Ghostrepellers

To Repel Ghosts – s/t (Viva! Records, 2011)

Uscito sul finire del 2011, il debutto omonimo dei varesini To Repel Ghosts (Vincenzo Morreale, Francesco Schirru e Federico De Bernardi) si lascia apprezzare per un motivo in particolare: l’originalità.

Senza inventare nulla – e chi lo fa più, ormai – il trio lombardo coniuga i propri riferimenti musicali in un’alchimia di suoni che vanno a costruire uno stile sicuramente personale: un po’ di rock’n’roll nervoso e squadrato, un tocco di wave oscura come la pece, quella degli Ottanta deprimenti ed esistenzialisti di Bauhaus e Sister Of Mercy (da cui riprendono una certa ossessività ritmica, anche se poi essa viene declinata in una maggiore aggressività esecutiva), ma anche il post punk nervosetto e con la tigna al culo dei Wire, il post stoner dei Queens Of The Stone Age (ascoltare il riff di apertura della title track e l’articolarsi “robotico” della struttura del brano) ed infine una certa cattiveria e spigolosità del noise rock più intransigente di scuola americana.
Roba, insomma, per chi del rock ama gli aspetti più crudi e sanguigni coniugati con una vena che non si sbaglia a definire sperimentale, senza nessuna concessione al refrain che acchiappa o al riff in 4/4 che si fa ricordare e ti fa battere il piedino: esplicativa, in questo senso, la scelta dei nostri di mettere in scaletta una cover dei Flipper, la riuscitissima “The Way Of The World”.

Debutto riuscito, in cui i To Repel Ghosts dimostrano già di avere le idee ben chiare su dove condurre la loro musica: auguri e figli maschi.

Anomie e anomalie

Moster Dead – s/t (autoprodotto, 2011)

E via un’altra cassetta, a dimostrazione che la scena dei nastri, con il loro sapore di modernariato, è viva e vegeta. Anzi, sembra in espansione.
Il duo romano dei Moster Dead gravita nella galassia del lo-fi, del do it yourself, della sperimentazione anomala e anomica (ah le reminiscenze di sociologia dell’università); il tutto solidamente inquadrato in un contesto rock/punk/no wave minimale e spolpato.

L’intera faccenda nasce e si evolve intorno a basso, batteria e voce, seguendo sentieri contorti, con brani che spesso danno l’impressione di essere jam estemporanee in cui viene catturato un mood inaspettato e non programmato. Mi ricordano leggermente i Suicide – ma poco, a onor del vero; mentre li trovo più affini alle cose stralunatissime dell’Alan Vega solista, ma senza la scimmia rockabilly sulla schiena. Anzi, qui ci si trova anche a fare i conti con un po’ di psichedelia malata, di drug rock anni Novanta, di tribalismo post punk e di vocalizzi devianti molto arty… tutti elementi che rendono davvero eterogeneo il menu dei Moster Dead (tra l’altro ex Cactus ed ex Last Wank, per chi segue la scena italica da vicino).

Questa è musica bizzarra, adatta ai pomeriggi drogati – no fumo e fricchettonerie varie: solo roba chimica e possibilmente con una buona base anfetaminica – da spremere e far colare via sul pavimento. Musica da disagio, che mi ricorda il finir degli anni Ottanta con quelle lunghe giornate di tardo autunno passate a masticare Plegine, berci dietro Urbok e ascoltare canzoni in repeat. Roba forte.

Se volete il disco, lo trovate in free download su Bandcamp. Per la cassetta (oggetto pregevole davvero) invece dovete sborsare qualche euro e contattare la band.

MOSTER DEAD by MOSTER DEAD

Niente di serio… è solo grande poesia rock

Diaframma – Niente di serio (Diaframma/Self, 2011)

Della poetica di Federico Fiumani e più in generale del “mondo” Diaframma sono appassionato da molto tempo. La prima volta che li ho visti dal vivo era il 1988, avevo 16 anni e mi sobbarcai un bel viaggio in treno per raggiungere Firenze, dove i nostri tenevano un concerto alla Festa dell’Unità Nazionale a Campi Bisenzio. Da lì in poi la dipendenza non è mai scemata e, conti alla mano, sono 23 anni che resiste orgogliosamente. All’uscita di ogni nuovo disco, capirete bene, per me è sempre un’epifania seguita dal piccolo o grande (dipende) sconquassamento emozionale che mi procura il primo ascolto delle nuove canzoni.

Con Niente di serio, la cui uscita ufficiale è prevista per il 17 gennaio, è stata una carezza a seppellirmi, all’istante. Il pezzo d’apertura, “Vivo così”, nella sua disarmante semplicità, teletrasporta Federico Fiumani sul palco della Capannina di Forte dei Marmi con quell’aria confidenziale e spensierata da primi anni del boom economico.

La “pacchia” dura poco, ché subito Mr Diaframma cala come una mannaia la tripletta “Entropia”, “Absurdo Metalvox” e “Madre Superiora”, pezzi cupi intrisi di nostalgia e poesia, ma con un’ironia superiore che pervade i testi. In un’intervista scovata in rete Fiumani ha dichiarato testualmente, “del mio rapporto con Firenze parlo in un brano dell’album nuovo che si intitola ‘Absurdo Metalvox'”. Non vi rovino la sorpresa, ascoltatelo e (forse) capirete.
“Madre Superiora” è uno dei brani più toccanti dell’album con quell’incipit musicale quasi morriconiano e la voce che urla in un crescendo da brividi “io vorrei bere il tuo dolore”; peraltro penso sia il pezzo preferito dallo stesso Fiumani dato che è l’unica canzone nuova che ha fatto dal vivo il 10 dicembre in un clubbino della mia città.

L’attitudine punk esplode in “Energia del rock” che, oltre alla gran botta r’n’r sferrata dai due giri iniziali di chitarra totalmente post-punk, si fa notare per un testo credibile solo se cantato da uno come Fiumani e pochissimi altri in Italia. Poi arriva la title track e diventa chiarissimo perché sono 23 anni che non mi perdo un disco dei Diaframma. Chitarra e basso introducono la voce producendo lo stesso suono/rumore di un enorme tir impazzito che in retromarcia travolge tutto ciò che incontra: sublime. Il testo è davvero bello e “profondo” anche se in apparenza la protagonista “è solo una ragazza che ride della paura per le droghe pesanti… una ragazza che ride della paura per il sesso più estremo”.

Il trittico seguente allinea soffici ballate su cui spicca la melodia contagiosa di “Nillson” che può contare sugli interventi alle tastiere di Gianluca De Rubertis de Il Genio e su un inaspettato finale chitarroso con Giulio Cercato a dare manforte alla sei corde.
Con “Grande come l’oceano” si raggiunge l’apice del lirismo. Questo pezzo racconta molto della poetica di Fiumani e del perché sia ancora in pista sostenuto da un pubblico sempre più fedele e trasversale. La sua è una poetica alta ma non distante. Una poetica pop nell’accezione alternativa, capace di infilare pezzi di (auto)biografia transgenerazionale che parlano di fragilità e inadeguatezza rese sopportabili da amici come i Ramones e camicie con la svastica da “punk originale”.

Diaframma è un marchio garantito come i Ramones, appunto. In ogni disco sai esattamente quello che trovi, ma è come se fosse sempre una nuova scoperta.

Che sia un buon momento per l’immarcescibile band fiorentina non ce lo dimostra soltanto questo sedicesimo album in studio. Con il titolo Imperfetta solitudine, sono stati appena ristampati i demo del mini Gennaio targato 1989 e del LP In perfetta solitudine del 1990, con l’aggiunta di inediti dell’epoca (per un totale di 21 pezzi), in una stilosissima versione doppio vinile con cd accluso che si apre a libro come i doppi album di una volta. L’ha prodotto niente poco di meno che l’etichetta punk romana Hate Records con la sua neonata costola I Hate Pop.

Insomma, non poteva esser un natale migliore perché non ho mai, e dico mai, ricevuto un doppio regalo così prezioso: pensateci se volete davvero bene a qualcuno.

Dall’Egitto con serendipità

Trans Upper Egypt – Akawa/New Vega (Wort, 2011)

Questo 7″ della misteriosa Wort (misteriosa perché non ha un sito, un MySpace, un Facebook, un capperazzo di blog… o se li ha, sono talmente ben nascosti che più tentativi di googlare il tutto mi hanno portato a un bel nulla di fatto) è un pugno al cuore.
Senza timore di esagerare, devo dire che è talmente bello, scuro, geniale, bizzarro e punk (ma punk senza essere formulaico e senza seguire le regolette del perfetto punkettone a colazione), da farti passare la voglia di suonare o scribacchiare canzoncine. Perché siamo di fronte a una scheggia biforcuta di ispirazione così incontaminata da fare semplicemente il vuoto intorno. Non capita con molti gruppi. Anzi capita poche volte, pochissime. Ed è quasi un’epifania.

I Trans Upper Egypt, dunque… chi sono costoro? Quattro delinquenti in preda alla serendipità, di sicuro. E tra loro si riconoscono due nomi molto attivi come Cheb Samir (agitatore della scena romana, suona in più gruppi di quanti io riesca a tenerne a mente)  e Tab_ularasa (uno dei deus ex machina di Bubca e dell’universo di band che le gravitano intorno). In questi due brani ci rovesciano direttamente lungo la schiena una miscela di primissimi Chrome e Suicide da far venire la pelle d’oca. Punk, rock sperimentale, synth punk, lo-fi, wave, trance rock, psichedelia… c’è tutto, spezzettato e ricomposto a calci, pugni e schiaffi. E soprattutto zozzo al punto giusto, senza polish e velleità da artisti della gran fava.
Segnalo, per completezza, il bellissimo artwork del singolo (con copertina piegata e retro a metà, in puro stile dangerhouse): è opera di Guitar Boy, ossia il personaggino che si occupa di suonare la chitarra e cantare negli Intellectuals.

Il mio preferito dei due pezzi è “Akawa”, ma è solo gusto personale. E ora voglio sentire anche lo split tape che hanno pubblicato per Rank Toy; me lo cerco al volo.

Illuminalismo

Luminal – Io non credo (Blackfading/Action Directe/New Model Label)

Uhm. Si leggono meraviglie, in giro, di questi Luminal. Per descriverli – e osannarli – si usano definizioni che spaziano dal rock’n’roll al post punk, dalla canzone d’autore all’indie rock. E in effetti il loro sound è un mix di tutte queste componenti, a cui aggiungerei una certa sensibilità pop (per quanto mi concerne fin troppo marcata, ma son gusti personali) e una bella botta di new wave all’amatriciana.

Il risultato è un dischetto che al terzo o quarto ascolto inizia a far girare le rotelle (non nascondo che i primi due tentativi sono andati tremendamente male, complice forse il malumore e la mia naturale propensione a sonorità molto più ruvide).
Certo è molto italiano, è molto melodico, è rock’n’roll patinato da copertina di magazine che puoi comprare all’autogrill (non facciamo nomi, via) ed è incontrovertibilmente derivativo; ma ha anche un bel modo di presentarsi, oltre al pregio di recuperare a tratti un sound che non è più di moda o mainstream da tempo, per cui l’effetto è fresco e gradevole. Poi ci sono i testi, che – deo gratias – sono piuttosto profondi e non sconfinano nel nonsense finto-autoriale, ma neppure nella leggerezza al gusto Big Babol.

Detto questo, però, ribadiamo il concetto: questo è rock’n’roll da stampa istituzionale. Nulla di male, per carità, ma la linea è spessa e pesante: da una parte c’è l’underground sanguigno e oscuro; dall’altra band come i Luminal, che ci provano (e a ragione), ma si lucidano, arrangiano, producono e forniscono una versione del rock’n’roll che è lontana da quella che qui nelle catacombe di Black Milk va per la maggiore. E’ un po’ la differenza che potreste trovare tra i Quattro salti in padella e lo stesso piatto cucinato da voi con ingredienti colti dal vostro orto o da quello dei vostri amici; le buste Findus sono anche buone, ma i due piatti sono solo lontanamente accostabili.

PS: Sono prodotti da Santini dei Disciplinatha.

La Cold Wave dei giovani moderni

cold-wave.jpgVV.AA. – Des Jeunes Gens Modernes (Näive, 2008)

Des jeunes gens modernes è il nome di un’esposizione di foto, video, dipinti, copertine di dischi e live set che vanno a formare un memoir sulla cold wave francese del periodo 1978-1983, tenutasi alla Agnes B. Gallery di Parigi quest’anno.
Il doppio cd qui recensito, che porta lo stesso titolo, fa da cornice al catalogo della mostra. Raccoglie 34 tracce originali, sei cover riarrangiate da esponenti dell’elettronica attuale (come Dc Shell e Poni Hoax), e moltissimi inediti per la prima volta su cd – in molti casi trasportati direttamente dal vinile, senza utilizzare i master originali. Elencare tutto in poche righe sarebbe un’impresa impossibile, ma se sapete di cosa sto parlando, ecco alcuni dei nomi ospitati dalla mastodontica opera: Ruth, Elli & Jacno, Marquis de Sade, Mathematiques Modernes, Kas Product, Taxi Girl e Charles De Goal, tra i più conosciuti.

Ma è nei momenti minori che Des jeunes gens modernes dà il meglio e stupisce, come nella wave elettrica di Guerre Froide e Mecanique Rythmique, nel neo-romantic di Norma Loy e nell’enigmatica “Moment of Hate” dei Perspective Nevski – che apre l’antologia in versione originale, e la chiude nell’eccellente versione electro di Toma feat. Henning.
Assolutamente imperdibile per i patiti del genere; iniziatica per chi muove i primi passi nella wave francese.

Per farvi un’idea di quello che è accaduto alla Agnes B. Gallery, date un’occhiata a questo video!

Tutti in chiesa?

lustkillers.jpgThe Lustkillers – Black Sugar Sessions (Nicotine Records, 2008)

Mondo bizzarro. La settimana scorsa incontro Adam Becvare, chitarrista dei Black Halos intervistato su queste pagine qualche mese addietro, e cosa mi dice? “E’ uscito il disco dei Lustkillers, per un’etichetta italiana: la Nicotine Records“. Così riprendo i contatti con una label che avevo completamente perso di vista, perbacco.

Le otto canzoni di Black Sugar Sessions sono un più che sentito omaggio ai Lords of the New Church di Stiv Bators, un clamoroso mix di atmosfere dark e punk rock d’annata. Insomma, non si tratta di Gigi Sabani (pace all’anima sua) alle prese con una “Russian Roulette” qualsiasi, ma – messo su il cd – è inevitabile: il primo pezzo che viene in mente è “Li’l Boys Play with Dolls”.

C’è da fare un appunto, comunque, per chi non lo sapesse: Adam – di tanto in tanto – canta proprio nei Lords of the New Church. In questo album, ovvero l’album della sua band (è entrato nei Black Halos pochi anni fa e i concerti in compagnia di Dave Tregunna e Brian James sono più unici che rari), però proclama più nettamente l’amore per i Dead Boys e la passione per la new wave.
Oscuro e rock and roll. Onestissimo. Esattamente come piace a noi.

Red Rockers!

Direttamente dagli Ottanta e dalla Louisiana il video di “Guns of Revolution” dei Red Rockers… ovviamente tratto dal primo (e validissimo) album Condition Red. Sui lavori seguenti stendiamo un velo più o meno pietoso.

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