Ron Asheton’s New Order: Odissea pt. 2

noRiassunto della puntata precedente: i New Order registrano un demo ai Paramount Studios e immediatamente dopo cacciano il cantante Jeff Spry – troppo inaffidabile e ormai ospite delle patrie galere. I soldi scarseggiano più che mai e la band è nuovamente senza un frontman. Riusciranno i nostri (anti)eroi a portare a casa le penne? (altro…)

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Ron Asheton’s New Order: Odissea pt. 1

declarationAnno 1974: il mondo è orfano di Stooges ed MC5.
La Terra è un posto un po’ più brutto, da quando le due più devastanti formazioni rock sono implose in mille schegge, lasciando il vuoto – e consegnando il futuro della musica estrema in mani che non sanno ancora cosa fare, di quel dono pericolosissimo. (altro…)

Giacche piccole, chitarre grosse

smalljackcd.JPGSmall Jackets – Cheap Tequila (Go Down, 2009)

Capita di vedere un gruppo dal vivo in situazione non congeniale e di farsi idee sbagliate. A me con gli Small Jackets è successo… si parla del Rock in Idro di qualche anno fa, quello con Iggy & The Stooges. Ero lì appunto per l’Iguana coi fratelli Asheton e per i Not Moving. Il resto mi interessava veramente poco e ho quindi ciondolato piuttosto annoiato per tutta la giornata.
Nel palco secondario suonavano anche gli Small Jackets: dopo un paio di pezzi me n’ero andato sbadigliando. Sarà anche per questo – lo confesso – che rimando questa recensione da almeno una settimana. E invece mi ricredo ampiamente. Anzi, dico che sono stato pirla a non sentirlo prima ‘sto cd.

Hard boogie (parecchio hard, con grossi sconfinamenti nell’hard rock più classico e nello street) di quello molto Seventies – con forti venature Creedence/Grand Funk Railroad (la cover di “Are You Ready” non è casuale), un po’ di MC5, un filo di AC/DC, qualche rimando zeppeliniano e – soprattutto – tutti i trucchi del mestiere ben assimilati. Certo, ogni tanto emerge anche qualche fantasma glam anni Ottanta, ma ci sta tutto.

Davvero un buon disco ROCK, dal respiro internazionale, per una band solida e destinata a lasciare il proprio segno nelle coscienze dei rocker più attenti.

Patti Smith. La sacerdotessa in un mondo di atei

Presentazione del film Dream of Life,  23/02/2009 @ la Feltrinelli, Milano

Doverosa premessa: ho sempre apprezzato più ciò che orbita intorno a Patti Smith – in primis il defunto marito, nonché chitarrista degli incandescenti MC5 Fred “Sonic” Smith – piuttosto che Patti Smith medesima.
Ho un suo album come ognuno di voi lo avrà, nella mia plastificatissima discografia:  il celebre  Easter. Insomma della serie… io so che è li e lui sa che io a volte sono in stanza, ma ci guardiamo con diffidenza e sempre da lontano.

Considero Patti una specie di catalizzatore che mi trascina e mi fa viaggiare attraverso altre personalità di cui ho il chiodo fisso. Vedi William S. Burroughs, Bob Dylan, Mapplethorpe la cricca proto punk del CBGB’s o del Max’Kansas City a NYC.
E’ per questo motivo che ho disertato sempre le sue esibizioni messianiche e intimiste, i suoi proclami e i suoi credo politically correct fondati sul fatto che  la gente abbia o meno il Potere. Ma che figataaaa Patti… ma anche no.

Adesso i suoi inni elettrici risuonano negli spot televisivi: nulla di male in questo: i tempi cambiano e con i tempi coloro che hanno fatto e segnato epoche rock  si addomesticano; e alcuni invecchiano male, quasi a sottolineare come, forse, lo scomparire sarebbe stato auspicabile.

Per questo, quando  guardo Patti vedo oltre e vedo soprattutto altro: scorgo la Detroit che l’ha cresciuta, impastata di ritmi selvaggi e alienati degli Stooges o degli MC5; leggo i suoi testi e il suo modo di stare sul palco e rivedo gli  Stones,  l’isteria punk, sento la poesia di Ginsberg nelle sue parole… ma alla fine della fiera lei non la trovo mai. Strano eh?

Patti dove sei? Che si sia persa o resti oscurata dai suoi stessi miti?
Citare Rimabud, Artaud, Jim Morrison non significa necessariamente  essere alla stregua di questi. Troppa intensità scritta e chiacchierata si disperde fuori le pagine, oltre le note della signora Smith avverto un’atmosfera. Ma niente più.

Ricapitolando, mi trovavo alla Feltrinelli alla presentazione del film-documentario su Patti Smith di Steven Sebring – regista amico di Michel Stipe (R.E.M) che per 12 anni si è preso la briga di riprendere le escursioni invettive di Patti fuori dal palco.
Era un po’ una resa dei conti tra me e Lei. Una inconscia disperata volontà di riappacificazione forse.
Appena entro nel megastore respiro il clima isterico e denso dell’evento mistico: gente che muove e sposta sedie frettolosamente , si accaparra il film Dream of Life nella speranza di un autografo della sacerdotessa a fine presentazione, con il timore che vada esaurito in pochi minuti; mamme e figlie teneramente legate per mano, femministe incallite ed ex fumatori di ganja… insomma tutto quel mondo hippy, new age, ecologist, girotondista pro-Obama, ma anche un po’ naive alla viva il parroco, Ratzinger è uno di noi e via blaterando
Attesa lunga, intervallata da silenzi siderali e sottofondo Smithiano (della sua produzione  più recente da Gone Again in poi: temi dolorosi sulla scomparsa del marito e del figlio).

In questo turbillion di emozioni il dvd Dream of Life me lo ritrovo fra le mani in una specie di passaggio sacro da fan a fan… lo giro e lo rigiro, l’unica cosa che mi viene da fare è scartarlo e levare il codice a barre perché 17.50 euro e 50 – anche se scontati –  non ce li spendo per un film sull’infanzia di Patti Smith. Ma c’è quel mondo che le gira intorno che mi attrae e mi chiama come una sirena.

Finalmente arriva, con un seguito di giornalisti, traduttrici e amiche dell’ultima ora. Ha un cappello e un vestito lungo, un po’ trasandata, insomma l’iconografia di  Patti universalmente nota.
Fisicamente mi colpisce il fatto che sia davvero filiforme, mi ricorda un gancio, un gancio di una gru del porto di New York. Città che l’ha adottata e in cui si è evoluta artisticamente.
Applausi ripetuti, lei contraccambia, saluta: più che una poetessa sembra una crocerista del new jersey con problemi di alcoolismo alle spalle, anche se pubblicamente sottolinea che “Non  blatera di quelle merdate da hippy lallalala tutte nostalgia e illusioni infrante”. Invece sembra proprio esserne l’incarnazione: secondo me, qualcuno le ha suggerito questa frase ad effetto per farle prendere le distanze dall’immaginario collettivo.
Seguono domande  a raffica la solita idiozia manifesta del pubblico, superficialità sul razzismo, sul  dolore, sugli anni Settanta.

Nel bel mezzo di questa amabile e soporifera conversazione-monologo la Patti decide di imbracciare un’acustica e strimpellare qualcosa come ai vecchi tempi. C’è anche il tempo per una “Because the night” versione karaoke e una “People have the power” recitata – wow. A seguire gli autografi.
Verso la fine la signora Smith si fa sfuggire un “Preferisco cantare qui, perché nel  film c’è molto parlato“. E’ in questo preciso istante che decade ogni mia idea di zanzarmi il manufatto con tanto di  introduzione di Marco Denti… lo so già che mi perderò qualcosa di sublime. Ma anche no.

Wayne Kramer & Bellrays

Live dei Bellrays col chitarrista degli MC5 Wayne Kramer. Enjoy

Nixon, ora: you know what I mean?

nixonnowcd.jpgNixon Now – Altamont Nation Express (Elektrohasch Records, 2005)

E’ vero, lo spirito degli Stooges originari alberga in qualsiasi band di diciottenni annoiati che prendono per la prima volta in mano gli strumenti con l’ispirazione delle sole onde cerebrali piatte. Ma la forma, quella si trova ad Amburgo. I depositari sono quattro tedeschi fuori sincrono col mondo, che alle soglie del 2000 decidono di riprodurre alla lettera il suono della Detroit del 1969. Sponda Ann Arbor. Un mondo che nasce con gli Stooges e muore con gli MC5. E basta.
I Nixon Now nascono in Germania nei medi anni Novanta, ma sono totalmente immersi nella controcultura americana di fine Sessanta. E lo sottolineano a colpi di rumoroso boogie,  di selvaggio beat tribale, di ipnotico garage moccioso.

Esattamente come gli Stooges del disco degli esordi, dal quale pescano a minchia piena. Altamont Nation Express, il secondo disco del 2005, corregge il tiro rispetto al primo Solution Revolution del 1999, pur pregevolissimo esempio di real Rock’n’Roll di matrice detroitiana che pagava lo scotto di una derivatività ai limiti della fotocopia.
In sei anni, dal 1999 al 2005, i Nixon Now diventano una macchina da guerra ben rodata, con una potenza di fuoco inversamente proporzionale al tasso di modernità al quale anelano, vicino allo zero assoluto. E quindi via di stivaletti a punta e giubbotti di pelle, di copertina ammiccantemente vintage, di uso ed abuso pop della bandiera americana, di atmosfere di tensione e guerriglia, di psichedelica anfetaminica, di stordimento, di stranimento spaziotemporale. I Nixon Now non  vivono nel passato. Sono il passato.
Altamont Nation Express inizia con la bordata di “Revolver”, vicinissima a certi Mudhoney degli esordi (non a caso anche loro pesantissimamente innamorati dei quattro di Detroit). Tanto per mettere le cose in chiaro, gli strumenti entrano all’unisono, e si schiodano dal riff solo in occasione dell’acidissimo assolo. Un calcio nelle palle, di tacco. E non è che l’inizio. Gli stoogesismi pesanti, però, si iniziano ad appalesare con la seconda, “Today is the Day”.  Stop and go, chitarre lasciate a fischiare contro gli amplificatori, ironia zero, noia mille, palle quadrate diecimila. Diecimila ettari. L’unica caduta di tono di un disco altrimenti frustrante per chi almeno una volta nella vita abbia anelato al magnetismo di 1970, è il pseudo-stoner di “Bad World”, episodio francamente imbarazzante che non trova alcuna giustificazione nel contesto di gemme fuzz che lo circondano. E che tornano a risplendere con il vertice assoluto del disco: quattro pezzi che uccidono, pronti per essere Nixonizzati.
Shake fossilizza il riff di “Tv Eye” in un blocco di lava e lo consegna all’eternità, “Car Wash” eleva la monotonia a forma d’arte scivolando verso abissi nerissimi, “Burning Down The Neighborhoods” riesuma il cadavere di Jimi Hendrix e lo fa copulare con i Sonics, “Altamont Express Nation” fa a meno delle parole e spazza via i resti di materia cerebrale che restano come solo i bootlegs degli MC5 hanno mai fatto. Il cavernicolismo citazionista trova nuove vette di perversione.
Se “I Live In A Car” e “Madman”, pur ottimi brani, impallidiscono in confronto ai quindici minuti di apocalisse appena terminati, la rilettura del classico dei Thin Lizzy, “The Rocker”, riesce a dare ulteriore pepe all’originale, impresa nella quale avevano miseramente fallito i Metallica rifacendo “Wiskey In The Jar”.  E se “Fastest Thing” e “I Can Boogie” si assomigliano un po’ troppo, diventando una unica e nervosa cavalcata di otto minuti scarsi, prima di chiudere i Nixon Now decidono di rompere una volta ancora il culo al mondo. “Brian Jones” azzecca in meno di due minuti uno dei testi più azzeccati della storia ed un riff che non lascia prigionieri (He’s the rock’n’roll shinest star/he take drugs and play guitar/his name is Brian Jones/he’s in the Rolling Stones/died in 1969/on sleeping pills and wine/died in his swimming pool/the godfather of cool), “Electric Teenage Nuernburg” è uno strumentale che corre a perdifiato verso la morte più o meno come la “chicken run” di James Dean in Rebel Without A Cause.

Soprattutto nei testi, Solution Revolution si pasceva di slogan triti e ritriti, di assonanze già sentite, di attitudine vecchia, di concetti decrepiti, di immagini sfocate e lontane nel tempo; Altamont Nation Express continua sulla stessa strada, ma a un livello decisamente siderale, irragiungibile per qualsiasi band moderna. Questione di modelli. E chiedere di meglio, oggi, proprio non si potrebbe.

Duro, dolce e appiccicoso

bellrays-hard-swet-and-sticky.jpgThe Bellrays – Hard Sweet and Sticky (Anodyne, 2008)

E’ passato un bel po’ di tempo, ma ricordo ancora bene il mio primo incontro con i Bellrays. Era l’inizio del nuovo millennio e incuriosito dal loro motto “Blues is the Teacher, Punk is the Preacher” mi ero procurato una copia di Grand Fury rimanendone subito entusiasta, neanche il tempo di cercare altri pezzi del loro catalogo e mi era capitata la ghiotta occasione di vederli dal vivo qui a Roma, all’Init.
Beh quel concerto fu una specie di folgorazione sulla via di Damasco o quasi. Lisa Keukala, Bob Vennum e Tony Fate quella sera regalarono un set devastante spargendo sul pubblico romano schegge impazzite di rock, soul, blues, punk e dilazioni jazzy free-form sulla scia degi MC5 alla prese con Sun Ra. Tutto era fuso assieme in modo talmente nuovo, ma anche naturale, come se il loro suono fosse sempre stato lì, come il fuoco che brucia sotto la cenere.
Su tutto, a svettare altissima, la voce soulful e meravigliosa di Lisa, talmente calda da far sciogliere anche un ghiacciaio.

All’epoca la cosa che mi stupì fu l’estrema spontaneità della band. Non appena finito il concerto e scesi dal palco, i nostri passarono la serata al loro stand del merchandising a scambiare due chiacchiere con il pubblico, a firmare dischi e autografi (conservo ancora gelosamente la mia copia firmata di Warhead/Swinging the Blade).
Un’attitudine totalmente working-class e che riportava dritta all’etica punk, che mi ha fatto sempre pensare a loro come ad una delle poche band realmente autentiche in giro, di quelle che hanno suonato in ogni tipo di situazione, fatto la loro brava gavetta a forza di sangue e sudore e ne sono usciti intatti.

Ora, a distanza di anni e in uno scenario musicale totalmente mutato (dove spesso è l’hype a farla da padrone a scapito della qualità), esce questo Hard Sweet and Sticky. Nel frattempo si è anche perso per strada il talentuosissimo Tony Fate alla sei corde.
A scanso di equivoci, non si tratta di un album che riscriverà la storia del rock e neanche – forse – il loro migliore in senso stretto: è, piuttosto, un disco solido e ben fatto. I suoni, certo, si sono un po’ addomesticati rispetto agli esordi.
L’opener “The Same Way”, dopo un’intro e un finale quasi Who, diventa un dei pezzi più pop della produzione del gruppo (non che sia un male); quando la band tira di più – come in “One Big Party” o nel singolo “Infection” – a prendere il sopravvento sono i riff tondi e squadrati di scuola hard-detroitiana, piuttosto che le sfuriate punk di un tempo.

Più in generale sembra che quest’album trovi la forza e i suoi spunti migliori nei brani più morbidi, quelli dove Lisa Keukala può andare a briglia sciolta senza preoccuparsi di essere una specie di Aretha Franklin virata MC5.
Non è un caso, quindi, che “Footprints on the Water” con il suo andamento sinuoso, la jazzy “Blue Against Sky”, la sensuale e riverberata “The Fire Next Time” e la splendida ballata soul-noir “Wedding Bells” (che sembra la colonna sonora ideale per un racconto di James Ellroy) siano i momenti più alti di un disco che comunque tende a crescere esponenzialmente con il tempo e gli ascolti.

I signori di Altamont

cavaliere.jpgTre date in suolo italico per la band di Jake Cavaliere, i Lords of Altamont. Questi gli appuntamenti per godersi il ruvido e fuligginoso garage della formazione:
– 19 febbraio 2008 @ Garage – Sesto S. Giovanni (Milano)
– 20 febbraio 2008 @ Bronson – Ravenna
– 21 febbraio 2008 @ New Age – Treviso

Vi ricordiamo che, in occasione del tour 2008, i Lords of Altamont sono “aiutati” dal mitico Mike Davis, bassista originale degli MC5, che si esibisce con loro.

E, siccome qui a Black Milk non ci facciamo mancare nulla, vi regaliamo un’intervista condotta dal nostro redattore Gianluca Tedesco nel lontano 2002 a sua maestà Cavaliere (ex Witchdoctors, Fuzztones e Bomboras), in occasione dell’uscita del primo album. Godetevi il tuffo nel passato e rinfrescatevi la memoria…

Tutti sanno (si spera) cosa è accaduto ad Altamont il 6 dicembre 1969. Allora, qual è il concept che sta dietro al gruppo? Volete celebrare il lato malvagio del r’n’r, la fine dell’era del peace & love o, più semplicemente, vi piace il look degli Hell’s Angels e il loro modo di vivere?
Quello è stato un giorno simbolico, che ha cambiato l’attitudine e, in un certo senso, ha mostrato come i sentimenti della gente e la musica stessero mutando. Io non c’ero, ma i documentari in proposito danno un’idea di come l’atmosfera sia cambiata da quel momento in poi. Il punto focale si è spostato. Stava succedendo un sacco di roba all’epoca. E poi la droga e la stupidità non si mescolano bene…
Per quanto riguarda gli Hell’s Angels, io credo che si siano trovati nel ciclone degli eventi come chiunque altro all’epoca. Ho amici che sono stati al concerto di Altamont e hanno detto che non è stato violento come si è cercato di far credere. Penso che tutto ciò che i media ci propinano vada preso con le molle. Ad ogni modo, ci piace lo stile di vita rock’n’roll e la cultura biker, che ha giocato un grande ruolo negli anni Sessanta!

Jake, ti andrebbe di dirmi qualcosa degli altri membri della band? Dove li hai trovati e che tipo di background hanno?
Johhny DeVilla (Stiggs) ha suonato nei Bomboras e nei Fuzztones con me. Nel ’94 ha messo in piedi gli Invisible Men, ma se n’è andato dopo pochi anni. Abbiamo fatto molti tour insieme e ancora oggi suoniamo fianco a fianco! Max (Sicko) ha suonato in molte band della scena di Los Angeles: Paper Tulips, Spider Baby, Voo Duo, Witching Hr., The Daggers, The Patterns e Levi Dexter. E’ il miglior chitarristabatterista in circolazione! Shawn (Sonic) Medina, ha suonato nei Los Borrachos e nei Nepolean Blown Apparts. E’ un altro di quei tizi che sono in grado di suonare qualunque strumento.
Comunque sembra che, ogni volta che voltiamo le spalle, ci troviamo con un nuovo bassista. Abbiamo iniziato con Gabe Hammond (attualmente nei Fuzztones): un tipo figo, ma molto impegnato. Poi abbiamo provato Corey Parks e ora stiamo suonando a manetta con “Heavy” Kevin Wilson. Questa formazione è grandiosa: sono tutti molto devoti alla causa! Venite a vederci dal vivo e ve ne renderete conto!

Come descriveresti il vostro suono a una persona che non vi ha mai ascoltati? Quali band sono state fondamentali per voi e vi hanno influenzati?
Prendete un po’ del garage Sixties che preferite, un pizzico di Detroit punk dei primi anni ’70, mescolateli con un po’ di Cramps e Sonics. Così otterrete i Lords: il prodotto malvagio del r’n’r degli ultimi 30 anni.

Ho visto alcune foto nel vostro sito e mi siete sembrati piuttosto scatenati… hai qualche aneddoto da raccontare a riguardo di vostre esibizioni live?
Quello che facciamo sul palco spesso ci sfugge dal controllo. Peccato che non ci siano foto che immortalano la mia testa con uno squarcio provocato da un’asta di microfono volante… un bagno di sangue! La batteria di Sicko solitamente finisce sparsa tra il pubblico e metà della gente ne suona i pezzi. Ci piace quando il pubblico partecipa: più gente è coinvolta, migliore è lo spettacolo! Finora non ci è ancora capitato di incorrere in violenza vera e propria mentre suonavamo… e comunque la band non è insieme per questo. Solo buon divertimento e rock’n’roll decerebrato. Quindi non comprate il nostro disco se cercate qualcosa d’altro! E niente politica, grazie!

altamont.jpgSo che state preparando un nuovo album… cosa dobbiamo aspettarci?
In realtà adesso abbiamo alcuni singoli da far uscire. Uno su Reptilian e uno su F.U.C.T. Stiamo cercando etichette europee che siano interessate a fare qualcosa con noi, in grande o in piccolo. Stiamo anche tentando di organizzare un tour europeo…

Come definiresti il r’n’r in tre parole?
Volume, alcool, ragazze!

Quali esperienze traumatiche vi hanno indotto a imbracciare una chitarra?
Sono un ex batterista in terapia di riabilitazione (Sonic Medina)

Quale è stato il tuo primo approccio con la musica Sixties? Pensi che queste sonorità abbiano ancora qualche importanza al giorno d’oggi?
Ma hai sentito cosa hanno trasmesso le radio negli ultimi 20 anni? MERDA leggera per automi craniolesi! Sono felice che i miei genitori ascoltassero i dischi dei Beatles e dei Rolling Stones durante la mia infanzia!

Una domanda facoltativa, a cui puoi anche non rispondere: mi parleresti delle tue esperienze passate coi Witchdoctors, Bomboras e Fuzztones?
Non sono autorizzato a parlarne al di fuori delle mie sedute di psicoterapia di gruppo.

Dì quello che vuoi ai lettori…
Non giocate coi fiammiferi.

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