Please meet miss Loveland

Lana Loveland – Order To Love (Groovie Records, 2011)

Lana Loveland è la pulzella maliarda che quel vecchio porcellone di Rudi Protrudi ha assoldato nella nuova incarnazione dei Fuzztones alle tastiere e che ancor prima suonava nei Music Machine riformati… questo giusto per inquadrare l’elemento e per farvi lustrare un po’ gli occhi, visto che so già cosa pensate di lei e della sua presenza fisica (e visto che un po’ lo penso anche io).
Ma Lana Loveland è anche la band che la suddetta tastierista ha messo in piedi. Ed è una signora band, alla faccia delle fantasie erotiche dei garagers di mezzo mondo che le scrutano le chiappe inguainate ai concerti.

Questo Order To Love – che vede Lana alla voce/tastiere, Lenny Svilar alla chitarra, Alex Tenas alla batteria e l’onnipresente Rudi Protrudi al basso – è un buon disco di garage americano anni Sessanta, con forti influenze West Coast. A tratti la filologia del sound è quasi esagerata e chiunque conosca anche solo superficialmente il genere non faticherà un istante a cogliere fortissimi echi di Jefferson Airplane, Love, Doors e Music Machine… insomma quel garage-folk-psichedelico che sta nel lato oscuro della Summer of Love, ombroso, intossicato, cafone e misterioso. Ma pur sempre leggermente freak.

Dieci brani compatti, ben arrangiati e senza sbavature, per un lavoro che – pur non facendo gridare al miracolo – può ufficialmente giocare nel campionato 2011 per il miglior disco garage. Unico appunto: la voce non sempre convincente e un po’ monocorde…

Union Carbide Productions story (parte 2)

Nella prima puntata della storia degli Union Carbide Productions abbiamo raccontato la nascita del gruppo e la genesi dell’esordio-capolavoro In The Air Tonight.

Abbiamo lasciato la band rientrata da un blitz glorioso in terra statunitense, che per celebrare il momento di grazia perde a raffica il chitarrista Bjorn Olsson (“Non mi piaceva più quello che facevamo”) e il bassista Adam Wladis (licenziato perché “non ha il blues”) (altro…)

Los Angeles Nuggets a settembre

nug-big.jpgLa Rhino, che sarà pure sussidiaria di una major, ma caspita se fa roba buona, annuncia l’uscita di un nuovo cofanetto della serie Nuggets. Si tratta di Los Angeles Nuggets 1965-1968, nei negozi dal 22 settembre 2009. Quattro cd, un centinaio abbondante di pezzi (e si mormora di qualche inedito). Guardate la tracklist andando al link qui sopra e fatevi un’idea…

Come al solito ci sarà un booklet allegato, che – pare – sarà particolarmente curato e in formato coffee table (avete presente i libroni con copertina rigida? Ecco).

Prepariamo i soldini, che sarà una discreta mazzata. Ma ne varrà la pena.

Love Story: il documentario

Buone notizie per tutti i fan dei Love e di Arthur Lee.
E’ prevista per giugno l’uscita in dvd, purtroppo per ora solo sul mercato britannico, del film-documentario Love Story. La pellicola è stata presentata lo scorso anno al Los Angeles Film Festival, senza però trovare una distribuzione nelle sale; si preannuncia come il ritratto definitivo della band, grazie alla grande cura riposta nella realizzazione e all’elevato numero di persone intervistate.

Oltre a una lunga intervista con Arthur Lee (l’ultima rilasciata prima di morire) e a interviste d’epoca con Bryan MacLean, spiccano i contributi dei tre membri superstiti Johnny Echols, Michael Stuart Ware e Alban “Snoopy” Pfisterer; e poi ancora gli interventi del boss della Elektra Jac Holzman, del produttore Bruce Botnick e del batterista dei Doors John Densmore.
Ad arricchire ulteriormente il piatto ci pensano le testimonianze di fan della prima ora come Bobby Gillespie e Mani (Primal Scream), John and Mick Head (Shack) e anche un’insospettabile come il sindaco di Liverpool, Ken Livingstone.
Per saperne di più e vedere qualche bello spezzone del film, basta visitare la pagina Myspace dedicata: www.myspace.com/lovestorydocumentary.
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Pollice blu per i Love

love-thumb.jpgLove – The Blue Thumb Recordings (Geffen, 2007)

Un mega digipack rosso fuoco, con copertina in rilievo e in edizione limitata. Succoso e libidinoso, al primo sguardo, ma non esattamente una leccornia, a voler bene analizzare. The Blue Thumb Recordings contiene due album in studio, ovvero quelli della band di Lee pubblicati dalla Blue Thumb tra il 1969 e il 1970, più un set dal vivo risalente al 1970 (assemblato durante tre diversi concerti).

Arthur Lee, dopo il parto di Forever Changes si è assicurato – senza discussione – un posto nella storia del rock. Punto. Il fatto è che quello avrebbe dovuto essere il suo ultimo album, il testamento artistico (non umano, per carità… avrebbe potuto vivere 100 anni ancora, magari non facendo più musica, però) di un genio. Invece, obnubilato dai fumi dell’eroina e di chissà che altro ha pensato di aiutare la band di Forever Changes a implodere, per riformare i Love a breve distanza e incidere l’album che chiudeva il loro rapporto con la Elektra, Four Sail. Un disco piuttosto mediocre, anche se con qualche notevole sprazzo.
Da queste session avanzavano parecchi brani che, a soli quattro mesi dall’uscita di Four Sail, vennero pubblicati dalla Blue Thumb in un doppio album intitolato Out Here. Quattro facciate contenenti 17 pezzi variegati, che spaziano da atmosfere alla forever Changes (“I’ll Pray for You”) a riproposizioni di classici della band (la versione chitarrosa di “Signed DC”), fino a schegge blues rock quasi zeppeliniane (“Listen to my Song”), passando per diversi episodi più strettamente folk rock. Un lavoro sfaccettato, quindi, ma non nascondiamoci dietro a un dito: a dispetto del booklet che vorrebbe spacciarlo per una perla misconosciuta, siamo di fronte a un disco tremolante, in cui c’è solo qualche eco della grandezza dei Love.

Discorso a parte per il secondo album del lotto, False Start, spesso definito “il disco con Jimi Hendrix”. Beh, in effetti lo zampino di Hendrix c’è, ma solo nel brano d’apertura: il resto è tutto Love al 100%. Si tratta di un album molto blues rock, molto nero; non sprizza personalità e originalità, a tratti è persino stranamente spensierato e leggero. Insomma, piacevole, ma nulla di più.

Il dischetto finale, Live in England 1970, fotografa tre brandelli di altrettante serate di quello che fu il primo tour dei Love nel Regno Unito, un paese che li ha sempre amati e incensati. La band è abbastanza in forma, anche se le stecche (soprattutto in ambito chitarristico) non sono certo poche e alcuni passaggi più complessi, jazzati e swingati, non vengono proprio a regola d’arte. Alla fine, onestamente, non sarebbe fondamentale: la tecnica è una brutta bestia se diviene il fuoco di tutta la faccenda… peccato però che i Love suonati male facciano abbastanza schifo. Questo non è trascurabile come dettaglio.

Insomma, per concludere, l’impressione è che siamo di fronte a un’uscita non fondamentale, ma buona per completisti, fan di Lee e collezionisti. Bella confezione, discreto il libretto con le liner notes, ma il tutto puzza di operazione cash in (al cui centro, peraltro, i Love si sono ritrovati nel corso degli ultimi anni: pensate a tutti i remaster, i repackaging e le varie uscite che ora sono disponibili… quando fino al 2002 era quasi impossibile trovare i loro album).

Forever Changes… cambia ancora

foreverchanges.jpgChe ci piacciano i Love e Arthur Lee, qui nel bunker di Black Milk, è assodato. Non possiamo, quindi, che accogliere con un benevolo sorriso e un brindisi la notizia che la Rhino è in procinto di licenziare (data di uscita prevista: 22 aprile) una nuova stampa in edizione expanded di Forever Changes, il capolavoro della band di Lee uscito originariamente nel 1967.

A onor del vero non è che ci sia scarsa reperibilità di questo disco (pensiamo solo alla ristampa – sempre della Rhino e ampiamente reperibile sul mercato a prezzi molto amichevoli – del 2001, che già sembrava avere messo il sigillo all’intera faccenda), ma questa nuova edizione promette ancora qualche sorpresa.

Stando alla Rhino le sorprese di cui sopra sarebbero ben 21, ovvero tante quanti sono i brani contenuti nel secondo cd del box (il primo conterrà – ovviamente – l’album originale). Questa la tracklist annunciata per il dischetto bonus:

01 Alone Again Or (alternative mix)
02 A House Is Not a Motel (alternative mix)
03 Andmoreagain (alternative mix)
04 The Daily Planet (alternative mix)
05 Old Man (alternative mix)
06 The Red Telephone (alternative mix)
07 Maybe the People Would Be the Times or Between Clark and Hilldale (alternative mix)
08 Live and Let Live (alternative mix)
09 The Good Humor Man He Sees Everything Like This (alternative mix)
10 Bummer in the Summer (alternative mix)
11 You Set the Scene (alternative mix)
12 Wonder People (I Do Wonder) (original mix) (outtake)
13 Hummingbirds (demo)
14 A House Is Not a Motel (backing track)
15 Andmoreagain (alternate electric backing track)
16 The Red Telephone (tracking sessions highlights)
17 Wooly Bully (outtake)
18 Alone Again Or (mono single remix)
19 Your Mind and We Belong Together (tracking session highlights)
20 Your Mind and We Belong Together
21 Laughing Stock

Non ci resta che attendere. Certo, l’avvocato del diavolo suggerisce che forse non si tratterà di materiale proprio pazzesco e che ti cambia la prospettiva di ascolto della band, ma d’altronde Forever Changes è sempre Forever Changes. E l’avvocato del diavolo, probabilmente, finirà per procurarsi la sua copia di questa ristampa. Mettendola vicino alle altre già acquistate negli anni passati.

Michael Stuart Ware: Love story (pt 2)

e_michael_-stuart-ware1965.jpgContinua l’intervista a Michael Stuart Ware, realizzata nel 2002 poco dopo la pubblicazione del suo libro Pegasus Carousel (per la Helter Skelter); Michael ci racconta le dinamiche dello scioglimento della band e ci dipinge un ritratto divertente di Johnny Echols…

Ti va di spiegarci perché il gruppo si è sciolto?
Dopo l’uscita di Forever Changes, facemmo un breve tour della East Coast, dopodiché tornammo a Los Angeles, suonammo qualche concerto, ma Arthur non accettava molto proposte di lavoro per la band. I promoter chiamavano i membri del gruppo cercando di organizzarci concerti e tour, ma quando li indirizzavamo verso Arthur… beh era l’ultima volta che sentivamo parlare del concerto. Registrammo due brani, “Your Mind and we belong together” e “Laughing Stock” e facemmo una piccola cosa per un film, poi più nulla. Improvvisamente ci trovammo senza far niente e Bryan si mise a lavorare a un disco solista, io iniziai a ricevere proposte per suonare con altre persone e così feci. Quando Arthur registrò Four Sail con altre persone sotto il nome Love, era finita. Nessun risentimento. Tutti incominciarono a fare altro.
Niente dura per sempre… eccetto i cambiamenti. In retrospettiva, avremmo dovuto lavorare duro per tenere unita la line-up di Forever Changes e lavorare un po’ di più. Quel gruppo era combinazione magica di musicisti, avevamo la formula vincente.

Devo ammetterlo questa è una mia curiosità personale: che tipo di persona era Johnny Echols, nel momento che tu ti sei unito al gruppo? Sei rimasto in contatto con lui negli ultimi anni?
Johnny era (e probabilmente è ancora) lo stereotipo dello spirito libero che immagini quando pensi ai Sixties. Lui era in quel modo a livello sociale, personale e musicale. In uno dei primi tour per promuovere Da Capo, ricordo che ci siamo incontrati all’aeroporto e Johnny è arrivato indossando dei mocassini indiani, pantaloni di velluto viola e una bombetta nera. Voglio dire: nulla delle cose che indossava era minimamente coordinato. Era sempre sopra le righe. In un certo senso anche il suo modo di suonare era così. Non suonava quasi mai una parte di chitarra (un solo, una ritmica o qualsiasi stranezza) due volte allo stesso modo. La parola che lo definiva meglio era imprevedibile. E questo funzionava bene sia per lui che per la band.
Infatti penso che a lui si dovesse gran parte della personalità dei Love!
Quando il gruppo si ridusse a cinque elementi (in vista della preparazione di Forever Changes), Johnny venne a stare nella casa di Hollywood Hills che dividevo con Snoopy, cosi uscivamo molto insieme e andavamo ai jazz club: ci sedevamo, facevamo jam, fumavamo erba assieme, cosi ci conoscemmo molto meglio di quanto avessimo fatto prima. Johnny era il tipo di persona che si prendeva le sue responsabilità. E gli piaceva prendersi cura delle cose da solo, così se c’era un problema, lui di solito aveva la risposta. Per esempio, c’era un periodo in cui iniziò a soffrire d’insonnia e non riusciva ad addormentarsi fino a dopo l’alba. Un giorno tirò fuori un vecchio registratore e incise un nastro di ipnosi. Si registrò mentre diceva: “Ascolta la mia voce, tu ti senti molto stanco…” e così via. Funzionò. Prese ad addormentarsi molto prima… prima dell’alba, insomma.
Johnny aveva sempre problemi con le sue macchine. Non era pratico di manutenzione: sai, cambiare l’olio, mettere la benzina nel serbatoio… cose così. Le sue macchine quindi si rompevano sempre o restavano a secco e venivano rimorchiate. Mi ricordo che quando vedevo arrivare Johnny per le prove o per un concerto era sempre seduto nella macchina di qualcun altro. Oppure arriva con la sua, ma il fumo usciva da sotto il cofano e quando era il momento di andare via non ripartiva.
Ho totalmente perso contatto con Johnny dopo che il gruppo si e’ sciolto; circa un anno fa lui mi ha rintracciato su Internet così ci siamo mandati quattro o cinque e-mail e abbiamo parlato al telefono qualche volta. Non lo sento da un po’, ma da quanto ho capito sta facendo molti concerti con Arthur e la nuova line-up: è molto occupato a suonare ed bello. E’ quello per cui lui è nato. E’ un chitarrista eccezionale: esplosivo come il fuoco e freddo come il ghiaccio. L’ hard-rock, il blues e il jazz. E’ una combinazione perfetta. Lo Yin e lo Yang. E’ tutto lì. Quando penso a Johnny, lo vedo sempre sul palco del Bido Lito’s a suonare indossando i suoi mocassini indiani. Lui era la forza trainante.

love-1967-from-cd.jpgCosa pensi di Arthur Lee e del Forever Changes tour con i Baby Lemonade come nuovi Love? Hai sentito il cd tratto dal concerto uscito per la Snapper Records? Pensi che sia un’opportunità per vedere e ascoltare la musica dei Love o è solo una questione di soldi?
E’ una grande cosa che Arthur stia suonando e andando in tour di nuovo. Ho letto recensioni dei nuovi concerti con i Baby Lemonade e sono tutte ottime. Alcune persone mi dicono “avrei voluto davvero ascoltarvi nei Sixties!”, ma questo non è possibile. Quegli anni sono passati, Kenny e Bryan sono passati dall’altra parte (ormai, tristemente, anche Arthur Lee – ndr). Arthur era il leader. Ha scritto grande musica, musica che ha bisogno di vivere e di essere suonata. Arthur con i Baby Lemonade è una buona cosa. E’ l’unica musica dei Love resta al mondo, adesso.

Cosa fai adesso? Suoni ancora o hai un lavoro fisso?
Dopo che i Love si sono sciolti, ho trovato lavoro per suonare e registrare con altre persone a Hollywood e a Seattle, ma nel 1969 la scena stava cambiando velocemente… le cose erano differenti. Troppa droga. Sapevo che non sarei stato felice se fossi rimasto nel mondo della musica da professionista, così ne sono uscito. Mi manca suonare, certo. Ho una batteria nel salotto, vicino allo stereo, e mi sintonizzo sulle stazioni jazz o blues e suono seguendo i pezzi. Qualche volta un amico e fan del gruppo( un collega musicista) passa in città, cosi si ferma un po’ e facciamo qualche jam. Suono solo per piacere adesso, non per i soldi. Pago i miei conti facendo il fotografo freelance.

Michael Stuart Ware: Love story (pt 1)

michael_stewart-ware_1.jpgA molti il nome Michael Stuart Ware, non dirà nulla. Per il sottoscritto (e per tutte le altre persone che sono rimaste stregate dalla magia degli album dei Love e continuano ad ascoltare, sempre sorpresi e meravigliati, Forever Changes) lui è IL batterista dei Love e il suo nome è quasi sacro, legato a un concetto di musica più alto e nobile di quello che oggi siamo soliti contemplare. Questa intervista, realizzata nel 2002 poco dopo la pubblicazione del suo libro Pegasus Carousel (per la Helter Skelter) è una buona occasione per scoprire qualcosa in più sulla meravigliosa avventura musicale del gruppo di Arthur Lee.

Come hai preso la decisione di scrivere il libro? Puoi parlarci del making of? E’ stato un compito difficile, raccogliere e organizzare tutti i tuoi ricordi di riguardo la vita nella band, i concerti, le sedute di registrazione e metterle su carta…
Nell’agosto del 1998, io e Bryan fummo intervistati a Los Angeles da Kevin Delaney. Lui stava per scrivere un libro sui Love ed era ancora nella fase di raccolta delle informazioni, così per un giorno intero siamo stati in giro e gli ho mostrato alcune delle case dove vivevano i vari membri del gruppo raccontandogli un po’ di storie su cose che erano accadute lì dentro.
Quando sono tornato a casa, e per i successivi sei mesi, Kevin mi ha mandato le copie delle interviste fatte a persone collegate alla realizzazione sia di Da Capo che di Forever Changes (membri dello staff dello studio, ingegneri del suono e così via) per farci rinfrescare la memoria su altre cose che potevano essere successe. Rimasi sorpreso di trovare degli errori su chi suonava in questo o quel pezzo di entrambi gli album e qualche altra inesattezza… ricordo che ero felice di sapere che Kevin stesse scrivendo il libro, perché io e Bryan, attraverso le nostre interviste, saremmo stati capaci di mettere le cose in ordine e correggere le storture.
Dopodiché, il giorno di natale del 1998 Bryan morì. Poco dopo Kevin mi disse che aveva avuto problemi nel trovare un editore e avrebbe accantonato il progetto. Rimasi talmente deluso da questa opportunità che stava scivolando via, che mi lanciai una sorta di sfida: quella di prendere in mano la situazione e scrivere io il libro. Mi domandavo se avrei potuto farlo e l’unico modo per saperlo con certezza era provarci. Cosi l’ho fatto.
Molti dei ricordi delle registrazioni erano freschi come se fossero stati del giorno prima, altri fluirono più lentamente. Per esempio, su Forever Changes mi sono ricordato che Jim Gordon fu chiamato per suonare la batteria perché stavamo avendo dei problemi a mettere giù le basi. Alla Elektra non piacque il suono ottenuto dai session-men, cosi Kenny, Johnny, Bryan ed io fummo richiamati: finimmo per incidere tutte le tracce strumentali ad eccezione di “Daily Planet”. Quando a Bruce Botnick fu chiesto chi aveva suonato la batteria su “Planet”, lui rispose: “Hal Blaine”. Un errore comprensibile, ma pur sempre un errore. Jim Gordon era il batterista di studio e suonò la batteria su quella traccia.
Ricordo che Carol Kaye suonava la chitarra su “Daily Planet”: era stata chiamata per suonare il basso, ma quando Kenny gli stava mostrando il tipo di cose che secondo lui lei doveva suonare per ottenere il sound originale dei Love, Arthur lo sentì e gli disse di andare avanti e di suonare il basso sul brano. Cosi abbiamo dato a Carol Kaye una parte di chitarra…
a lei non piaceva molto suonarla.
Correva voce che Arhtur avesse suonato la batteria su “Laughing Stock” per via di quel verso che cantava: “…I keep on playing my drums”: in realtà ho suonato io la batteria su “Laughing Stock” e “Your Mind and We…”. Quando Arthur scrisse quella parte penso parlasse metaforicamente (lo spero!), perché suonò la batteria solo su poche tracce nel primo album, prima che mi unissi al gruppo.

love-band-66-gallasso.jpgHo letto sul tuo sito che l’edizione su cd-rom è sold-out e ora sta per uscire una versione stampata: ti aspettavi tutto questo riscontro?
Quando avevo quasi finito il libro, iniziai a contattare alcuni degli editori più mainstream per vedere se qualcuno voleva pubblicarlo. Non fui sorpreso di scoprire che non c’era molto interesse: Kevin mi aveva già detto che era un brutto periodo per le biografie rock d’ogni tipo. Per di più non è che fossimo un gran nome come i Beatles o gli Stones. Cosi ho pensato: “Bene, metterò il testo del libro su dei cd e lo venderò su Internet”. L’ho fatto per 18 mesi o giù di lì, prima di fare l’accordo di pubblicazione con la Helter Skelter, in Gran Bretagna. Non avevo nessun preconcetto né aspettativa di successo riguardo al libro e ancora non li ho. Volevo solo usarlo per rispondere a qualche domanda sul gruppo e chi ci gravitava intorno.

Molti ragazzi come me sono appassionati di musica e cultura dei Sixties: so di chiederti molto, ma mi potresti descrivere in poche parole i tuoi anni Sessanta?
La cultura d’ogni periodo e la sua musica non sono mai state così vicine e collegate nei Sixties. E’ questo a renderli un periodo speciale. Era un momento di cambiamenti sociali come il mondo non aveva mai visto e la musica pop rifletteva questi mutamenti. L’ apice della creatività per scienziati sociali come i Beatles o Bob Dylan furono i Sixties… e la loro radiocronaca portata attraverso gli orrori della guerra del Viet-nam, e la ricerca delle persone normali di essere membri di una società di pace e amore, aiutò a indirizzare la loro musica.

Prima di unirti ai Love, tu avevi suonato con il grande chitarrista Randy Holden in un gruppo chiamato Sons of Adam: perché hai lasciato la band? Ho un disco con una loro versione di “Man you’re better man than I”: ci hai suonato tu?
I Sons of Adam erano un grande gruppo. C’erano delle sere in cui pensavo fossimo il migliore gruppo rock al mondo. C’è un certo progetto mentale che i gruppi possono sposare e cose incredibili possono succedere: i Sons of Adam erano così. Randy Holden era (ed è ancora) un chitarrista d’incredibile talento, veloce più della luce, un maestro nel disegnare ambienti sonori.
Il nostro bassista Mike Port era veloce ed assolutamente grande. Aveva un’incredibile presenza sul palco. Poteva ballare bene come Mick Jagger e suonare il basso allo stesso tempo. E poteva picchiare ragazzi grossi il doppio di lui, senza versare una goccia di sudore o cambiare espressione.
Registrammo una versione di “Man you’re better man than I” nel ’65. Fu trasmessa un po’ per radio, ma non fu una hit. Una volta, dopo che ero diventato il batterista dei Love, Johnny Kenny ed io eravamo in un negozio fra Reno e Tahoe durante una pausa nelle fermate del tour. Cosi Kenny disse: “Vediamo se uno dei nostri dischi è nel juke-box”. Andammo a guardare, ma non c’era nessun disco dei Love. Ma cosa c’era nel juke-boxe, nel mezzo del deserto del Nevada? Ironia delle ironie, la versione dei Sons Of Adam di “Man you’re better man than I”. Ho sempre pensato fosse fico. Bryan e Arthur mi hanno visto suonare con i Sons una volta al Bido Lito’s a Hollywood e quella sera stessa Arthur mi chiese di unirmi ai Love. Cosa che feci un paio di mesi dopo.

Tu hai suonato su Da Capo e Forever Changes: puoi descriverci le differenze in termini di atmosfera e mood durante le registrazioni dei due dischi?
Forever Changes fu registrato ai Sunset Sound, con Bruck Botnick come ingegnere, come nel primo album. Ci furono problemi fin dal primo giorno. Le prove furono poco più che jam, così non avevamo imparato le nostre parti come avremmo dovuto. Non ci aiutò certo che alcuni membri del gruppo stessero sperimentando con l’eroina. L’etichetta quindi chiamò dei sessionmen, ma non furono capaci di ottenere un suono accettabile. Così ci prendemmo qualche settimana, provammo duramente, tornammo e registrammo l’album. Arthur non suonò nessuno strumento su Forever Changes. Kenny, Johnny, Bryan ed io facemmo tutte le tracce base eccetto quelle di “Daily Planet” (conservarano la versione con i musicisti di studio); Arthur stava in regia e dava suggerimenti a Bruce sul bilanciamento e i volumi e produsse l’album. L’atmosfera era molto più tesa rispetto a Da Capo. Non ci si divertiva molto.

Sono sicuro che tutti ti parlano della grandezza e della maestosità di Forever Changes (è anche uno dei miei album preferiti), ma qual era l’opinione dei ragazzi del gruppo, dopo che l’album fu pubblicato? E perché, sempre secondo te, dopo 35 anni questo disco è ancora così amato dal pubblico?
Quando uscì non fece grande impressione. Penso di aver sentito “Alone again or” qualche volta su una radio fm locale… questo è tutto. Non sono sicuro su cosa provassero gli altri ragazzi della band, ma per me il disco era destinato al fallimento. E, infatti, per anni fu ignorato. In seguito, occasionalmente, mi capitava di sentire qualche canzone tratta dall’album su stazioni di musica easy-listening nell’area di Los Angeles o Seattle, quando vivevo lì. Quando andammo in tour (dopo che l’album fu terminato), nessuna richiedeva canzoni da Forever Changes, così non suonammo mai quei brani dal vivo.
Sembrava che nessuno fosse interessato al disco. Ma nel corso degli anni l’entusiasmo è cresciuto gradualmente, sempre di più, fino a quando non ha cominciato ad apparire nelle classifiche dei migliori dischi di musica pop. Ho sempre detto che Arthur e Bryan scrivevano musica per le generazioni future. E penso che il successo postumo di Forever Changes lo abbia dimostrato.
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Link:
www.pegasuscarousel.com
http://youtube.com/michaelstuartware

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