Il punk del Mulino Bianco

Donots – The Long Way Home (Chorus of One, 2010)

MTV pop punk. E direi che la recensione è finita (altro…)

Maledetta sfortuna

pib016.jpgFine Before You Came – Sfortuna (2009, Triste – LP, La Tempesta – CD, Ammagar – MC)

I Fine Before You Came suonano emo-core. Attenzione però: nel 2009 la propaganda della nuova MTV generation di 15enni ha praticamente distrutto il senso del prefisso “emo”, rendendolo una specie di bestemmia, utile a identificare l’ultima moda passeggera. I cinque milanesi hanno invece alle spalle una decina d’anni di carriera, suonando in giro per l’Europa e producendo, in piena etica DIY e anti-copyright, tre dischi, oltre a 7″ e split vari.

Anche questo nuovo Sfortuna, il quarto della serie, si trova in free download sul loro sito prima dell’uscita in formato CD, LP e anche cassetta (a quanto pare i nastri non sono ancora scomparsi).

Com’è Sfortuna? Un ottimo disco: una botta emotiva fortissima aiutata dai testi, per la prima volta in italiano. Poco più di mezz’ora in cui la formula sonora del quintetto assume forme e mostra influenze varie, con serrate ritmiche new wave, momenti post-hardcore alla Slint o alla Flipper o accelerazioni a sostenere il cantato, che va verso lo screamo senza mai arrivarci pienamente.
In pratica una breve via crucis per cuori spezzati, scritta e suonata con assoluta sincerità e capacità di scavare nell’anima, senza paura di mettersi a nudo davanti a chi ascolta. Adolescenziale quanto volete, ma vera e viva.

Il climax si raggiunge con la terza traccia, “Fede”, una claustrofobica discesa nella solitudine che si spegne lentamente lasciando senza speranza; con “O è un cerchio che si chiude”, che ci accompagna marziale nella disperazione; e con il finale affidato a “VIXI”, che parte incazzata e tirata, per poi contorcersi in epilettiche maledizioni verso la sfortuna.
Forse non è il modo giusto per combatterla, ma qualche minuto liberatorio, se non altro, ce lo regala.

So Nineties, so Nineties

magecd.jpgMagentha Vol – Sub (autoprodotto, 2009)

Magentha Vol si presentano strabene con un cd digipack chiuso da laccetto in cuoio con clip, artwork curato e patinatissimo anche se non palesemente sputtanato – ci siamo capiti. Niente male davvero.

Poi metto su il cd. It sounds so Nineties, so fucking Nineties… già. Davvero ragazzi: non è un male, sia chiaro. Solo mi lascia perplesso il revival degli anni Novanta, che erano ieri o quasi (vabbè, sono ingiusto… magari i Magentha Vol non vogliono fare revival di un bel fico secco, però è innegabile che a questi ragazzi i Novanta non sono stati indifferenti a livello musicale).

Voce agnelliana al 90% e un impianto sonoro sostanzialmente duplice: da una parte i brani più duri, molto rock indie post grunge (e, ancora, molto Afterhours – quelli più ispirati per giunta… e buttali via!), dall’altra i pezzi più lenti, sognanti e stralunati. Che mi convincono meno… non a caso la quarta traccia (“Ostetrica”) mi ha fatto venire la pelle d’oca (dopo il trittico d’apertura che invece promette benissimo) con certe atmosfere alla Tiromancino sotto valium e al sesto spritz bello carico.
Peccato che il disco su 10 tracce ne presenti sei del secondo tipo, meno tirate e più – posso dirlo? – pretenziose.
Non in senso cattivo, per carità; ma nel senso che c’è questo anelare alla non banalità e alla ricercatezza che, francamente, ammoscia un po’ l’entusiasmo e veste il tutto di un’aura troppo cerebrale. E dire che loro stessi nel Myspace della band scrivono: “Il pubblico si sveglia quando fiuta l’odore del sangue”… ma quest’odore lo si sente solo in pochi pezzi. Poi il sangue cede il passo ai pensieri, alle circonvoluzioni e alle atmosfere.
Niente di grave. Ma è un’altra roba.

Un buon prodotto di rock italiano underground-protomainstream (perdonate l’ossimoro), ma a me la scossa non l’ha data.

Heavy Metal Parking Lot

hmpldvd.jpgHeavy Metal Parking Lot (un film di Jeff Krulik e John Heyn)

Il cinque maggio 1986 facevo seconda superiore e stavo per compiere 16 anni. Vita tipica da ragazzino di provincia, a parte la passione per la musica che era esplosa virulenta, in tutti i suoi risvolti adolescenziali più inquietanti. Se poi mettiamo in conto che si trattava di heavy metal (thrash & speed per la precisione), punk hardcore e hard rock, il quadro si complica. Ma la storia non è questa. Anzi, è piuttosto diversa, dato che si svolge in un altro continente e in comune con il cappello introduttivo ha solo la data e il concetto di heavy metal.
Stiamo parlando, signori e signore, di un gesto situazionista di quelli che lasciano il segno nella cultura popolare, anche se – sul momento – paiono semplicemente sciocchezze fatte per divertirsi un pochino. Già, perché il film-documentario Heavy Metal Parking Lot nasce proprio così in quel lontano maggio di 22 anni orsono… ma da quel momento nulla è più stato uguale… più o meno.

Il cinque maggio1986 i Judas Priest sono al Capital Centre di Landover (Maryland) per un concerto. Ad aprire per loro i Dokken, band hard rock iperpatinata e capitanata dal cotonatissimo Don Dokken, ugola d’oro dell’AOR. Due intraprendenti ragazzi si muniscono di videocamera e microfono e – spacciandosi alternativamente per una troupe di MTV e per inviati di una tv via cavo – riprendono l’umanità varia ed eventuale che confluisce nel parcheggio antistante all’arena in cui si svolgerà il concerto. I loro nomi sono Jeff Krulik e John Heyn.
Il Capital Centre è stato demolito nel 2002, ma non è rilevante: quello che conta è che Krulik e Heyn, durante quel cinque maggio, hanno immortalato decine e decine di minuti di fotogrammi preziosissimi a livello antropologico e sociologico, grazie ai quali possiamo immergerci – a seconda delle attitudini – nella nostalgia imbarazzata stile “come eravamo” o nel disprezzo più divertito.

hmpl2.jpgCerto, i teenager e i ventenni del Maryland non erano certamente identici a quelli italiani del 1986, ma è anche una sacrosanta verità che il popolo del metallo è (era) una specie di gigantesca razza unica, che trascende collocazione geografica e lingua, entro certi limiti. Quello che vediamo nei 16 minuti circa del documentario originale è una radiografia di alcune tipologie umane (a cui, peraltro, qualcuno di noi ha fatto parte quasi di sicuro… io per primo).
Curiosi? Beh, San YouTube ci protegge come al solito (fino a una settimana fa era possibile visionare l’intero documentario, ma ora è stato eliminato dagli archivi) e quindi godetevi questa prima perla, cortesia del rocker zebrato che ci regala la sua opinione sul punk: CLICCATE PER IL VIDEO.
Il ragazzo è chiaramente sbronzo come una zucca e la sua unica urgenza comunicativa è declinare il concetto “punk shit sucks” in ogni modalità possibile (o meglio: consentita ai suoi nove neuroni rimastri attivi), ma brilla di arroganza naif, di una tale impunita tracotanza asinina che vorremmo quasi stringergli la mano e chiedergli dove si è comprato il completino da zebra.

hmpl1.jpgUn genio che è rimasto nell’immaginario popolare è Dick, ovvero Mister “I’m ready to rock”, ovvero il ventenne che provvede a infilare la lingua in bocca di una tredicenne (il gossip vorrebbe che lei fosse la cugina, ma l’attendibilità della notizia è quantomeno trballante). Dick dice di essere in procinto – nel giro di due settimane e mezzo – di arruolarsi nell’Aeronautica: forse è per questo che si è conciato come uno scemo di guerra.
Se volete vederlo e ascoltarlo in tutto il suo splendore, CLICCATE QUI.

hmpl4.jpgUn altro quadretto imperdibile – e poi basta con gli spoiler! – è il ritratto della signorina “Hell yeah”, ovvero questa rossa con l’espressione da gallina alcolista dopo un trama cranico. Risponde alle domande con una verietà di circa sei vocaboli e il suo cavallo di battaglia è, appunto, “Hell, yeah”. Guardatela CLICCANDO QUI.
Il picco comico-drammatico del personaggio è la reazione alla domanda: “Cosa diresti a Rob Halford?”… la risposta è “I’d jump his bones”, ovvero qualcosa tipo “Me lo scoperei”. Rob Halford. Certo piccola… e infatti tra i contenuti speciali del film c’è una sequenza in cui al buon Rob viene mostrata la giovane e lui, ridendo divertito, commenta: “Non lo sapeva?” (per i meno informati: Halford è stato tra i primi, se non il primo, nell’universo macho del metallo a dichiararsi apertamente gay).

Tutto questo – ovvero i 16 minuti originali del primo cut del documentario – più altre due ore circa di contenuti extra sono contenuti in un dvd praticamente imperdibile. Non pensateci troppo e procuratevelo… potrebbe diventare un vero tormentone.

E, siccome qui ci piace esagerare, andate a dare un’occhiata al sequel non ufficiale del 2000 (realizzato da altre persone), ovvero Heavy Metal Parking Lot 2000:
Parte1
Parte2
Parte3
Parte4

Come potrete notare da queste quattro clip (non è il film intero), la storia si ripete e non si impara mai dagli errori di chi ci ha preceduto…

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