Big Sexy Noise nelle acque dei Navigli

Big Sexy Noise featuring Lydia Lunch & Gallon Drunk + Three Blind Mice @ Cox18, Milano, 11/11/10

La difficoltà nel trovare parcheggio in zona Conchetta non faceva presagire nulla di buono. Solo dopo svariate ronde a girotondo siamo riusciti a farci spazio tra le lamiere, la nebbia e i fumi dell’alcool in una zona off limits, a pochi metri dal leggendario Centro Sociale Cox18 – occupato, smobilitato, e ri-occupato, ma costantemente sorvegliato e minacciato dalla Banda del Pirellone.

Sfidata la sorte, arriviamo tra i primissimi. Così numeri uno da essere in mostruoso anticipo: cancello chiuso e qualcuno da dentro che urla che prima delle dieci passate non si apre un bel niente. In effetti si sentono distinti rumori di piatti e forchette: a quanto pare Lydia se la gode tra un risotto e un cognac, insieme ai suoi compari dei galloni ubriachi.
Ci facciamo largo tra la sparuta folla e la densa nebbiolina meneghina, ci dirigiamo in un infimo pub paludosamente naviglioso dietro l’angolo, per scolarci qualche drink. Chiacchierando tra un drink e l’altro si santifica la madrina della no wave newyorkese, per il semplice fatto che in un perfetto stile punk continua a esibirsi in locali barricadieri e non si è lasciata abbindolare dal consumismo musicale su più ampia scala, su cui si sono adagiati i maturi Sonic Youth e il Nick Cave stempiato, amici dell’epoca che fu.

Torniamo al Cox, rinvigoriti e corrazzati. Finalmente si entra, e i cinque euro di sottoscrizione mi fanno schizzare indietro ai gloriosi tempi in cui i concerti costavano quanto dovevano costare – e nei centri sociali questo è sempre rimasto un diktat assiomatico.
Si sbevazza prima del support set dei Three Blind Mice, che aprono le danze. Ma si sbevazza anche durante il loro set, perché questi tre topini ciechi fanno roba new wave che già sarebbe apparsa pallida e sbiadita copia sul finire degli anni Ottanta, cianfrusaglie alla Mission con altri echi della new wave minore. Finalmente, con un bizzarro lascito “a Berlino cazzo” ruggito dal frontman, la fatica è conclusa. Al cambio di palco scappo ai cessi a intoppare e mi accorgo con stupore che il locale è stracolmo, gente ovunque, sparsa come i miei schizzi di vomito dentro la turca.

Il climax è vicino quando mi si affiancano due lesbo-lumachine molto trendy – che flirteranno con Lydia per tutto il concerto – e un oggetto poco identificabile a forma di trans, che continua a ballare anche ad amplificatori spenti. Vabbè, la Lunch ci ha abituato a queste cose: infatti svuotato e con un sorriso ebete stampato mi godo in primissima fila, quasi sul palco, tutto il set della vipera ex Teenage Jesus and Jerks.
Lei è la solita meravigliosa strega, sformata dagli anni, incantatrice, ammaliante sciamana con la pistola sempre carica, che sputa i suoi testi tra un sorso di alcool ed una tirata di sigaretta scroccata. I Gallon Drunk nel ruolo di backing band eseguono le tracce del progetto Big Sexy Noise dalla prima all’ultima: impeccabili, dolorosi, piegati da un lamento di sax di Terry Edwards (anche all’organo) che sembra perennemente sul punto di attaccare “Funhouse” degli Stooges.
I Big Sexy Noise (che per chi non lo sapesse sono la fusione di Gallon Drunk e Lydia Lunch) sono marci e malati al punto giusto: la tossicomania blues britannica da scantinati che puzza di whiskey di James Johnston e soci incontra – e si incista con – la schizofrenia porno americana della signora Lunch. Un connubio letale che dà vita a un gruppo tra gli ultimi, meravigliosi, decadenti e credibili ancora in circolazione.

La divina scende dal palco aiutata da mille braccia di sostenitori, ma è già troppo tardi: la testa mi esplode, le orecchie mi fischiano, il mio compagno di viaggio ha il mio stesso sorriso ebete. Incredibilmente ritrovo anche la macchina.

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Tutti gli amici di Jeffrey Lee Pierce

ridersVV.AA. – We Are Only Riders, The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project (Glitterhouse, 2010)

Ok è ufficiale, ci sono arrivato a quasi 40 anni, ma l’ho capito: è facilissimo fregarmi e intortarmi, basta pronunciare il giusto numero di volte le parole Jeffrey Lee Pierce e Gun Club e il gioco è fatto.
Ma a questo punto mi rassegno e accetto la cosa come una malattia cronica impone (altro…)

Addio Rowland S. Howard…

rolandhoward_narrowweb__300x390,0E il 2009 non rinuncia a essere infame e bastardo fino all’ultimo. La lunga sequenza di rocker che si è portato via aumenta – anche in zona Cesarini. Infatti oggi è morto, a 50 anni di età, Rowland S. Howard (altro…)

Un’antologia di scritti per Chris D

Minute_to_prayIn questi ultimi anni si sono un po’ perse le tracce di Chris Desjardins, il deus ex machina dei Flesheaters e dei Divine Horsemen.

Ci ha gettato in pasto giusto una manciata di cosette; la più eclatante (almeno per un quarto d’ora lo è stata) è una reunion a tempo determinato dei Flesheaters per il festival All Tomorrow Parties. (altro…)

Uccidi i tuoi idoli. Ma scegli bene

killidolsKill Your Idols, La storia della scena art-punk No Wave di New York (2004, 70 min., di Scott Crary)

Chi ha fegato da vendere da uccidere i propri idoli?
Bruciare le icone e le bandiere con cui la Generazione X ha tappezzato infinite pareti di case dello studente: giovani universitari, nerd, intellettuali, emarginati, disperati alle prese con frullatori impazziti (altro…)

Nick Cave alla corte di Re Inchiostro

Nick Cave – Re Inkiostro I (Arcana, 1990)

“Sono rimasto un pò deluso dello… spessore. Di quanto sia esiguo.
Pensavo di aver scritto molto di più!
Mi dà l’impressione di aver passato anni a cincischiare”

(Nick Cave)

Nel 1988 vide la luce King Ink, raccolta di testi e scritti vari di Nick Cave, prontamente tradotta – due anni dopo – sotto l’egida di Alberto Campo per Arcana Edizioni.

E’ strano per un’artista tout court cominciare un processo di parodia e autocritica già da così giovane, non fosse che il personaggio in questione, Mr. Caverna, col concetto di giovane ha sempre avuto poco o niente da spartire, connotati somatici compresi.
La sub-creatura australiana – che ha avuto tra le sue ossessioni quella della grafomania – pensò bene di fare un punto della situazione, giunto dopo burrascosi e tormentati approdi  artistici verso la trentina, e buttar giù (nel senso di “liberarsi catarticamente di”) scorie e allucinazioni raccolte coi selvaggi Birtday Party, sceneggiature teatrali mai sceneggiate con o senza  “lingua di seprente” Miss Lydia Lunch, opinioni di schizo-lucidità sulla new wave anglosassone, aborti di cortometraggi onanisti.

I semi del male sparsi in un pugno di pagine, il tutto centrifugato in una lavatrice al vetriolo che imprime sui panni/pagine disegni, appunti, impressioni, cancellature e sottolineature da scolaretto ribelle e automutilato, in preda a un puro lirismo nichilista.

A distanza di anni, quello che potrebbe sembrare un diario maledetto o un ammutinamento esistenziale risulta – in maniera grottesca e  paradossale – un premeditato oggetto di marketing adolescenti asociali o, almeno, un gesto di megalomania mistica studiata a tavolino. Oltremodo giustificata considerando lo spessore del personaggio, sia chiaro!
L’autoreferenzialità di Re Inchiostro sfila i panni a un Re compiaciuto di esser Nudo (Nick the Stripper), di esser un tossico fasciato di un ego smisurato (più forte della medesima dipendenza da eroina che sconfiggerà a piacimento nel corso degli anni), di coltivare ossessioni mistiche e suicide messe a tacere con la scrittura, di covare depressioni e decadenze teutoniche spolverate e stirate sotto il sole di Sao Paulo. Inquietudini sistemate -poi – con l’avvento di una solida famiglia.

La contraddizione di fondo, che rende questo libro un Vangelo per gli aspitanti rocker, è che ciò che ispira una liturgia lirica di testi per canzoni  uccide. Ciò che ti redime in seguito, al contrario, sembra ucciderti all’inizio.
E’ implicito che questo libro non sia un testamento definitivo di Mr. Cave, ma soltanto un passaggio verso la luce, la redenzione, un processo creativo ed esistenziale molto simile a Mr. Zimmerman.
Senza la maledizione che lo accompagna, Nick Cave non avrebbe conosciuto l’ispirazione che l’ha salvato e portato a essere l’uomo sobrio di oggi. Con il Vecchio Testamento in una mano e un pugnale dall’altra è sicuramente un poeta romantico ancor prima che un musicista o performer.

Un diario romantico di nomadismo esistenziale, ecco cos’è questo Re Inchiostro; ma a differenza di Una stagione all’inferno, in cui Rimbaud fece di una stagione la vita, Cave ha modo di sopravvivere e di spargere altro inchiostro di semi maledetti.

Teenage Jesus & the Jerks… again

Se vi capitasse di essere in quel di New York intorno al 13 giugno, preventivate di fare un salto allo Knitting Factory: potreste beccarvi uno dei due concerti di reunion dei Teenage Jesus & the Jerks, miti della no-wave newyorkese capitanati dalla geniale pornostrega Lydia Lunch e dal folle musico James Chance. Si vocifera anche della presenza di Jim Sclavunos (ex Teenage Jesus & the Jerks, ex Sonic Youth e ora nei Bad Seeds dell’illustre Nicola Caverna). Ci saranno anche altre band durante la serata, ma la scaletta è ancora da scoprire.

La reunion (che il gruppo ci tiene a definire decisamente estemporanea, senza alcun piano per il futuro) è stata decisa per completare la presentazione del volume No Wave: Post-Punk. Underground. New York. 1976-1980 di Thurston Moore e Byron Coley, in uscita il primo giugno.

Sempre a giugno, inizierà una campagna di ristampe della Atavistic, che farà uscire tutti i lavori dei Teenage Jesus & the Jerks.
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