Tutto Lemmy minuto per minuto

Lemmy: The Movie (2010, di Greg Olliver, Wes Orshoski)

Quell’attacco sbrindellato di basso in “Ace Of Spades” è uno degli assiomi del rock and roll. Un altro assioma è l’autore di quel riff.

E da qui partiamo per parlare di Lemmy: The Movie, un documentario che per la monotematicità e l’incenso profuso se la gioca con Padre Pio da Pietralcina Santo Subito.
“Lemmy è Dio”, esclama in visibilio un fan delle Testeaspinterogeno (Motorhead è un brano che risale al periodo in cui  Lemmy militava negli Hawkwind ed è una termine che indica i consumatori di speed); gli fanno eco uno stuolo di  viziosi colleghi rockstar Alice Cooper, Ozzy Osbourne, Dave Grohl, i Metallica, Joan Jett, Dee Snider, Slash che tessono così tante lodi in pompa magna da rendere questo rockumentary una specie di coccodrillo visivo ante-mortem del più filo esteta nazista della storia del rock: Mr. Lemmy Kilmister.

In effetti il rantolo asmatico di Lemmy, unito a un colorito ceruleo e soprattutto i 63 anni suonati sul groppone (molti dei quali trascorsi con una bottiglia di Jck Daniel’s in mano, per annaffiare lo speed troppo amaro da mandare giù) non fanno ben presagire. Lui stesso, durante un programma radiofonico, a un fan canadese che gli domanda  come abbia fatto a sopravvivere a tanto risponde semplicemente: “Non morendo”.

Per chi è più o meno della mia generazione non sarà difficile accostare il bulboso ufficiale Kilmister a Big Jim 004, quello con la valigetta multifaccia, dopo aver visto questo bio-film definitivo.
C’è un Lemmy Facciadibronzo che – come da cliché – va al Rainbow a bere whiskey e toccare i culi delle escort di turno, vabbè questo lo fa anche il Berluska. C’è il Lemmy Facciadaelmetto che scorrazza su un carro armato preso a nolo da due nostalgici del baffetto con la svastica. C’è il Lemmy Facciadapredica che consiglia al figlio di farsi di speed, invece che di coca. C’è il Lemmy Facciadapadrinodelmetal che gigioneggia con i suoi figliocci Metallica. Infine c’è il Lemmy Facciadamicrofonosopralatesta, planetariamente noto, che con le corde vocali infiammate dall’alcool e gli stivalazzi customizzati ci annichilisce: “Se vuoi scommettere, sono l’uomo che fa per te, che tu vinca o perda, per me non c’è differenza”.

Me lo immagino sornione che se la ride, essendo sopravvissuto anche alla sua santificazione su celluloide.

Stappiamoci una bella Dreker

Dreker – In Thrash We Trust (autoprodotto, 2009)

Copertina e logo della band che parodiano/ricalcano l’etichetta della birra Dreher e la parola “thrash” nel titolo del disco mi suscitano ricordi agrodolci del tempo che fu. Già, perché sono passati qualcosa come 25 anni (abbondanti e tendenti al 27), per dio e la madonna, dal momento in cui, sprovveduto quindicenne di provincia estrema, capii che le cassette degli AC/DC e degli Iron Maiden non erano il massimo a cui si poteva aspirare… perché era nato il thrash metal, un genere talmente estremo che pochi avevano il coraggio di ascoltarlo. E così iniziò il periodo delle scoperte: dai Metallica agli Slayer, ai primi Anthrax che erano piuttosto melodici ma “tiravano”… e poi tutta la progenie teutonica di scuola Noise Records – impazzivo letteralmente per il primo 12” dei Sodom e per quello dei Destruction. E poi le varie scene locali, europee e non.

Ebbene, i Dreker indossano scarpe da ginnastica alte, jeans elasticizzati e t-shirt senza maniche, per calarsi idealmente nella parte dei thrasher di metà anni Ottanta. E ci riescono senza problemi, tanto da poter essere annoverati – se non fosse per la discrepanza temporale – in quell’esercito di valorosi gruppi definiti minori (ma non per questo dal valore inferiore) che sfornarono centinaia di album nel periodo d’oro del genere. Erano gli anni in cui i dischi si compravano per la copertina – o per una citazione su qualche sparuta rivista musicale – e contavano velocità, cattiveria, quoziente di headbanging e furia; e non importava se i gruppi si somigliavano un po’ tutti… anzi, era una garanzia che ci sarebbero piaciuti. Ecco, io i Dreker di sicuro li avrei comprati e amati, 25 anni fa o giù di lì. Avrei detto a tutti gli amici che somigliavano ai Tankard perché erano fissati con l’alcool, ma ricordavano un po’ i primi Metallica e il thrash virato hardcore punk dei micidiali Nuclear Assault di Dan Lilker, ma anche gli Holy Terror, i Vendetta e i Mortal Sin.

Ebbene, se a qualcuno non è ancora chiaro, i Dreker sono old school – molto, moltissimo old school – ed è il loro punto di forza. Sfornano brani “cazzoni” nell’attitudine, ma distruttivi e incredibilmente carichi della freschezza che il thrash ha perso da molto tempo. Il tutto con quella sana patina di do it yourself, che – volente o nolente – allontana il luccichio dei suoni asettici e troppo studiati.

Il cd in questione, però, inizia a essere un po’ stagionato, per cui cresce la curiosità di risentire i Dreker alle prese con materiale e registrazioni più recenti. Speriamo di poterlo fare a breve.

Natale, tempo di marchette…

Chiamatela marchetta, se volete. E infatti è vero. Però visto che le cose si fanno in piccolo, visto che è difficile far sapere che sono state fatte, visto che pochi leggono, visto che mancano gli inciuci giusti, visto un po’ quel che vi pare, vi beccate i consigli per gli acquisti anche qui. E che sarà mai… (altro…)

Oops… I did it again (third time)

E’ accaduto nuovamente, e non nascondo di essere piuttosto contento della cosa.

Dopo Iggy Pop, cuore di napalm e 3.7.69 morte di un Rolling Stone, è la volta di Kill ‘Em All, una bella (ok, me lo dico tutto da solo e sono scemo) monografia tutta dedicata all’esordio fondamentale dei Metallica (altro…)

Back to 1985?

metallica_death_magnetic.jpgMetallica – Death Magnetic (Universal, 2008)

Nel 1985 l’amico Fulvio mi fece una cassettina che ancora conservo. Era una di quelle Sony da 60 in cui se registravi un LP restava sempre spazio per qualche pezzo random per riempire il nastro. In questa cassetta c’era un disco intitolato Kill ‘em All, di tali Metallica, più un paio di pezzi dei Fear e altri dei Circle Jerks, tra cui “Red Tape”. A me ‘sti Metallica non avevano mai pagato l’occhio, pur non avendoli mai ascoltati… il nome mi sembrava un po’ da ridere e a 15 anni, per me, un gruppo metal doveva chiamarsi come minimo Iron Maiden, per evocare la giusta dose di cattiveria, anglofonia e borchie. Metallica mi sembrava un nome latino e mi stava sulle balle.

Invece Kill ‘em All mi fece esplodere il cervello, per un po’ d’anni, non ci fu più storia: ero diventato un thrasher e da lì ad Anthrax, Exodus, Megadeth, ondata crucca e compagnia pogante il passo fu brevissimo.
Ogni cosa fatta dai Metallica fino a Master of Puppets compreso per me era legge, Bibbia, costituzione, comandamento, imperativo categorico. La prima delusione me la diedero con …And Justice for All: uscì proprio nei primissimi giorni di scuola dell’ultimo anno di superiori, per me; ricordo che lo prese sempre Fulvio, soffiandomelo da sotto al naso in un negozio improbabile che solitamente teneva dance e roba pop. Me lo feci registrare al volo il pomeriggio stesso, ma non mi quadrava. Meno furia, più complessità. Ricordo che dissi a Fulvio: “Non so se mi piace… è un disco che fa pensare”. Che come recensione non è esattamente epocale, ma se consideriamo che per me il top erano Among the Living e Reign in Blood, forse un senso ce l’ha.

Il Black Album lo ascoltai un paio di volte e basta, registrato sempre su nastro. E da lì il capitolo Metallica per me si chiuse, o meglio: rimase fermo a Master of Puppets e dischi precedenti. Ora, spinto dalle recensioni che parlano di Death Magnetic come del ritorno alle origini, mi spingo ad ascoltarlo… e quello che trovo è un gruppo più o meno fermo là dove l’avevo lasciato. Quindi mi piace? Sto pogando in cucina? Faccio headbanging rimpiangendo i miei capelli lunghi fino al culo? Tiro fuori la chitarra e seguo i riff di Hammett e Hetfield?
Temo di no.

I Metallica del ritorno alle origini – nell’anno del signore 2008 – sono piuttosto ammorbanti, questa è la verità. Riffoni che avrebbero avuto un senso nel 1985, ora suonano un po’ come fanfaronate. Soprattutto perché i ragazzi (?) si autocitano un po’ troppo, creando un effetto tipo: “siamo una band che si ispira ai Metallica e rubacchiamo qualche loro riff qua e là”.
Insomma, loro sono invecchiati, io pure e il risultato di questa bella situazione è che né io né loro siamo più credibili in queste vesti. Loro in quelle dei thrasher di Frisco, io in quelle del thrash fan della provincia piemontese. Perché io non ho più 16 anni e loro non ne hanno più 23.

Detto questo, sono convinto che un sedicenne di oggi, se non ha ancora sviluppato il gusto per la dietrologia musicale (cosa che – fortunatamente – avviene di solito avviandosi verso la trentina), troverà Death Magnetic esaltante. Speriamo, poi, che abbia un fratello maggiore o uno zio che gli faccia sentire per bene i primi tre dischi dei Metallica, però.

Misfits… so what?

misfitsgroup.jpgUna decina d’anni fa – o poco più – sarebbe stata una notizia da fibrillazione (come in effetti fu, all’epoca), ma il ritorno dei Misfits sui palchi nostrani ormai è quasi un appuntamento come il Festival dell’Unità: sappiamo che ogni anno arriva… a volte anche più di una volta nella stessa annata, a onor del vero, nel caso Misfits – ovviamente nella loro incarnazione Danzig-free.
Ironia a parte, Jerry Only e Robo, ovvero ciò che resta dei Misfits, con l’aiuto di Dez Cadena (ex Black Flag), faranno un paio di date in Italì. Questi gli appuntamenti:
25/04 Trezzo D’Adda (MI) @ Live Club
26/04 Cesena @ Vidia

Per info: www.myspace.com/getsmartagency e www.getsmartagency.com

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: