What happens in New Orleans stays in New Orleans

Il 22 aprile 1991 Johnny Thunders parte dall’aeroporto di Colonia: destinazione New Orleans. Ha un paio di chitarre, le sue fedeli sacche di pelle e una valigia piena di abiti. Oltre a un bel rotolo di dollari in contanti in tasca, frutto dei concerti giapponesi e della rapida session in studio coi Die Toten Hosen.
Dopo diverse ore di volo fa scalo a Chicago e telefona allarmato alla sorella Mariann: dice che ha perso il biglietto aereo, in aeroporto. Lei gli fa immediatamente arrivare del denaro con un vaglia telegrafico, che non viene però riscosso.
Non è chiaro come, ma Johnny arriva a New Orleans, The Big Easy; prende un taxi e si fa lasciare – tra le 21:30 e le 22:00 – davanti all’hotel St Peter House, tra Burgandy e St Peter Street.

Lesley Carter (il receptionist in servizio quella sera): “Era vestito di nero dalla testa ai piedi e sudava. Temevo che mi svenisse addosso. Non era scortese. Era pallidissimo, sembrava quasi una geisha”.

Gli viene assegnata la stanza numero 37: una cameretta con un letto solo e il televisore appeso al muro, anche perché non ci sarebbe altro spazio dove metterlo, e un bagno microscopico. Johnny appoggia i suoi bagagli per andare a fare un giro rapido per Bourbon street; poi rientra in albergo e telefona alla sorella.

Mariann Bracken: “Abbiamo parlato per un quarto d’ora più o meno. Stava da dio, mi ha detto che gli piaceva tantissimo lì, era pieno di gente che cantava per strada. Diceva che aveva guadagnato bene in Giappone e scherzando mi ha detto che forse per l’anno venturo avrebbe dovuto pagare le tasse perché aveva avuto delle entrate. Non gli era mai capitato”.

A questo punto, dall’istante in cui Johnny chiude la telefonata, inizia una concatenazione di eventi che nessuno ha mai definito con certezza e che, a 20 anni di distanza, resta avvolta nella nebbia. Ovviamente la ricostruzione che tenteremo di fare è un’impresa totalmente speculativa, che si basa sulle poche testimonianze esistenti e su un’inchiesta fatta sul campo (rimasta incredibilmente inedita e peraltro andata perduta) dall’amico Mike Hudson, cantante dei Pagans, nonché saggista, giornalista e reporter eccezionale. Mike infatti ha acconsentito a raccontare a Black Milk, in esclusiva, quello che ricorda della sua indagine svolta poche settimane dopo la morte di Thunders.

Secondo Nina Antonia, la biografa ufficiale di Johnny, dopo aver parlato con la sorella e il cognato, Thunders fa amicizia con i due suoi vicini di stanza, due fratelli che si chiamano Marc e Mike Ricks – non è assolutamente chiaro come e a che ora ciò avvenga. I tre si fanno un paio di canne, poi escono: vanno a bere qualcosa in un bar del quartiere francese, poi rientrano in hotel. A questo punto i fratelli tornano in stanza, dove cadono in un sonno profondo.
Vengono svegliati da una serie di colpi che provengono dalla stanza adiacente – li descrivono come “rumori di una rissa in cui nessuno parla”.

Verso le otto del mattino l’addetta alla reception telefona alla stanza di Johnny, che risponde e viene redarguito per il baccano fatto durante la notte; stranamente lui chiede se può scendere al desk a parlare con la donna, ma non lo fa. Si perdono le sue tracce fino alle 15:30 circa, quando durante la pulizia quotidiana delle camere il suo corpo viene ritrovato. E’ rannicchiato ai piedi dell’armadio; intorno la stanza è un caos totale.

Nina Antonia riferisce che a trovare il corpo è l’addetta alle pulizie Mildred Coleman, ma non riporta nessuna sua dichiarazione. Ed Snyder del blog Cemetery Traveler, invece, racconta di aver fatto una puntatina all’hotel e di avere parlato con un tale Royce (un uomo, dunque?) – il factotum ultrasessantenne dell’albergo – che gli avrebbe spiegato come ha trovato il cadavere.

Ed Snyder: “Royce ha trovato il corpo sul pavimento, con le lenzuola del letto strette tra le mani rigide. Dal tono solenne con cui mi parlava ho intuito che quest’esperienza l’ha segnato molto e non nascondeva una certa sfiducia nell’operato delle forze dell’ordine nel gestire il caso”.

Abbiamo anche raggiunto via email Mike Hudson, che circa due settimane dopo la morte di Johnny è a New Orleans per scrivere un pezzo di giornalismo investigativo per conto di Hustler; e conferma la versione di Nina Antonia.

Mike Hudson: Sono stato al St. Peter Guest House e ho parlato sia col direttore che con la donna delle pulizie che aveva trovato il corpo.

Willy De Ville, che abita a pochi metri e sta suonando la chitarra seduto su un gradino con un paio di amici, praticamente di fronte all’albergo, assiste ignaro al trasporto della salma da parte degli uomini dell’ufficio del coroner. Lo racconta nel film-documentario dedicato a Johnny, So Alone. Inizialmente pensa si tratti di qualche losco personaggio, probabilmente un politico che è morto d’infarto mentre era con qualche prostituta minorenne; solo dopo viene a sapere che il cadavere è quello Johnny Thunders.

Willy De Ville: “Era in rigor mortis e il corpo era piegato a forma di U. Hai presente quando uno si butta a terra in posizione fetale, piegato in due? Mi sono detto ‘ Cavolo, quel tizio deve avere fatto una bruttissima morte’. Era piegato come un pretzel”.

Per i poliziotti intervenuti non c’è dubbio e chiudono sbrigativamente la pratica: si tratta dell’ennesimo Signor Nessuno tossicomane, che arriva a New Orleans e muore d’overdose. Non si preoccupano minimamente dello stato in cui è la stanza, completamente sottosopra. Raccolgono i pochi effetti personali che trovano e li fanno recapitare alla famiglia di Johnny; peccato che mancano le due chitarre, alcuni vestiti che si era fatto fare su misura durante il suo viaggio in Thailandia e Giappone, il denaro contante, i flaconi di metadone che aveva con sé, il suo passaporto, i taccuini coi testi, le scarpe. In pratica i bagagli di Johnny tornano a casa vuoti, cosa che insospettisce immediatamente la famiglia.

Chrissy Bracken (nipote di Johnny): “Pensavano fosse il solito tossico senza nome. Non avevano capito l’interesse che avrebbe suscitato la notizia. Sembra ci fosse una siringa nel gabinetto, ma i poliziotti l’hanno gettata via senza farla analizzare. Dicono che dall’autopsia non risultava l’assunzione di alcool, ma hanno interrogato un barista che ha detto di aver bevuto con lui in serata. L’alcool rimane in circolo per un bel po’, tra l’altro”.

Ed Snyder: “Royce [la persona che secondo Snyder avrebbe trovato il cadavere – n.d.a.] mi ha spiegato che secondo lui si era trattato di un omicidio, non di suicidio, perché quando è entrato e ha visto il corpo, ha notato che mancavano le chitarre e i vestiti di Johnny. Secondo lui qualche cosiddetto amico gli ha fatto una dose letale e poi è scappato rubando le sue cose.

L’autopsia non è rivelatrice delle cause di morte, tanto che – stando a Nina Antonia – mostrerebbe la presenza di cocaina e metadone ma in quantità tali da non risultare letali. Dai test medici, invece, viene scoperto che Johnny soffriva di uno stato avanzato di leucemia, condizione che lo stava debilitando gravemente e di cui lui, con molta probabilità, non era al corrente. Resta il dubbio, comunque, che l’esame post mortem sia stato condotto frettolosamente o – ancor peggio – truccato.

Mike Hudson: “Non c’erano ferite o lesioni sul corpo e niente altro che potesse indicare una causa di decesso diversa. E’ davvero strano, comunque, che dall’autopsia non sia risultata nemmeno l’LSD, perché tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato che nel cocktail che gli hanno dato ce n’era”.

A questo punto, nonostante la versione ufficiale che vuole Thunders morto per overdose di metadone, sono inevitabili le speculazioni su come siano effettivamente andate le cose. Più fonti raccolgono, nei meandri delle strade di New Orleans, la voce insistente che si sia trattato di un omicidio a scopo di rapina – che spiega in modo piuttosto lampante la mancanza di gran parte dei suoi effetti personali dalla stanza.

Dee Dee Ramone, nella sua autobiografia Poison Heart, ad esempio, scrive di aver ricevuto – il giorno dopo il decesso di Johnny – una telefonata eloquente da Stevie Klasson, il chitarrista ritmico di Thunders, che gli avrebbe raccontato ciò che aveva sentito.

Dee Dee Ramone: “Mi hanno detto che Johnny si era immischiato con dei bastardi… che gli hanno fregato tutto il metadone. Gli hanno dato dell’LSD e l’hanno fatto fuori. Lui aveva raccolto una grossa scorta di metadone in Inghilterra, gli serviva per viaggiare e per tenersi lontano dai quella gente di merda – gli spacciatori, gli imitatori di Thunders e tutti i perdenti di quella risma”.

Non mancano dubbi inquietanti sia sull’identità delle due persone che entrano nella camera di Johnny, sia sui motivi per cui l’autopsia sembra non essere coerente con le cause di morte ufficiali.

Mike Hudson: “Thunders è uscito ed è tornato in camera insieme a un paio di tizi; a un certo punto se ne sono andati e dopo l’hanno trovato morto. New Orleans è un posto bastardo; più di una fonte mi riferì che i due che avevano accompagnato Johnny in camera erano informatori della polizia, quindi sarebbe plausibilissimo che tutta la faccenda sia stata insabbiata dalle autorità. Comunque erano due che vivevano in strada”.

Il musicista di New Orleans “Sneaky” Pete Orr, che conosceva Thunders tramite il proprio fratello, conferma che al momento della morte Johnny era ancora dipendente dall’eroina, ma non aveva nessuna intenzione di morire. Anzi, era arrivato a New Orleans proprio per mettere insieme una nuova band e sperimentare con sonorità più jazz e diverse.
Sempre secondo Orr, Johnny avrebbe incontrato due punkabbestia (“gutter punks”, li definisce) al Kagan’s, un bar malfamato e ritrovo di tossici che si trovava su Decatour street – e ora è chiuso. Sembra che li abbia invitati in albergo per farsi tutti assieme, ma invece quelli gli hanno fatto un “hot shot” (una dose di eroina mischiata con qualche altra sostanza tossica) con la precisa intenzione di ammazzarlo e derubarlo.
Pare anche che i due sospetti siano anche stati visti, pochi giorni dopo, nel Quartiere Francese con addosso alcuni vestiti di Johnny.

Dopo ben 20 anni non sembra esserci verso di far luce su quanto accaduto. Non giovano una certa ostilità della polizia locale – contro cui la famiglia di Johnny si è scontrata fin dai primi giorni dopo il tragico lutto – e l’uragano Katrina che ha spazzato via l’intero archivio in cui la documentazione del caso era custodita.
Lo scenario più plausibile, alla luce di quello che viene detto e sussurrato da anni, è che Johnny sia rimasto vittima di un paio di balordi che l’hanno sedato con un bel cocktail di sostanze e gli hanno portato via tutto. Molto probabilmente non si è trattato di omicidio volontario, ma qualcosa è andato storto: lui avrebbe dovuto risvegliarsi il giorno dopo, stonato e confuso, oltre che senza più un dollaro. Ma non è successo. A complicare la faccenda c’è la probabile connivenza dei due con la polizia locale, che evidentemente non ha ritenuto opportuno fare analisi approfondite e – forse – ha anche fatto in modo che i risultati dell’autopsia escludessero l’ipotesi di omicidio: tutto per proteggere due informatori magari preziosi.

Willy Deville: E’ stata una fine tragica, capisci, non se n’è esattamente andato in modo glorioso. Così mi è venuto in mente che potevo almeno fare in modo che sembrasse una morte epica, sai, per rispetto nei suoi confronti, così ho detto a tutti quelli che mi telefonavano che Johnny era morto ed era stato trovato sul pavimento con la sua chitarra in mano. L’ho inventato. In realtà

Mike Hudson: Se non sei mai stato a New Orleans, ricordati che è un posto strano e bastardo. e questo nelle sue giornate migliori. E’ pieno di disperati, truffatori, puttane e spacciatori, quasi tutti sono lì per strada e i turisti arrivano con il solo obiettivo di sconvolgersi. Il che li rende prede facilissime. E’ un posto pericoloso, sempre potenzialmente violento e più caldo dell’inferno – e il caldo porta alla luce il lato peggiore delle persone.


Bonus tracks

Il 24 settembre del 2009 tre membri della Louisiana State Paranormal Research Society passano la notte nella camera 37 del St. Peter House di New Orleans. Sono lì per documentare – anche in diretta radiofonica – l’eventuale manifestazione di fenomeni paranormali nella camera in cui è morto Johnny. Inutile dire che lo show è una discreta bufala, ma vale la pena – per il gusto del folklore – ascoltare alcuni clip mp3 che sarebbero stati registrati proprio nella stanza e che proverebbero la presenza di Johnny e di Sable Starr (la famosa groupie che è morta di cancro al cervello nel 2009). Enjoy:

Johnny e Sabel salutano
Johnny parla mentre una sua canzone suona nella stanza
Johnny dice “Yep”
Sabel Starr risponde a una domanda
Johnny risponde a una domanda e s’incazza
Lo show radiofonico intero (molto lungo e confusionario)

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Cleveland confidential: Mike Hudson, i Pagans e il rock’n’roll

Non mi pento di nulla. Anche se tenderei
a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio.
Sono più contento di essere vicino alla fine
(Mike Hudson)

Immagino che sarebbe del tutto superfluo, per la maggior parte di quelli che capiteranno qui, leggere le canoniche 10 righe che spiegano chi erano, cosa hanno fatto e perché sono fondamentali. E infatti le eviterò – invitando chi avesse questa grave lacuna da colmare a provvedere al più presto, magari leggendo la storia dei Pagans nella loro pagina MySpace.

Come il copione esige, le vicende musicali ed extra dei Pagans sono mitologia oscura, pescata nel solito bacino di anddotica torbida ed esaltante presso cui è d’obbligo abbeverarsi.
Ci sono il rock’n’roll, l’alcool, le droghe, il crimine, la morte, gli scazzi e l’inevitabile status di culto… che significa essere un mito quando ormai non te ne frega più un cazzo o quasi, visto che al momento giusto le cose non sono andate come avresti voluto (se siete curiosi, QUI trovate un po’ di racconti di prima mano).

Tutto questo, dal 2008, è stampato nero su bianco in un volumetto scritto dal cantante dei Pagans, Mike Hudson.
Il libro, uscito per la Tuscarora Books, si intitola Diary of a Punk ed è una delle testimonianze più vive del punk statunitense: ben scritto, evocativo e impietoso, è il racconto di una scena mitica (quella di Cleveland, Ohio) ma conosciuta solo in maniera superficiale da chi non l’ha vissuta sulla propria pelle. Ma non solo… perché una buona metà della storia è dedicata a descrivere – con occhio amorevolmente impietoso – ciò che succede quando la spinta iniziale si affievolisce e si capisce che non si diventerà mai grandi come i Ramones; i soldi diventano un problema, i matrimoni si sfasciano, la gente va e viene dalla band, qualcuno ci lascia le penne… e si arriva, poi, alla fase degli show di reunion che i fan vogliono ardentemente, ma tu no (e a ogni concerto ti domandi: “Dov’era tutta questa gente 20 anni fa?”… probabilmente sul seggiolone a fare i ruttini al sapore di omogeneizzato al pollo).

Mike non risparmia niente e nessuno, in particolar modo se stesso. Mette sul tavolo tutto, senza addolcire la pillola, in un’escalation che inizia con un gruppo di ragazzi agitati, con la passione del rock’n’roll e dello sballo, per arrivare alla resa dei conti – una notte del 2006 passata in ospedale, con tanto di estrema unzione ricevuta e aspettativa di vita che non supera le 12 ore (“Non avevo paura di morire. Pensavo che se l’avevano fatto mio fratello, mio figlio e metà degli amici che ho avuto, potevo farlo anche io”). Per fortuna Mike l’ha sfangata e sarà qui ancora per un bel po’ di tempo a scrivere nel suo magazine (il Niagara Falls Reporter, di cui è redattore e socio fondatore), a pubblicare libri e a rispondere alle domande di chi ancora pensa ai Pagans e alla loro musica dopo tanti anni.
E tanto di cappello a Mike che confessa: “non possiedo più nessuno strumento in grado di riprodurre cd, cassette o vinile. Ho una radio in cucina, sintonizzata su una stazione di Toronto che programma solo musica di big band, roba registrata prima che io nascessi: la accendo solo quando cucino la cena o lavo i piatti. Per me la musica era un modo di vivere che comportava il sesso, la droga e l’alcool, lunghi viaggi in auto, caos, morte e indifferenza. Ma è una vita che ho abbandonato”. E’ sicuramente così, però come racconta lui le storie malate dei Pagans e degli anfratti del punk statunitense, non le racconta nessuno.

Ma lascio la parola proprio a Mike, che una volta contattato è stato disponibilissimo, gentile e rapidissimo nel rispondere alle mie email; e questo è il risultato di una chiacchierata notturna.

Quanto tempo ti ci è voluto per assemblare Diary of a Punk?
Beh, potremmo dire che ci ho impiegato 30 anni! Ne ho scritto più o meno un terzo nel 2000 e poi ho fatto un sito dei Pagans per pubblicarlo online; il sito era molto visitato, quindi nel 2007 – dopo che è uscito il mio primo libro – ho deciso di espandere e riscrivere quel materiale e di trasformare il tutto in un libro. Quindi nel complesso direi che ci ho messo un paio di mesi, ma spalmati nell’arco di otto anni.

Diary of a Punk è una lettura elettrizzante, ma anche intrisa di tristezza e di situazioni al limite. È stato facile rivangare questi ricordi? E – se ce n’è una – quale è la ragione per cui hai sentito il bisogno di scrivere un libro come questo?
Volevo semplicemente raccontare come erano le cose all’epoca. Ho scritto il libro soprattutto per far vedere alla gente cosa fosse il punk rock, a Cleveland, negli anni Settanta. Chi eravamo e come vivevamo. Non era ancora stato fatto un ritratto accurato di questa cosa. Non chiedo scusa per nulla, né mi pento di come ho vissuto la mia vita… mi mancano le persone che sono morte, però è impossibile controllare le vite degli altri, non importa quanto forti siano i legami.

Sei ancora in contatto coi i tuoi ex compari dei Pagans e/o con altri personaggi della vecchia scena di Cleveland?
Certo. Con Mick Metoff ci si scrive via e-mail quasi tutti i giorni e più o meno una volta al mese parliamo al telefono. Un paio di mesi fa siamo andati insieme a Boston a vedere un match di baseball. Col batterista Bobby Richie parlo moltissimo, è anche l’autore della copertina di Diary of a Punk e di un altro dei miei libri. Alla fine gli ex Pagans ed io abbiamo ancora degli affari in piedi. Poi a volte mi capita di sentire Cheetah dei Dead Boys, John Morton degli Electric Eels, Bob Pfeiffer degli Human Switchboard, Jamie Klimek dei Mirrors e Craig Bell dei Rocket From the Tombs.

Alla fine del libro scrivi che la musica non fa più parte della tua vita e fai cose completamente diverse; raccontaci una giornata tipo di Mike Hudson, redattore di una rivista e veterano del punk…
Adesso mi occupo molto di reportage politici, giornalismo investigativo e opposition research [è la pratica di cercare fatti ed eventi potenzialmente dannosi nel passato di candidati a cariche politiche; può essere svolta da consulenti pagati dai candidati stessi oppure dagli oppositori in cerca di materiale per danneggiare i concorrenti – n.d.a.], quindi passo tanto tempo al telefono. Di solito lavoro da casa, mentre mia moglie Rebecca va in redazione a mandare avanti le cose. Viaggiamo ancora molto, otto o dieci settimane all’anno. Di recente siamo stati in Messico: mi piace molto là, nonostante la guerra in corso.

La discografia dei Pagans – tra 7″, album, live e compilation – è piuttosto estesa. C’è ancora qualcosa che non è mai uscito e vorresti vedere pubblicato?
Nulla. E infatti mi meraviglio che qualcuno riesca a scovare sempre qualcosa di nuovo da stampare. Ad esempio il nostro ultimo disco, che è uscito due anni fa, è la registrazione di un concerto in Wisconsin di cui mi ero completamente dimenticato.

È buffo che in Diary of a Punk l’Italia sia menzionata diverse volte; so anche che hai scritto un libro su un boss italiano a Brooklyn… è solo una coincidenza oppure hai qualche tipo di interesse nei confronti di questo Paese?
Spero di venire in Italia l’anno prossimo. Sono cresciuto in un quartiere italo-americano e ho da sempre molti amici di origine italiana. Il mio socio nel Niagara Falls Reporter, Dante Cipolitti, è abruzzese ed è venuto lì l’anno scorso quando c’è stato il terremoto. E poi, ancora, quando i Pagans iniziarono, i fan italiani furono tra i primi ad accorgersi di noi. Ho ancora tante lettere di ragazzi italiani che ci hanno scritto nel corso degli anni.

Hai qualche libro in uscita o stai lavorando a qualcosa, al momento? Ci puoi dare qualche anticipazione?
Per 15 anni ho tenuto una corrispondenza con il romanziere d’avanguardia David Markson, che è morto quest’anno; ultimamente ho riguardato tutte le lettere e mi sono messo a trascriverle: questa cosa potrebbe diventare un libro. Ho anche scritto qualche racconto, ma avendo fatto quattro libri in due anni ho pensato di prendermi un anno di riposo.

Domanda scema: il tuo pezzo preferito dei Pagans è…
Mi piacciono “I Juvenile,” “Eyes of Satan,” “Nowhere to Run,” “(Us and) All Our Friends Are So Messed Up”… a parte poche eccezioni, direi che mi piacciono tutti. Altrimenti non li avremmo mai fatti uscire.

Il finale di Diary of a Punk è triste, ma anche molto introspettivo… e un po’ spiazzante. Tanto che ci si chiede se hai dei rimorsi e cosa faresti se avessi la chance di ricominciare tutto dall’inizio…
So che è stato percepito in questo modo, ma non volevo proprio che il finale fosse triste. Certo, non è felice, ma chi cazzo lo è, di questi tempi? Comunque, come ho già detto, non mi pento di nulla. Anche se tenderei a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio. Sono più contento di essere vicino alla fine.

John Felice post Real Kids

felice.jpgJohn Felice & the Lowdowns – Nothing Pretty (Norton, 2004)

A volte il caso è proprio un burlone, ma simpatico, non c’è che dire. E ti fa trovare un disco come questo a 2,50 euro – usato of course – in un negozietto un po’ qualunque, di quelli dove si va così per far passare le mezz’ore quando non si ha altro da fare. Ebbene, questo album è di una side band post Real Kids: nella formazione ci sono – infatti – John Felice e Billy Borgioli.

Non mi aspettavo nulla di esaltante, a onor del vero, ma dopo un primo ascolto rapido la mitologia ha iniziato a salire. Partiamo dal fatto che questo disco, secondo la leggenda, era già una rarità prima di uscire nei negozi, visto che la compagnia di distribuzione chiuse il giorno stesso in cui doveva iniziare a spedire i pacchi di vinili ai venditori (era il 1987). Certo, uscirono poi almeno un paio di versioni europee l’anno seguente (una su New Rose – sempre presente, come da manuale, agli appuntamenti toipci – e una su SPV), ma l’album non è mai stato un oggetto di facile reperibilità. Ci ha pensato quindi la Norton, nel 2004, a ristamparlo come dio comanda. E nulla mi leva dalla testa che è stata un’ottima scelta.

Rock’n’roll veloce e nervoso, con venature garage e power pop, nella migliore tradizione dei Real Kids e con qualche pennellata stonesiana in più. Un disco che sa di malinconia e di tempo passato, di teste che non cambiano nonostante l’età e di cicatrici sotto al giubbotto di pelle – sì proprio quello che a volte ti senti troppo vecchio per mettere, ma l’idea di uscire senza ti terrorizza. Come alcune cose di Cheetah Chrome primissimi anni Novanta (lasciamo perdere il tamarrissimo e rappezzato live di qualche anno fa), coi Ghetto Dogs (esiste un bel 10″ su Get Hip, magari non più reperibilissimo, ma ne vale la pena) e soprattutto con Mike Hudson (un 7″ all’attivo, con due brani da lacrima).

Pezzi top del momento: “I’ll Never Sing That song Again” (ballatona da rocker amaro, con qualche palese citazione di “Sweet Home Alabama”) e “Nothing Pretty” (dall’incedere coinvolgente e classico).

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