Il vuoto che avanza

Destruction-Unit-VoidDestruction Unit – Void (Jolly Dream, 2013)

[di Magda Cane]

Dare un giudizio a questo disco è stato difficile, considerando che si parla di un gruppo che ormai fa rock psichedelico e si chiama ancora Destruction Unit.
Self Destruction Of A Man e Death To The Old Flesh, usciti rispettivamente nel 2004 e 2006 son tra i miei dischi preferiti e i Destruction Unit erano una delle band della scena di Memphis (come Lost Sounds, Nervous Patterns, Final Solutions…) che ruotava attorno ai due personaggi chiave di Jay Reatard e Alicja Trout.
Nei Destruction Unit si alternavano a chitarra, voce e synth e senza dubbio sono stati i maggiori contributori alla definizione del suono della band: un mix di garage punk e new wave che ha generato canzoni dalle atmosfere nevrotiche (altro…)

C’est Bon

cover Useless EatersUseless Eaters – C’est Bon (Southpaw, 2012)

[di Manuel Graziani]

Seth Sutton è un tipo di Memphis con la faccia da ragazzino: immaginate un Michael Jackson che se la dà a gambe dai Jackson 5 perché fulminato dal punk. Un tipo che ama rotolarsi nella merda r’n’r e, come due suoi indimenticati concittadini passati a miglior vita di nome Elvis e Jay, lo fa con una tale classe da apparire già un mezzo classico. Peraltro era molto amico di Jay Reatard, al punto di condividere con lui l’ultimo tour europeo del 2009 prima che Jay stirasse nel divano di casa la notte del 13 gennaio 2010 (altro…)

R.I.P. Jay Reatard… [UPDATED]

jayIl 2009 è stato una merda, bastardo e terribile. Il 2010 evidentemente non vuole sentirsi da meno e il 13 gennaio si è portato via – a soli 29 anni! – Jay Reatard (all’anagrafe Jay Lee Lindsay Jr). (altro…)

Oblivians meet Mr Quintron

Oblivians-Oblivians_Play_9_Songs_With_Mr_3Oblivians – …play 9 Songs With Mr. Quintron (Crypt, 1997)

di Matteo Mulazzi

Se tu ascoltassi certe canzoni gospel con la giusta disposizione d’animo, ti spaventeresti così tanto da correre in chiesa a pregare. Per me questa cosa è meravigliosa. Significa che hai veramente raggiunto il tuo obiettivo. Tu parti con l’idea di fare un disco che piaccia alla gente ma se il risultato è così entusiasmante da far dire a qualcuno “Devo darmi una regolata… Sono cattivo come il ragazzo di questa canzone…” allora è successo qualcosa di assolutamente straordinario.

Sono le parole di Greg Cartwright (per molti ancora Greg Oblivian), chiamato a spiegare durante una breve intervista del 1998 le ragioni che hanno spinto gli Oblivians a registrare l’album …play 9 Songs With Mr. Quintron.

Greg sta alludendo al fatto che la musica gospel ha una duplice missione. In primo luogo, pregare Dio attraverso le canzoni, elevando così gli spiriti del coro e del pubblico verso il Paradiso. In secondo luogo, rivolgersi ai peccatori e ai miscredenti, offrendo loro la salvezza nel Signore. Ed è proprio quest’ultima la parte più difficile. Non potrai mai sapere quale sarà la strategia vincente. Se la paura della dannazione eterna o il caldo abbraccio dell’amore di Dio. In entrambi i casi la musica gospel offre una via d’uscita da una certa condizione dell’anima e/o da un certo stile di vita e, sotto questo punto di vista, non è poi così distante dalla musica suonata per anni dagli Oblivians, che, per quanto primitiva, sgangherata, becera e offensiva per ignoranza e trivialità possa essere stata, ha sempre avuto in se’ qualcosa che è tremendamente raro trovare altrove: il soul. Gli Oblivians parlavano direttamente all’anima delle persone e riuscivano a farlo con un’energia selvaggia e primordiale del tutto comparabile a quella che accompagnò i predicatori e i mostri sacri del gospel degli anni ’40 e ’50, come Reverend Utah Smith o Reverend Louis Overstreet.

Da sempre il blues, il rhythm & blues e il rock ‘n’ roll, musiche terrene, sporche e maledette, chiamano a raccolta e offrono riparo ai malcontenti e ai disturbati, danno accoglienza e forniscono risposte agli strambi e ai disadattati. La religione predicata dagli Oblivians, dai loro predecessori e dai loro figli bastardi, richiede una fede davvero senza limiti. La via del rock ‘n’ roll, infatti, non è così illuminata e rassicurante come quella indicata dalla Chiesa. Devi essere pronto a farti spingere per terra, essere calpestato, preso a calci e magari lasciato strisciare nel fango. Qua la salvezza si paga in anticipo e spesso a caro prezzo…

Gli Oblivians venerarono e adorarono incondizionatamente i miti del punk e del blues, contribuendo in maniera decisiva a mantenere inalterata tutta la loro crudezza, indecenza e pericolosità nel corso degli anni ‘90. Le loro prime canzoni erano popolate da giovani stronzi ubriachi che hanno voglia soltanto di scopare e vecchi falliti ancora più ubriachi ossessionati dall’idea di uccidere le loro mogli infedeli. C’era comunque qualcosa di più che squallide rappresentazioni del White Trash nella musica degli Oblivians. Greg, Jack ed Eric avevano una distinta sensibilità per la melodia e forti radici nella tradizione musicale del Sud degli Stati Uniti che si combinarono felicemente con il loro suono deliberatamente grezzo e caotico. I ragazzi si alternavano continuamente alla voce, alla chitarra e alla batteria e amplificavano e distorcevano i suoni a livelli a dir poco demenziali. Ed è con la stessa attitudine che diedero alla luce …play 9 Songs With Mr. Quintron, album che mise insieme il sacro, il profano e l’assurdo in una selezione di canzoni gospel tradizionali e originali, suonate però con la perversione del blues e la bassa fedeltà del punk.

…play 9 Songs With Mr. Quintron fu registrato interamente al Cotton Row Studio di Memphis il 3 Gennaio del 1997. Gli Oblivians furono accompagnati all’organo da quel pazzoide di Mr. Quintron, giunto in autobus da New Orleans per l’occasione senza avere la minima idea di cosa lo stesse aspettando, dato che la cassetta con su i pezzi che avrebbe dovuto suonare, speditagli in anticipo, andò persa. Ciascun pezzo fu registrato in presa diretta e sul momento la band si disinteressò del risultato, mettendosi totalmente nelle mani dell’ingegnere del suono Steve Moller. Nessuna operazione di mixing. Nessuna reale produzione. L’album, uscito nel Luglio del 1997 (poco prima dello scioglimento della band), è una vera bomba.

“Feel All Right”, il pezzo di apertura, ha l’incalzare di un treno in corsa ed esprime tutta l’urgenza e la passione con cui gli Oblivians si avvicinarono al mondo del gospel. A metà canzone l’intensità diminuisce per lasciare spazio al messaggio.

God are you up there? I know you’ve got a purpose for me. Just tell me what you want me to do. You know I’m just your pawn. I wanna do your biddin’… On the earth… Spread the Word… You know I will. Tell me what you feel. I wanna know. I wanna know! I wanna know. I WANNA KNOW!

Non è più scopando una puttana, attaccandosi alla bottiglia o impugnando una pistola che si sistemano le cose.

When I talk to him at night, Lord, it makes everything feel all right.

“Live The Life” è un pezzo gospel tradizionale che, nelle mani degli Oblivians, si carica di un nuovo significato.

I’m going to live the life I sing about in my song
I always stand for the right to show the wrong
‘Cause you can’t go to church, child now, sing all day Sunday
And go out and get drunk and greet the Devil all on Monday
You’ve got to live the life you sing about in your song

Devi vivere la vita che canti nella tua canzone. La cosa fa abbastanza sorridere se si pensa ai testi delle canzoni di album come Soul Food o Popular Favorites

Impressionanti l’incedere marziale di “I May Be Gone” (Blind Charles White/Oblivians) e il suo coro sguaiato e feroce.

Oh before this time
Another year
I may be gone
In some lonesome graveyard
Oh Lord how long?

“I Don’t Wanna Live Alone”, rabbioso e devastante chaos ‘n’ roll di vecchio stampo, è seguito da “Final Stretch”, inno lugubre ma speranzoso rivolto al Signore che ci assiste sul letto di morte. Qua l’atmosfera si fa solenne. All’intensa, sofferta e a tratti disperata interpretazione vocale di Greg fa da contrappunto il suono cupo e pesantemente distorto dell’organo di Mr. Quintron.

I’m not
So tired
Anymore
I know
He’s
Going to watch over me
On the final stretch

“What’s The Matter Now” è un’altra perla della tradizione gospel interpretata dagli Oblivians con fervore incendiario. Giro di chitarra semplice e ossessivo, organo malsano e ritmo spacca ossa. La voce di Greg, spiritata e ipnotica, è quella di un pastore di anime che riporta le pecorelle smarrite all’ovile a calci nel culo!

Now People Don’t Sing Like They Used To Sing
What’s The Matter Now?

“Ride That Train”, invito a salire sul treno del Signore, è un pezzo dotato di una forza persuasiva travolgente e un finale in crescendo da paura. “If Mother Knew” è un viaggio spaventoso nell’aldilà, mentre “Mary Lou” (Jesse Young & Sam Ling), a chiusura dell’album, suona sia come un monito sia come un inno alla gioia del peccato.

Jay da antologia

jaycd.jpgJay Reatard – Singles 06-07 (In the Red, 2008)

Mai mi ero filato i Reatards e tutti i progetti in cui ha avuto – e ha – le mani in pasta Mr Jay Lindsey. Chissà perché poi… ma proprio non trovavo nessun motivo di interesse, così a pelle, in ciò che questo nativo di Memphis propone.
Errore, devo confessarlo. Pur essendo ancora ignaro di quasi tutto il suo repertorio, infatti, è piuttosto chiaro dall’ascolto di questa compilation di singoli (negli ultimi anni ha fatto praticamente solo singoletti vinilici il ragazzo: scelta grandiosa e decisamente “contro”) che c’è talento, attitudine, la giusta rozzezza e passione bruciante a go-go.

Da profano, arrivato con l’ultimo treno, ammetto di essere rimasto piuttosto colpito da questo personaggio; e dire che lo conoscevo marginalmente e quasi solo per un episodio primaverile che l’ha visto protagonista di una serie di polemiche e intemperanze online, in seguito a un concerto con problemi di security e – di conseguenza – interrotto dal signor Reatard (leggete questo post preso direttamente dal blog di Jay per sentire la sua campana). Jay è una discreta testa calda (per non dire di ca**o), ma con una dose da cavallo di talento.
I singoletti di questa compilation sono un gustoso mish-mash di garage rock, garage Sixties, punk, Sixties pop, lo-fi, post punk, rock e r’n’r blues/punk sbiellato (diciamo quello tipico del Goner Sound): il tutto apparentemente potrebbe sembrare eterogeneo, ma basta un ascolto per sentire tangibilmente che c’è un filo conduttore in tutto ciò. Oltre alla figura di Jay, c’è un’attitudine e una certa personalità nel songwriting, sempre tenendo in mente che non  stiamo parlando di uno sperimentatore (per fortuna!) o di un pioniere di nuovi suoni.
Un bell’ascolto, quindi, tanto variegato, quanto sanguigno e punk (a modo suo). Poco aggiunge, sinceramente, il dvd bonus che contiene alcuni live show caotici e tumultuosi… sarà che non sono un fan, in genere, dei video dal vivo. Un bel documentario sul personaggio, piuttosto, sarebbe un’ottima visione! Se qualcuno vuole raccogliere il suggerimento…

Per chiudere aggiungiamo che – oltre a scrivere (tanti: è prolifico come un coniglio infoiato) bei brani – Mr Reatard in studio spesso suona tutti gli strumenti (mentre dal vivo si avvale, ovviamente, di musicisti… gli ultimi con cui sta suonando sono davvero personaggi che non sfigurerebbero in un documentario su disadattati e postadolescenti suburbani).
Come se non bastasse, nel 2008 Jay ha iniziato – e sta per completarla – una collana di singoli vinilici pubblicati a raffica (e i nedizioni piuttosto limitate) dalla Matador. La collana si chiuderà con il sesto, in ottobre, a cui seguirà un’altra compilation su cd come questa, che li conterrà.

50 anni di Stax

51vp0yli4hl_ss500_.jpgAAVV – Stax 50th Anniversary Celebration (Stax Records, 2007, 2CD)

Spettacolare box che accende la cinquantesima candelina sulla torta della label di Memphis. Questo doppio cd riassume, per sommi capi, una serie di singoli rappresentativi della sterminata produzione dell’etichetta (periodo 1961-1969 sul primo disco, 1969-1974 sul secondo).

Il primo round di questo rovente southern jukebox salta agevolmente da Booker T a Carla Thomas (che apre con “Gee Whiz”), da Rufus Thomas (“Walking The Dog”) a Sam & Dave, da Eddie Floyd (“Knock On Wood”) a un magnetico Albert King (“Born Under A Bad Sign”).
Il secondo round è da knockout tecnico: una miniera di Seventies Soul sanguigno, sensuale e raffinatissimo. Dalla seta delle Emotions (“So I Can Love You”), al fascino muscolare di Isaac Hayes (la sua “Walk On By” è un lento assassinio per orchestra e voce), dallo stile definitivo dei Dramatics (“Watcha See Is Watcha Get”), al “message” degli Staple Singers (“Respect Yourself”), dal killer funk dei Bar Kays (“Son Of Shaft”, che si apre col verso “I’m the Son of a Bitch”) alle “faccende tra donne” di Shirley Brown (“Woman To Woman”).

In queste cinquanta canzoni c’è l’essenza della comunità afroamericana tra i Sixties e i Seventies: la sofferenza, la passione, il riscatto, il successo e l’eccesso. Tutto il suono che inzuppa l’anima, tra i blocks di periferia, su di una macchina scassata con il profumo di ciambelle e caffè lungo che esce da un sacchetto di carta sul sedile del passeggero.

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