In metalcore we trust

We Sink – s/t (Chorus of One, 2011)

Una giovane band di Parma – nata nel 2010 – che ha all’attivo un ep di quattro brani intitolato Old Stories e ora esce con un arrapantissimo 10″ (il formato più porno che la mente umana abbia mai concepito, per quanto mi riguarda) per Chorus of One.

L’artwork in bianco e nero, con un teschiazzo d’ordinanza, evoca suggestioni political punk alla Discharge/Doom e fiorellini simili; in realtà il sound dei We Sink è molto più radicato nell’ondata hardcore metal di metà anni Novanta: un hc durissimo, scuro e chitarroso, con importanti sconfinamenti nel thrash-core e nel thrash. Roba macho, muscolare e taurina, che evoca circle pit, pogo stile palestra di pugilato e stagediving da rianimazione.

Onestamente non è ciò che ascolto, né quando questa roba era in auge la ascoltavo… però si riconosce il germe del sacro fuoco, per cui di sicuro la band è (o sembra decisamente) sincera. True till death, come si diceva una volta. Oltre che compatta, incazzata e credibile.
Ecco, mi sovviene che sarebbe interessante leggere i testi, visto che non è chiarissimo di cosa parlino… per il resto, se l’hardcore meticciato col thrash è la vostra perversione preferita, questi giovani fanno per voi.

I figli so’ piezz ‘e metalcore

Step On Memories – Lasting Values (Indeed!, 2010)

A dispetto della copertina molto – ma molto – emo core, i vicentini Step On Memories suonano invece un classicissimo hardcore pesantemente metallizzato.

Chiamatelo metalcore, moshcore, hardcore metal o come credete, ma il succo non cambia: tempi sostenuti, voce rabbiosa, riff spezzettati e pesantissimi, intermezzi slow per costruire la tensione, stacchi taurini con inserti dissonanti. Il tutto, però, senza la tipica – e spesso invasiva, nel genere – presenza di assoli masturbatori.

Menano, questi ragazzi, non c’è che dire. E la produzione cristallina (persino troppo patinata, per quanto mi riguarda) del disco li premia, esaltandone l’impatto, per un effetto incudine sulla nuca garantito al 100%.
Certo, per apprezzare questa proposta occorre essere appassionati a determinate sonorità e avere ben presente che il termine hardcore, in questo ambito, non deve essere preso alla lettera: l’hardcore degli Step On Memories (e della scena in cui si inseriscono) non è quello dei Black Flag, dei Circle Jerks, degli Indigesti o dei Discharge; piuttosto la band si rifà all’evoluzione anni Novanta, quella che riprende i semi del crossover col thrash & speed metal (lanciato da band come DRI e COC a metà anni Ottanta) e li porta allo step successivo, inserendo contaminazioni noise e alternative rock.

Per concludere niente grappa Bocchino etichetta nera, ma una considerazione spassionata. A fronte della bravura e della sincerità degli Step On Memories (qualità innegabili), li sento molto standardizzati e aderenti agli stilemi dell’hardcore metalloide dello scorso decennio: insomma, non si differenziano da tante altre ottime band internazionali e italiane – attuali e del passato – per cui l’avvocato del diavolo si sente in dovere di porre la classica domanda “Perché preferire loro a qualche classico del genere?”.
La risposta potrebbe essere “Perché loro esistono e suonano ora, altre band di 15 anni fa non ci sono più”… e di fronte al razionalismo più marmoreo e gelido non posso che piegare la testa.

Scusi, per via della purezza?

The Way Of Purity – Crosscore (Worm Hole Death, 2010)

“Siamo la mano di Dio, siamo qui per portare il messaggio degli animali ai bugiardi, i deboli, le prostitute, i drogati, le ninfomani e tanti altri” (altro…)

The Refoundation bunch

refRun With The Hunted (Refoundation Records)
The Guilt Show (Refoundation Records)
Alone (Refoundation Records)
Anchor (Refoundation Records)
Many Men Have Tried/End Of Season (Refoundation Records) (altro…)

La mano è tesa ma non arriva

reachingcd.jpgReaching Hand – Threshold ep (Chorus of One, 2009)

Onestà brutale: si spera verrà apprezzata. Questi Reaching Hand, a parte il fatto di venire dal Portogallo e di avere alla voce una pulzella incazzatissima e tatuata, proprio non si fanno ricordare per null’altro. E, comunque, anche questi due fattori si cancellano dai neuroni nel giro di una strizzata d’occhio.

Che dire… tipico e scolastico hardcore newyorkese primi Novanta, con qualche occasionale parte mosh per strizzare l’occhio a territori metalcore. Nulla di che. Tutto ciò è già stato fatto ampiamente – e fino alla nausea purtroppo – negli scorsi 20 anni.
Temo che neppure i più nostalgici e affezionati al genere troveranno un motivo per acquistare questo ep (solo cinque brani – per un minutaggio complessivo veramente bassino – ma in un cd assemblato in pompa magna con booklet full colour a più pagine).

Forse piacerà a chi, per la giovanissima età e/o la scarsa voglia di scavare nel passato, si avvicina a questo genere per la prima volta – anche perché i ragazzi ci sanno fare, nel loro ambito. Ma sono davvero fuori tempo massimo.

400 colpi forse sono troppi

homocd.jpg400colpi – homo homini lupus (Chorus of One, 2009)

Uhmmm… il press kit dice che questo è il miglior disco di metalcore dell’ultimo decennio. Doh. L’etichetta deve credere davvero moltissimo, quindi, in questi 400colpi e nel loro debutto sulla lunga distanza. Il fatto è che, in tutta sincerità, homo homini lupus non è sicuramente un lavoro che si farà ricordare fra 20 anni come una pietra miliare.

Si tratta – piuttosto – di un cd onesto, solido, roccioso, incazzato e compatto di classico hardcore metallizzato, con qualche sana iniezione di post hardcore muscolare anni Novanta.
Un buon lavoro, violento e davvero ben prodotto, ma aderente in maniera totale agli schemi del genere – che sono, oggettivamente, piuttosto asfittici… almeno per il sottoscritto.
Ecco, diciamo che potrebbe essere uscito nel 1994, per intenderci, facendo un figurone.

Una menzione speciale ai testi (in italiano, ma per fortuna non troppo comprensibili a orecchio: io notoriamente non reggo molto la musica estrema cantata in italiano), acuti, arguti e militanti al punto giusto.

Massimo rispetto, quindi, ma personalmente passo la mano: not my cup of tea. Magari una quindicina d’anni fa sì.

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