Iggy Pop does your bookstore

ig6.jpgAggiornamento sulle date di presentazione-promozione del volume di cui sono coautore (insieme a Gabriele Lunati, amico d’infanzia, nonché stimato autore, saggista e giornalista). Stiamo parlando di IGGY POP, CUORE DI NAPALM, la nuovissima biografia italiana di Iggy Pop, l’iguana del rock.

Andate e compratene tutti… e fatelo anche se Arcana ha tradotto, in contemporanea, la bio dell’iguana scritta da Paul Trynka, taroccandone anche il titolo originale (che era diverso).
I motivi per preferire Cuore di napalm? Eccoli qua:
Cuore di napalm non è una traduzione (e conoscendo la qualità media delle traduzioni fatte da poveri cristi pagati 100 euro per millemila pagine… lasciamo stare!)
Cuore di napalm è più maneggevole come formato (pur avendo un bel numero di pagine: garantito)
Cuore di napalm costa quasi la metà
Cuore di napalm è strutturato meglio (modesto eh?)
– e, soprattutto, Cuore di napalm continua a vivere anche dopo la pubblicazione, grazie al suo Myspace (qui) in cui vengono inseriti estratti e capitoletti bonus integrativi, non inclusi nell’edizione cartacea.

Per chi fosse interessato a intervenire a una presentazione per scambiare quattro chiacchiere, ecco le prossime date aggiornate (e in continua evoluzione):

– martedì 22 luglio: Alessandria @ libreria Mondadori h 18:30 (presentazione)
– martedì 22 luglio: Alessandria @ Four Bears Pub h 20:30 (aperitivo al napalm + dj set)
– venerdì 25 luglio: Novi Ligure (AL) @ mostra editoria locale (presentazione)
– mercoledì 27 agosto: Brescia @ festa Radio Onda d’Urto (presentazione)
– sabato 20 settembre: Fidenza (PR) @ libreria La vecchia talpa (presentazione)

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Paul Simonon: punk e Pollock

paulsimonon.jpgPaul Simonon nel 1986 – all’indomani dello scioglimento dei Clash – tornò alla pittura, ovvero al suo primo amore. Aveva imbracciato un basso per puro spirito del tempo, ovvero aderendo all’etica per cui tutti potevano suonare e mettere su una band… e si era ritrovato, sorpresa!, in uno dei gruppi più influenti degli ultimi 30 anni.
In una recente intervista rilasciata al Guardian, Simonon ha fatto il punto della situazione sul suo corso post-Clash, sulla scomparsa di Strummer e sui suoi progetti futuri.

Simonon: “Ora posso entrare e uscire dalla musica quando mi va, ma non è più la mia vita. C’è stato un momento, dopo il periodo intenso della fine dei Clash, in cui ho realizzato che la pittura mi coinvolgeva in una maniera che la musica non faceva“.

Paul dal 1986 ha ripreso un’intensa attività come pittore: tornato dalla California ha ritrovato l’ispirazione grazie al clima e ai paesaggi inglesi: “Ne ho vista la bellezza per la prima volta – la pioggia, le nubi, il freddo e anche i cieli grigi. Tutto era così ricco e vario, in confronto con l’omologazione di Los Angeles. Così sono uscito sotto la pioggia e ho iniziato a disegnare le le centrali del gas che ci sono vicino al porto. Quello è stato il punto di svolta“.
Simonon non è affatto un dilettante, né un nome emergente nella pittura contemporanea: dal 19 aprile esporrà in Old Bond Street e i suoi lavori avranno prezzi ragguardevoli, compresi tra le 5.000 e le 30.000 sterline (almeno a detta del suo gallerista).

Quando gli viene chiesto cosa pensi della prematura scomparsa di Joe Strummer risponde così: “Joe ed io eravamo molto vicini, sai. Eravamo molto amici dall’inizio, vivevamo per strada e ci dividevamo i soldi del sussidio. Dopo che la band si è sciolta è stato ospite a casa mia per molto tempo. E’ stato un brutto colpo. Brutto. Subito è stato uno shock così grande che nemmeno me ne sono reso conto. Poi ho dovuto cercare un modo per farmene una ragione, trovare una giustificazione. […] Scoprire che Joe aveva problemi cardiaci congeniti è stato d’aiuto per dare un senso alla cosa, in un certo senso… insomma, voglio dire, avrebbe potuto accadere anche prima. D’altra parte è grandioso che lui abbia fatto tutte quelle cose nel tempo in cui ha vissuto. Ha utilizzato il suo tempo al massimo“.

E la reunion dei Clash paventata nel 2002 in occasione dell’ammissione della band nella Rock’n’Roll Hall of Fame?
Simonon: “Joe la voleva fare, così come Mick e Topper, ma io non ne volevo sapere. Sono l’unico ad avere sempre detto di no. In quel frangente, poi, non mi pareva fosse il momento giusto. Si trattava di un grosso evento, di quelli con posti a sedere da 2000 dollari. No, non era assolutamente nello spirito dei Clash“.

Mick Rock racconta Raw Power

rawpower.jpgMick Rock – Raw Power. Iggy & The Stooges 1972 (Omnibus Press, 2005)

Nel 1972 Iggy, i fratelli Asheton e James Williamson trascorrono qualche mese in quel di Londra. Non sono certo in gita, né in tour: sono praticamente sequestrati dal loro nuovo management (la Mainman di Tony Defries e David Bowie) che intende spremere da loro un nuovo album e – possibilmente – un successo che replichi quelli degli altri artisti compagni di roster, ovvero Bowie stesso, i Mott the Hoople e Lou Reed solista.
Un compito non esattamente facile date le condizioni psicofisiche dei membri della band, data la formazione rimaneggiata (Ron Asheton al basso), dati i trascorsi dell’anno precedente – impregnato di eroina, fallimenti e sconfitte – e dati i rapporti con il management.

Ecco come Ron Asheton descrive la situazione: “All’improvviso ci troviamo in Inghilterra, a Bowieland, in Mainman Boulevard. Fu come partire da Fanculonia, dove dovevo solo preoccuparmi di come ammazzare il tempo, per trovarmi in una palta densissima di diplomazia e intrighi. Ci trattavano bene, ma c’erano differenze. La Mainman non voleva una band, loro puntavano su Iggy. Lui ha firmato il contratto con loro. […] Io non avevo firmato, è vero, però tutti insieme avevamo contribuito a creare la leggenda. Invece [Iggy] si prese tutto il merito”.
E poi ancora: “Mi sentivo da schifo, perché anche io avevo delle canzoni da proporre. Ma, ancora una volta, eravamo in presenza del solito… insomma [Iggy] aveva fatto comunella con James. James aveva sempre adorato Keith Richards e lo imitava nel look e nello stile. Ora – finalmente – poteva vivere la sua fantasia alla Jagger-Richards. Così lui e Iggy erano i compositori. Non mi lasciavano fare nulla, anche se se contribuivo. […] Piccoli suggerimenti per le canzoni, minuscole variazioni. Non che io abbia mai fatto grossi cambiamenti strutturali. Ma ho inventato delle parti per migliorare il tutto e non ho mai avuto alcun riconoscimento per questo, neppure un cazzo di «Grazie»”.

ig2.jpgDa questo soggiorno inglese si materializzano, oltre a Raw Power (un dischetto sghembo, pieno di furia non del tutto espressa, registrato in fretta e mixato con mezzi di fortuna ai limiti dell’amatoriale), la prima e unica data europea degli Stooges “d’epoca” e – a posteriori – il libro di cui andiamo a parlare immediatamente.
In questo volume del 2005 è raccolta una nutrita serie di scatti fatti dall’allora giovane Mick Rock, fotografo in erba, agli Stooges durante il loro soggiorno a Londra. Mick si reca alla sala prove dove la band sta tentando di assemblare i brani per Raw Power e inizia a scattare. È un ragazzino, ha solo una macchina e un paio di lenti: questo è uno dei suoi primi lavori, nemmeno ha firmato un contratto… gli hanno solo detto “vai a fare un po’ di foto agli Stooges”.

Il risultato è decisamente per iguanofili e malati di rock – insomma, se poco conoscete la band e cercate informazioni, cambiate mira e procuratevi una biografia tradizionale – ma decisamente intrigante. Considerate, comunque, che chi sta scrivendo non è un fanatico hardcore di Iggy, ma tiene un altarino con il nome di Ron Asheton sul piedistallo, oltre a considerare Kill City un album, nella sua fetente decadenza, assolutamente miliare e fondamentale per il concetto di rock: con questi presupposti di partenza non poteva non piacermi, quindi, il volume di Mick Rock.

Foto spettacolose, assemblate e rilegate in una confezione patinatissima (occhio a lasciare le ditate!), con qualche pagina di testo che male non fa di certo. È interessante vedere le decine di scatti in sala prove, coi ragazzi che sembrano quasi meno minacciosi di quanto ci è sempre piaciuto credere, in mezzo a strumenti scheggiati e amplificatori rimediati alla meno peggio.

Poi ci sono le foto live: un solo concerto, decine di immagini. Quasi tutte dedicate a Iggy che è decisamente l’attrazione della serata. La storia di quel memorabile evento, di cui ancora oggi si parla a Londra, è questa: è il momento del lancio del nuovo album di Bowie in Inghilterra; per preparare la campagna statunitense, il 15 luglio viene invitato un gruppo di grossi giornalisti americani nella capitale del Regno Unito. Assistono a una performance di Bowie e gli Spiders From Mars e poi vengono prelevati e portati a King’s Cross, nell’ex cinema Scala. La sorpresa che li aspetta è un concerto speciale, uno showcase dei redivivi Stooges. In quel medesimo locale rancido e cadente il giorno prima ha fatto il suo debutto solista Lou Reed.
È il primo concerto del gruppo dopo moltissimi mesi di vuoto totale, ma è anche il primo fuori dagli Stati Uniti. Iggy si presenta in tenuta d’ordinanza: magro, glabro, sembra un Mick Jagger zombieficato e poi caricaturato. Indossa pantaloni argentati, un bikini nero e stivali; la pelle del viso e del torso è dipinta d’argento e unta d’olio, gli occhi truccati pesantemente, i capelli lunghi alle spalle e tinti d’argento. Il pubblico, a questa vista, rimane immobile e basito. Tutti sono seduti sulle loro poltroncine, in attesa di vedere cosa accadrà.
ig3.jpg Iggy sciorina tutto il suo repertorio e gli Stooges, con un concerto di soli 40 minuti, lasciano un segno indelebile nelle coscienze rock dell’Inghilterra, tanto che Nick Kent scrive sul NME: “L’effetto finale è stato molto più terrorizzante di tutti gli Alice Cooper e le Arancia meccanica del mondo messi insieme, semplicemente perché questi tizi non scherzavano”. Non viene suonata nemmeno una canzone tratta dai primi due album: il set è composto unicamente da materiale nuovo, firmato Pop/Williamson.
Mick Rock scatta e documenta, regalandoci anche qualche scorcio sul pubblico, comodamente seduto sulle poltroncine del cinema Scala: qualcuno sorride, altri hanno lo sguardo confuso, altri ancora sono seri. Come se disapprovassero quello che vedono, ovvero un fantasma filiforme che si dimena come un ossesso su una base strumentale di hard rock ante litteram, duro e bollente come lava.

Una bella testimonianza, quindi, ormai accessibile anche a prezzo decisamente ribassato rispetto ai 29,95 dollari riportati sulla quarta di copertina: provate su Amazon o su Play.
Search & Destroy.

Creation again!

creation24.jpgGrande notizia, per gli amanti dei Creation. Eddie Philips, chitarrista orginale dei pop art mod gods, ha riformato la band con una nuova line-up insieme a Simon Tourle (voce), Tony Barber (basso/voce) e Kev Mann (batteria). La band è pronta all’esordio live, che avverrà il 24 luglio al mitico 100 Club Live, di Londra.
Per l’occasione oltre ai classici dei Creation, come “Painter Man” e “Making Time”, verranno eseguiti brani della formazione pre-Creation (i Mark Four), oltre a nuovi brani composti, che fanno parte di un 45 giri con che sarà possibile acquistare solamente nella serata del concerto.

I biglietti potranno essere acquistati presso il sito del club.

La domanda degli Holloways

theholloways.jpgThe Holloways – So this is Great Britain? (TVT, 2007)

Giovani, carini e… socialmente impegnati: questi sono gli Holloways. Tutto ha inizio nel loro pub londinese, il Nambucca di Holloway Road (strada da cui mutuano il nome): si racconta che tra una birra e un piatto di jacked potatoes i nostri baldi eroi salissero sul palco regalando qualche loro canzone agli avventori più fortunati. Usando un pizzico di ingegno e un minimo di intraprendenza (i primi due singoli sono autoprodotti) gli Holloways sono riusciti quindi a farsi notare, firmando per la TVT Records, che licenzia questo So this is Great Britain?

Il primo pezzo è la title track. Si parte con un accenno all’inno nazionale e si continua con un ritornello che l’inglese medio, con bombetta e ombrello sotto il braccio, riterrebbe ben poco patriottico: “I’m a Land of Hope and Glory, do we really rule the wave? The truth is a different story, we’re all a bunch of slaves”. Inevitabile l’automatico accostamento – vocale, musicale e contenutistico – con i Clash: ma gli Holloways sanno “citare” (copiare?) con classe, offrendoci un prodotto piacevole, scorrevole e interessante.

“Generator” è un simpatico mix di pop e ska, condito con brevi accenni di cassa dritta e assoli di chitarra, mentre “Dance Floor” non smentisce le aspettative create dal titolo, nella sua natura di pezzo veloce ed orecchiabile. “Two Left Feet” è la dimostrazione che, se si applicano, gli Holloways possono essere davvero originali: merito del mood da pezzo folk che l’armonica e i violini regalano al brano. “Most Lonely Face” è una ballatona riposante, mentre con “Malcontented One”, “Happiness & Pennyless” e “What’s the Difference” ritornano le influenze ska, con sonorità un pò più punk che caratterizzavano l’inizio dell’album.
Nel complesso, quindi, un lavoro soddisfacente; peccato solo che, per dare l’idea di band incazzata, abbiano appiattito leggermente il livello generale: troppi pezzi veloci, al limite tra il punk e il pop, difficilmente si guadagnano una propria riconoscibilità.

Morrissey’s greatest ass

morrissey.jpgMorrissey – Greatest Hits (Polydor, 2008)

La foto del booklet vale tutto il disco. Dando per scontato che non si tratta di un tatuaggio e che – sì – l’album altro non è che un’operazione commerciale, quello ritratto all’interno del Greatest Hits è davvero il culo di Morrissey?

Questo cd mette insieme pezzi tratti dagli ultimi due lavori in studio e dal Live at Earls Court del Natale 2004: completano il quadretto i due sempre verdi “Suedehead”, “The Last of the Famous International Playboys” e un paio di inevitabili inediti.

morrisseyculo.jpgA dirla tutta, “That’s How People Grow Up” e “All You Need Is Me” hanno pure la loro solidità, soprattutto il secondo onestissimo pezzo – che tanto deve agli ascolti del giovane Patrick, cresciuto a pane e glam rock.
I fan del fu cantante degli Smiths l’avranno già sotto al cuscino, gli altri possono tranquillamente farne a meno: allo stesso prezzo è possibile comprare al supermercato almeno tre dischi solisti del Nostro, raccolte per neofiti del cul(t)o incluse.

Pere Ubu a teatro

davidthomas.jpgDavid Thomas e la sua cricca di dadaisti del rock (i Pere Ubu, of course), si sono inventati una nuova stranezza che non manca di titillare il lato più squinternato di noi fan, anche se il quoziente pericolo di “intellettualismo senza limitismo” è molto elevato. Stiamo parlando di Bring Me the Head of Ubu Roi, adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale del 1898 (di Alfred Jarry) firmato da Thomas in persona e musicato dai Pere Ubu.

Si tratta di un’esibizione multimedia quantomeno particolare, che unisce musica, proiezioni, disegni, frammenti realizzati in stop motion, il tutto realizzato in collaborazione con i fratelli Quay.
La faccenda si svolgerà a Londra il 25 aprile 2008, presso la Queen Elizabeth Hall. I biglietti costano poco più di 20 sterline. Per prenotare il vostro posticino, cliccate qui.

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