La progenie bastarda di La Muerte

The Headbangers – More Hate Songs (autoprodotto, 2011)

La Toscana colpisce ancora. E a scaricarci addosso otto brani di rock’n’roll lercio sono questi figli bastardi del loro mentore Dome La Muerte, ossia i The Headbangers (di cui abbiamo recensito uno split proprio con i Diggers di Dome).

Il nome di questa band è talmente semplice e candido da essere geniale; sicuramente da fine anni Settanta a oggi ci saranno state altre venti formazioni – almeno – con la medesima ragione sociale, che fa molto NWOBHM o Motorhead sound. Insomma, un nome che crea aspettative… e la band non le disattende.
Questi ragazzi si muovono su coordinate variegate, ma ben distinguibili: c’è il protopunk, c’è un pizzico di garage rock, c’è la lezione protohardcore dei primi Black Flag e devianti contemporanei, c’è la puzza sulfurea degli stivali di Lemmy e compari, c’è l’ingenuità taurina dei gruppi più sconosciuti della NWOBHM (quelli che suonavano punk senza saperlo in pratica). Insomma, non si tira fiato facilmente ascoltando More Hate Songs, ma si gode parecchio, perché questa è la musica dei giusti, la musica di quelli che ci buttano l’anima e se ne fottono del resto. A costo di rompersi le corna contro a un muro.

Se proprio devo trovare un difetto, avrei preferito un’uscita su vinile, che avrebbe donato un calore più pulsante al tutto. E la copertina ricorda più un artwork degli Screeching Weasel…

Detto questo: avanti Headbangers, c’è bisogno di voi.

Il cd è distribuito Area Pirata: garanzia anche per i più scettici. Gente di poca fede.

Generazione Razor

Razorboy ha il physique du rôle del trafficante d’armi ceceno – questo basterebbe a fargli guadagnare di diritto un posto sotto vetro, nella bacheca dei rocker duri e puri. Si aggiunga un innato disgusto per gli Stooges – in un’epoca in cui tutti si sciacquano la bocca con l’ormai super coccolata combriccola di Iggy & soci – e, per finire, un viscerale trasporto ai confini con il patologico per lo scum rock, da GG Allin in giù.

Lo incontro nel cuore di Baggio vecchia, nella Milano bonificata ma un tempo decrepita e malfamata – dove crimini e misfatti si sono consumati fino a qualche anno fa. Ora la zona gode di buona salute, intaccata solo a tratti dalle bottiglie spaccate fuori dal locale gothic dark Zoe e dai decibel sparati dal “ragazzo rasoio” che abusa a manetta dei Pantera, duellando con il vicinato per scacciarne i fantasmi karaokiani.
Mi accoglie stravaccato sul suo divano di pelle, con la barba incolta, due lenti affumicate a coprire i segni di chissà quante notti insonni e un’improbabile camicia hawaiana teschiata. Sorseggia whiskey d’annata e lo stereo rigurgita le tracce della sua ultima fatica, Chainsaw Gutsfuck.

Sei orgoglioso dell’uscita del tuo disco anche negli States ?
Più che per il fatto di dove fisicamente sia uscito il disco, sono contento dell’etichetta discografica… è la Mystery School records, di proprietà del bassista degli Antiseen – il mio gruppo preferito. Avevano già sentito alcuni brani del mio EP di tributo a GG Allin ed era piaciuto, quindi, appena finito il mixaggio di Chainsaw Gutsfuck ho mandato il tutto a sentire… piacuto, approvato, fatto assieme.

Il suono di Chainsaw sembra un ibrido tra i Ramones e i Motorhead: quanto è consapevole questa scelta?
Qualsiasi gruppo pseudo-intellettuale e ben vestito ti direbbe che il loro suono non è influenzato da nessuno e che i pezzi vengono così, in base al loro stato cosmico o cazzate del genere… io ti dico: “esatto”. In effetti il mio scopo era quello di unire le due cose, la potenza dei Motorhead con le strutture semplici e classiche che hanno caratterizzato le canzoni dei Ramones in tutti i loro dischi. Di fatto volevo creare un punto di incontro tra il punk e il metal.

I tuoi brani, seppur molto ruvidi e potenti, mantengono anche nei momenti più duri un imprinting melodico; in che meandro di Razor si cela questo amore per i neomelodici?
Sono attratto dalle canzoni melodiche. Non sono abbastanza intelligente per ascoltare musica complicata, la canzone deve aver ritornelli orecchiabili, sennò non mi prende, non mi rimane in testa e quindi me ne dimentico. Solo che alla melodia amo aggiungere suoni ruvidi, cantati gutturali e testi senza alcun spessore. Potenza e semplicità, un po’ il discorso di prima… Motorhead e Ramones!

Il tuo disamore per gli Stooges è soltanto una provocazione o per te c’era davvero qualcosa di marcio nella Detroit fine anni Sessanta?
Tasto dolente: prima o poi qualcuno mi spara… hahahaha! Sinceramente è solo una questione di gusti. E non mi stanno neanche simpatici. Ma al di là di questo, non mi piacciono proprio e non lo dico certo per provocare qualcuno (però se avessi detto che non mi piacciono i Dire Straits, nessuno avrebbe fatto polemica). Come disse Madonna parlando dei Beatles: “Non mi sono mai piaciuti, è forse una colpa?”

Cosa puoi dirci della splendida copertina del tuo lavoro?
E’ stata fatta da una bravissima illustratrice di nome Gnubby. Io le ho detto solo cosa più o meno volevo: di fatto è tutta opera sua! Rappresenta un tipo che taglia a pezzi un po’ di gente con una motosega, ovvero: Chainsaw Gutsfuck…

Cosa pensi del fatto che ormai l’immaginario rock è così ripulito e fighetto? Voglio dire… la tossicità ha cambiato strada. Non pensi sia un po’ rivoltante il fatto che ormai siano i preti a indirizzare gli adolescenti al rock per tenerli lontani dai guai?
Ah, non so, non frequento tanto l’ambiente dei preti, quindi a me di dischi rock non me ne hanno fatto sentire nemmeno uno… una volta però un poliziotto mi ha regalato un cd dei Van Halen. Tutto qui. Sinceramente non ho una mia idea a riguardo, non mi interessa e quindi non mi pongo nemmeno il problema.

Hai in mente un tour promozionale a breve?
Per ora solo la presentazione del disco il 24 settembre al TNT di Milano, ma sicuramente poi farò un giretto per locali d’Italia/Europa per cercar di vendere qualche cd!

Sei l’unica persona che ho visto tracannare del centerbe (80% alcool!) come fosse acqua piovana: dove è il trucco?
Devo digerire dopo cena e il mio stomaco va un po’ a rilento…

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Tutto Lemmy minuto per minuto

Lemmy: The Movie (2010, di Greg Olliver, Wes Orshoski)

Quell’attacco sbrindellato di basso in “Ace Of Spades” è uno degli assiomi del rock and roll. Un altro assioma è l’autore di quel riff.

E da qui partiamo per parlare di Lemmy: The Movie, un documentario che per la monotematicità e l’incenso profuso se la gioca con Padre Pio da Pietralcina Santo Subito.
“Lemmy è Dio”, esclama in visibilio un fan delle Testeaspinterogeno (Motorhead è un brano che risale al periodo in cui  Lemmy militava negli Hawkwind ed è una termine che indica i consumatori di speed); gli fanno eco uno stuolo di  viziosi colleghi rockstar Alice Cooper, Ozzy Osbourne, Dave Grohl, i Metallica, Joan Jett, Dee Snider, Slash che tessono così tante lodi in pompa magna da rendere questo rockumentary una specie di coccodrillo visivo ante-mortem del più filo esteta nazista della storia del rock: Mr. Lemmy Kilmister.

In effetti il rantolo asmatico di Lemmy, unito a un colorito ceruleo e soprattutto i 63 anni suonati sul groppone (molti dei quali trascorsi con una bottiglia di Jck Daniel’s in mano, per annaffiare lo speed troppo amaro da mandare giù) non fanno ben presagire. Lui stesso, durante un programma radiofonico, a un fan canadese che gli domanda  come abbia fatto a sopravvivere a tanto risponde semplicemente: “Non morendo”.

Per chi è più o meno della mia generazione non sarà difficile accostare il bulboso ufficiale Kilmister a Big Jim 004, quello con la valigetta multifaccia, dopo aver visto questo bio-film definitivo.
C’è un Lemmy Facciadibronzo che – come da cliché – va al Rainbow a bere whiskey e toccare i culi delle escort di turno, vabbè questo lo fa anche il Berluska. C’è il Lemmy Facciadaelmetto che scorrazza su un carro armato preso a nolo da due nostalgici del baffetto con la svastica. C’è il Lemmy Facciadapredica che consiglia al figlio di farsi di speed, invece che di coca. C’è il Lemmy Facciadapadrinodelmetal che gigioneggia con i suoi figliocci Metallica. Infine c’è il Lemmy Facciadamicrofonosopralatesta, planetariamente noto, che con le corde vocali infiammate dall’alcool e gli stivalazzi customizzati ci annichilisce: “Se vuoi scommettere, sono l’uomo che fa per te, che tu vinca o perda, per me non c’è differenza”.

Me lo immagino sornione che se la ride, essendo sopravvissuto anche alla sua santificazione su celluloide.

Sangue cattivo non mente

deadwoDead Vows – Bad Blood (Refoundation Records, 2009)

Un giorno della settimana appena passata arrivo a casa; mi trascino come un’alga bollita, dopo il solito amatissimo lavoro. Nella cassetta delle lettere ci sono due pacchettini: uno di Area Pirata e un altro con mittente che non conosco. Questo contiene esattamente una mezza dozzina di cd promo targati Refoundation Records.

Sono fuori dal giro dell’hardcore italico e dalla scena da quasi 10 anni ormai e non conoscevo la label, che invece sembra darsi un gran da fare (date un occhio al loro sito). Dei 6 cd nel pacchetto, il primo ad attirare la mia attenzione è questo dei Dead Vows. Nero, molto black metal nella grafica (anche se il coniglione vicino al demone lo rende piacevolmente ironico – sarà intenzionale? Spero di sì). E poi non c’è la solita paginetta di comunicato stampa ad accompagnarlo, quindi la curiosità vince e devo sentirlo subito.

Epperò… mica male. Nonostante di hardcore nuovo proprio non ascolti nulla (sono tragicamente fermo agli anni Ottanta/primi Novanta, lo confesso, da almeno 15 anni), gli svedesoni Dead Vows mi sono piaciuti. Molto metal, una specie di Misfits (periodo Wolf’s Blood/Earth A.D.) miscelati con la violenza e le cadenze dell’hc newyorkese macho, l’ignoranza goduriosa dei Motorhead e un po’ di sano sperimentare alla Black Flag ultimo periodo. I suoni sono modernissimi, ma l’anima è – fortunatamente, per me – più old school.

Un disco che fa scattare la scintilla del pogo anche in un ex come me. Tutti nel moshpit con Satana: ogni tanto fa bene ricordarsi di certe sensazioni dimenticate…

Rogue Male

roguemale-fv.jpgRogue Male – First Visit (Music for Nations, 1985)

Una meteora che solo i più attenti ricorderanno per una recensione su HM e una pseudo intervista apparsa sullo stesso quindicinale. Quattro deviati che, per un quarto d’ora o poco meno, sembrarono rappresentare (almeno per Kerrang!) il futuro dell’heavy metal e della musica estrema: abbigliati stile Mad Max, con un tocco di Robocop e Terminator, brutti e unti, furono probabilmente i precursori del look grebo e neo-biker portato alla ribalta da Zodiac Mindwarp, nonostante l’evidente inclinazione al futurismo postatomico.

Era il 1985 quando i Rogue Male si affacciarono sul panorama del rock metallico; la divisione tra ali estreme di thrasherspeed metaller contro glamsterhard rocker più classici era già nata e si acuiva con la comparsa di band sempre più estreme in entrambi i campi: parlo di pestoni violenti e velocissimi oppure di proto drag queen decoratissime con sciarpine vezzose e spandex. In questo panorama i Rogue Male erano un po’ come uno struzzo blu in chiesa durante un matrimonio… insomma, non c’entravano un emerito e beato cacchio.
A parte il look deviante, la loro musica era semplicemente troppo avanti (o – altrettanto semplicemente – troppo ancorata a certe radici universali) per piacere ai giovani fans assetati di estremi. Stiamo parlando di un gruppo che univa una potenza d’assalto simile a quella dei Motorhead più impetuosi, un timbro vocale scippato direttamente a Lemmy, un grande gusto per sfornare riff rock’n’roll suonati con pesantezza e velocità, i migliori stilemi del metal moderno con quelli del rock duro anni Settanta e si concedeva anche alcune accelerazioni più moderne (insomma, nel 1985 se un gruppo duro non tirava, allora non valeva un cazzo, secondo la comune opinione… io ero uno che comprava i dischi col contachilometri: sotto certe velocità, non ero interessato). Anzi, a dire il vero, erano più Motorhead loro dei veri Motorhead, che a metà anni Ottanta erano ormai sulla via del declino totale. A testimonianza di questo basta l’ascolto del brano d’apertura del loro primo LP First Visit, la canzone intitolata “Crazy Motorcycle”: la prima cosa che viene in mente è la band di Lemmy, aggiornata lievemente nelle sonorità e nella produzione.

Il primo album (un capolavoro, se vi interessa la mia opinione) vendette pochissimo, tanto che la major che li aveva sotto contratto li scaricò. Riuscirono però a pubblicare un seguito, ovvero Animal Man su Music for Nations, un disco che passò del tutto inosservato suscitando solo pochi ilari commenti per il loro look, che nel corso di un anno era ultreriormente peggiorato e ormai era assolutamente fuori da qualsiasi schema accettato nella comunità metallica.
A volte il mondo è decisamente da rifare e lo dimostra anche nelle piccole cose come questa. Gruppi che avrebbero meritato, se non altro, di essere ricordati con rispetto, finiscono nel dimenticatoio senza appello.

LA SOTTILE LINEA BIANCA, di Lemmy & Janiss Garza (2004, 301 pg, Baldini Castoldi Dalai)

E’ difficile creare una miscela musicale che sia in grado di mettere d’accordo tutti: punk, metallari, rockers, hardcorers… i Motorhead, come ben saprete, sono uno di quei gruppi che ci sono riusciti. E continuano a farlo, a un quarto di secolo di distanza dalla loro fondazione. Certo, non saranno raffinati, innovativi, sensibili o stuzzicanti, ma… alla fine sono sempre lì ed è un piacere sapere di poter contare su di loro. Sulla cartucciera di Lemmy, sul suo Rickenbecker tonante, sui suoi porri, sulla sua voce al vetriolo e bourbon, su quelle canzoni ruvide che mischiano il blues, l’hard rock, il punk e il metal in un modo così semplice e basilare che nessuno riesce però a imitare appropriatamente.

E poi, Cristo santo, se escono libri di teste di sughero come Tommy Lee, spiegatemi perché il mondo non avrebbe dovuto godere di un’autobiografia di Mr. Lemmy in persona.

Di primo acchito, uno potrebbe anche essere scettico: il concetto, in sé, forse non è dei più allettanti. Ma è con grande delizia che vi annuncio che Lemmy sa scrivere e soprattutto è dotato di una notevole dose di ironia e spirito. Certo, la traduzione in italiano a tratti è zoppicante e penso che la versione in lingua originale sarebbe più godibile, ma accontentiamoci… anzi, ringraziamo e stupiamoci che un tale libercolo venga tradotto in italico idioma, dando così un seguito alla precedente uscita della bio dei Motley Crue (e già pareva una cosa strana!).

Da Lemmy cosa ci si può aspettare? Basta guardarlo in faccia ed è subito chiaro. Droga a pacchi, donne, comportamenti e abitudini che travalicano qualsiasi elementare regola socialmente accettata.

E noi lo vogliamo così: vagabondo imbottito di pasticche nei primi anni Sessanta, chitarrista in una cover band, poi bassista negli Hawkwind più per caso che per vocazione e – infine – cantante, bassista e fondatore del gruppo con cui ha raggiunto la notorietà.

Quello che colpisce è la quasi totale assenza di compiacimento da racconto al bar (un esempio opposto? Il libro dei Crue); Lemmy racconta una notevole dose di porcate, ma lo fa in modo che te lo immagini con quel ghigno da paresi e il tono tipo: “Sì, lo so, sono tutte cazzate… però le ho fatte. Passami lo speed che mi faccio una botta”.

Sì, diciamolo: non sarà un libro che ti cambia la vita, ma si fa leggere più che volentieri. E poi Lemmy ha il rock.

Voi forse no.

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