Il dottor Ness, suppongo…

Social Distortion – Hard Times And Nursery Rhymes (Epitaph Records, 2011)

“Road Zombie” è l’ingresso verso un viaggio senza ritorno. Un viaggio, anzi un dirottamento delle mie facoltà mentali verso il magazzino dei ricordi. Il suono distorto della chitarra e l’aspro tono del rullante a martello mi riportano indietro di una bella ventina di anni. Sono sulle ginocchia e in adorazione. Questa è la cosa più vicina alla mia modesta opinione di cosa in pratica significhino quelle quattro lettere buttate a caso con cui puoi comporre la parola rock. E’ un pezzo strumentale in cui tutto è perfetto e la voce non serve (e ci vogliono davvero delle palle di pregevolissima fattura e consistenza per aprire un album così).
Poi, e qui più che una recensione è una cronaca, arriva la voce di Mike Ness come una maledizione a contaminare le altre 10 canzoni di Hard Times And Nursery Rhymes, per ricordarci come si fa a perdere il controllo degli arti superiori dalla voglia di simulare un bel riffone alla chitarra con tanto di grugno compiaciuto.

Sono già passati sette lunghi anni da Sex, Love And Rock’N’Roll in un bel mix di infortuni sul lavoro e abusi di sostanze illecite attorno ai Social Distortion, l’alter ego musicale di Mike Ness.
La formula magica è sempre la stessa: ingredienti genuini e di qualità. Niente fronzoli effetti speciali o colpi di scena, con batteria quattro quarti e pedalare, tra brani più tonici e graffianti e altri più lenti ai confini della ballad. Il profumo di casa è sempre il solito, un retrogusto di sonorità alla Pogues (quelle linee vocali che canteresti volentieri in un pub con le pinte di birra in mano e sventolate ben in alto), una sensazione di sleaze rock (mi vengono in mente i Dogs D’Amour) e una lacrima di Bruce Springsteen degli albori.
Certo anche i Green Day emergono in alcuni punti, ma qui è forse più giusto dire il contrario e cioè che in tutti gli album dei Green Day si trovano tracce di Mike Ness.

L’album funziona, difficile trovare un pezzo più o meno divertente degli altri, e vi regalerà una quarantina e più di minuti spensierati. L’ho ascoltato tutto d’un fiato, scendendo a rotta di collo con lo snowboard. Per lunghi attimi mi sono talmente gasato da tentare cose che non avevo mai provato in vita mia: ero il Dio della tavola. Poi ho preso una stecca da paura, cadendo di mento sulla neve ghiacciata. In quel momento tutti i miei sogni sono crollati e mi è rimasta solo la faccia gonfia e graffiata: il vecchio, goffo e ciccione è tornato sulla terra. E in fin dei conti questa è la vita e questi sono gli effetti del rock’n’roll.

“Live Fast, Die Fat!”
[Rodrigo Buchago & Il Mulo – 2011]

Black Halos, il lato oscuro del punk

adam3.jpgPaint it black, tutto nero. Tra emo boy e indie rocker figli di papà, ultimamente è un tripudio di jeans attillati, Converse sminchiate ed eyeliner sbavato. Le mode, si sa, vanno e vengono. Sì, per fortuna vanno, se ne vanno. E quelli che si vestono di nero, da sempre e per sempre, continuano a marciare e magari marcire, “unchanged” – proprio come il titolo di una canzone dei Black Halos. La band di Vancouver ha sfornato un nuovo disco, il quarto: si chiama We Are Not Alone, ce ne parla il chitarrista Adam Becvare. Adam è uno che di nero se ne intende, di tanto in tanto suona anche con i Lords of the New Church. Praticamente sostituisce Stiv Bators, scusate se è poco.

Allora Adam, avete cambiato chitarrista e bassista: Jay Millette, Black Halo dal primo omonimo disco del 1998, ha lasciato la band, sostituito da Johnny Stewart. E si è perso per strada anche Denyss…
Quando cinque fratelli vanno in guerra, non tutti tornano a casa. Ai fan potrà sembrare strano, ma è sempre stato così: i membri dei Black Halos vanno e vengono. Quando Jay ci ha lasciati non eravamo più convinti di andare avanti, ma avevamo ancora buone canzoni da buttare fuori. Poi, una nostra vecchia amica – Melissa – ci ha presentato Johnny, che è entrato immediatamente nella band. Dopo un anno se n’è andato anche Denyss, ma a quel punto le canzoni avevano preso forma. E Johnny ha portato il suo amico JR, il nostro nuovo bassista.

Finalmente avete un nuovo album, We Are Not Alone, pubblicato in Europa dalla People Like You (disponibile da metà marzo) e prodotto da Jack Endino…
Jack è il sesto del gruppo, lui ha prodotto tutti e quattro i dischi: non possiamo lavorare con nessun altro. E’ incredibile come riesca a materializzare le idee che abbiamo in testa. E secondo lui questo è il nostro miglior lavoro: in Jack we trust.

Chi ha scritto le canzoni?
Billy (Hopeless, cantante dei Black Halos, ndr) non è in grado di suonare una nota, lui pensa a scrivere i testi. Io ho portato in studio otto pezzi e ho aiutato ad arrangiare le cinque canzoni di Johnny e Denyss. Questa volta ci siamo concentrati maggiormente sul songwriting: nel precedente Alive Without Control ci sono cose diverse in diverse canzoni, ora siamo riusciti ad amalgamare il tutto.

Adam, tu vivi a Chicago e suoni con i Black Halos che sono canadesi. Praticamente sei un pendolare del rock and roll…
Ovunque io sia, ho con me chitarra e computer. Per questo album facevo i compiti a casa, spedivo i pezzi a Denyss e poi volavo a Vancouver per dieci giorni di prove. Per quanto riguarda il tour, invece, mi sposto in Canada una settimana prima della partenza. A volte la gente si stupisce, ma è solo questione di sentimento e disciplina. La cosa dura è tenere in riga gli altri Halos quando io sono lontano…

L’anno scorso avete cancellato un tour europeo per girare gli Stati Uniti in compagnia dei Social Distortion. Ne è valsa la pena?
Domanda difficile, davvero. Lo abbiamo fatto per suonare in posti da duemila persone, tutti sold out. C’è stato un momento veramente incredibile: durante un soundcheck, Mike Ness mi ha chiesto di mostrargli come suonare un pezzo dei Clash. Così, ora lo vedo da tutt’altra prospettiva. E’ stato magnifico, ma certo mi è dispiaciuto paccare l’Europa. Non vedevamo l’ora di venire nel Vecchio Continente e, all’improvviso, ci è stato chiesto di suonare negli States con i Social Distortion: non puoi dire no a Mike Ness.

Meglio i club europei o i locali stelle e strisce?
Tutti hanno una visione romantica dell’America, perché qui tutto è così rock and roll. Ma oggi come oggi gli Stati Uniti non hanno nulla di più rispetto all’Europa.

adam2.jpgEcco, tu sei venuto in Europa più volte e, quando suonavi con gli American Heartbreak, sei stato nominato miglior chitarrista dell’anno dalla Gruta 77 di Madrid… Senti ancora i ragazzi di quella band?
Becco Billy Rowe (negli anni Ottanta chitarrista dei Jet Boy, ndr) due volte al mese. Avevano capito che l’unico modo per farmi felice è farmi suonare la chitarra. Ma quando è finito il tour mi sono reso conto che non mi avrebbero permesso di scrivere le canzoni, quindi ho lasciato. Insomma, rimanendo con loro non avrei potuto esorcizzare i miei demoni…

E sempre a proposito di tour europei, qualche anno fa sei passato da queste parti con i Lords of the New Church. Come se la passano i vecchi Brian James e Dave Tregunna (ex Damned il primo, ex Sham 69 e Barracudas il secondo, ndr)? Ma, soprattutto, come ti senti a vestire i panni di Stiv Bators?
Ho suonato nuovamente con i Lords lo scorso Halloween, a Londra, per il loro venticinquesimo anniversario. Abbiamo fatto due prove e mezza, poi è stato il caos. Brian è sempre lo stesso: imbraccia la sua Telecaster, mette il Marshall a dieci ed è contento. Per me è il chitarrista punk per eccellenza e suona più incazzato di qualsiasi altra persona più giovane di lui di trent’anni. E Dave Tregunna è ancora uno dei migliori bassisti in circolazione. Io canto i pezzi di Stiv con il massimo rispetto e piaccio ai fan proprio per questo motivo. Comunque, ci saranno altre sorprese in futuro.

L’altra band in cui suoni, i Lustkillers, è pesantemente influenzata dal mix di punk e new wave dei Lords…
Lo dicono in molti. Ho imparato a usare la mia voce ascoltando Stiv Bators, vero, ma anche Jim Carroll e Wendy O Williams. Ho creato i Lustkillers solo per me stesso e li tengo distanti dal business: l’unica cosa che abbiamo registrato finora è un cd di otto canzoni, Black Sugar Sessions, che vendiamo solo ai concerti. Un paio di etichette svedesi sono interessate a produrlo, a quel punto potremmo venire in tour in Europa. Ma voglio farlo al momento giusto e con le persone giuste.

Incredibile: a Chicago hai i Lustkillers, a Vancouver i Black Halos, sei stato in California con gli American Heartbreak e di tanto in tanto fai un giro in Inghilterra per unirti ai Lords of the New Church. Come se non bastasse, hai suonato anche con i newyorkesi Kowalskis…
Voglio veramente bene a Kitty (cantante dei Kowalskis, ndr): la conosco dal 1994, da quando stavo a New York con gli Heartdrops. Ha sempre provato a convincermi a suonare con lei e, alla fine, ce l’ha fatta: lo scorso settembre ho girato il nord della California con loro.

Ti piacciono da sempre sia la new wave più oscura che il rock and roll: cosa pensi di tutti questi gruppi di oggi che provano a suonare come i Joy Division e di tutti i ragazzi che indossano jeans neri attillati, si mettono le creepers, la matita intorno agli occhi…
Davvero? Non me ne sono mai accorto! A parte gli scherzi, io ascolto molta roba vecchia, a partire dai primi Sisters of Mercy e i Red Lorry Yellow Lorry. Il disco dei Blaqk Audio non è male, ma non riesco a canticchiare neanche una loro canzone. Molte band odierne dureranno poco più di un giorno. Per quanto mi riguarda, ho sempre indossato jeans neri attillati e continuerò a farlo per tutta la vita.

Ultima domanda: quando e come nasce la tua passione per il Fernet Branca?
Non dovrei dirvelo, ma tutto è cominciato al Velvet Rope Electronica Club di San Francisco…

San Francisco, New York, Chicago, Vancouver… Adam e i Black Halos ripartono: prima il Canada, da una costa all’altra, e poi l’Europa. Saranno in Italia domenica 18 maggio a Savona, il giorno dopo a Bologna e martedì 20 al Garage di Milano.

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