito che con questa roba ti danno la birra gratis. (Ride) E’ bello avere influenzato altre band ma… non ti aiuta a pagare le bollette. E non ti aiuta a uscire di galera. Come diceva un vecchio proverbio: “Con quella roba e un dollaro e sessanta puoi avere un biglietto per la metropolitana”.

Ti va di parlare della morte di Stiv?
E’ stato terribile. E da lì è iniziato uno dei peggiori periodi della mia vita. Nessuno si aspettava che lui morisse. Lo chiamavamo la donnola del Diavolo, perché era così furbo che si toglieva da ogni situazione senza sforzo. E’ ingiusto. Poi in quel momento le cose stavano girando bene per lui… anche se ho l’impressione che siano quelli i momenti in cui si muore. Avevamo parlato al telefono, volevamo fare un gruppo con Tony James dei Sigue Sigue Sputnik, uno dei Godfathers e un tizio dei Doctor & The Medics. Io ero anche pulito all’epoca…

Parigi può essere un posto pericoloso…
In realtà lui si annoiava. Come me a Nashville. Un posto noioso, ma tranquillo per viverci.

Ho sentito che ora sei pulito.
Molto. Il tempo passa, le cose cambiano. Ho provato un ciclo di disintossicazione. Però ho mollato e mi sono ripulito da solo. Pesavo meno di 50 chili!

Cheetah talks Laughner

Nel sito – purtroppo un po’ trascurato, ma sempre interessante – Clepunk, alla voce dedicata ai Rocket From The Tombs un tale Cheese Borger riporta un’intervista (o uno spezzone, non è dato saperlo) a Cheetah Chrome, che parla specificamente solo di Peter Laughner. Eccovela, tradotta al volo in 10 minuti di lucidità.

Come vi siete incontrati voi due?
Ho conosciuto Peter grazie a un annuncio nel Plain Dealer di qualcuno che cercava, mi pare, un chitarrista e un batterista. Mi ricordo che il testo citava specificamente gli Stooges, così chiamai il numero e ci mettemmo d’accordo per vederci in un baretto sulla West 6th Street, che era vicino al mio “famoso” loft (e faceva un chili eccellente). Comunque tutti i nastri dei Rocket From The Tombs e quell’ep dei Frankenstein, Eve of the Dead Boys, sono stati tutti registrati nella stessa stanza di quel loft. Ad ogni modo, ci piacemmo così decidemmo di suonare assieme.

Ricordi la prima volta che avete suonato?
Mi pare che io, Johnny Blitz, suo cugino e una cassa di Rolling Rock ci siamo presentati per una prova una sera. Probabilmente c’erano anche Tony Maimone e Tim Wright, e magari anche la moglie di Peter, Charlotte.

Avete scritto voi due assieme “Aint It Fun”, giusto?
Sì, certo.

Chi ha scritto le parole e chi il riff?
Avevo già scritto la musica prima che ci incontrassimo ed è uno dei pezzi che ho portato la sera che ci siamo visti per suonare (avevo anche “What Love Is”, “Transfusion”, “Never Gonna Kill Myself Again”, “Down in Flames”, lo scheletro di “Amphetamine” e senza dubbio “Sonic Reducer”). Peter se ne uscì con quel testo fantastico, ma non saprei se ce l’aveva già pronot o meno.

Cosa pensi della versione dei Guns n’ Roses?
E’ un po’ troppo patinata per i miei gusti, ma loro possono fare cover dei miei brani quando lo desiderano. Slash e Duff sono dei veri gentlemen.

Qual è il tuo ricordo più bello di Peter?
Era un bel po’ che non ci vedevamo; appena dopo quel famoso incidente in cui Patti Smith lo cacciò dal palco, ero al CBGB’s ed era tardissimo. Mi stavo facendo una canna con Cosmo e Charlie, il tecnico delle luci e il fonico del locale. A un certo punto sentiamo bussare fortissimo alla porta, apriamo ed era Pete. Siamo finiti a casa mia a bere, sentire dischi, farci pere e tutte quelle altre cose divertenti e incasinate, proprio come ai vecchi tempi dei Rockets. Il giorno dopo è tornato a Cleveland. L’ho rivisto poco più di un mese dopo, alla sua veglia funebre. Prima di andarmene mi sono tolto un orecchino a forma di chitarra e gliel’ho messo in mano. Spero sia ancora lì.

La storia più divertente che ti ricordi su Peter?
Quella volta che Charlotte si levò una zeppa e gliela tirò in faccia, perché aveva leccato della birra dalle tette di una groupie, e gli ruppe il naso. Per tutto il giorno seguente vomitò sangue.

Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

[Per scaricare in pdf l’intero numero uno di Sonic Iguana, clicca QUI]

I love you Babies

The Babies – s/t (Shrimper, 2011)

Sono biondini, bellini, emaciati in modo (ancora) accettabile, con jeans stretti rigorosamente sgarrati sulle ginocchia. Non sto sfogliando l’ultimo numero di Vanity Fair comodamente seduto sulla tazza del cesso; sono seduto, sì, ma di fronte allo schermo del computer e quella che sto vedendo e la prima foto che mi capita a tiro di web dei Babies. Si tratta della band composta dalla cantante-chitarrista Cassie Ramone delle Vivian Girls e dal bassista dei Woods Kevin Morby, con Justin Sullivan dei Bossy a percuotere le pelli.

Pare che Cassie e Kevin abbiano condiviso per un po’ un appartamento a New York. E siccome non fanno i cuochi, invece di mettere su una tavola calda a Brooklyn hanno pensato bene di formare un gruppo parallelo. Dopo due apprezzati 7” su Wild World e Make A Mess Records, esce ora l’album dato alle stampe dalla “mitica” Shrimper, che da vent’anni spaccia il lo-fi americano senza aver mai riscosso grandi consensi.

Gli undici pezzi dell’album sono avvolgenti e amabili, né più né meno, in bilico tra psichedelia pop (“Run Me Over”, “Wild 2”), garage spruzzato di blues-folk (“Voice Like Thunder”, “Breakin’ The Law”, “Sick Kid”) e indie rock dei Novanta – di cui i tre sono indubbiamente figli.

Ho letto una recensione nella quale l’esperto Compagnoni scrive testualmente “indie rock a doppia voce che passa dalle parti dei Pastels”. Sottoscrivo in pieno perché il mood generale è molto simile a quello degli scozzesi (“All Things Come To Pass”, “Wild 1”). Ma qui c’è pure del punk da cantina umida da non sottovalutare (“Personality”) e una bella botta di solarità che esplode magnificamente nella hit “Meet Me In The City”, che sembra eseguita dai Pixies piombati nel pop degli anni Sessanta. Questo per la cronaca e per i lettori di Black Milk che vogliono la ciccia.

Avventure in tv

Television – Adventure (Elektra/Asylum, 1978)

Stai camminando assorto nei pensieri, non c’è da stare allegri, ma nemmeno stai pensando alla morte. Un piede dietro l’altro, senza guardare neppure dove li appoggi. E a un certo punto senti uno scarto, il ritmo si rompe, poi un colpo che parte dalla punta di una scarpa e fa schizzare il baricentro in avanti (altro…)

Lester and me: la parola a James “The Hound” Marshall

Lester è morto perché il rock’n’roll era l’unica cosa che lo teneva in vita – quando è morto il rock’n’roll è morto anche Lester Bangs
(James “The Hound” Marshall) (altro…)

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