Mods going pop going nuts

smallsfaces [Un altro articolo che doveva uscire su una rivista musicale a tiratura nazionale. Buona lettura…]

Nella seconda metà degli anni Sessanta, il podio dei pesi massimi del rock’n’roll è occupato da Beatles e Rolling Stones; eppure la storia sembra avere offuscato la figura dei campioni terzi classificati, quelli che esibiscono l’onorevolissima medaglia di bronzo: gli Small Faces (altro…)

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C’è puzza di Soho

Secret Affair – Soho Dreams (Area Pirata, 2012)

Trent’anni sono passati dall’ultimo album dei Secret Affair, signori del mod revival; una band che tra il 1978 e il 1982 ha calcato palchi e classifiche britanniche, sfornando più di un gioiellino. E trent’anni, non neghiamolo, sono un sacco di tempo per non approcciarsi a un nuovo disco con qualche timore (altro…)

Made in Las Pezia

Made – Is It Different (Area Pirata, 2012)

Una band spezzina in pista da 15 anni: ecco chi sono i Made, usciti freschi freschi su Area Pirata con un cd  con 10 brani.

Sono alfieri di un sound profondamente British e pop: diciamo un Brit-pop/mod/indie/rock/garage molto melodico e che dorme avvolto in uno Union Jack… la melodia è padrona e signora di queste tracce, dando al tutto un mood spensierato e leggero, divertente; e forse è un po’ questo il problema per il sottoscritto, in questo particolare momento: troppa solarità. Ma ovviamente siamo nel reame del gusto personale e irrazionale, perché oggettivamente – e senza nessuna possibilità di smentita – i Made sono una band della madonna e questo è un dischetto che farà impazzire i fan del genere, per il suo piglio filologico (sempre magistralmente in bilico tra i Sessanta, i Settanta e i Novanta).

Del resto il loro precedente lavoro del 2009 era già un’evidente dimostrazione del valore della band: gente coi controcoglioni che suona musica senza tempo e sa scrivere pezzi che ti si stampano in testa. Quindi, abbandonando le cupezze contingenti, il giudizio non può che essere ottimo. Band di guerrieri del sottosuolo così sono sempre da supportare, per la causa e per il piacere di ascoltarle.

L’altra Milano dell’altro Millennio

Milano Otherwise, di Matteo Pellegrini (1989/90)

Un documento di cui ignoravo l’esistenza fino a pochi mesi orsono, che fotografa – nel formato di interviste più protoclip – quattro formazioni milanesi dell’area underground/garage/Sixties/psych tra il tramonto degli Ottanta e l’alba dei Novanta (purtroppo non si riesce a dedurre con esattezza l’anno).

Quattro lunghe istantanee in bianco e nero che hanno il sapore di quella Milano che tanto odiavo (e continuo a farlo, con la differenza che ora ci abito anche) negli anni Ottanta e Novanta, coi suoi squarci opachi, della stessa consistenza dell’eroina tagliata male da sniffare, col dolce/acido delle Ceres a 2500 lire l’una prese la mattina al bar.
E detta così sembra una roba da cui è meglio tenersi lontani. A onor del vero l’avrei pensato, probabilmente, anche io fino a una decina d’anni orsono. Ma ora tutto ciò mi affascina e vedo, in queste cartoline da una Milano fetente e decadente, schegge che ho un po’ vissuto, un po’ sfiorato e che – chi l’avrebbe mai detto – con la maturità (?) dei 40 anni riesco a gestire anche emotivamente.

E’ innegabile che una certa sbruffoneria (ora striata di candida ingenuità, ora semplicemente di arroganza) dei gruppi immortalati a tratti risulta lievemente fastidiosa ancora oggi, ma alla fine a vincere è il fascino di questo viaggio nel tempo – oltre che la qualità delle band e la consapevolezza che alla gioventù si perdonano queste cose… ed è un dovere sacrosanto farlo. Ci sono gli psichedelici e wannabe professional Peter Sellers and the Hollywood Party, i mod anfetaminici The Pow (con la loro milanesità molesta, ma un tiro pazzesco), i neo-Sixties Acid Flowers (bravi, ma naif e impacciatissimi ai limiti del buffo) e – infine – i Ritmo Tribale prima della fama, col loro rock sanguigno, un atteggiamento molto alla mano e un Edda (mi si perdoni l’onestà) fatto come una scimmia e perso in un delirio di umorismo oppiaceo.

Un bel documentario, dunque: forse non facilmente reperibile (a tal proposito ringrazio Elisa per l’aiuto), ma che merita qualche piccolo sbattimento o questua. Se conoscete un po’ la Milano anni Ottanta sarà una specie di madeleine assassina – nel bene o nel male; se non la conoscete, vi godrete la musica.

La cantina del rock: online una puntata perduta

fbaGli amici di La cantina del rock tirano fuori un asso dalla manica recuperando fortunosamente una puntata dello show che era andata perduta nei meandri. (altro…)

New York Dolls ancora in Italia

Questa sembra proprio essere l’estate dei dinosauri… tornano dalle nostre parti, per un paio di concerti, i New York Dolls. David Johansen e Syl Sylvain suoneranno giovedì 24 luglio a Stezzano – in provincia di Bergamo – e il giorno dopo al Rock Planet di Pinarella di Cervia. Attenzione: la prima data è gratuita, il biglietto per il secondo show costa invece 18 euro.

Vale la pena andare a vedere i New York Dolls nel 2008? Certo.
Almeno un paio di tizi che si aggirano sul palco con loro – Sammy Yaffa al basso e Steve Conte alla chitarra – sono degni sostituti dei defunti Arthur Killer Kane e Johnny Thunders. L’album della reunion – One day… – è un lavoro più che onesto e chi ha visto i cinque a Bologna nel 2006 sicuramente farà il bis – o, perché no, il tris – quest’anno. Come mai passano anche in Italia? Forse, ma forse, per promuovere il nuovo Live at the Fillmore East.

Comunque sia, ringraziamo Morrissey per aver convinto i New York Dolls a rimettersi insieme. Dando un occhio all’agenda, questa sarà un’estate jurassic punk: il 20 giugno ci becchiamo la doppietta Sex Pistols/Iggy & the Stooges all’Heineken a Venezia, poi ancora Johnny Rotten & Co. insieme agli Wire l’11 luglio al Traffic di Torino, gli Adolescents in Italia dal 9 al 16 dello stesso mese e Siouxie dal 12 al 15.

Ah, il 9 luglio c’è anche Paul Weller, alla Villa Arconati di Bollate.

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The Prisoners

prisobigUn’ipotetica lista delle migliori mod band in assoluto non può, ovviamente, escludere nomi come Who e Small Faces per i Sixties, Jam e Secret Affair per il mod revival (post ’79). Né i nostri Statuto che per creatività, coerenza e stile non sono mai stati secondi a nessuno; o gli immensi Action, gruppo minore dei Sixties, ma che ha saputo comporre alcune canzoni che meriterebbero un posto preminente nell’enciclopedia del rock (vedi “Shadows and Reflections” o “Hey Sha lo Ney”).
Ci si dimentica, purtroppo, spesso di quelli che a mio parere sono stati i più grandi: The Prisoners.

Avevano l’irruenza degli Who, l’anima soulbeat degli Small Faces, la grazia melodica degli Action, lo stile degli Statuto, l’energia punk dei Jam , il ritmo dei Secret Affair. E quel qualcosa in più che ne ha fatto una band unica, nella mia hit parade personale irraggiungibile.
Scoprii i Prisoners nel 1983 , a Londra. Il cinese del Merc in Carnaby Street (ovvero il gestore di origini orientali dell’omonimo negozio mod che, partito come sordido cunicolo ricolmo di 45, vestiti e fanzines, è arrivato nel corso degli anni a diventare un marchio alla moda) insisteva più di ogni altra volta a rifilarmi il primo LP di quella fantastica band. Visto che in passato mi aveva già spacciato delle chiaviche facendomele passare come “i nuovi Small Faces” o “gli eredi dei Jam”, non mi fidai… mi lasciai convincere solo il giorno della partenza e infilai nella valigia, assieme a un altro pacco di roba, anche la copertina in bianco e nero di A Taste of Pink.
Ebbene: non credevo alle mie orecchie quando, dalla puntina del giradischi, cominciò a sgorgare l’incedere di “Better in Black” o la favolosa melodia di “Maybe I was Wrong”. Solo gli Who, i Jam, i Clash e gli Small Faces avevano avuto un’eguale potere di entusiasmarmi! Da quel momento i Prisoners divenerro il mio gruppo preferito. Graham Day chitarra e voce, James Taylor tastiere, Allan Crockford basso, John Symons batteria: i miei beniamini…
Li seguii un sacco di volte sia a Londra che in Italia e in ogni occasione riuscirono a farmi saltare dall’inizio alla fine; e che emozione quando Graham Day, alla fine di un concerto della sua nuova band Planet (davanti a una cinquantina di persone al Fillmore di Piacenza, con me unico sotto al palco), mi si avvicinò per dirmi: “Mi ricordo di te, ti ho visto un sacco di volte ai concerti dei Prisoners e poi anche con i Prime Movers”. E che gioia portare i Solarflares prima, gli Stabilisers di Crockford poi, in concerto a Piacenza; corrispondere con Graham durante gli ultimi mondiali di calcio irridendo la sua Inghilterra e gioiendo per la mia Italia; avere Alan al basso in un brano del mio album solista. Gioie da fan. Ma é ora di passare alla storia vera e propria.

Lontano 1982… la minuscola label francese Skydog pubblica il primo 45 There’s a Time/Revenge of the Cybermen. Non ha alcun riscontro, ma si intravedono già i germi di quell’esplosione beat mod rock che caratterizzerà di lì a poco il primo album. Come detto, A Taste of Pink, registrato in un solo botto il 12 settembre dell’82 e pubblicato un mese dopo, è un capolavoro destinato a diventare una pietra miliare per tutto il nuovo suono mod post Jam.
Un sound che precede di 15 anni il successo planetario di band come Kula Shaker o Charlatans che dei Prisoners ripresero, in versione più pulita e ricercata, l’intera lezione.
L’album é a parer mio il momento più significativo della storia della band con brani come “Coming Home” o la cavalcata psichedelica di “Pretend”, il fantastico beat di “Till the Morning Light” o le già citate “Maybe I was Wrong” e “Better in Black”, che diventano piccoli classici.
La voce roca e calda di Graham Day, l’organo alla Brian Auger di James Taylor, la ritmica caotica tra Keith Moon e Kenny Jones di John Symons e il basso penetrante di Allan Crockford forgiano un marchio di fabbrica inconfondibile. Il gruppo schizza subito in tour, aprendo tra l’altro le date inglesi dell’83 dei Ramones e lasciandoci show indimenticabili (ricordo in particolare quelli al Clarendon Hotel sotto l’Hammersmith Odeon a Londra…).

Nell’83 esce il secondo album per la blasonata Ace, The Wisermiserdemelza, preceduto dal singolo “Hurricane” (con la B side inedita “Tomorrrow (She Said)”). Molto più psichedelico del precedente, acido e meno violento, con grande spazio per le tastiere di James Taylor e atmosfere più liquide (vedi “Far Away” o “Tonight”), anche se la chitarra e la voce di Graham Day ruggiscono ancora in “Love me Lies” e “Hurricane”. Insomma, un lavoro più maturo, anche se inferiore al travolgente esordio.
Nell’84, oltre ad apparire alla tv francese (con spettacolose versioni di “Hush” dei Deep Purple, “Melanie” ed “Explosion on Uranus”) e alla BBC – su Channel Four – con “Reachin my Head” (vestiti con le tute di Star Trek!) che poi sarà incluso nell’ep 7″ “Four on Four” (con Milkshakes, Stingrays e Tall Boys), pubblicano quello che ritengo uno dei migliori ep di tutti i tempi. Electric Fit raccoglie quattro capolavori come “Melanie” (il loro miglior brano di sempre), la durissima fuzz ballad “What I Want”, “Last Thing in Your Mind” e “Revenge of the Cybermen Part Two”, un poderoso strumentale di cui abbiamo già dissertato.
Sempre nell’84 , negli USA, esce per la Pink Dust una strana – quanto preziosa – compilation intitolata Revenge of the Prisoners, che include i brani di Electric Fit, sei canzoni da Thewisermiserdemelza, più una alternate take (più grezza e violenta) di “Coming Home”, “Reachin my Head” e l’inedita, bellissima, “Love Changes”. Un must per i fan più sfegatati.
Purtroppo il mercato americano resterà insensibile al richiamo dei Prisoners.

Il live act nel frattempo continua ad essere imperdibile, sudato, aggressivo, arrogante. Il pubblico é sempre composto in gran parte da mod e dintorni, anche se non mancano punk e addirittura psychobilly. I Prisoners, mod band per eccellenza, non hanno mai gradito la ghettizzazione al solo ambito mod, e a loro volta i mod più intransigenti rimproveravano loro eccessive sterzate hard e un abbigliamento non sempre “consono”.
Purtroppo il mio entusiasmo per i Prisoners era evidentemente condiviso da pochi altri visto che l’85 li coglie parecchio in ribasso. Addirittura il nuovo album, The Last Fourfathers, viene autoprodotto, registrato velocemente e con eccessiva approssimazione: finisce per deludere le aspettative anche dei fan più fedeli. Dentro ci sono grandi song come “The Fisherman”, la sottovalutata “The Drowning” (una delle loro migliori), la grande beat ballad “Nobody Wants Your Love”, ma la presenza di ben tre strumentali – carini, ma nulla più – e di alcuni episodi un po’ traballanti, testimonia un momento di crisi.

Esce nello stesso anno anche il live Last Night at the MIC, per la Empire, diviso a metà con gli amici di sempre Milkshakes di Billy Childish. La registrazione, seppur approssimativa, testimonia la chiusura del mitico locale MIC.
I Prisoners rivisitano con il consueto piglio nervoso “Coming Home”, “Revenge of..”, “There’s a Time”, “Don’t call my name” e in più propongono le cover di “Runaway” di Del Shannon e “ Sitting on my Sofa” dei Kinks , più l’inedito “Little Shadows”.

Nell’86 approdano in Italia, a gennaio, per un breve tour e subito dopo giunge la loro grande occasione. Il mod guru (futuro boss dell’Acid Jazz records) Eddie Piller li porta alla Stiff Records: così dopo il singolo “Whenever I’m Gone” esce In From the Cold, eccellente canto del cigno del quartetto. Canzoni stupende, anche se molto ripulite dalle scorie beat punk dei precedenti lavori. L’effetto é comunque ottimo, ma Graham e compagni se ne hanno molto a male nel sentire che il mixaggio finale ha ammorbidito il tutto. Seguiranno grandi liti con l’etichetta e, il 18 settembre dell’86 al 100 Club di Londra, l’ultimo concerto.
In From the Cold é comunque un grande album con la bellissima “All you Gotta do is Say” ad aprire, la cover di “Ain’t no Tellin” di Hendrix , la stratosferica “More that I Teach you” la durissima “Deceiving Eye”. Anche in questo caso il pubblico tributò loro scarso interesse e questo,unito alle liti di cui sopra, accorciò il passo verso l’infausto scioglimento. Nell’88 Graham Day raccolse in Rare and Unissued 14 gioiellini lasciati in giro negli anni , tra cui una “Coming Home” live a Berlino, la grande “Happiness for Once” (l’ultima song registrata, il 22/8/86, a gruppo ormai sciolto), quattro inediti e cinque brani da In from the Cold con il mixaggio più sporco.
Eddie Piller inserì (nell’88) nella mod compilation Smashing Time un’eccezionale versione di “Don’t Burst my Bubble” degli Small Faces , mentre in un’ altra compilation dall’eloquente titolo We are the Mods vol. 1 appaiono con l’inedito “Captain Scarlet”.

I Prisoners si riformeranno qualche anno dopo per un breve tour italiano, a cui seguirà il singolo “Shine on me”, ulteriore testimonianza del valore compositivo di Graham Day. Le tre canzoni del 45 sono al solito stupende, il sound evoca le solite straordinarie sensazioni. Il disco non ebbe, ancora una volta, successo: la band si sciolse definitivamente, ritrovandosi saltuariamente per sporadiche reunion, che le cronache testimoniano sempre all’altezza della loro fama.

POST PRISONERS
Graham Day: a parte l’esperienza lo-fi dall’84 all’88 con i Mighty Caesars (con membri dei Milkshakes e in cui suonava batteria e flauto), fondò nell’88 – con la moglie Fay Hallam (ex tastierista e voce della grande modband Makin’ Time) che già compariva come ospite su In from the Cold e con il bassista Martin Blunt (anch’esso nei Makin’ Time e attuale membro dei Charlatans) – i Gift Horses con i quali realizzò il deludente 45 “Rosemary” (Pop Records, Germania).
Di lì a poco nacquero i Prime Movers, sempre con Fay, con l’ex Prisoners e James Taylor Quartet Allan Crockford e Wolf Howard dei Daggermen. Tre album spettacolari dall’88 al ’93 , molto Hendrixiani ma con grandi influenze
beat e psichedeliche: Sins of Fourfathers, Earth Church e Arc. Oltre a concerti numerosi, anche da noi.
Sciolti i Prime Movers spazio per la breve avventura con i Planet , più funky ma meno espressiva delle precedenti esperienze. Discreto l’album del ’95 Sky.
Tutto questo per Day, fino a intraprendere l’eccellente e lunga carriera , affiancato dal bassista Alan Crockford e dal batterista Wolf Howard (già con JTQ e Prime Movers), sotto il nome di Solarflares, con i quali infiammerà di nuovo, con una serie di eccellenti album, lo sparuto ma fedelissimo stuolo di fan. Garage beat di volta in volta tinto di psichedelia, irruenza punk, melodie pop.
Anima turbolenta e perennemente insoddisfatta, il nostro scioglie anche i Solarflares, suona a lungo il basso con i Buff Medways di Billy Childish ed è recentemente tornato con il progetto solista di Graham Day and the Gaolers con cui, nell’arco di due singoli e un album ha, ancora una volta, evidenziato un talento compositivo e interpretativo unico e sconfinato.

James Taylor: fondò il James Taylor Quartet e dal 45 d’esordio “Blow up” ai giorni recenti ha inanellato una lunga serie di successi, in virtù di un sound che – partito dal soul jazz alla Jimmy Smith dei 60’s – si é spostato sempre più verso funky e suoni da discoteca, nonostante, attraverso una prolifica discografia, non disdegni ritorni ad atmosfere care al modern jazz o al suono rythm and blues. Da ricordare il miniLP Mission Impossible e gli album Money Spider e Wait a Minute; e poi un recentissimo omaggio alla Tamla Motown.

Allan Crockford: ha militato nella prima formazione del James Taylor Quartet, per poi riabbracciare Graham Day con i Prime Movers prima e i Solarflares dopo. In mezzo il periodo con i Good Childe (due album) all’insegna di un rock deludente e mediocre. Attualmente prosegue l’attività con gli Stabilisers, più orientati verso un punk rock di stampo ’77, con all’attivo un paio di ottimi album.

John Symons: ha abbandonato la scena musicale.

Tony Face 2002

tonyface.jpgNella soleggiata primavera romana del 2002, quando mi crogiolavo nella mia precedente vita bohemienne da giovane autore per il rutilante mondo dello spettacolo e curavo una e-zine diffusa via mail, ebbi l’idea di intervistare Tony Face a proposito dei Not Moving. Era qualche anno che non se ne sentiva più parlare, la reunion non era neppure lontanamente nell’aria e la curiosità (oltre che la passione per i loro dischi) era forte.
Mandai una mail a Federico Guglielmi de Il Mucchio, loro produttore ai tempi di Sinnermen, per chiedergli se aveva un contatto da darmi; lui, conciso ma gentile, mi rispose allungandomi la mail di Tony. Gli scrissi ed ecco il risultato della mail-intervista. Back from the past.

Come definiresti i Not Moving se dovessi parlarne a qualcuno che non li conosce assolutamente?
Una delle migliori rock’n’roll band di sempre.

Da quale tipo di ascolti e background musicale è nata una creatura come quella dei Not Moving? Insomma, la solita domanda da obitorio: parlaci dei gruppi che più vi hanno segnato prima e durante l’arco dell’esistenza della band…
All’inizio siamo partiti con Cramps, X, garage, punk e rock’n’roll, poi c’è stata una fase molto legata al cosiddetto rock australiano (Hoodoo Gurus, Lime Spiders, Celibate Rifles) e verso la fine si spaziava liberamente dal beat al punk, dal pop al rock dei Sixties.

Cosa pensi dei gruppi italiani contemporanei a voi nell’arco degli anni Ottanta? Chi ti sentiresti di salvare da un’ipotetica catastrofe nucleare (se ne avessi la possibilità) e chi, invece, lasceresti schiattare senza rimorso?
I Bohoos erano grandi e i CCCP all’epoca (anche se non mi piacevano) erano qualcosa di orginale e sconvolgente (anche se la miglior band italiana di sempre rimangono, secondo me, gli Area). Ma anche gli Indigesti, i Cheetah Chrome e tante band hardcore. Da buttare tutta quella roba vicina alla new wave, al dark, al rock italiano e pippe simili .

Scaviamo nel torbido: ti va di parlare della fine l’esperienza dei Not Moving, dopo sei anni di dischi, concerti, tour e tutto quello che ciò comporta? Come è accaduto?
Probabilmente è perchè siamo partiti sedicenni o poco più e ci siamo trovati cresciuti, adulti, senza più lo stesso entusiasmo, con obiettivi, speranze, e volontà artistiche completamente differenti… forse è stato meglio così. Abbiamo evitato di tirare avanti un cadavere.

Qual è il tuo brano preferito dei Not Moving, in che disco si trova e perché ti piace…
Credo “Crawling”, da Black & Wild, il miglior disco che abbiamo fatto. E’ la perfetta sintesi di che cosa erano e volevano essere i Not Moving: punk+beat+garage+pop+hard.

La reperibilità dei vostri lavori ormai non è certamente agevole (te lo dice uno che ha penato per diverso tempo e raschiato i fondi di molti negozi di dischi usati, prima di trovare le cose fondamentali a prezzi abbordabili)… hai mai pensato, magari tramite la tua etichetta, di ristampare tutta o parte della discografia?
Ci ho pensato , ma non credo che ci sarebbero tanti interessati . E poi è meglio non rivangare un periodo ormai finito.

Un capitolo oscuro e doloroso (soprattutto per chi lo vorrebbe ascoltare!) è rappresentato dal mini-LP fantasma intitolato Land of Nothing. Perché non è mai stato publicato? Non c’è speranza di vederlo riaffiorare in qualche modo?
Non è mai stato pubblicato per una lunga serie di indecorose mancanze dell’etichetta di allora. Pare che tra breve vedrà finalmente la luce grazie alla ristampa (in vinile, che Manitù lo abbia in gloria!!!) che dovrebbe fare un etichetta pisana, Area Pirata [l’hanno poi effettivamente ristampato, proprio i ragazzi di Area Pirata ndr].

Gli annali riportano che avete fatto tre date come supporter di Johnny Thunders (nell’84, se non erro)… cosa ci puoi raccontare a proposito di questa esperienza?
Molto positiva. Il pubblico applaudì più noi, giovani e determinati, che lui parecchio rincoglionito, imbolsito, che sbagliava i pezzi e non si ricordava le parti… Johnny fu simpatico e disponibile con noi, ma gli show un po’ tristi e non particolarmente entusiasmanti.

Domandina da fan col pannolone: ma perché non fate una bella reunion, un bel disco e qualche sfilza di concerti?! Una volta hai scritto che “siete ancora troppo giovani per le reunion”, ma… non credi che il r’n’r abbia nuovamente bisogno di voi?
No, al rock’n’roll e a chi lo ascolta non gliene può fregare un cazzo di un gruppo di quarantenni, che magari spaccherebbe ancora il culo, ma rischierebbe di essere patetico… non vogliamo diventare i Nomadi del rock italiano. I Not Moving sono stati un grande gruppo che secondo me ha avuto abbastanza, anche se non tutto quello che avrebbe meritato, ma che nel 2002 non ha più ragione di esistere o di tornare.

Dì ciò che ti va ai lettori…
Vivete al 100% ogni attimo della vostra vita (molto paternalistico, eh?).
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