Ebbene sì, maledetto Carter!

Pip Carter Lighter Maker – Western Civilization (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – TheNightmareBeforeTheDayAfter (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – Candy ep (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – s/t (autoprodotto, 2008)

Sorpresa. Chi sono questi Pip Carter Lighter Maker? Onestamente non saprei rispondere nemmeno dopo averli ascoltati e avere cercato un po’ in Rete – sono italiani, forse modenesi, si sono formati 5-6 anni fa. Quello che so, invece, è che questi tizi si sono autoprodotti un tot di cd (autoproduzione hard, ma di classe: non i cd-r della Verbatim a 10 euro al pacco, con le copertine fotocopiate; ma neppure i cd stampati in fabbrica e tipografia… quella via di mezzo un po’ bohemienne e stilosa dei cd-r con le copertine stampate col computer su cartone pesante e i cd-r masterizzati, ma con la stampa sul dorso), questi tizi sanno il fatto loro e questi tizi sembrano una band anglosassone in odore di botto, pur non essendo affatto anglosassoni.

La parola d’ordine è psichedelia – in particolare nei due cd che più mi sono piaciuti nel lotto, ovvero Western Civilization e l’omonimo Pip Carter Lighter Maker – ma l’anima della band è anche fortemente pop. Attenzione, però… parliamo del pop Sixties, quello raffinatamente artigianale, quella forma d’arte che ha plasmato (non dimentichiamolo) le prime leve del punk rock settantasettino e le vecchie guardie del garage rock.
Forse sarò banale, ma ascoltando i due cd di cui sopra ho pensato ai Pink Floyd, a Syd Barrett e ai Velvet Underground, il tutto un po’ più ripulito e laccato, con una punta di modernità britpop (che emerge prepotentemente – rendendo un filo più commerciale il sound – in TheNightmareBeforeTheDayAfter e nell’ep Candy). Per fare un discorso più generale, pensate ai Brian Jonestown Massacre in trip più barrettiano/beatlesiano e con un’aura meno tossica, sporca e nichilista. Anzi, diciamo pure che nel suo essere psichedelica, la musica dei PCLM è molto solare e rimanda a immagini di giornate passate a rosolare al sole in un campo, ben pieni di birra e di oppiaceo. O di caro vecchio acido lisergico, se mai se ne trovasse ancora in giro.

Misteriosi? Forse. Fuori moda? Di sicuro. Ma geniali e filologici da far paura. Consigliati – a meno che non abbiate necessità di violenza sonica a livello costante: in quel caso, meglio che vi rivolgiate altrove.

PS: un curioso dettaglio… dei quattro cd recapitati, almeno tre sembrano usati; la superficie su cui passa la lente del lettore è infatti tutta graffiata e macchiata come accade ai cd che vengono lasciati in giro e maltrattati. Chissà che storia hanno. Magari banalissima, magari bizzarra. Chi lo sa… e per una volta è bello così.

Annunci

Menta tiepida ed eroina

peppermint.jpgBrian Jonestown Massacre – Tepid Peppermint Wonderland: A Retrospective (Tee Pee, 2004)

Il mio rapporto coi BJM è legato a una dinamica di luci e ombre, iniziata nel 2004 con un incontro casuale in un momento piuttosto peculiare della mia esistenza. Era un periodo di grossi cambiamenti, di quelli che arrivano imposti e ti schiacciano da un giorno all’altro, ti sballottano lontano dalle tue orbite psicologiche e geografiche e rischiano di farti perdere il filo di te stesso. Era anche il momento dei miei primi approcci col fantastico mondo della banda larga e di WinMX; nell’indecisione su cosa mettere in download, mi trovai ad avere il nome Brian Jonestown Massacre che mi ronzava in testa. Detto fatto: scaricai alcuni album. Non mi fecero impazzire, né mi fulminarono, ma ricordo che mi trovai a parlarne per telefono con un amico e concordavamo sul fatto che erano un gruppo – comunque la si mettesse – della madonna.

Li riscopro ora, a qualche anno di distanza, grazie al mio compleanno e allo stesso amico con cui parlai telefonicamente del gruppo nel 2004. E li riscopro nel modo più old school e banale che possa venire in mente, ovvero grazie a un greatest hits: Tepid Peppermint Wonderland.
Certo, i puristi (e io stesso, anche se purista non sono) diranno che il best of è la maniera peggiore per esplorare il lavoro di una band, ma io rispondo che questo doppio cd è decisamente una creatura che gode di vita propria e non un mosaico arroccato, fatto di pezzettini presi più o meno a casaccio da una discografia. Direi che ci si orienta piuttosto bene, qui, e si trovano anche un po’ di brani mai usciti altrove, come buona pesa.

L’impressione, alla fine del secondo dischetto, resta: i BJM sono un gruppo della madonna se amate rock, psichedelia (old school e contemporanea), punk, garage, Sixties sound e un po’ di indie pop. Non sono certo dei jolly da giocarsi quando ti prendono i momenti tipo “E adesso che cazzo m’ascolto”, ma hanno personalità e carisma da vendere, per cui vanno fruiti nei frangenti giusti. Come tutti i gruppi e gli album dotati di un minimo di carattere… carattere, peraltro, che sprizza fin dalle primissime battute ed esplode in pezzi come “When the Jokers Attack” – pericolosamente e deliziosamente vicina ai Cult di Love che coverizzano la propria “Love Removal Machine” da Electric – oppure “Open Heart Surgery”, un pezzaccio alla Cure di quelli che Robert Smith ormai se li sogna da anni perché non è più in grado di scriverli.

Allora ascoltate me: chiudetevi in casa, a persiane rigorosamente sbarrate. Accendete il condizionatore, stappate una birretta decente (trattatevi bene in questi momenti, per dio!) e mettete su questo disco – magari non scaricato… ci siamo capiti. Fatevi qualche sorso e rilassatevi (eventuali sostanze psicotrope in addizione sono a vostra totale discrezione e consigliatissime). Varrà la pena farsi questo trip con Mr Newcombe e soci. Garantito.

Brian Jonestown Massacre

Un pezzo molto molto molto neo psichedelico (sembrano i Cult di Love che coverizzano e riarrangiano la propria “Love Removal Machine”, in un paradosso temporale azzardato). Beccatevi il video, quindi, di “When Jokers Attack“.

Hippies, ultima fermata Spazio

hippies.jpgSalvatore Proietti – Hippies! Dall’India alla California la road map del ‘68 (Edizioni Cooper)

L’autobus dei figli dei fiori si è fermato ad Altamont, il viaggio è finito nel bel mezzo di un concerto dei Rolling Stones. Mick Jagger e amici stavano suonando “Under My Thumb” quando il diciottenne afro-americano Meredith Hunter, strafatto, decise di puntare una pistola verso il palco: il servizio di sicurezza, composto da motociclisti appartenenti alla banda degli Hell’s Angels, gli saltò immediatamente addosso, rifilandogli una coltellata micidiale. Era il sei dicembre del 1969; quattro mesi prima, dall’altra parte degli Stati Uniti, gli hippie avevano vissuto i tre giorni di pace e musica di Woodstock, con Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Janis Joplin e decine di altre icone rock dell’epoca.

Il festival di Altamont, nato proprio come risposta della costa occidentale al più famoso raduno dello Stato di New York, è universalmente riconosciuto come il capolinea di una corsa che ha attraversato l’America degli anni Sessanta, dalla San Francisco della Summer of Love alla Grande Mela di Andy Warhol e i Velvet Underground. Salvatore Proietti, con il suo libro Hippies! Dall’India alla California la road map del ‘68, racconta questo trip, un viaggio fisico e mentale alla ricerca della felicità, della libertà, del sogno americano. Alle solite coordinate da seguire su una qualsiasi cartina – nord, sud, ovest, est – si sostituiscono musica, letteratura, cinema e, ovviamente, droga.

Nel 1964, lo scrittore beat Neal Cassady era al volante del Magic Bus, il pulmino a fiorellini utilizzato da Ken Kesey – l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo – per far correre lungo le strade degli USA i suoi acid test: ogni tappa della gita era una festa o, meglio, un’esperienza mistica con tanto di riti di iniziazione all’LSD. Kesey, maestro nel mescolare polveri lisergiche e succo d’arancia, non solo portò con sé il già citato Cassady e una band come i Grateful Dead, ma trascinò sul torpedone dello sballo anche il buon Tom Wolfe che, da quel viaggio, tirò fuori il reportage L’acid test al rinfresko elettriko: il party itinerante si concluse due anni dopo, nella solita San Francisco, con il Trips Festival, altre 72 ore di droghe e acid rock.
Questi happening, che coinvolgevano anche i vecchi poeti della beat generation Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti, erano promossi e supportati da Kesey in coppia con Timothy Leary, padre della cultura psichedelica. Mentre gli amici lo chiamavano affettuosamente “il Dottore”, per il presidente Nixon era semplicemente “l’uomo più pericoloso d’America”. Tim, nei suoi scritti e discorsi, invitava tutti i ragazzi ad abbandonare gli studi, dire addio alle istituzioni e seguirlo: “Seguite me sulla strada difficile”. Bastava salire sul Magic Bus. “Leary” – spiega Proietti in Hippies! – “sosteneva la politica dell’estasi, l’idea che l’espansione della coscienza e l’esplorazione di sé che gli allucinogeni sono in grado di estendere oltre ogni limite possano trasformarsi in una vera e propria mutazione biologica più che antropologica”.

Di mutazioni biologiche e antropologiche provocate dall’uso e dall’abuso di sostanze stupefacenti sapeva tanto un altro scrittore, Hunter S. Thompson, che nel suo romanzo Paura e disgusto a Las Vegas – pubblicato a puntate nel 1971 sulla rivista Rolling Stone (anche questa, fondata nel 1967, è un prodotto della cultura hippie) – raccontava così l’incontro con un’impiegata al desk di un albergo: “La faccia della donna stava cambiando: si gonfiava, pulsava… orribili mascelle verdi e zanne sporgenti, la faccia di una murena!”. D’altronde, i due protagonisti del libro – un improbabile giornalista e il suo altrettanto improbabile avvocato – viaggiavano verso la mecca del gioco d’azzardo in compagnia di “due borsate d’erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di LSD super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un’intera galassia di pillole multicolori”. Occhio e croce, lo stesso carico dell’autobus di Keasy, Leary, Cassidy e tutti gli altri allegri burloni a seguito.
La velocità di crociera e la meta finale erano sempre le medesime, come specifica il sottotitolo del lavoro di Thompson: “Una selvaggia cavalcata nel cuore del sogno americano”. Identica pure la colonna sonora, “White Rabbit” dei Jefferson Airplane: “Una pillola ti rende più grosso/ E una ti rende più piccolo/ E quello che ti dà la mamma/ Non ti fanno proprio nulla/ Vallo a domandare ad Alice quando è alta dieci piedi/ E se vai a caccia di conigli/ E sai che finirai per cadere giù/ Dì loro che un bruco che fumava il narghilè/ T’ha lanciato il richiamo”.

Furono i Jefferson Airplane a farla da padroni al Trips Festival di San Francisco ed era proprio “White Rabbit” la canzone che l’avvocato di Paura e disgusto voleva ascoltare stordito nella vasca da bagno dell’hotel di Las Vegas. Proietti commenta così la citazione psichedelica del Paese delle meraviglie di Lewis Carrol: “La farsesca caccia al coniglio bianco è liberatoria ma pericolosa: anche l’insopprimibile ricerca della libertà e della felicità sembra sul punto di tramutarsi in caduta”. Infatti i figli dei fiori – che ballavano nudi, occupavano le università e marciavano contro la guerra in Vietnam – caddero ad Altamont, si scontrarono contro la chitarra di Keith Richards, il coltello di un Hell’s Angel e la pistola di un ragazzo di colore non ancora maggiorenne. Tutti uno più intossicato dell’altro.

Il Sessantotto stelle e strisce, inseguendo una quinta dimensione, un altro mondo, si spinse oltre i confini terrestri, sognando pianeti alieni: i Jefferson Airplane cambiarono nome trasformandosi in Jefferson Starship (l’aeroplano non serviva più a molto, avevano bisogno di un’astronave), Philip K. Dick con i suoi racconti di science fiction diede il là al cyberpunk e 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick – dice Proietti in Hippies! – “è un omaggio alla cultura psichedelica”. Tutto vero, talmente vero che la realtà supera la finzione.
Le ceneri di Tim Leary, defunto guru dell’LSD, e Hunter S. Thompson, compianto maestro del gonzo journalism, sono state sparate nello spazio. Altro che fantascienza, acidi e gite in pullman: questo sì che è un trip.
hells-angels-knife.jpg

Satanismo acido a go-go

copertina_la_bibbia_di_satana.jpgAnton Szandor LaVey – la bibbia di Satana (Arcana, 2007)

Anton Szandor LaVey è un’icona dell’immaginario rock, anche se non è ai livelli commerciali (con giro di gadget e memorabilia) raggiunti da quello scapestrato figliol prodigo di Charles Manson: ricordate la t-shirt con il faccione di Charlie sbandierata da Axl Rose alle masse di seguaci di rose e pistole, negli anni Novanta, o la provocazione psichica di quei metalmeccanici del suono dei Throbbling Gristle, ossessionati dal fenomeno Mansoniano?
Ebbene non vedrete forse nessun mortale andarsene in giro con una t-shirt con l’effigie del Papa Nero, ma senza Antony La Vey non ci sarebbe stato nessun Manson, né Charles e né tantomeno Marilyn – quest’ultimo in seguito battezzato e ordinato reverendo della Chiesa di Satana.

Da fine intellettuale e acculturato signore di lontane origini est europee, fisiognomicamente mefistofelico, con l’hobby dell’occultismo, dell’esoterismo, della storia delle religioni, della psichiatria, del paranormale, delle arti circensi e del cinema (famoso fu il duraturo sodalizio con il regista Kenneth Anger e la sua parte come se stesso in Rosemary’s Baby di Roman Polanski) a codificatore e creatore della Chiesa di Satana il passo è stato assai breve.
Nell’anno 1966, quindi, Satana ha subito un processo di ufficializzazione e redenzione che (alla pari del suo antagonista crociato) l’ha portato all’interno di una chiesa, il cui perimetro è – però – un pentacolo rovesciato. E nella Bibbia di Satana si trova la sua dottrina che si fa gioco della Bibbia cristiana, la smitizza e la s-dogmatizza a colpi di edonismo, di attentati al senso di colpa e di “fracassa l’altrui guancia” piuttosto che porgere l’altra.

La Vey è il fondatore del satanismo moderno o satanismo acido: ha praticamente centrifugato in unico lavaggio a freddo le teorie filosofiche nichiliste dell’anti-dieu, l’eccesso e la potenza messianica di Aleister Crowley, il magnetismo di Mick Jagger, il culto della personalità di Rasputin, l’anticonvenzionalità e la libertà dei Sixties, la cialtroneria di Cagliostro, le canzoni heavy metal alla rovescia con messaggi subliminali e invocazioni al demonio e molto altro, che ancora fa da cornice al costume e alla cultura attuale.

Il libro dissacratore, edito in Italia da Arcana, si compiace di pagine veloci e dirette, che si fanno divorare con vero piacere. Didascalico al punto giusto, riporta anche le immancabili invocazioni al maligno (nella terza parte), nel caso qualcuno si volesse cimentare sul campo con l’ars diabolica.
Ma la Bibbia di Satana è anche il breviario per lo yuppismo degli anni Ottanta e per l’arrivismo manageriale dei nostri tempi. Che il diavolo sia allora il nostro capoufficio? Che la Chiesa di Satana siano le nostre aziende?
Il leit motiv sottinteso che pervade tutto il testo laveyano è che, in realtà, ci si trova di fronte a un testo rivoluzionario in senso politico più che davanti a un libro d’ispirazione e tematica mistico-religiosa. Si tratta di un testo umanamente disumano, sempre in bilico tra l’anticristo di Nietzsche e l’antichrist superstar del reverendo M.

Che, infine, il signor Anton Szandor LaVey sia nato con la coda, che abbia avuto un passato di domatore di leoni e di fotografo della polizia di San Francisco, che vanti una relazione amorosa con Marilyn Monroe… sono tutti fatti veri quanto che Jimmy Page porti sfiga.

Amen

Brian Jonestown Massacre… free!

bjm2.jpgBrian Jonestown Massacre – My Bloody Underground (free download)

Come già anticipato ai blackmilkers più attenti, questo album è stato rilasciato in download gratuito prima di una pubblicazione ufficiale per la A Records, etichetta di proprietà di Anton Newcombe, che dei BJM è fondatore e unico membro stabile. Non è ancora chiaro se questo pacchetto contenga un mix definitivo o meno, ma il succo c’è… e ha anche un buon sapore.

My Bloody Underground, come nome di battesimo, è una mescola pericolosa di My Bloody Valentine e Velvet Underground. L’infuso sonoro presentato da Newcombe e dai suoi “sei personaggi in cerca di cervello” (perso da qualche parte nella West Coast) è un altro documento magmatico che vive di oscillazioni ripetitive, stordimento, sfocature e senso di fuga. Viaggiare senza muoversi, sdraiati sul materasso e inondati dalle vibrazioni sonore, per quasi ottanta minuti: My Bloody Underground definsce il trip definitivo secondo i BJM, che in quest’album distillano la carica più acida di tutta la loro lunga carriera. “Dropping Bombs On The Whitehose” materializza lo spirito dei 13th Floor Elevators di “Easter Everywhere”, così come “Infinite Wisdom Tooth – My Last Night in Bed With You”, mentre “Who’s Fucking Pissed in my Well” si regge su bongo e pecussioni, mescolati a chitarre sciamaniche.

Il rumore (sotto forma di spettrale drone) arriva con “Who Cares Why” e “Golden Frost”, l’algido stordimento di “Ljosmyndir” spiazza e apre nuovi e plumbei immaginari alla mitologia dei Brian Jonestown Massacre, mentre “Auto-matic – Faggot for the People” sperimenta le stesse sostanze degli Hawkwind di “In Search Of Space”.
L’oscillazione perpetua è raggiunta nella finale “Black Hole Symphony”: dieci minuti di puro rumore cosmico che non stupirà più di tanto le nostre sinapsi, già ridotte in poltiglia dall’allucinato menu di questo favoloso album.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: