Nederbiet bloody nederbiet

Jerome Blanes – Outsiders by Insiders (Misty Lane Books, 2010, 168 pag.)

Che piaccia o no, Misty Lane è un po’ il corrispettivo europeo di Ugly Things – fatte le debite e imprescindibili proporzioni. E quest’ultima operazione editoriale in cui si è imbarcata conferma la percezione: un libro tutto dedicato agli olandesi Outsiders, alla loro storia e a ogni dettaglio che li riguardi (e Ugly Things, tempo fa, dedicò un intero volume agli altri olandesi d’oro, i Q65).

Questo Outsiders by Insiders – precisiamolo – è una traduzione. Il libro ha avuto una primissima pubblicazione in olandese alcuni anni orsono (2007); con la trasposizione in lingua inglese ovviamente si cerca di allargare il tiro al mercato internazionale degli appassionati di Sixties sound e derivati.
Detto questo, la sensazione – piacevole anche – è che sia comunque un volume per pochi appassionati dall’indole hardcore. Un po’ perché si concentra su una band fondamentale, ma sostanzialmente non famosa (per apprezzare la scena Sixties olandese occorre essere un po’ più appassionati degli altri e un po’ più conoscitori della media, si sa); un po’ perché si tratta di una storia maniacale, scritta con attenzione a minuzie che a tratti possono scoraggiare anche i fan e i curiosi più ben disposti (nomi di persone, di club, di scuole e di vie si susseguono in un turbine capace di confondere nel giro di poche decine di pagine).

Il succo, quindi è che dovete essere pronti a immergervi nel mondo degli Outsiders come se doveste scrivere una tesi di dottorato su di loro, imparando anche qualche parola di gergo olandese. In cambio dei vostri sforzi, però, avrete in regalo (beh, proprio regalo no, visto che costa 20 euro) le chiavi di un mondo in cui avrete il privilegio di curiosare ampiamente – magari anche in qualche cassetto dimenticato. A compendio, poi, ci sono una marea di foto che raccontano una storia già da sé.

Unico vero appunto: la prosa di mr Blanes non è delle più brillanti (diciamo anche piuttosto noiosa: non è certo uno di quei cronisti/giornalisti che si mettono in gioco in prima persona nel raccontare le cose) e la traduzione dall’olandese non è esattamente ineccepibile – sono rimasti un po’ di refusi. Per non parlare della scelta di lasciare molte parole in lingua originale, ma in contesti che proprio non hanno alcun senso. Un vezzo pittoresco, ma piuttosto fastidioso alla lunga.

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Union Carbide Productions story (parte 4)

E’ stato molto difficile avere a che fare con gli atteggiamenti di Steve Albini – uno che crede di essere l’Einstein del punk rock, una cosa che io trovo estremamente patetica
(Ebbot)

Nella terza parte della storia degli Union Carbide Productions abbiamo rivissuto la gestazione e la pubblicazione del terzo album, From Influence To Ignorance – uscito nell’aprile del 1991. Quasi in concomitanza con la pubblicazione del disco, però, la Radium 226.05 (l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP), in pratica si trova sull’orlo del fallimento e viene salvata – tramite acquisizione – dalla MNW, una label svedese piuttosto ben posizionata sul mercato.

Questo cambiamento, almeno sulla carta, dovrebbe essere positivo per il gruppo: la nuova etichetta è più solida, il successo dei Nirvana ha portato in classifica una tipologia di rock che non è poi troppo distante da ciò che gli UCP propongono, la band ha un certo seguito… si respira il profumo del “salto di qualità”.

Ultimatum

In realtà le cose sono molto meno semplici. La MNW non riesce a comprendere esattamente come gestire gli UCP, ereditati dalla Radium 226.05; i dirigenti capiscono che il gruppo ha un proprio mercato, sono impressionati da alcuni nuovi demo, ma dubitano fortemente sulle potenzialità commerciali. Per cui viene decisa una mossa di rottura: viene commissionato un nuovo album alla band, con la clausola che dal successo o meno di questo prodotto dipenderà il futuro del contratto che lega le due parti.
Ian Person: “Volevano che facessimo un disco da classifica, volevano i Nirvana svedesi o storie del genere. Volevano che sfornassimo un album grezzo e semplice, come le primissime cose degli UCP – ma non facevamo più quella roba e ormai eravamo più boogie che mai!”.

Per questo nuovo capitolo discografico la MNW raccoglie il suggerimento del proprio distributore statunitense (la Cargo), che vedrebbe bene gli UCP nelle mani di Steve Albini. La label accetta di mandare il gruppo intero a Chicago, per registrare, semplicemente perché è trapelata la voce che Albini potrebbe occuparsi del prossimo disco dei Nirvana: è un nome, quindi, spendibile a livello di marketing.
La scelta viene accolta con scetticismo dai membri della band, ma un’avventura negli States non si rifiuta mai.
Patrick Caganis: “In quel momento il nostro sound era molto rock’n’roll. Voglio dire, cose molto alla Stones e Faces. […] Misero in piedi questa fuffa con Albini, ed è molto strano, perché penso che lui non abbia nulla a che vedere col blues rock’n’roll. All’epoca non lo conoscevo quasi, avevo solo sentito i Big Black e non facevano proprio musica per me”.
Henrik Rylander: “Accettammo solo perché ci mandavano a Chicago. Fu l’unico motivo”.

Alla corte di re Albini

I sei musicisti (nel frattempo si è aggiunto Anders Karlsson alle tastiere) che si imbarcano sull’aereo per Chicago nel luglio del 1992 sono decisamente ai ferri corti tra loro. Le dinamiche interne, infatti, non sono affatto migliorate rispetto all’anno passato; addirittura, visto che Patrick è sempre più perso nel suo mondo, balena l’idea di sostituirlo con l’ex chitarrista Bjorn – che però declina l’invito.
Ebbot: “A insaputa di Patrick, domandammo a Bjorn se voleva venire con noi. Eravamo convinti che Patrick avrebbe mollato tutto… era completamente fuori. […] Vivevamo una situazione durissima: c’eravamo io e Ian da una parte, dall’altra Henrik, Jan e Anders, e in mezzo c’era Patrick. E non parlavamo quasi tra di noi”.
Patrick, secondo il copione che va in scena invariato dall’anno precedente, è ancora vittima di problemi personali piuttosto invalidanti, legati a una relazione disfunzionale con una ragazza.

All’arrivo a Chicago, comunque, i ragazzi sono entusiasti; una sensazione destinata a smorzarsi quasi subito.
Jan: “Dopo un paio di giorni che ci prendemmo per sistemarci, iniziammo a domandarci quando avremmo iniziato a incidere. Ma una telefonata allo studio ci rivelò che non era stata fatta nessuna prenotazione. Chiamammo la Cargo e ci spiegarono che saremmo stati solo un paio di giorni in studio, per poi spostarci a casa di Albini. Il problema era che lui non poteva iniziare a lavorare perché era nel mezzo dei festeggiamenti per il suo trentesimo compleanno: stava giocando a biliardo da giorni senza fermarsi, e non voleva essere disturbato”.

Quando finalmente Albini finisce di giocare e fare baldoria, si presenta alla band con un’idea decisamente diversa da quello che tutti si aspettavano, come racconta Ian: “Ci disse: ‘Dai, andate lì dentro e registrate, facciamo tutto in due giorni’. Noi ce ne stavamo lì a bocca aperta come dei pecoroni e ci chiedevamo: ‘Ma cosa dice?’. Noi volevamo fare un sacco di sovraincisioni, prenderci il nostro tempo in studio. […] Ma Albini non ne voleva sapere e diceva: ‘Ho un altro gruppo da registrare, dobbiamo sbrigarci'”.
Jan: “Albini ci disse, con grande orgoglio, che di solito registrava i gruppi in presa diretta al mattino e poi nel pomeriggio mixava tutto. Le nostre session furono una via di mezzo. Lui era abituato a incidere band di tre elementi, che facevano musica semplice. Gli UCP erano cinque musicisti e un cantante, ognuno con le proprie parti distinte da suonare all’unisono e per tutto il tempo, per cui solo nei pezzi molto minimali come ‘Turn Off The Blues’ l’approccio del tutto-in-una-volta funzionava”.

Le session sfiorano il disastro; addirittura  pare che una barista di Chicago amica della band, dopo avere sentito un nastro coi nuovi pezzi, abbia detto: “Cosa diavolo avete fatto per quattro settimane? E’ uno schifo! Suona malissimo!”.
Patrick: “Mi ricordo che sull’aereo, ritornando a casa, ci mettemmo tutti ad ascoltare il mixaggio finale di Swing e nessuno si eccitava, nessuno diceva ‘Hey è bello!’. Ce ne stavamo tutti seduti persi nei nostri affari. Io a un certo punto misi una cassetta degli Upside Down Cross che mi aveva dato Albini; era quasi black metal, ma andava bene perché non volevo ascoltare il nostro schifo di album”.

Swinging Gothenburg

E’ così che gli UCP decidono di ritoccare il lavoro per conto loro – soprattutto il mixaggio – in Svezia (la versione originale scaturita dalle session di Chicago si può sentire nel bootleg ufficiale The Albini Swing del 1994). Il risultato è Swing, fatto uscire di fretta e furia dall’etichetta nel dicembre 1992, con una copertina che definire indegna è un complimento.
Ebbot: “Ormai non mi importava più niente. E il colpo di grazia me lo diede quella copertina, che fecero senza dirci nulla. La vedemmo nei negozi e l’unica cosa che riuscimmo a pensare fu che era la peggior copertina di tutti i tempi, nessuno ne aveva mai fatta una così brutta”.

Swing è un buon album, giudicato col senno di poi. Solido, ma non eccezionale: è ricco di mestiere, davvero rock’n’roll, ma decisamente troppo standard. E anche i sogni della MNW di sfondare nel nuovissimo mercato alternative rock si schiantano contro l’ostacolo di un disco medio, senza picchi, come se si trattasse di una fotocopia di terza generazione di ciò che la band era stata. C’è la pseudo-ballatona di turno (“Mr Untitled”, pochi gradini sotto a “Golden Age” del disco precedente, per intensità), un tour de force stoogesiano (“High Speed Energy”) lievemente imbolsito ma sempre potente, l’expolit psichedelico di “Chameleon Ride”… e poi una mezza dozzina di pezzi di puro hard-punk-boogie di cui anche Keith Richards potrebbe andare fiero, se solo gli interessasse sapere cosa è l’underground.

Ad aprile del 1993 gli UCP si imbarcano in un tour promozionale di circa sei settimane, il “Get In The Swing Tour”. Partono in cinque (il tastierista è già fuori dai giochi) e l’atmosfera e di smobilitazione, come ricorda Ebbot: “Credo che ormai ci fossimo tutti chiusi in noi stessi, era impossibile comunicare. Avevamo suonato assieme per troppi anni, credo che fossimo arrivati al settimo”.
Come se non bastasse le condizioni logistiche non sono particolarmente migliorate; Patrick: “Per questa volta affittammo un’auto, una di quelle piuttosto piccole, e avevamo un carrello attaccato dietro per tenerci dentro l’attrezzatura. Questo tour fu davvero in puro stile Spinal Tap. Girammo circa per un paio di mesi e molti concerti vennero cancellati all’ultimo istante, come quelli in Spagna. In Italia ne rimase uno solo. Restammo per diversi giorni senza nulla da fare, solo a cazzeggiare con un pallone” .

Cronaca di una fine annunciata

Al termine del tour gli Union Carbide Productions si sfaldano: il gruppo formalmente esiste ancora, ma nessuno dei membri ha voglia di continuare. Ian si chiama fuori dalla faccenda disertando un concerto a un importante festival finlandese (“Dissi solamente: non vengo. Potevo usare come scusa le mie orecchie, perché avevo un versamento di sangue e non potevo volare con le orecchie in quelle condizioni”), che diventa l’atto decisivo nella storia della band. Il destino degli UCP è segnato e tutti sono d’accordo nel decretare la fine dell’avventura.

Henrik: “Decidemmo solo di fare un ultimo tour estivo per andare a pari coi debiti. Dovevamo dei soldi all’agenzia di booking e alla casa discografica e volevamo chiudere la faccenda. Però Patrick decise di non venire in tour, così chiamammo Bjorn, che rientrò nella band”.
Patrick: “Non mi andava, sentivo che se fossi salito sul palco a dire addio probabilmente mi sarei messo a piangere o qualcosa del genere. E comunque se tutta la faccenda era per salutarci tra noi, direi che l’avevamo già fatto, quindi non ho partecipato”.
Ian: “Credo che si sia trattato di 10 o 15 concerti  in Svezia, e poi a Oslo e Copenhagen. […] Facemmo pezzi di tutti e quattro i dischi, le canzoni che ci piacevano di più”.

Il concerto di addio si tiene a Gothenburg il 4 dicembre 1993 (il giorno della morte di Frank Zappa, per una bizzarra coincidenza) ; prima che gli UCP salgano sul palco diversi gruppi si avvicendano per suonare cover della band.
Il set dei protagonsiti della serata è diviso in due parti: si inizia con una frazione unplugged, per poi procedere con il più classico macello elettrico. La serata, in termini di accoglienza, è un grande successo, ma la percezione che i membri del gruppo hanno è di sollievo – come se fosse terminata un’esperienza ormai dolorosa e pesante.
Ian: “Non eravamo più un gruppo e l’energia non c’era più. Fu una festa divertente, più che altro. Ho riscoltato di recente la registrazione della serata… ok, non è male, ma non c’è nessuna magia. Eravamo troppo vecchi per quella roba, ormai”.
Jan: “Quell’ultimo concerto fu un successo strepitoso, un bellissimo evento. Dopo mi trovai ad avere sentimenti contrastanti in proposito, perché il gruppo lasciava un grande vuoto nella mia vita […]. Ma nel contempo ero un po’ stanco della vita superficiale che facevamo”.
Henrik: “Fu una liberazione. Dopo che decidemmo di smettere, iniziai a sentirmi davvero bene, perché era esattamente quello che volevo fare da parecchio tempo”.
Ebbot: “Ero sollevato. Per festeggiare me ne andai in Marocco dove rimasi per un po’. Fu una bella esperienza”.

E’ la fine, ma non cala il silenzio – visto che praticamente tutti gli ex UCP continuano a suonare (chi in progetti già iniziati durante la vita della band, chi in nuove formazioni o da solo).

Reunion blitz

Dieci anni dopo, in occasione dell’Oya Festival di Oslo, gli UCP si riformano per una data. Un sabba estemporaneo in cui si ritrovano, appesantiti (Ebbot è veramente una montagna di carne irriconoscibile) ma pacificati, per inscenare un ultimo concerto all’insegna dei vecchi tempi. L’intero live è disponibile su YouTube (QUI) e mostra una band maturata, ma troppo pulita e professionale… i tempi degli eccessi sono finiti da un bel po’ e a parte i ricordi non resta molto altro a rinverdirli.
Da quel momento, per qualche tempo, si rincorrono voci di un possibile box set antologico con inediti e rarità, ma tutto si conclude in un nulla di fatto. E così i dischi degli UCP rimangono una curiosità non troppo facile da reperire – almeno fino a pochi mesi orsono, qando sono stati ristampati su cd e a prezzo abbordabile.

Non staremo a parlare dei Soundtrack Of Our Lives e di tutta la miriade di progetti (solisti e non) post scioglimento… queste sono altre storie e ci sarà tempo anche per loro. Per quanto riguarda gli UCP, l’unica chiusura degna è una frase di Bjorn, che dice: “Gli Union Carbide Productions sono stati un’estensione delle nostre personalità e attraverso la musica creavamo un nostro mondo. Una specie di party perpetuo, ma anche una gigantesca recita teatrale. A volte le cose sfuggivano di mano, ma alla fine tutti avevamo una sola priorità ed era la musica. Quando suonavamo assieme tutte le stronzate venivano messe da parte e sentivamo solo la libertà”.

Union Carbide Productions story (parte 3)

Gli Union Carbide Productions sono stati una grandissima influenza. A un certo punto mi dissero che, visto che mi piacevano così tanto, avrei dovuto provare a sentire gli Stooges e gli MC5. Subito pensai che questi due gruppi erano un po’ scadenti rispetto agli UCP, ma poi ho capito.
(Dregen, Hellacopters)

Nella seconda parte della storia, avevamo lasciato gli Union Carbide Productions alle prese con il tour di supporto per Financially Dissatisfied, Philosophically Trying, a cavallo tra il 1989 e il 1990. Già nella primavera, però, iniziano le session serrate per tentare di assemblare un nuovo album; sembra che le idee non manchino e con un regime di quattro prove settimanali nel giro di poco tempo viene confezionato un lotto di brani inediti.

Psicodrammi a go-go

Nell’autunno del 1990 gli UCP, compatti e rodati dopo il lungo tour, entrano nello studio Music-A-Matic di Gothenburg per fissare i pezzi che costituirannno From Influence To Ignorance. Ma, ancora una volta, quello che superficialmente sembrerebbe un quadro piuttosto stabile, si rivela l’esatto opposto.
Ebbot: “Vari problemi di donne e di droga iniziarono a influenzare il nostro lavoro in studio. Non avevamo più energia, ed è per questo che il disco uscì molto più leggero dei precedenti”.
Secondo Ebbot e il batterista Henrik Rylander uno degli ostacoli più grandi è costituito dal chitarrista Patrick Caganis; Rylander commenta così, a questo proposito: “Patrick secondo me non stava bene all’epoca. Aveva dei casini con suo padre. Credo che mentalmente non stesse bene e andando in tour questo disagio esplose. Finì per mettersi a bere tantissimo – nel peggiore dei modi, quello distruttivo”.

In effetti anche Patrick, intervistato da Mike Stax nel 1998, descrive una situazione personale piuttosto disastrata: “Avevo conosciuto questa tipa nel 1990 e credo che i problemi della band siano iniziati proprio per via di questa storia. Nessuno di noi due aveva il coraggio di lasciare l’altro; credo che tutto derivasse dal fatto che eravamo molto simili. […] Litigavamo di continuo e lei aveva la tendenza a controllarmi in ogni momento, si presentava in studio a sorpresa mentre registravamo e cose del genere. Il modo che avevamo trovato per risolvere i nostri problemi era ignorarli – anzi, per dimenticarli uscivamo e andavamo a bere. Poi a volte lei arrivava ubriaca e voleva parlare con me, ma era un disastro. Io ero davvero dispiaciuto perché così non riuscivo a concentrarmi sulla musica e alla fine questa roba ha danneggiato il gruppo intero”.
Ian: “Aveva troppi problemi con questa ragazza. Erano sempre lì ad attaccarsi, quindi Patrick era perennemente di pessimo umore, in studio. A volte capitava di dirgli: ‘Perché non provi a fare così o cosà?’ e lui si incazzava, spegneva l’ampli e se ne andava”.

Il colpo di stato di Ebbot

Se Patrick Caganis è fragile e sull’orlo della crisi più nera, non bisogna dimenticare un elemento altrettanto importante per inquadrare il mood di From Influence To Ignorance, ovvero l’ascesa di Ebbot alla posizione di produttore e di ago della bilancia nelle scelte della band. Il cantante, in poche parole, prende il comando in studio: siede dietro al mixer con il produttore Michael Ilbert, pensa agli arrangiamenti, decide come e dove utilizzare effetti o trucchi.
Il risultato è un sound completamente inedito per gli UCP: tutti gli strumenti vengono registrati separatamente, viene sfruttata al massimo la tecnologia digitale disponibile e – in generale – ogni cosa suona più pulita, patinata… per alcuni fredda.
Henrik: “Ebbot produsse il disco insieme a questo tizio che si chiama Ilbert, ma non mi piacque la cosa. Il fatto è che Ilbert processò tutto con un computer e separò gli stumenti in maniera troppo netta… così il suono è meccanico e non ha il feeling dei primi due dischi”.

Dunque, il disco è un disastro? Nossignori. Niente di più falso. E’ un grande album di rock fortemente influenzato dai colossi dei Sixties e con un suono piuttosto moderno. Certo, non c’è più molto degli UCP selvaggi e fuori controllo degli esordi, ma qui si vola a un’altra quota, il gioco diventa più raffinato e ricercato.
Mike Stax paragona From Influence To Ignorance a Beggars Banquet e lo definisce un “capolavoro per gli anni Novanta”: e, in effetti, Ebbot e soci in questo frangente si rivelano molto stonesiani – soprattutto in episodi come “Be Myself Again”, una specie di “Gimme Shelter” di fine secolo.

Ma la paletta dei colori a disposizione degli UCP sembra essersi arricchita molto, per cui troviamo deliri acustici (“Can’t Slow Down”), richiami a groove jazzato (“Baritone Street”), i vecchi germi del rock detroitiano (“Got My Eyes On You”), cavalcate epiche dalle dinamiche cangianti (“Train Song” e “Coda”) e anche una ballata delicata, crepuscolare, ombrosa – tra Dylan, Hendrix e Arthur Lee… quella “Golden Age” che è destinata a diventare il brano più noto dell’intero album, nonché la cosa più vicina a un hit che la band abbia mai sfornato.
“Golden Age” è un pezzo la cui paternità è – stranamente – da attribuire in toto a Ian Person, che ricorda: “L’avevo composto prima di unirmi alla band e ci è voluto un bel po’ prima che gli altri accettassero di suonarlo, perché dicevano che era troppo soft. Pensavano che non c’entrasse con il resto, all’inizio, ma poi durante l’anno il nostro sound iniziò a cambiare, volevamo fare cose differenti – più anni Sessanta, direi. E’ così che ci lavorammo, Ebbot scrisse il testo e ne uscì una buona canzone”

Nonostante i problemi personali e le tensioni, quindi, il risultato è notevolissimo. Tanto che – a parte una generale insofferenza verso alcune scelte di mixaggio di Ebbot e Ilbert – tutti i membri della band si dicono soddisfatti del nuovo lavoro.
Nel frattempo, però, sul fronte più legato agli aspetti amministrativi, si sta consumando un classico dramma da record business: l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP, la Radium 226.05, è vittima di gravi problemi finanziari e a rischio di fallimento. Nell’aprile del 1991, quando From Influence To Ignorance viene ufficialmente pubblicato, qualcuno ha difficoltà a trovarlo nei negozi e – a dispetto di recensioni osannanti da parte della stampa internazionale – in Svezia la band stenta a essere presa sul serio dall’establishment.

Got live if you want it

Viene comunque organizzato un lungo tour a supporto del disco: per tutta l’estate e l’autunno del 1991 gli UCP suonano in Europa, soprattutto in Germania e nei Paesi scandinavi, ovvero le piazze in cui hanno raccolto maggiori frutti. L’inghilterra, invece, continua a essere ostile – come la regola vuole; infatti Henrik ricorda così una data al Marquee di Londra, del settembre 1991: “Prendemmo il traghetto dall’Olanda per l’Inghilterra. Suonammo al Marquee e fu un’esperienza pessima. Credo ci fossero al massimo 20 persone, tutte sedute; solo uno era in piedi, davanti al palco, e ci faceva il dito mandandoci affanculo. Fu un disastro. Ci pagarono 50 sterline in monete da uno”.
Anche Patrick ha un’immagine viva dell’esperienza londinese: “E’ un bellissimo ricordo fatto di lacrime, negatività, puzza d’aglio e chissà che altro. Quando arivammo a Londra eravamo esaltatissimi, tipo: ‘Cazzo! Suoniamo al Marquee! Grande!’. Credo fosse la terza sede che il Marquee ha avuto: era grande, una specie di cinema, coi soffitti alti e un impianto potente. Quando arrivammo al locale non vedemmo neppure un poster del concerto, così iniziammo a chiedere: ‘Ma non avete fatto pubblicità? Un po’ di manifesti, qualcosa?’. I tizi che erano lì ci guardarono e ci dissero: ‘Abbiamo messo un manifestino’. ‘Cosa!?’ fu la nostra risposta… i tizi erano davvero scazzati e ci dissero: ‘Dai, su, non l’avete visto? Abbiamo da fare, lasciateci in pace… comunque è là fuori, sulla porta’. Era una fotocopia in bianco e nero di un foglio scritto a mano, in caratteri minuscoli, che diceva ‘Stasera, Union Carbide Productions’. Ed era l’unica pubblicità che avevano fatto. Il tecnico del suono era una specie di hippie che ci disse: ‘Grandi! Avete dei Marshall e degli Ampeg! Sparate il volume al massimo, quando si riempirà di gente sarà una figata, potentissimo. Qui lo spazio è grande, si sentirà da dio’. […] Al momento di suonare ci saranno state 30 persone e ovviamente non si capiva nulla”.

E’ una vitaccia, nonostante tutto. Il disco piace, ma le vendite non garantiscono il passaggio al professionsimo e neppure i concerti riescono a fornire un’entrata sufficiente ai membri della band. Anzi, tutti i soldi finiscono in benzina, spese per la sopravvivenza e riparazioni al terribile furgone utilizzato per spostarsi, il White Whale.
Ian: “Tutti i soldi venivano risucchiati dal furgone. Avremo speso mezzo milione di corone in quel coso”.
Patrick: “Il bus si rompeva di continuo. Tutti i soldi che guadagnavamo finivano nel furgone. All’inizio era divertente, ma dopo essere stati in giro un po’ di anni a suonare e a girare ci rendemmo conto che non c’erano soldi per nessuno. Dovevamo combattere per sopravvivere. All’epoca non ci ho mai pensato, ma ora riesco a razionalizzarlo e dico che se non ci sono soldi, il divertimento se ne va. Alla fine di ogni tour eravamo tutti così stanchi che non avevamo voglia di vedere nessuno. Ci scappava la voglia di fare le prove. E poi dovevamo sempre trovarci dei lavoretti provvisori per tirare su qualche soldo”.

Segnali di dispersione

E’ proprio tra il 1990 e il 1991 che tra le file degli UCP inizia a serpeggiare – forse inconsciamente – un impulso alla fuga. Tanto per iniziare, la band al gran completo ogni tanto si concede il vizietto di cambiare nome per qualche concerto raccolto, a base di cover e classiconi del rock. Stiamo parlando dei San Francisco Boogie Band, ossia gli Union Carbide Productions sotto pseudonimo che si divertono coi pezzi di Stones, Beatles, Love, Kinks, Pink Floyd e MC5.

Ma non è tutto, in quanto Ebbot – alla fine del 1991 – dà vita a un progetto collaterale, un duo che si chiama Levity Ball.
Ebbot: “Sentivo di avere tanta energia creativa, tante canzoni nella testa, ma ogni volta mi sentivo dire: ‘No, questo pezzo non possiamo farlo, è troppo morbido’. Si nascondevano tutti dietro a questa maschera dell’underground, credo. Erano tutti spaventati e ripetevano: ‘Perché non facciamo come nel primo disco?’. […] Così iniziai a suonare roba acustica con un altro tizio che conoscevo. Erano cose molto vicine a Forever Changes, pezzi molto alla Love e Buffalo Springfield, cose più leggere. Facemmo qualche concerto, e suonavo anche io la chitarra. […] Mi ero stancato. Non succedeva niente di nuovo nella nostra band e litigavamo di continuo per stupidagigni, mentre io volevo solo essere creativo. […] Questo progetto fu l’inizio di quello che sono poi diventati i Soundtrack of Our Lives”.

Nel frattempo anche Ian Person, insieme all’ex UCP Bjorn Olsson, si dedica a un side project. Sono i Black Balloons, un gruppo pesantemente influenzato dai Rolling Stones, con un gusto marcato per gli arrangiamenti a base di fiati.
Ian: “Bjorn voleva tantissimo che Ebbot si unisse a noi. […] Poi mi diceva di continuo: ‘Ian, devi andartene da quel gruppo. Non è buono, fa schifo’. Lui sa essere un grande manipolatore quando vuole”.

Gli altri tre membri della band vivono questa situazione in maniera contrastata. Henrik e Jan pensano che delle valvole di sfogo siano utili, soprattutto perché così Ebbot può esprimere altrove la sua anima Sixties, che secondo loro c’entra poco con gli UCP.
Patrick, invece, dal suo aureo isolamento osserva con occhio scettico gli eventi, convinto che il gruppo dovrebbe essere come una relazione sentimentale: una faccenda basata sulla monogamia.
Patrick: “Io, da parte mia, pensavo: ‘Abbiamo una band. Portiamo nuove idee e qualunque cosa ne esca è ok’. Non ho mai pensato che avremmo sempre dovuto essere come nel primo disco o come nel secondo. Non l’ho mai messa in questi termini. Per me qualunque cosa facessimo in sala prove, se suonava bene, ci potevamo lavorare. Secondo me avremmo dovuto fare così”.

[Vai alla parte 4]

Il folk-rock secondo San Unterberger

turnturnturn.jpgRichie Unterberger – Turn!Turn!Turn!, the ‘60s folk-rock revolution (Backbeat Books)

Autore di un libro fondamentale come il superbo Unknown Legends of Rock’n’Roll che tracciava in tempi non sospetti (1998 circa) i profili di “leggende sconosciute” della musica che più amiamo, con un roster di nomi che partiva da Graham Bond per arrivare ai Rocket from the Tombs; collaboratore fisso di Ugly Things; compilatore per numerose label specializzate in ristampe… Richie Unterberger è ormai da anni una garanzia per tutti gli amanti della buona musica che non riescono a sottrarsi al sottile piacere della letteratura che da essa può scaturire.

Turn!Turn!Turn!, uscito originariamente nel 2002, è il primo di due volumi (l’altro è il successivo Eight Miles High) da cui Unterberger parte per raccontarci quella che è stata la rivoluzione folk-rock che ha attraversato gli anni Sessanta. La fine del libro volutamente coincide con una data dal significato mitologico: 29 luglio del 1966. Per chi non lo sapesse, è il giorno del famigerato incidente motociclistico di Bob Dylan.
Anche se il prologo del libro dedica ben venti pagine al festival di Newport e alla svolta elettrica di Dylan, inquadrandola nel contesto dello scontro ideologico nei rigidi ambienti conservatori del folk dell’epoca con annessi episodi ormai leggendari (il famigerato quando poco verosimile attacco all’amplificazione di Dylan da parte di un Pete Seeger inferocito armato d’ascia), è nelle restanti quasi 280 pagine che Unterberger mostra il suo talento. Pochi autori, infatti, hanno l’instancabile capacità del nostro di raccogliere migliaia di informazioni (tutte di prima mano, ovviamente), catalogarle e unirle in una forma appassionante e coinvolgente sia per l’esperto in cerca di chicche inedite, sia per il lettore casuale e meno scafato.

Il risultato è un’orchestra di voci e dettagli (più di cento i personaggi intervistati fra musicisti, produttori e giornalisti), che ci accompagna dagli albori della nuova scena folk nel Greenwich Village fino all’avvento del folk-rock, arrivando quasi a lambire la nascente scena psichedelica californiana.
Nel libro sono analizzati con perizia e cura sia i nomi maggiori come Dylan, Joan Baez, i Byrds e i Loovin’ Spoonful, ma anche nomi i volti meno noti di Tom Paxton, Tim Hardin, Judy Henske, Mimi and Richard Farina, Fred Neil, i Daily Flash Bob Lind e P.F. Sloan. Artisti, questi, che hanno contribuito al pari dei più famosi colleghi alla nascita e alla matirazione di un genere che non è stato solo musicale, ma che ha fornito a un’intera generazione uno strumento nuovo per rapportarsi alla realtà e costruirne una propria. Perché come dice Arlo Guthrie: “Philosophy, the art of it, was unreadable, unknowable, to people who controlled the industry”.
Buona lettura.

Fuori Ugly Things 26!

ut-261.jpgUgly Things n 26 (Winter/Spring 2008)

Ugly Things festeggia i suoi 25 anni con il botto. La bibbia per gli amanti della musica Sixties (e non solo) celebra il quarto di secolo con una monster-issue di 224 pagine; in questa maniera, oltretutto, l’appuntamento con la rivista da annuale diviene semestrale. Questo perché, come orgogliosamente tiene a precisare Mike Stax nell’editoriale, ormai è libero di dedicarsi alla sua creatura a tempo pieno.

Come di consueto è in pratica impossibile articolare qualcosa che non sia già stata detta o che sia meno che positiva o incensante nei confronti del magazine: insomma, con molta probabilità questa recensione potrà tranquillamente essere riciclata – con gli opportuni cambiamenti – per le prossime uscite. Questo a testimonianza della costante ed elevatissma qualità del lavoro di Mike e soci. Ma passiamo ai contenuti.
A spiccare, in questo numero, è la bella e lunga intervista (che si è guadagnata anche lo status di cover story) dell’allora diciottenne – si parla del 1998 – Doug Sheppard a Rob Tyner degli MC5. Nell’ arco di una decina di pagine vengono delineati, con piglio autorevole e toni a volte dolce-amari, vedute, ricordi e opinioni del frontman della band di Detroit.
A seguire sicuramente vanno menzionati l’articolo che ricostruisce la storia dei Sons Of Adam di Randy Holden (firmato a da Greg Prevost e Mike Stax) e la bella intervista di Stax a Dave Lambert dei Fire di “My Father Name is Dad”.

Se tutto ciò non bastasse troviamo anche un lungo report sulla scena Sixties norvegese, un articolo sui folk rocker inglesi The Trees e la storia dei Pop Rivets di Billy Childish e Bruce Brand. E poi il solito mare di recensioni di ristampe, dischi, dvd e libri. Insomma… imperdibile anche questa volta.

Per averla rivolgetevi ai vostri spacciatori di musica di fiducia, oppure contattate Stax direttamente (trovate tutti i recapiti nel sito di Ugly Things). Il prezzo, se decidete di acquistare la rivista per posta, è di 18 dollari – posta compresa – per ogni copia.

In arrivo un nuovo Ugly Things

Pare che verso la fine di gennaio 2008 Mike Stax e signora sforneranno un nuovo numero (il ventiseiesimo) della bibbia del garage sixties, psych, freakbeat, folk rock e derivati: Ugly Things. Si parla di 224 pagine con una mega-cover story dedicata agli MC5, compresa un’intervista inedita al compianto Rob Tyner.
Tra le altre cose ci sarà la storia dei Sons of Adam (pre Love), dei Trees, dei punk rockers Pop Rivets e uno speciale sulla scena beat norvegese degli anni Sessanta. Il prezzo – per noi europei – è di 18 dollari posta inclusa. Per info: www.ugly-things.com

Mike Stax parla parte 2: Crawdaddys, Tell Tale Hearts and more

stax.jpgCome è potuto accadere che un ragazzo inglese come te, sia andato a finire in band Californiana come i Crawaddadys? Puoi raccontarci brevemente la storia del gruppo?
I Crawdaddys nascono per mano di Ron Silva e Steve Potterf a San Diego, in California nel 1978. Nel 1979 pubblicano il loro primo album Crawdaddy Express sulla Voxx di Greg Shaw (R.I.P.). Nei primi mesi del 1980 pubblicano due 7” sempre su Voxx.
Io ero uno studente che viveva in un piccolo villaggio dello Yorkshire quando ho ascoltato i Crawdaddys alla radio nel programma di John Peel. Sono uscito e ho comprato i loro dischi. Ero un grandissimo fan degli Stones/Yardbirds/Pretty Things e sono stato spazzato via nell’ ascoltare una nuova band che suonava autentico 1965/65 r’n’b’ inglese. Ho scritto una lettera da fan alla band e Ron Silva mi ha risposto invitandomi ad unirmi alla band come bassista. Così sono andato a San Diego e nel novembre del 1980 sono entrato nei Crawdaddys. Il mio primo periodo con la band è durato fino al giugno del 1981. Sono tornato nel gruppo nel marzo dell’82 e ho suonato con loro fino alla fine dell’estate dell’83. Durante questo periodo abbiamo registrato un po’ di materiale ma niente è stato pubblicato se non dopo. Alcune registrazioni sono apparse su un album intitolato Here Tis’ su Voxx Records, altre canzoni su un ep uscito in Spagna durante la meta degli anni Ottanta.

Quale era la reazione del pubblico ai vostri concerti, voglio dire suonavate del selvaggio r’n’b’ negli anni Ottanta?
Le persone non sapevano cosa fare di noi. Noi eravamo un completo regredimento a un’altra epoca, molto più primitiva, quando la maggior parte dei gruppi cercavano disperatamente di essere moderni e new wave. Ma il gruppo era realmente buono e così alla fine avevamo un discreto seguito.

Sai cosa stanno facendo adesso i membri del gruppo?
Ron Silva vive ad Oakland in California. Negli ultimi 20 anni (o quasi) ha suonato con Carl Rusk e Tom Ward nei Nashville Ramblers a.k.a. The Black Diamonds. La maggior parte degli altri vive ancora a San Diego, suonando musica.

crawdad.jpgDopo i Crawdaddys, hai formato i Tell Tale Hearts, parlaci dei primi tempi della band, dove avete preso il nome?
Ho formato i Tell Tale Hearts nell’agosto del 1983 con Bill Calhoun, Ray Brandes, Erich Bacher e David Klowden. Ho scelto il nome prendendolo da un racconto di Edgar Allen Poe. Il nostro suono combinava il sound selvaggio e bluesy delle band inglesi dei medi Sessanta con in aggiunta le influenze dei gruppi garage americani e in particolar modo i 13th Floor Elevators, gli Shadows of Knight e i Seeds. Stavamo anche scoprendo tutte questi strani e fantastici gruppi della scena Olandese come gli Outsiders e i Q-65. Più importante comunque, fin dall’inizio volevamo scrivere i nostri pezzi e lasciare il nostro marchio personale nella storia della musica piuttosto che limitarci a mettere in scena un’epoca particolare. Mentre qualche volta i Crawdaddys avevano questa aria snob da “musicisti seri” i Tell Tale Hearts erano totalmente fuori controllo. I nostri primi concerti erano improntati al caos, con membri del gruppo che cadevano, qualche volta finendo giù dal palco in preda a stati mentali alterati. Non c’erano nessuna delle costrizioni autoimposte dei Crawdaddys, volevamo che la nostra musica fosse la più selvaggia e incontrollabile possibile. Il nostro spirito era contagioso e (di solito) divertente così ci costruimmo velocemente un buon seguito localmente. Quasi subito firmammo un contratto con la Bomp/Voxx Records e registrammo il nostro primo disco nel 1984. Nel 1985 pubblicammo un 12” con sei pezzi (The Now Sound of The Tell Tale Hearts). Il gruppo è andato avanti fino al 1987.

Quale era la tua canzone preferita dal songbook dei Tell Tale Hearts?
Ho un po’ di favorite. “Crackin up” dal nostro primo demo tape (pubblicato sul cd raccolta High Tide), per via dell’energia e della crudezza. “Forever Alone” sul primo disco, perché mi ricorda un sacco di bei momenti passati con Bill, eravamo compagni di stanza e scrivevamo i pezzi insieme a quel tempo. Anche Bye Baby” dall’ep The Now Sound e “Promise” che è stato il nostro ultimo singolo, con il grande Pete Miesner (ex-Crawdaddys) alla chitarra.

Secondo me i Tell Tale Hearts sono uno dei migliori gruppi della scena garage-revival, pensi che siete stati sottovalutati come gruppo?
Bene, sono lusingato dalla tua osservazione. Suppongo che eravamo (e siamo) sottovalutati, ma questo per me va bene, la maggior parte dei miei gruppi preferiti di tutti i tempi erano sottovalutati! In molti modi è stata anche colpa nostra se non siamo diventati più famosi. Eravamo veramente disorganizzati. Non abbiamo avuto mai nessun tipo di management e non c’era nessun tipo di piano sul come promuoverci. Suonavamo ovunque capitava e i nostri tour erano strettamente su piccola scala.
Un’ altro problema era che io ero un immigrato clandestino, il che mi impediva di uscire dagli Stati Uniti, così mentre gruppi come i Fuzztones i Chesterfield Kings e i Miracle Workers andavano in tour in Europa e costruivano il loro seguito, noi eravamo piantati a San Diego lavorando al minimo salariale e perdendo tempo.

Perché i Tell Tale Hearts si sono sciolti? Hai qualche rimpianto per qualcosa che hai fatto o che non hai fatto con il gruppo?
Dopo tre anni e mezzo passati insieme, tutti avevano idee differenti riguardo quello i Tell Tale Hearts sarebbero dovuti diventare. Il risultato alla fine fu un compromesso e la musica incominciò a soffrirne. Dal vivo perdemmo tutta l’ energia che avevo reso la band così grande.
I dissidi interni incominciavano a farsi spazio tra i vari membri del gruppo e il divertimento fini. Fondamentalmente il nostro tempo era finito! Ho pochi rimpianti. Rimpiango la nostra inesperienza in studio quando registrammo il primo album. Fu registrato in maniera molto povera e il suono debole peggiorò quando la casa discografica remixò il disco alle nostre spalle, togliendone l’anima. Rimpiango il non aver mai registrato un disco che avesse l’eccitazione dei nostri concerti. Rimpiango anche il modo in cui le cose sono diventate amare. Iniziammo come cinque grandi amici, dopo lo scioglimento alcuni di noi non si sono rivolti la parola per molti anni. All’ inizio la musica era la prima cosa, ma verso la fine alcuni membri erano attaccati sia alle donne che alle droghe o ai loro ego. Una situazione tipica per un gruppo giovane, ma comunque un grande spreco in retrospettiva.

morlo.jpgCome erano i rapporti con le altre garage-band del tempo, quali erano secondo i gruppi migliori del cosiddetto garage-revival e perché?
Eravamo in rapporti di amicizia con le altre band di San Diego, i Gravedigger V e dopo I Morlocks, ma c’era anche una certa rivalità, specialmente con i Morlocks. Io mi sono Sempre trovato bene con tutti questi ragazzi, ma so per certo che c’erano dei problemi con altri membri del mio gruppo. Eravamo anche amici con i Chesterfield Kings, le Pandoras, Gli Unclaimed e molti altri gruppi.
Ho sempre pensato che gli Unclaimed, fossero una delle migliori band dell’intero movimento. Amavo le canzoni strane e sarcastiche di Shelley Ganz come l’ intera attitudine del gruppo e del loro suono. E dal vivo erano straordinari. Mi piacevano anche i primi Chesterfield Kings. Non m’importa della fase glam che hanno attraversato per un periodo, ora sono tornati sui giusti binari. Anche Jeff Conolly e i Lyres meritano molto rispetto.

Adesso suoni con i Loons, vuoi presentarci gli altri membri del gruppo?
Anja Bungert al basso e ai cori, Marc Schroeder e Chris Marsteller sono i chitarristi, mentre Mike Kamoo è il nuovo arrivo alla batteria.

Quali sono le vostre influenze, principali?
Siamo influenzati pesantemente da gruppi come gli Yardbirds, Love e i Pretty Things, ma queste influenze sono state così assorbite profondamente nel corso degli anni, la musica che suoniamo e’ un riflesso di queste influenza più che un’imitazione. Ci sono molto gruppi la fuori che stanno facendo poco più che una rivisitazione dei Sixties. Può essere divertente da guardare ma in ultima analisi e’ molto superficiale. Alla fine della giornata, vai a casa e senti gli originali non una versione simulata. Mi piacerebbe pensare che quello che facciamo abbia una profondità maggiore. Lavoriamo duramente su un suono originale e sull’avere una personalità musicale nostra.

Cosa puoi dirmi del vostro ultimo disco Paraphernalia?
L’ album ha avuto una lunga gestazione. Anche se è stato registrato interamente in un arco di tempo di poche settimane, alcune delle canzoni erano vecchie di cinque anni al momento di essere incise, mentre altre erano state scritte solo qualche giorno o settimana prima. Il disco rappresenta cinque anni o più di cambiamenti sia nella line-up del gruppo che nelle nostre vite personali, così copre un ampia sfera di stati d’ animo e argomenti. Penso che sia stato messo insieme decisamente bene comunque. Ne sono orgoglioso.

Cosa dobbiamo aspettarci dai Loons ?
La prossima cosa che faremo sarà registrare un pezzo per un tributo a Greg Shaw che uscirà su Bomp. Ho scelto una vecchia canzone dei Crawdaddys “I’m dissatisfied”, perché è una di quelle canzoni che mi ha ispirato nel lasciare l’Inghilterra e venire in America tanti anni fa. Greg Shaw è parzialmente resposanbile per questo. Stiamo lavorando su dei nuovi pezzi e speriamo di uscire con qualcosa di nuovo senza che passi tutto questo tempo. Vogliamo fare anche più tour in Europa e forse anche in altre parti del mondo. Ci piacerebbe andare in Giappone per esempio, o in Australia e in Nuova Zelanda. Speriamo che succeda.

E ora, come in Alta Fedeltà, dammi la tua top-five, per album e 45…
Cambia in continuazione, ma eccoti la mia Top five in base agli stati d’animo del giorno:

LP

1) The Pretty Things – primo disco
2) Love – Forever Changes
3) Master Apprentices – primo disco
4) Bo Diddley- Go!
5) Tim Hardin – No. 1

45

1) The Pretty Things – Rosalyn
2) The Misunderstood – Children of the Sun
3) The Outsiders – Touch
4) The Answers – Fool turn Around
5) The Mustangs – That’s for Sure

Mike grazie di tutto; qualcos’ altro da aggiungere?
Grazie per l’ interesse.

Mike Stax parla parte 1: Ugly Things

ugly-th.jpgUgly Things is obsessed with the sounds of the past, but it’s not about nostalgia, and it’s not about record collecting. It’s all about the MUSIC and the real life stories of the people that made the music happen. In the pages of Ugly Things the past continues to happen… NOW”

Attualmente Ugly Things è una sorta di bibbia per gli appassionati di Sixties music, com’è nato l’intero progetto? Dai primi numeri in stile copia e incolla si è arrivati oggi ad un layout molto professionale a un numero sempre crescente di pagine e articoli, ti va di parlare ai nostri lettori della crescita della rivista?
Ho iniziato a pubblicare Ugly Things nel marzo del 1983. Come sai, all’inizio era semplicemente una fanzine fotocopiata che vendeva circa duecento copie. Realizzarla ha rappresentato un processo di apprendimento, così ho cercato di alzare gli standard con ogni nuovo numero. Ora sono passati 22 anni, che spero abbiano portato dei miglioramenti sia nella presentazione sia nei contenuti. Sicuramente è stata d’aiuto la mia capacità di riunire un gran numero di scrittori ed altri collaboratori, ciascuno dei quali ha giocato una gran parte nella realizzazione di quello che è oggi Ugly Things.
Fin dal primo numero l’obiettivo della rivista è stato quello di sostenere e battersi per quei gruppi e musicisti sottovalutati e trascurati che venissero principalmente dai Sessanta, ma alcune volte anche dai Cinquanta e dai Settanta etc…
Abbiamo una sezione delle recensioni smisurata che cerca di coprire l’inondazione di ristampe che continuano a riempire il mercato. Le etichette che si occupano di ristampe coprono anche buona parte degli annunci pubblicitari sulla rivista. Più importanti delle recensioni sono in ogni modo gli articoli. C’è stata una tale esplosione di musica negli anni Sessanta e solo una minima parte è stata digerita dal pubblico. Questo significa che ci sono letteralmente migliaia di gruppi, in ogni parte del mondo la cui musica non ha avuto l’attenzione che meritava. Molti di questi gruppi hanno storie uniche da raccontare, storie che sono spesso più interessanti e sicuramente condite con più humour e pathos delle storie ormai ultra-analizzate dei gruppi che hanno avuto più successo. Scovare questi musicisti e raccogliere le loro storie è uno degli aspetti più gratificanti del lavoro. La maggior parte di questi ragazzi hanno cercato di dimenticare il loro passato rock’n’roll, impacchettandolo e riponendolo in soffitta – alcuni di loro hanno dei figli che neanche sanno che i loro padri suonavano in gruppi. In alcuni casi considerano se stessi dei falliti perché non sono riusciti a “farcela”. E’ una sensazione incredibile, quando riesci a convincere uno di questi musicisti che quello che hanno fatto in passato ha realmente un valore e che ci sono persone oggi che vogliono ascoltare la loro musica e sentire le loro storie.

Quando hai iniziato a interessarti alla musica e alla cultura dei Sixties?
Sono stato attirato da entrambe già da piccolo. Fin da bambino, negli anni Sessanta, mi alzavo in piedi nella culla e ballavo al ritmo della musica che usciva dalla radio. La prima musica che ricordo di aver ascoltato attentamente è stato l’album Rubber Soul dei Beatles, che mi padre sentiva su un registratore a bobine. Subito dopo ho scoperto i Rolling Stones e ho iniziato a interessarmi al periodo con Brian Jones. Brian Jones divenne quasi un’ossessione giovanile per me, andai perfino a Cheltenham quando avevo 14 anni per visitare la sua tomba. I primi Stones poi mi hanno portato a scoprire altri gruppi r’n’b’ inglesi come gli Animals, gli Yardbirds, Them, i Downliner Sect e i miei favoriti di ogni tempo i Pretty Things.
Insieme alla musica, sono rimasto affascinato da tutto il look e il feeling di quell’epoca: i film, la letteratura, l’arte, la moda e i cambiamenti sociali del tempo.

Quanto copie sono state stampate per l’ ultimo numero?
Per l’ ultimo numero sono state stampate 6000 copie.

Hai mai pensato di fare una raccolta dei primi numeri in una specie di best of? Devo ammettere di essermi procurato con non poca fatica le mie copie più vecchie su e-bay… penso sarebbe bello averle raccolte in grande formato.
Avrei voluto realizzare un’antologia delle prime uscite da molti anni. Non ho ancora deciso il miglior modo per farlo – se una riproduzione esatta o una versione riveduta e ampliata dei migliori articoli. Il problema è che di solito sono così preso dal numero in uscita che non ho il tempo di guardare indietro ai vecchi numeri e pianificare qualche ristampa. Farò qualcosa presto comunque, lo prometto!

The MisunderstoodQuanto lavoro c’è dietro un articolo/avventura così grande come quello sui Misunderstood che si snoda negli ultimi numeri? E’ stato un compito difficile organizzare l’ insieme delle interviste e dichiarazioni di diverse persone e dargli una sequenza sensata? Penso che probabilmente è la cosa migliore mai apparsa sulla tua rivista?
Sono veramente contento che l’articolo sui Misunderstood ti sia piaciuto così tanto. Questa storia significa molto per me. Dietro c’è stata una quantità immane di lavoro di ricerca e scrittura. Come hai notato, il compito più difficile è stato organizzare tutto il materiale. Ho intervistato dozzine di persone che avevano a che fare con la storia, così mi sono trovato con un incredibile quantità di informazioni qualche volta contraddittorie che necessitavano Di essere vagliate e messe in una forma che fosse allo stesso tempo reale e divertente da leggere. Qualche volta mi svegliavo nel mezzo della notte con la testa che mi girava piena di parole e voci. Alla fine la storia ha preso una sua direzione, e con così tante informazioni e storie ho potuto alimentarla e portarla in vita. E’ stata veramente eccitante vedere tutti pezzi mettersi insieme e prendere forma. Ho quasi finito la parte quattro ed è un grande sollievo ma anche un brivido creativo notevole.

Perché secondo te i suoni del passato sono ancora così affascinanti per i ragazzi? Sembra che i Sixties non passino mai di moda?
Gli anni sessanta sono stati senza ombra di dubbio il “Rinascimento” dell’epoca moderna. Niente prima e dopo di allora può essere paragonato al monumentale insieme di cambiamenti che sono avvenuti nel mondo e in particolare nella arti creative. Nel periodo che va dal ’64 al ’68 il r’n’r’ è diventato adulto ed ha raggiunto un apice creativo che non è stato più sorpassato. La musica rock era così giovane e fresca che quasi ogni idea sembrava nuova; le possibilita’ sembravano virtualmente illimitate. L’ energia della musica era incredibilmente positiva laddove oggi è colorata da dubbi e cinismo. La migliore sixities music e’ completamente senza tempo ecco perché non andrà mai fuori moda.

Solo pochi giorni un’ icona come Wally Tax degli Outisiders e venuta a mancare, hai qualche bel ricordo legato a lui o qualche aneddoto divertente?
Sono ancora scosso dalla notizia della morte di Wally Tax. La musica che ha realizzato (con gli Outsiders e nei suoi dischi solisti) è stata una grande parte della mia vita per più di vent’anni. Se sei un fan degli Outsiders, capirai cosa intendo quando dico che la musica di Wally e la sua voce avevano un modo per raggiungerti e toccarti nel profondo. Alcuni dei miei momenti più felici li ho passati ascoltando queste canzoni o suonandole su un palco. E nei miei momenti più bui e nelle mie ore più disperate questa musica mi ha dato il conforto e il sollievo di cui avevo bisogno. Ho sempre sentito che avrei avuto l’opportunità un giorno di incontrare Wally Tax e dirgli quanto la sua musica abbia significato per me. Ora non l’avrò più. Sono passate quasi due settimane da quando Wally ci ha lasciato e ancora non riesco a riascoltare la sua musica, non mi sento abbastanza forte per affrontare le emozioni racchiuse in queste canzoni, emozioni che sono così potenti da colpirmi dritto al fegato appena lo sento cantare. Alla fine le affronterò di nuovo. Metterò “Touch” sul giradischi o forse “Teach me to forget you” ma so già che nessuno potrà insegnarci a dimenticare Wally o come la sua musica ci ha toccati.

Puoi darci un’ anticipazione riguardo il prossimo numero, qual è il menu?
Il numero 23 e vicino alla conclusione e sarà un altro numero corposo. Abbiamo un’enorme cover story dedicata ai Belfast Gypsies realizzata da Richie Unterberger, interviste con il rocker francese Ronnie Bird and sui ragazzi del Brum Beat (la scena legata a Birmingham n.d.a.) come Mike Sheridan & Rick Price, i Checkmates da Singapore, Mike & The Ravens, Charlie Crane (The Cryin Shames, Gary Walker & The Rain), un’intervista inedita mai pubblicata con Keith Relf, e altro ancora… includendo ovviamente il prossimo capitolo della storia dei Misunderstood. Spero di farlo uscire per giugno 2005 circa.

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