Mercenary God: back from the past

burning-generation.jpgMercenary God – Burning Generation (Snaps, 2008)

Ogni tanto – chissà se per fortuna o purtroppo – dalle nebbie della transizione tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso emerge qualche oscuro master di punk italico.
Band dimenticate o mai conosciute dalla maggor parte di chi ora, adesso e qui, ascolta e compra dischi; band che, nella migliore delle ipotesi, ricorda chi le ha viste esibirsi all’epoca – magari in uno dei rari concerti che erano riuscite a fare. Oppure qualche collezionista assatanato, con la mente non ancora incasinata dagli “anta” che avanzano, dal vino e dalle menate assortite della vita – come invece succede a me.

In alcuni casi l’anonimato è un processo fisiologico: chi ha scritto che, per definizione, chiunque abbia messo su un gruppo punk in Italia tra il 1977 e il 1981 deve aver prodotto pepite musicali? In altri è davvero una crudele stranezza, un insieme di casualità sfortunate o semplicemente un crimine.
Per quanto riguarda i Mercenary God di Gemona (Udine), sicuramente è il caso di essere felici della (ri)scoperta di queste incisioni e della loro pubblicazione su cd (erano uscite nel 2004 su vinile in edizione limitata, ma pochi se lo accaparrarono). Già, perché durante la loro breve esistenza suonarono non troppo in giro, uscirono solo con un pugno di brani in una compilation, registrarono 11 pezzi per un album e si sciolsero senza che il disco vedesse la luce.

Fatto il quadro generale, passiamo al sodo. Alla ciccia, ovvero a ciò che possiamo ascoltare in questo Burning Generation. Come già accennato, è sicuramente un piacere scoprire la band: siamo di fronte a un gruppo di punk rock con influenze piuttosto variegate, che vanno dal Sixties garage – in misura decisamente non troppo ampia –  al punk inglese più stradaiolo e anthemico (mioddìo: una parola che usavano su HM o su Metal Shock nel 1986, credo… ok, la pianto), da intuizioni protopunk alla Rocket from the Thombs fino a suggestioni più pop. Il tutto crea un sound che indubbiamente è etichettabile come punk rock anni Settanta (di quello pre-hardcore, pre-wave, pre-gothic… insomma ci siamo capiti) con un quoziente di rabbia taurina – forse – leggermente inferiore a quello sindacalmente richiesto all’epoca per essere veri punk da baraccone. E non è per nulla un male, anzi. Un plauso, poi, alla produzione pulita, ma tagliente, secca e abrasiva.

Un bel disco quindi. Con una giusta precisazione a fare da corollario. Penso a ciò che emblematicamente è affermato da un componente della band in un’intervista: “a Londra forse saremmo stati una band fra le tante, magari più omologati, perchè i gruppi dello stesso ambiente si influenzano inevitabilmente fra loro”. Diciamo che il punto è un po’ questo… nel contesto italiano i Mercenary God sono stati un’occasione perduta, perché sono incontrovertibilmente più punk, puri, lucidi e personali di tante band più note (sia del circuito più sotterraneo che di quello mainstream tipo primi Decibel, Incesti et similia); in un quadro di respiro più ampio, pensando all’estero, la medesima band avrebbe dovuto confrontarsi con molte altre che facevano un discorso simile, magari con stimoli e vissuti musicali più vari e quindi – per forza di cose – avvantaggiate in partenza. E chissà se i tre friulani avrebbero tenuto le redini salde. Magari sì. Ma anche no.

Ad ogni modo, non è di seghe mentali che ci piace dissertare – almeno non oggi – quindi la conclusione è che questo cd è sicuramente da ascoltare per fare un’esperienza altrimenti impossibile.
Se vi professate fan o conoscitori del punk italiano è un obbligo averlo (facilmente si qualifica tra le migliori cinque ristampe italiane dell’anno passato).
Se siete semplici appassionati di rock urticante in senso lato, potreste trovare in questo dischetto semi fecondi per stuzzicare l’area nostalgic punk che è in tutti noi.

Fate i vostri giochi.

PS: il gruppo si è riformato con 2/3 dei membri originali. Nel cd sono presenti due tracce registrate nel 2008, che non si discostano molto dal discorso fatto più di 25 anni orsono.

Tutti siamo fighi!: Johnny Grieco dixit

griecoAbbiamo recensito il suo ep solista I’m Cool qualche tempo fa, ora l’abbiamo intervistato.
Signori e signore, nello splendore del Black-Milk-o-Rama, Mr Johnny Grieco (from Genova City) ci parla dei Dirty Actions, della sua visione musicale, della sua via da solista e di altro ancora…

Ascoltando I’m Cool c’è l’impressione che covassi questi brani da tempo, una specie di incubazione di una rara malattia esotica pervade l’intero ep. Quando l’hai contratta?
Hai visto giusto. Per essere precisi il virus l’ho contratto negli ultimi mesi del 1980. Ero in studio con i Dirty Actions per registrare il brano “Aktion/Aktion” dedicato al performer austriaco Rudolf Schwarzkogler. Quel pezzo rappresentava un diverso modo di intendere la stesura di una song e lo svolgimento del testo rispetto ai nostri standard. Di base restavano i tre/quattro accordi punk ma non sparati alla velocità della luce, piuttosto un semplice riff con la chitarra non eccessivamente distorta ma piuttosto “disturbata elettronicamente” a cui si appoggiava una linea di basso slap-quasi funk, il tutto spalmato su una traccia scarnificata di batteria elettronica fredda e asettica. Il synth sottolineava alcuni momenti. Il testo era recitato, indolente, il tono di voce era assente senza emozioni. Non avevamo inventato nulla, andate a sentirvi My Sex degli Ultravox del 1977 come verifica e poi non dimentichiamo che in Italia c’erano: Faust’O, Garbo, il primo Ivan Cattaneo-futurista che in parte si ispiravano al periodo berlinese di Bowie e anche il primissimo Battiato elettronico e ostico del dopo zeppe trampolate alla Ziggy. Nella collana Rock 80 della Cramps poi eravamo in compagnia dei sintetici X-rated e a Genova ero salito sul palco a improvvisare vocalizzi con i K.K.K. elettronici e sperimentali (dei quali purtroppo ben poco o nulla è rimasto e anche i due membri fondatori purtroppo sono scomparsi). Ma in quel momento, per la nuova fiammante scena punk italiana, era una scelta controcorrente. Eravamo punk e osavamo fare della musica non propriamente punk. Ghetto nel ghetto. Non proprio dei pionieri ma sicuramente dei provocatori.
In realtà l’elettronica era ed è una delle mie vecchie passioni. Ne ho sempre subito il fascino. Come per certa musica classica contemporanea e d’avanguardia. I riferimenti storici e colti qui si precano, fino a diventare un lungo e noioso rosario di nomi: dai precursori Kraftwerk all’oscura psichedelia dei Pink Floyd con Barrett, ai vari esponenti del Krautrock, termine orrendo, come Can, Neu!, Popol Vuh fino ad arrivare alle origini con Stockhausen e gli italiani Berio, Nono poi ancora Ligeti e Cage.

Quanto senti lontano I’m Cool dal resto della produzione dei tuoi Dirty Actions (leggendaria punk band ligure) in senso sonoro e più strettamente di approccio?
Per quanto le distante con i vecchi-nuovi Dirty Actions paiono siderali, in realtà preferisco considerare I’m Cool come una naturale prosecuzione di quanto iniziato con i Dirties.
I Dirty Actions sono stati una delle prime punk band italiane che in pochissimo tempo ha avuto un percorso artistico davvero particolare. Pur restando fedelissimi al punk degli esordi abbiamo esplorato diversi generi che in quegli anni nascevano o erano riscoperti, principalmente in Inghilterra. Il primo innamoramento fu per il funk poi i primi vagiti del rap, naturalmente l’elettronica fino a farci coinvolgere dai ritmi latini e tribali. Il pubblico genovese di quegli anni era molto esigente e difficile, attento ai nuovi fenomeni musicali, non potevi riproporti sul palco con gli stessi pezzi del concerto precedente e questo ti costringeva a una continua ricerca. La nostra hit “Bandana Boys” nasceva da un giro di flamenco “innestato” su una base di tamburi di guerra degli indiani americani. Così è nata e ogni volta che la proponevamo dal vivo diventava sempre più lunga e selvaggia. Su Gathered, la compilation di Rockerilla, verrà pubblicata la sacrilega dance version remix con un breve rap nell’inciso e la batteria rigorosamente in 4/4.
Per quanto riguarda il mio percorso personale nel 1986 affronterò  il reggae con “In Soh Reckshan”, il pezzo registrato in Jamaica con i Wailers di Bob Marley, che verrà pubblicato su vinile l’anno dopo e l’inedito “Consciousness” realizzato con gli Aswad.
Insomma la contaminazione del punk con altri generi è sempre stata una costante dei vecchi Dirty Actions e naturalmente anche la mia.

Consideri il tuo lavoro una boccata d’ossigeno o l’inizio di un percorso artistico percorribile e tutto da sperimentare?
Entrambe le cose. Senz’altro può essere inteso come la prosecuzione di un percorso artistico il più libero possibile da condizionamenti derivanti dalle mode del momento o dal mercato e si può considerare anche una boccata di ossigeno perchè avevo la necessità di misurarmi come autore completo: musica, testo, composizione, scelta dei suoni, missaggio, produzione. Sperimentare mi ha sempre affascinato, mi piace lasciare il certo per l’incerto, la via nuova per la vecchia, in poche parole rischiare. Non è un merito, ne’ un atto di coraggio. E’ una necessità per me, impellente.
In realtà vorrei fare cose ancora più estreme, ostiche, inascoltabili ma ogni tanto entro in conflitto con la mia latente vena melodica. Da qualche parte nel mio organismo c’è una tendenza all’armonia che tende ad ammorbidire e smussare le dissonanze, che stempera e attenua il mio nichilismo. Una sorta di istinto di sopravvivenza, anche se non è poi il termine esatto, che mitiga le tendenze autodistruttive.

Come consideri e in che stato vedi i tuoi contemporanei pionieri della scena punk e new wave italica al momento attuale
Miss Xox del Great Complotto di Pordenone è uscito con un gran bell’album, molto particolare. Anche i Punkow hanno fatto un ottimo lavoro, da sottolineare il ritorno dei Neon e dei Mercenary God e poi il mai domo Tony Face con Lilith, anche in questo caso il cd è davvero originale e intenso. E poi gli Skiantos, inossidabili. Come sono davvero interessanti le proposte di Freak Antoni e Alessandra Mostacci. Diciamo che i miei contemporanei tengono il passo senza affanni, il che dimostra una buona apertura mentale tipica di chi ha vissuto quegli anni. L’imprinting degli anni Ottanta si fa sentire anche a distanza di trent’anni. Non sembrano, non sembriamo, dei sopravvissuti, insomma.
Ma non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è bisogno di cose nuove, di linfa nuova. Mi va bene che Iggy zompi su un palco a quasi sessantadue anni e godo al pensiero di suonare e divertirmi fino a ottanta e oltre, ma voglio ed esigo gente nuova e roba nuova che mi faccia saltare le cervella e non le solite riproposizioni di musiche già sentite e rimasticate mille volte.
Kids fatevi il culo, fatevi scoppiare, date l’anima, in senso metaforico sia chiaro! E’ vero, è difficilissimo riuscire a proporre cose nuove, ma bisogna sempre provarci.
E buttate al cesso questo emo-power-pop contemporaneo! E se proprio non potete farne a meno, cercate di stravolgerlo.

Non pensi che ultimamente ci sia una certa mitizzazione degli anni Ottanta in senso commerciale del termine, credi ci sia buona fede o è una subdola e bieca operazione di marketing?
Senza nulla togliere alle potenzialità espresse negli anni Ottanta che ho decantato prima, convengo con te che sia soprattutto una subdola e bieca operazione commerciale e di marketing. Riproporre i vecchi e sicuri successi del passato costa molto, molto di meno che investire su nuove proposte e fa guadagnare molto di più. Preferisco sempre guardare avanti.

Quali sono le band e i personaggi dell’epoca che ascolti con piacere anche oggi?
Per l’Italia quelli che ho citato sopra più i Gaz Nevada. Per il resto sono tanti, davvero: da Adam & the Ants ai Clash, ai Soft Cell poi Heaven17, Exploited, Killing Joke, Suicide, Sex Pistols, Damned, Dead Boys, Ultravox con John Foxx, Pop Group, Clock DVA, Germs, Dead Kennedys, Contortions, ABC, Bauhaus, PIL dimenticavo i Devo, Pere Ubu e cazzo… i Cramps! La morte di Lux Interior mi ha sconvolto come quella di Ron Asheton… potrei continuare a nominare altrettanti e ne avrò dimenticato sicuramente qualcuno.

Che reazioni immediate stai ricevendo dopo l’uscita di I’m Cool da chi ti segue da più tempo?
Sorpresa, meraviglia, per la maggior parte reazioni positive e lusinghiere, a volte fin troppo. Addirittura un carissimo amico, restìo ai complimenti, lo ha definito un grande tributo alle nostre radici musicali.

Reputi che le fanzine e tutto ciò che ruotava attorno al mondo punk e alternativo degli anni Settanta e Ottanta si sia perduto per sempre sostituito dai vari myspace e facebook oppure c’è ancora un lumicino acceso?
Sono uno di quelli che a dispetto del mio pessimismo cosmico vedo sempre un barlume flebile, flebile, lontanissimo ma ancora acceso. D’ altra parte per resistere alla virulenza delle varie ondate di restaurazione degli ultimi trent’anni se non avessi nutrito un minimo di speranza, mi sarei già fatto fuori trenta volte, una volta all’anno almeno. Prima di essere punk ho fatto parte di quella generazione che, forse un po’ ingenuamente, si sentiva parte di una grande e possibile rivoluzione. Questo sentire, questa indomabile energia verrà soffocata a partire dal 1977 da una feroce e inesorabile repressione. I bollettini di controinformazione e i fogli rivoluzionari lasceranno il posto alle fanzine e ad altre forme di comunicazione molto più articolate, per alcuni più dispersive e inconcludendi. Non so se Facebook o MySpace possano sostituire le fanzine o essere considerati possibili forme di comunicazione alternativa e trasversale. L’unica cosa positiva è che sono media accessibili a tutti e al momento la censura non è così pesante anche se è presente in varie forme. Dipende sempre dall’uso che se ne fa, come vengono utilizzati tali strumenti. Con Facebook il problema è il diluvio di informazioni, inviti, richieste, suggerimenti, aggiornamenti che ti fa perdere un sacco di tempo. E’ meglio l’informazione veloce in tempo reale tipica del web oppure la classica informazione ponderata tipica della carta stampata? Fast news or slow news? Who knows?
Senza contare la qualità e l’attendibilità delle informazioni, che è un’altra enorme incognita ed è sicuramente il problema più grosso.

Nel tuo disco solista non c’è alcuna nostalgia o rimpianto sugli anni passati, ciò è dovuto dal fatto che una certa rabbia prevale sul momento presente o non sei un nostalgico/romantico di natura?
Questo è un ottimo complimento. Diciamo che ho sempre cercato di evitare i rimpianti nella mia vita, tentando di fare, nei limiti del possibile e con sforzi sovrumani, quello che volevo fare. No, mai stato fortunato. Quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato lavorando duramente e blablablabla… solita solfa. Per certo so che non è possibile estirpare alla radice la vena nostalgico/romantica presente in misura diversa in ognuno di noi. Diciamo che riesco a nasconderla bene. L’esperienza aiuta molto. La rabbia c’è, esiste ed è ben presente. Le motivazioni che l’alimentano crescono ogni giorno come funghi, dalla politica al sociale.

Quanto conta essere fighi (cool) ai nostri giorni? E chi reputi figo dal tuo punto di vista?
Tutti siamo fighi! Tutti possiamo essere dannatamente cool. Basta convincersene.
Il sentirsi cool del pezzo I’m Cool ha un significato molto ampio. Significa essere ok, tranquillo, calmo, senza problemi, sicuro di se’ e a proprio agio qualsiasi cosa succeda.

Ma in realtà chi canta I’m Cool vuole convincere se’ stesso di tutto ciò. Tendenzialmente è uno psicotico e non ha nulla sotto controllo, è una mina vagante, si sta trattenendo a fatica prima di esplodere! Ce la farà?

Hai in mente un tour promozionale? e come pensi di proporre i nuovi brani dal vivo?
Ci sto pensando. Ho già proposto i brani remixati di 21 Dirty RMXs con le basi e accompagnato da dj come Cesare Ferioli a.k.a. Big Mojo con cui mi sono esibito più volte e con cui ho già presentato il pezzo “I’m Cool” dal vivo a Bologna. Non c’è dubbio le serate con i djs sono molto divertenti e coinvolgenti. Mi ricordo una serata davvero selvaggia al csa Dordoni di Cremona con Kruz, EdBlast, Bedo, Mim$, Visual Sensation e Airbag Killex.
Certo la mia condizione ideale è quella di avere un gruppo dietro al culo che spinge come un dannato.
Ma riproporre i nuovi pezzi con una vera e propria band non è molto semplice. Riprodurre certi suoni e atmosfere richiede una strumentazione adeguata e dei musicisti ad hoc. L’impatto sarebbe molto diverso rispetto al solito Johnny con i Dirty Actions.
Al limite mi tireranno giù dal palco a bottigliate. Vedremo.

[Foto di Felson]

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