High on Bubblegum

Bubblegum Screw – Screwphoria! (Bloodsucker Records, 2011)

England rocks (era anche il nome di un negozio londinese carissimo specializzato in merchandising rock bellissimo, ma inavvicinabile – che è prevedibilmente fallito). Già su questo non si discute, soprattutto quando ci si trova davanti a gente come questi Bubblegum Screw. Un quintetto londinese di ragazzi che respirano lo spirito del rock’n’roll e lo metabolizzano, per poi schizzarlo fuori nella loro musica.

La band ha tre anime ben riconoscibili, che si mischiano e si fondono. La prima è quella vicina al punk e protopunk newyorkese di gente come New York Dolls, Ramones e Dead Boys. La seconda è fortemente intrisa dello spirito del Sunset Strip (anno Domini 1986 circa) con lo sleaze & street rock iconico che ha reso i Guns n’Roses veri e propri miti insuperati – almeno per un breve arco di tempo. E infine c’è una vena fortemente inglese, che non è tanto legata al punk rock come ci si potrebbe aspettare, quanto alla scena glam loser che partorì gente come Tyla e i suoi Dogs D’Amour. Ah e già che ci siamo, perché non citare anche Hanoi Rocks e Smack, per aggiungere un tocco di nord Europa che male non fa?
Shakerando tutto ciò e aggiungendo una bella produzione nitida ma non leccata, il risultato è in grado di far muovere chiappe e testolina anche al più scettico dei criticoni.

i riferimenti sono impeccabili, la rielaborazione fedele e filologica – niente invenzioni, niente esperimenti: solo rock’n’roll fottuto e infame, arrapato e anche un po’ tossico. La sopravvivenza di questa musica, ormai da tanti anni, dipende da gente così. Che la suona, ne perpetua la tradizione e lo fa senza un futuro certo o la sicurezza di sfondare. Anzi, chi sfonda di solito tradisce. Lunga vita ai perdenti e al rock’n’roll.

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Lester meets Kevin

Lester And The Landslide Ladies/Kevin K – Frantic Tales For The Fast Living (Tornado Ride, 2011)

Lester, con i suoi Landslide Ladies, ormai è quasi un’istituzione nel panorama rock’n’roll glam punk italico: nove anni di vita, per una band, non sono uno scherzo. Se poi la suddetta band macina 700 date e un tot di dischi, allora dimostra di avere passione e palle – attributi che sulla lunga distanza ti fanno lasciare indietro i vari ragazzetti modaioli e gli spompati.
Col tempo la loro miscela di glam e punk si è irrobustita e s’è fatta più viziosa: immaginate degli Hanoi Rocks un po’ più lo-fi, col pallino dei Dead Boys e del glam/street minore inglese. Se in Italia c’è ancora qualche barlume di rock’n’roll, insomma, è anche merito di gente come loro. E sicuramente loro sono tra i guerrieri che combattono per la causa, magari in una lotta impari e persa fin dall’inizio, ma con tutta la passione e la follia che ci vogliono.

Kevin K (un ragazzuolo che ha iniziato a suonare nella Grande Mela di metà anni Settanta: in pratica una leggenda minore tra le leggende minori, che merita un articolo a parte)… è un distillato di sound newyorkese che ti viene schizzato dritto in vena. Lo senti dal primo riff di chitarra, tagliente, punkettoso, scuro e abrasivo. E da lì tutto il resto è in discesa: la colonna sonora dei sopravvissuti, lo zibaldone del reduce cazzuto, la madeleine del rocker perdente d’essai. Un sound figlio bastardo di Heartbreakers, Dead Boys, New York Dolls e primi Dictators – musica per perdenti veri, che nemmeno sanno di esserlo (e se lo sanno, non ne fanno un selling point per arrivare a Rolling Stone, ma accettano la loro condizione e suonano come se non ci fosse un domani).
Numero uno.

Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

[Per scaricare in pdf l’intero numero uno di Sonic Iguana, clicca QUI]

New York Dolls 2011 a.D.

New York Dolls – Dancing Backward In High Heels (Blast, 2011)

La musica rock è morta da quando hanno cominciato a circolare più biografie, saggi critici, video commemorativi  su icone (più o meno folgoranti) della storia, che dischi (più o meno folgoranti) veri e propri.

Non fanno eccezione i New York Dolls, materiale ormai per gerentofili glam, da poco in pista con il nuovo disco Dancing Backwards In High Heels a cui è stato allegato – come rinforzo marketing –  un dvd/necrologio (un making of dell’album e un documentario che immortala i tre concerti tenuti dalla band nei giorni 4, 5 e 6 Settembre 2010 al Cluny di Newcastle).

David Johansen e Sylvain Sylvain, i due soli componenti originali della band, non sono ancora scesi tre metri sotto terra e scimmiottano i Dolls  di 40 anni fa. Con la differenza che le quattro decadi a fare da spartiacque li hanno un po’ annacquati sia dal punto di vista espressivo (la voce di Johansen, ad esempio su “Streetcake”, appare sfiatata, fiacca e priva di quella scossa anfetaminica che trainava brani epocali quali “Personality Crisis”, “Trash” o “Human Being”), che da quello dell’ispirazione.

I pezzi, anche se ben costruiti, mancano di attitudine. E per una band che ha fatto dell’oltraggio estetico e sonoro un manifesto, rimanere imbrigliati in standard e partiture poco coraggiose non è un fatto da trascurare.
La questione di fondo è: può esistere un processo di maturazione per gruppi anche per band come i New York Dolls?
Negativo. Non può esistere, non tanto perché privi dello squadrone della muerte composto da Thunders-Nolan-Kane-Murcia, piuttosto perché non era previsto nel dna del rock’n’roll che i New York Dolls sopravvivessero a se stessi, alla loro immagine culto, e maturassero per ritagliarsi solamente un ruolo mestieranti del genere; per questo esistono già i Rolling Stones, che oltre a bastare e avanzare di per sé, non avevano quella fulminante attitudine del live fast die young propria delle Dolls.

Torino glam punk city

Hollywood Killerz – Dead On Arrival (logic(il)logic, 2011)

A dispetto di un nome da classe differenziale, gli Hollywood Killerz di Torino spaccano davvero. Ci sanno fare e il glam punk lo maneggiano con la padronanza consumata di chi l’ha molto studiato, ma anche praticato e – perché no – vissuto (altro…)

Peter Perrett, back from the dead (pt. II)

Parte seconda dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk).
Questa volta Peter Perrett e Alan Mair ci raccontano dell’eroina, del tour americano che pose fine alla band, del pubblico degli anni Settanta e altro ancora. Forza che si parte…

Parliamo della reunion. E’ una cosa su cui ho da sempre sensazioni ambivalenti…

PP: E’ il motivo per cui anche io non ero sicuro di volerla fare. Perché di regola non è mai una buona idea. La maggior parte delle band che una volta erano grandi, quando le rivedi insieme pensi “Ma cosa gli è venuto in mente?”.

E’ il motivo per cui mi rifiuto di andare a vedere i New York Dolls… voglio dire, si sono sciolti l’anno in cui sono nato. Mi accontento dei ricordi degli altri, di seconda mano; mi basta il libro di Nina Antonia, le foto che hanno scattato altri. Ho sempre tenuto la distanza dalle band che si riformavano perché non voglio restare deluso. non voglio rovinarmi il mito…

PP: Per me i New York Dolls senza Johnny Thunders non sono i New York Dolls. E poi, insomma, non c’è più nemmeno Jerry Nolan, capisci cosa intendo…

AM: Ecco questo è importante. Perché credo che non ci saremmo rimessi insieme se qualche membro non fosse stato della partita. Dovevano esserci gli originali.

Avete suonato a Manchester, un po’ di tempo fa, e ho resistito alla tentazione. Ma questa volta siete proprio dietro casa, e mi sono detto “Non posso non andare”…

AM: In tanti ci hanno detto “Credevamo che non vi avremmo mai visti live”. Persone che sono cresciute ascoltando la nostra musica, ma sono giovani e pensavano che sarebbe stato impossibile vedere il gruppo. Fino a ora abbiamo avuto una bellissima accoglienza.

Vengono molte persone giovani ai concerti?

PP: Direi che è un miscuglio; ci sono anche alcuni che di sicuro ci hanno visti ai tempi, te ne accorgi dai capelli grigi…

AM: Sì. E si vendono tante t-shirt di taglia Large.

PP: In Giappone però erano quasi tutti ventenni o teenager. Non so perché lì sia così diverso.

AM: Sì, tanti giovani…

Credo che là la gente conosca molto bene la musica.

PP: Sì, a tutti piace molto la roba occidentale.

AM: E’ un pubblico emotivo, c’erano parecchi tizi che piangevano.

Come trovate il pubblico ora, rispetto a 30 anni fa?

PP: Di sicuro all’epoca era piuttosto ribelle…

AM: Erano abbastanza selvaggi e a volte anche noi ci lasciavamo trascinare…

PP: Però la cosa dello sputare era pessima.

AM: Sì, orribile. Specialmente per Peter, quando canta (apre la bocca, e mima uno sputo che la centra).

Ormai non ricevete più sputi, credo, no?

PP: No! No…

AM: Era davvero ributtante.

Era un segno di approvazione però…

PP: Erano i ragazzi che si divertivano. Era diventato un rituale tra certi punk, quelli che l’avevano letto sui rotocalchi, se capisci cosa voglio dire. Qualcuno ha detto che sono stati gli Stranglers a dare inizio a questa roba: e non erano nemmeno un gruppo punk, loro.

AM: Comunque sia, è andato avanti per troppo tempo.

PP: Dopo un po’ iniziò a sparire e tutto era calmo, finché non facevi un concerto in qualche cazzo di posto sperduto, dove trovavi sempre una persona nel pubblico che aveva appena letto di questa storia. Però quando era solo uno a sputare, ti levavi la chitarra e scendevi a sistemare le cose faccia a faccia.

AM: Sinceramente, non ho iniziato a suonare per farmi sputare addosso. Era troppo.

PP: Solitamente succedeva solo ai concerti punk più estremi. Il nostro pubblico, quello che seguiva noi, non aveva l’abitudine di sputare.

Non vi dava fastidio essere incasellati con le punk band?

PP: Beh, poco dopo si sono inventati il termine new wave, che indicava musica nuova, fresca ed eccitante, ma non fatta di tre accordi suonati a 1000 all’ora.

Eri a tuo agio con quella definizione?

AM: Sì.

PP: Sì. Alla gente non piace essere etichettata perché ama credere che, musicalmente, dovrebbe avere tutte le opzioni aperte e disponibili. Ma penso che sia stato bello essere parte di un movimento nuovo ed eccitante.

AM: Penso che l’avvento della new wave abbia fatto scendere quelli delle case discografiche dalla loro torre d’avorio, per venire finalmente a vedere i gruppi dal vivo. Prima non uscivano neppure dai loro uffici – erano spaventati di quello che li aspettava. E continuavano a mettere assieme dei supergruppi, roba che non interessava più a nessuno. Quindi è stata una cosa buona. Ha cambiato l’industria, le ha dato una scossa.

E direi che le serviva. Quando gente come gli Yes e i Blind Faith e gli altri supergruppi erano in giro, c’era puzza di vecchio.

PP: Era tutta musica autoindulgente, orribile. Direi che l’unica cosa buona è stata David Bowie; e i Roxy Music, che negli anni Settanta erano interessanti.

Quindi avete formato la band per scrollare via la noia che regnava?

PP: Io volevo una band perché ne avevo già avuta una nei primi Settanta, ma non se ne cavava nulla. Mia moglie Xena andava dai discografici a fargli sentire i provini e molti le dicevano “sembra un po’ Lou Reed; ma questo settore non ha abbastanza spazio per un Lou Reed, figuriamoci per due”. Fa sorridere ora. Ho reclutato tante persone piene di entusiasmo, ma con poca abilità musicale. Quindi mi ero stancato e volevo solo gente che sapesse suonare piuttosto bene. Ed è anche il motivo per cui eravamo diversi dalle punk band che nascevano allora. Poi penso di essere stato anche più grande di età, in media… ero più giovane di Joe Strummer, sì, ma ero arrivato a un punto in cui apprezzavo la tecnica musicale.

Come vi sembra suonare pezzi scritti 30 anni fa?

AM: E’ sempre divertente. Cerchiamo sempre di fare qualche stranezza, aggiungiamo qualcosa…

E i pezzi hanno lo stesso significato, per voi? O con l’esperienza di una vita hanno un nuovo senso?

PP: Sai, mi piacciono ancora le vecchie canzoni. Le trovo molto buone, quasi tutte. Però di certo mi sento più affine alle nuove, perché come paroliere sono migliore adesso di un tempo. Invecchiando migliori l’arte. Per un po’ abbiamo suonato le solite vecchie canzoni e ogni tanto riesumavamo qualcosa che non facevamo da un po’. Poi in Giappone, siccome la chitarra che mi aveva fornito la Gibson aveva problemi di tenuta dell’accordatura, tra un pezzo e l’altro c’erano molte pause e parlavamo con il pubblico, che ci chiedeva pezzi che non toccavamo da 30 anni…

Incontrate mai i vostri fan?

PP: Sì.

AM: Specialmente in Giappone…

PP: Hanno sempre queste sessioni di autografi dopo i concerti. Ti danno mezz’ora o tre quarti d’ora…

AM: In cui devi incontrare chi si è comprato un tuo poster, un cd o che altro…

PP: Si fanno le foto con te, sai. Arrivano, tremano per l’emozione. E’ una cosa carina. Sono davvero un popolo unico. E una delle cose più belle che hanno è la loro umiltà.

E i fan inglesi? Li incontrate mai?

PP: Non particolarmente.

AM: Qui non organizzano le cose bene come i giapponesi! Però ne sentiamo molti via email, anche se non li vediamo faccia a faccia. Comunque se qualcuno ci chiede di venire nei camerini per fare quattro chiacchiere, di solito diciamo di sì…

Avete qualche fan ossessionato?

AM: Non direi, ora.

PP: No. C’è solo gente che arriva prestissimo a ogni concerto.

AM: Anche se qualcuno che ci scrive via email c’è… persone che devono avere ogni cosa della band e vogliono sapere tutto ciò che stiamo combinando. Ci sono certi fan che si scrivono tra loro. Diciamo che alcuni ci tengono d’occhio in ogni momento, per cui si potrebbero definire ossessivi. Ma non nell’accezione di pericolosi o assillanti.

Non sono pazzi?

AM: No.

PP: Li avevamo, quelli come dici tu, un tempo.

Tipo?

PP: Mi ricordo una tizia, in Olanda, che si fece tatuare il mio nome sul corpo. Si lanciò sul cofano della macchina per impedirci di partire.

AM: Fu piuttosto spaventoso.

Nel periodo di vuoto della band, tutti voi siete rimasti nel campo della musica?

PP: Nei Novanta?

Anche…

PP: Tra il 1994 e il 1996 no, perché mi ero ripulito. Non stavo lontano dalla droga dagli anni Settanta. Mi dicevo di continuo “Voglio starne lontano una volta per tutte”, ma era una specie di trappola che mi sono teso. Perché appena ho deciso di farlo, praticamente ho mollato la musica. E visto che mi ci è voluto molto per smettere, ho buttato via tanto tempo. Avrei voluto essere come Johnny Thunders, e continuare comunque con la musica. Almeno quando suoni non hai troppo tempo per pensare alla droga. Adesso la musica è la mia terapia per starne lontano, credo. Perché nella mia vita ho da sempre due passioni: una è totalmente distruttiva, l’altra è positiva. E’ stato un peccato che una abbia escluso l’altra, avrei dovuto invece usare la musica come arma, all’epoca.

La leggenda degli Only Ones è senza dubbio legata a doppio filo con il consumo di droga. Tante persone vi associano proprio a questo: cosa ne pensate?

PP: Beh, è fastidioso per Alan, perché lui non ha mai preso nulla.

…ma non vi sembra, a volte, che la droga abbia preso il sopravvento sulla musica della band, nell’immaginario popolare?

AM: Eh sì.

PP: E’ un casino, perché tanti pensano che tutti i nostri testi parlassero di droga…

AM: Io ero arrivato al livello di saturazione… mi sembrava che la droga stesse affossando il gruppo… il tour americano era degenerato malamente: mi ricordo che ero al Tropicana con una ragazza e tutti erano fatti, tutti quelli che erano nel giro della band.

PP: C’era gente con gli aghi che penzolavano dal braccio.

AM: Sì. John e Peter cercavano di trattenersi, ma c’erano delle fan che si facevano di brutto e successe un casino. Io dividevo una stanza con John e una volta ero lì con una tipa e lui è entrato con un ago nel braccio, e io gli ho detto “Cristo, John, che cazzo fai!”. Credo sia stato uno dei momenti in cui ho pensato “Ok, abbiamo oltrepassato il limite”. E non solo per quell’episodio, ma per ciò che accadeva a tutti quelli dell’entourage e ai fan.

PP: John una volta dovette mettersi tre maglie sul palco perché…

AM: Era in astinenza.

PP: No, non era per quello; si era fatto un buco sporco.

AM: Ok, comunque, sai, sembrava che tutti avessero perso il controllo. Sono stato derubato fuori dalla mia stanza d’albergo e anche Peter. Sentivo che era il momento di mollare, così sono andato da Peter e Xena e ho semplicemente detto: “E’ ora che me ne vada, non ce la faccio più”. Peter mi rispose: “Se molli, lo faccio anche io”; credo che stesse pensando anche lui di staccare la spina.

PP: Era duro, per me, stare in una band con John, perché stavo cercando di restare pulito almeno quando dovevo lavorare: sai, volevo fare il tour americano senza prendere droghe, essere sobrio tutto il tempo. Però era difficile… non so se conosci il film con Clint Eastwood su Charlie Parker, Bird. E’ bello. E a Charlie Parker succedeva la stessa cosa quando voleva smettere con l’eroina, perché nella band c’era questo Red Rodney, che invece aveva appena iniziato a farsi. Io mi sentivo nella stessa maniera con John, anche perché quando c’è eroina intorno a te in ogni momento diventa difficilissimo smettere.

AM: E poi ci fu quella cosa nella stanza d’albergo a New York. Quella fu davvero la fine del gruppo.

PP: Volevo continuare come solista e mettere insieme un nuovo gruppo. Ma tornato da New York mi beccai un’epatite che mi mise ko per tutti gli anni Ottanta. Non ho mai recuperato la funzionalità totale del fegato. Epatite B. Sai, tanti fanno la C, ma mi sembra una robetta… certa gente nemmeno sa di averla, perché i sintomi sono leggeri. Ma l’epatite B ti fa davvero a pezzi.

AM: Quindi a New York il gruppo finì, anche se per un po’ continuammo a giocare al gatto e al topo con la CBS.

Vai alla prima parte dell’intervista: QUI
Vai alla terza parte dell’intervista: QUI

Sonny Vincent: io sono leggenda…

etnyccSonny Vincent, newyorkese classe 1952. Dal 1975 a oggi ha suonato in un numero impressionante di band (Testors e Shotgun Rationale su tutte) con personaggi del calibro di Cheetah Chrome, Sterling Morrison, Bob Stinson, Wayne Kramer, Moe Tucker, Scott Asheton, Captain Sensible, Lou Reed, Richard Lloyd… (altro…)

Nato per perdere

born_poster01.jpgBorn to Lose: The Last Rock and Roll Movie (di Lech Kowalski)

Kowalski ha impiegato anni a girare, montare e rimontare questo documentario senza venirne realmente a capo. E il risultato è a metà strada tra un epitaffio e un’apologia del mito Johnny Thunders: dagli albori cotonati glam con le Bambole di New York, passando per l’ero-band Heartbreakers, fino all’altalenante parabola solista. Quest’ultima fase, in particolare, l’ha visto entrare del tutto nella parte del nomade perennemente con la sei corde al seguito, occupato a perdersi – con nonchalance – in giro per il mondo (tra Parigi, Londra, New York, il Giappone…) fino all’ultima tappa a New Orleans. Dove è rimasto secco a 39 anni.

Kowalski  cerca ostinatamente, attraverso innumerevoli testimonianze di individui celebri e meno celebri, di trovare il giusto verso, una collocazione storica, una verità sull’esistenza fulminante di Thunders. Ma gira e rigira, la chiave di lettura latita. E ciò che resta è sfuggente: un peculiare talento chitarristico, un loser attaccabrighe italo-americano, l’eroina. Il ritratto di un vero drogato con il dono della sei corde, uno  che poteva benissimo confondere l’ago per il suo strumento; e, man mano che le immagini scorrono, si plasma l’idea che il binomio Johnny-eroina sia molto più di un semplice accostamento. Quasi vien da pensare che Thunders sia entrato per sbaglio nel mondo del rock’n’roll, magari col pretesto di trovare la roba con più facilità.

Impressiona, poi, notare come i suoi amici, colleghi e pressoché la totalità di persone che hanno avuto a che fare con lui lo ricordino per basso tasso di lucidità conservata, elevato grado di sfattume e pura attitudine nichilista.

Toccante e amara l’ultima testimonianza di Willy De Ville che, quasi scocciato, parla della morte Johnny Thunders come di una cosa inevitabile.

Eccovi l’incipit da Youtube (dove trovate più o meno tutto il film, suddiviso in spezzoni):

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