Screaming Trees: the independent years

stC’erano una volta gli Screaming Trees, il grunge e Seattle… tre ingredienti che mediamente sono uniti in maniera automatica nei pensieri dell’ascoltatore tipo, ma che snocciolati così, senza un’analisi e una contestualizzazione più puntuale, portano a un unico risultato: un bel minestrone incasinato, in cui non si distinguono i sapori e si lanciano tutti gli avanzi del frigo per non buttarli. E invece, cari lettori, qui siamo di fronte a un vero piatto da gourmet, perché questi quattro giovanotti dello stato di Washington, proprio mentre molti dei loro coetanei che infestano le cantine e i garage dell’area di Seattle riscoprono gli Stooges, i Black Sabbath e gli Zeppelin, si rifanno a modo loro alla psichedelia e al garage rock californiano anni Sessanta. Una buona definizione dell’essenza del loro sound viene data da Sounds nel 1989, che li descrive portatori di un “eclettismo nato dal matrimonio tra la prima generazione della psichedelia di Syd Barrett e dei 13th Floor Elevators, l’hard rock primordiale di Jimi Hendrix e il verbo del rock americano anni Ottanta di Black Flag e Husker Du(altro…)

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Mark Lanegan Band – Blues Funeral

Mark Lanegan Band – Blues Funeral (4AD, 2012)

Mark Lanegan è uno di quei musicisti che ha più band e progetti paralleli che peli sul culo e aggiungiamo anche che chi non conosce il lupo mannaro di Ellensburg, probabilmente si è fatto una bella dormita durante tutti gli anni Novanta.

Sgombriamo il campo dagli equivoci: Blues Funeral è un disco blues a tutti gli effetti per l’atmosfera sepolcrale che lo pervade, per i testi provenienti direttamente dall’oltretomba e per la voce inconfondibile di Lanegan – che qui si fa ancora più mortifera del solito.
Sicuramente l’ex leader degli Screaming Trees ha reinventato il modo di fare blues, lontano anni luce da I’ll Take Care Of You in cui restava fedele all’ortodossia, ma molto vicino (nonostante gli otto anni trascorsi) al capolavoro del 2004 Bubblegum imbevuto di elettronica.
Funeral Blues, proprio come Bubblegum, va ingerito dalla prima all’ultima traccia senza perdersi in troppe distinzioni e scalate di marcia. Basterebbe la cavalcata nel deserto del singolo “Gravedigger Song” verso una frontiera spiritica, in cui Lanegan sembra dialogare con i fantasmi del suo passato, a fare di Funeral Blues un disco da mettere nello scaffale tra John Lee Hooker e  Skip James.

Lanegan & Campbell nel nido dell’aquila

Isobel Campbell & Mark Lanegan – Hawk (V2, 2010)

Ok, è chiaro che qui nei meandri di Black Milk – anche se non se ne parla molto – Mark Lanegan è, per usare un eufemismo, molto stimato. E, nonostante lo scetticismo iniziale per un lavoro in joint venture con la chanteuse Isobel Campbell (lo confesso: Ballad Of The Broken Seas non mi piacque molto e il successore lo snobbai senza pensarci), tutto quadra (altro…)

Lanegan col contagocce

Mark Lanegan + Duke Garwood @ Magazzini Generali, Milano, 13/05/2010

La fauna fuori dal locale è varia e avariata; si va dagli alternativi d’ordinanza alle frangette legnose, passando per il tipo stagista/impiegato, l’harleysta, il nerd e le studentesse impegnate. Ma la presenza più bizzarra è quella dei bagarini, che ronzano come api (altro…)

Tutti gli amici di Jeffrey Lee Pierce

ridersVV.AA. – We Are Only Riders, The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project (Glitterhouse, 2010)

Ok è ufficiale, ci sono arrivato a quasi 40 anni, ma l’ho capito: è facilissimo fregarmi e intortarmi, basta pronunciare il giusto numero di volte le parole Jeffrey Lee Pierce e Gun Club e il gioco è fatto.
Ma a questo punto mi rassegno e accetto la cosa come una malattia cronica impone (altro…)

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