Mamma dormo fuori e torno demente

Thee Dements – @Mamma dormo fuori (Bubca, 2012)

Forse, insieme ai Gun Club, i Thee Dements sono la band con più articoli dedicati su Black Milk. Ohibò, direte voi… e fate bene.
Certo, non sono la stessa cosa, in primis perché i Thee Dements non li potete comprare su Amazon o da Fnac, ma solo da quegli scappati da casa della Bubca; in secondo luogo perché l’anarchia sonica e la totale infedeltà sonora (il concetto di lo-fi come bassa fedeltà è riduttivo… qui siamo al tradimento e all’adulterio… possiamo coniare l’ad-fi?) che questi personaggi riescono a generare è ben oltre ciò che la band di Pierce ha mai saputo imbastire, nonostante la sublimità del suo punk-blues.

Comunque il punk-blues è senza dubbio una chiave di lettura utile di fronte all’entità Thee Dements: ce n’è molto, frullato con il punk rock più sguaiato e gracchiante, ma anche con intuizioni più vicine al rock tradizionale (continuo a sentire una citazione dei Cheap Trick in un brano di cui mi sfugge il titolo… chissà quanto è volontaria o casuale?).

In questa veste live e senza freni (non che nelle registrazioni “di studio” ne abbiano molti di più, intendiamoci) si aggiunge una dimensione che oscilla tra il demenziale/cabarettistico alla Skiantos (alcuni dialoghi col pubblico lo testimoniano ampiamente), l’art punk schizofrenico dei primi Pere Ubu e un blues/roots/punkabilly da saloon della zona del Chianti… insomma, roba ciucca e molesta per ciucchi molesti con collezioni di dischi da polluzione.

Inutile dire che o vi farà schifo o lo amerete, questo dischetto; nella miglior tradizione dei nostri amici dementi. Però se non lo amate, probabilmente avete qualche gene del ministro f-f-f-f-f-fornero in corpo. E allora forza col suicidio assistito, veloci.

PS: la tiratura di questo cd-r probabilmente è limitatissima come di consueto, quindi fatevi avanti.

Surf Bradipos, surf!

Bradipos IV – Live At KFJC Radio (Freak House, 2011)

Suonano dal 1994 i casertani Bradipos IV e infatti è praticamente impossibile non conoscerli o non averne mai letto/sentito parlare. Probabilmente hanno avuto molto meno di ciò che meritavano, vista la maestria del loro surf strumentale, eppure in casi come questo la miglior vendetta è essere ancora in giro a suonare e a spaccare il culo nelle occasioni in cui viene concesso un palco su cui esibirsi.

Questo nuovo capitolo della – non nutritissima, mi pare – discografia dei Bradipi è addirittura un lavoro dal vivo, inciso negli studi della stazione radio KFJC, che ha ospitato la band per un set trasmesso in occasione tour negli USA dello scorso anno. Quindi pulizia sonora, con il brivido della diretta – anche se, ovviamente, si percepisce un po’ la mancanza dell’elettricità che la presenza del pubblico, negli album live più riusciti, può dare.

Il disco è impeccabile, scivola via d’un fiato tra atmosfere spensierate da spiaggia, riverberi apocalittici e suggestioni westernate; insomma, tutto come la miglior scuola surf strumentale impone, tanto che il sospetto che Caserta sia dalle parti di Venice Beach si fa strada di brano in brano.

Che i Bradipos IV fossero un ottimo gruppo era noto e questo live lo conferma nuovamente; certo, il loro è un “genere” in tutto e per tutto, quindi coerente e ubbidiente a canoni sonori/estetici ben precisi che tracciano una linea molto netta: quella che separa chi il surf lo ama alla follia da chi invece semplicemente lo tollera o non se ne cura (lasciamo stare poi il popolo di quelli/e per cui il surf è quella roba iniziata con Pulp Fiction e che si divertono a ballare le canzoncine come Uma Thurman al terzo coca e rum). Decidete da che parte della linea state e sappiate che in ogni caso questo è un ottimo cd, a testimonianza della vitalità e della qualità della scena surf dello Stivale.

God save (Italian) r’n’r

Cut – The Battle of Britain. Live in the U.K. (Gamma Pop, 2011)

Di questi tempi pubblicare un disco live in vinile è una follia per chiunque; se a farlo è un gruppo rock italiano, per di più della “portata” dei Cut (e lo dico con il massimo rispetto, sia chiaro), be’ la cosa diventa una vera e propria impresa. Mi congratulo con loro, quindi, e con la “storica” Gamma Pop da poco rinata sotto le ali protettrici della varesina Ghost Records che ha reso possibile questa impresa.

Sono legato affettivamente ai Cut per tre motivi: 1) Nei primi anni ’90 ero a Bologna quando si formarono e risposi pure al loro annuncio, staccato dalla bacheca di SestoSenso, per cercare un batterista ma non ci incontrammo mai non ricordo bene perché 2) Ferruccio, uno dei due cantanti-chitarristi, è della mia stessa provincia e io sono un indefesso campanilista 3) I Cut sono un gruppo della Madonna, è questo è il motivo principale della stima che nutro nei loro confronti.

L’ho già scritto altrove, ma urge ribadirlo. I Cut sono in credito con la sorte perché hanno pagato e continuano a pagare un prezzo troppo alto legato ad uno stupido pregiudizio che si annida nelle teste vuote dei puristi di questa cippa di cazzo. Non me lo spiego, ma fatto sta che ancora passano per un gruppo troppo punk per i fan della musica indie e troppo indie per la scena garage-punk. Chi volesse approfondire può leggere qui l’intervista che feci a Ferruccio e a suo fratello Luigi, chitarrista dei Transex, per un bel magazine culturale delle mie parti passato a miglior vita.

Cazzate, immense cazzate. I Cut fanno rock’n’roll punto e a capo. E lo fanno benissimo, con muscoli, anima, sudore e la giusta cattiveria. Negli ultimi due dischi in studio (A Different Beat del 2006 e Annihilation Road del 2010), qui saccheggiati per bene, hanno mostrato una compattezza e un tiro invidiabili da power trio che se la gioca alla pari con chiunque, non temendo confronti di sorta. D’altronde se hanno conquistato un pubblico storicamente preparato ed esigente come quello inglese un motivo ci sarà, no?

The Battle of Britain. Live in the U.K allinea 10 pezzi tratti da Annihilation Road, tre pezzi pescati da A Different Beat e la gagliarda ritmica alla Jane’s Addiction in modalità noise di “Sixty Notes” da Bare Bones del 2003. Una miscela bollente di noise, punk, blues, rock’n’roll, wave, p-funk e r&b da KO metallico riversata addosso agli avventori del Pilgrim di Liverpool, del Mad Ferret di Preston e del Birds Nest di Londra. Gente che, ci scommetto la testa, si sta ancora leccando le ferite. A noi non rimane che procurarci questo stupendo vinile e leccarci i baffi.

Never trust a indie

Gradinata Nord – Never Trust a Indie (BaCio, 2011)

Che i Gradinata Nord siano miei amici non è un segreto. Ci conosciamo da quasi 20 anni Claudio (il batterista, nonché losco personaggio che stava dietro alla fanzine leggendaria Nessuno Schema) ed io, tanto per darvi l’idea della faccenda. Quindi chi vuol pensare male, lo faccia pure e morta lì.

Detto questo, è con grande piacere e una certa ilarità (visto che oltre a essere dei rocker di razza mi divertono anche molto) che mi sono trovato nella cassetta delle lettere la nuova uscita targata BaCio Records – con sede nelle Kayman, ovviamente: un cd che nella grafica e nel titolo cita un famoso bootleg dei Pistols. Attenzione, però, perché non si tratta del nuovo disco dei GN, ma di un lavoro dedicato ai veri fan. Never Trust a Indie, infatti, è da interpretare come un compendio all’album uscito nel 2010 e contiene un po’ di chicche del passato recente e remoto.
Si parte con i cinque brani dello split del 2002 con i Rebelde; poi c’è quasi tutto il concerto di ritorno della band dopo sette anni di pausa (del settembre 2010, che ha circolato in edizione limitatissima e con più pezzi in versione cd-r – e io ne sono orgoglioso possessore); a seguire sei pezzi di un live di aprile 2000, con ben quattro cover; infine un brano solo tratto dal primissimo concerto del gruppo, nel gennaio 2000.

E’ interessante ascoltare questo cd seguendo l’ordine suggerito dalla cronologia dei brani, piuttosto che quello della scaletta vera e propria; in questa maniera si coglie l’arco dei Gradinata Nord che, pur fedeli a un’estetica e a un’attitudine street-oi da sempre, mostrano diverse sfaccettature sonore a seconda delle epoche considerate. Abbiamo gli esordi all’insegna del più violento e Nabat-iano oi punk: nichilismo, stadio, rabbia working class, pezzi punk tirati con tendenza a tratti hardcore (non per nulla, dei sette brani più antichi, tre sono cover dei Nabat, uno degli Erode e uno degli Agnostic Front). Poi c’è l’evoluzione del 2002, quando il seme dello street punk inizia a germogliare e a scoprirsi ibridato con il rock e l’heavy: inni da ultras avvelenati, con potenti scariche di hard rock primordiale e qualche notevole citazione metallica (non ultima la cover di “Carry On” dei Manowar, ribattezzata “Carry Oi!”). E, per finire, ci sono i GN dell’ultimo periodo, quelli del “rock da stadio” in cui le influenze più svariate e – sulla carta, almeno – improbabili si amalgamano per dare vita a pezzi che come minimo ti restano in testa per una settimana già dopo il primo ascolto; qui dentro ci sono tanto gli Heartbreakers quanto i Motley Crue, gli AC/DC e i Cockney Rejects, i Motorhead e i Dead Boys, i Manowar e i Faces… del resto è noto, non si risparmiano certo colpi quando c’è da tirar fuori un inno. E i GN lo sanno bene.

Ultima considerazione: il live del 2010 ci mostra i Gradinata in gran spolvero, con un piglio incazzoso e tagliente che dal vivo non è per niente facile mantenere.

Se già li conoscevate, Never Trust a Indie è senza ombra di dubbio un acquisto obbligato per avere anche questo nuovo tassello della discografia dei rocker valtellinesi. Se siete neofiti, il consiglio è di abbinarlo al cd Valtellina Boyz, per avere solide basi di ascolto ed entrare nel magico mondo dello sleazy rock da stadio gridando i cori più giusti senza sbagliare nemmeno una parola.

Some girls are bigger than others

Rolling Stones – Some Girls live in Texas 1978 (Eagle Rock Entertainment, 2011)

Gli Stones nella mia esistenza sono ricorrenti e puntuali come l’influenza stagionale. Almeno una volta all’anno ci casco,  spesso con frequenti ricadute fuori stagione. Una blanda nostalgia mi coglie mentre scorro le pagine “rotolanti” del periodo d’oro: anni di grazia, 1969 Let it bleed, 1970 Sticky Fingers, 1972 Exile on Main Street, quest’ultimo bibbia imprescindibile per ogni aspirante rocker, da considerarsi un po’ come il Devoto-Oli per i liceali.
L’avvento di Ronnie Wood alla chitarra, nell’annus terribilis 1974, segna l’inesorabile declino artistico degli Stones che persiste ancora oggi. Dinosauri del rock che faticano ad estinguersi. E’ ovvio che la causa di questa debacle planetaria non è da attribuirsi esclusivamente all’innesto di Wood, più che alter ego vera cornucopia di Richards: in realtà sostituire Brian Jones con Mick Taylor sembrava già un oltraggio sufficiente a decretare la morte della band, ma si rivelò il fattore detonante per pompare la vena creativa/distruttiva dei glimmer twins, coi ricami di Taylor a impreziosire i nuovi brani.
Ma poi Taylor si stancò degli eccessi e ritornò al suo guscio isolazionista; dopo un periodo di gossip sul futuro sostituto, purtroppo invece di Jeff Beck arrivò il Keith in seconda, Mr. Wood – un fedele cagnolino del Conte delle Tenebre, che col tempo finì anche per somigliargli sia fisicamente che stilisticamente.

Con questa premessa confusa, succinta e approssimativa, tipica di quando si cerca di affrontare un monolite culturale e musicale come i Rolling Stones, mi trovo a bocciare il recentissimo Live in Texas del 1978, in entrambe le versioni presenti nella confezione dvd-cd. Qui gli Stones hanno l’energia di un palloncino di chewing gum appena scoppiato, la qualità del suono è indecente (praticamente a zero il volume della chitarra di Keith, a favore di quella di Ron), con un Jagger che ha rubato i vestiti a Simon Le Bon e biascica testi dalle labbrone gonfie di anfetamine e sgrana gli occhi dilatati da metedrina muovendosi come un James Brown dismesso.
Eppure Some Girls è uno dei più fulgidi album del periodo declinante degli Stones, con ottimi pezzi di rock and roll primigenio, nonostante qualche contaminazione modaiola (dalla disco music di “Miss you”, a qualche non del tutto conscia striatura di punk che si ravvisa).
In questi casi si addossa sempre la colpa allo spacciatore sbagliato, alle porcherie degli anni Ottanta che erano alle porte o al povero Ronnie – che invece di sviluppare una propria individualità all’interno della band ha fatto di tutto per omologarsi ed esserne parte. Ma, d’altronde, viene anche da pensare che gli Stones potevano cercarsi spacciatori migliori, potevano influire sulle nascenti porcherie degli anni Ottanta invece di seguirle e potevano mettere alla porta il buon Ronnie.

Horrors e tarocchi

The Horrors, 22/11/2011 @ Magazzini Generali, Milano

Volevo levarmi lo sfizio di spararmi una band di super-pischelli prodigio, visto che vengo spesso accusato di gerontorockfilia (ovvero passione sfrenata per rocker feticcio over 50, spesso arrancanti sul palco in stato confusionale o affetti da demenza conclamata), se non di necrorockfilia… il club 27 docet.
Per trasgredire a questa malsana regola, il rendez vous è la data meneghina degli Horrors in un gelido martedì novembrino, ai Magazzini Generali.

Dopo aver rifilato un euro all’est-erofilo e abusivo parcheggiatore di turno, al fine di non ritrovarmi la macchina con il parabrezza sfondato o le gomme a terra, salto a piè pari le bancarelle di magliette con l’effige taroccata dei cinque bardi di Southend on Sea e mi infilo dentro il locale.
Essendo davvero a secco di concerti di questo “genere–non–genere”, in effetti anche la stampa specializzata ha problemi di marchio con i The Horrors, non avevo la più pallida idea di cosa aspettarmi. Prima sorpresa, il pubblico: ero quasi certo di assistere a una passerella di emo-dark-proto-garagisti-neo-shoegazer… e invece niente di tutto questo. Probabilmente con la virata new wave oriented dell’ultimo album, la band made in UK attrae la crema della manovalanza dell’alta moda milanese: volti da copertina, ma look in bolletta, che inscenano  pogo farlocchi tanto per scaldare un’atmosfera siderale che verrà esasperata dai suoni algidi, dalle luci fredde e dalle pose statuarie del quintetto della perfida Albione.

Chi era lì, come il sottoscritto, per annusare quel sound un po’ furbetto ma decisamente garage di Strange House, il loro disco di debutto, è rimasto a bocca asciutta.
Gli Horrors hanno privilegiato i brani della scaletta tratti of course dall’ultimo lavoro e ripescando qualche pezzo in sintonia con Skying da Primary Colours.
Con il susseguirsi delle tracce (sottolineo tracce perché l’impressione era di ascoltare l’album nel proprio salotto, acustica senza sbavature e  impeccabilità del sound), all’amarezza iniziale fa posto una benevola sensazione a forma di nebulosa fluttuante, in cui si miscelano richiami dello shoegaze primordiale – Happy Mondays e Primal Scream – ma anche derive verso la nuova ondata brit pop meno ortodossa – Suede, Kula Shaker e Verve.

Quasi due ore di show godibile, in cui gli Horrors hanno dimostrato di conoscere a memoria la lezione, così tanto, però da atteggiarsi a secchioni. La patina di artefatto fa spesso capolino e, uscendo, scopro che questa sensazione plastificata è in sintonia con le bancarelle di t-shirt tarocche della band che mi attendono immancabili, di nuovo all’uscita.
Con questo karma made in Mergellina incrocio i discorsi del pubblico che sfolla, ognuno sembra convergere sull’interrogativo: “quale sarà il prossimo passo degli Horrors?”.
Personalmente ritengo che sono in grado di creare un Bignami di qualsiasi genere; azzardo un disco di kraut rock, ma auspico loro di trovare un genere che sia proprio, come quell’auto con il parabrezza ancora intatto dovrebbe essere la mia.

Salutami Eddie

Eddie & The Hot Rods + The Crooks, live @ Lo-Fi, Milano 30/09/2011

“E’ lui Eddie…” mi dice un conoscente agghindato in puro stile oi, vedendo arrivare Barrie Masters – che tra l’altro ha un braccio ingessato. Ok, iniziamo bene (e chi non capisce perché, non si preoccupi: è tutto bellissimo, oggi c’è il sole ed è sabato).

La faccenda diviene più easy e piacevole quando vengo invitato a cena con la band; mi intrattengo per un’oretta scarsa nella trattoria Il Buongustaio insieme ai sei inglesi e al road manager per una notte Basetta. Si chiacchiera, si beve vinaccio e si assiste ai siparietti delle signore della cucina, che parlano disinvoltamente in italiano con gli inglesi – che non capiscono un cazzo, ma stanno al gioco – ma si lanciano anche in canti e balletti (le signore, sempre). Su tutto spicca una rendition di “O sole mio” cantata da una delle tipe, con Barrie a farle da controcanto – ma con la versione della canzone utilizzata in UK come pubblicità del Cornetto Algida. Pura poesia pub rock.

Al rientro il Lo-Fi è abbastanza affollato ed è quasi subito il turno degli italiani Crooks, che calcano i palchi da diversi anni e hanno indubbiamente un buon mestiere. Il loro è un punk rock tirato e duro, non personalissimo né particolarmente geniale, ma – ripeto – ci sanno fare, tengono la scena con una certa autorevolezza e scivolano via lisci, senza esaltare né stancare.

Verso mezzanotte e mezza Eddie & The Hot Rods imbracciano gli strumenti e danno inizio alle danze. Nonostante l’età (Masters sembra la versione mummificata di sé 35 anni orsono) hanno ancora tiro e soprattutto voglia di suonare e divertirsi. I membri originali sono solo due, ma le movenze sono da rockstar consunte, abituate ai palchi più prestigiosi e a quelli più infami… loro ne hanno viste tante e non hanno problemi: vanno per la loro strada, hanno uno show da portare avanti. La musica è sempre quella, pub rock-rock’n’roll d’essai, anche se leggermente virato in salsa hard rock rispetto alla versione della band di 30-35 anni fa. Niente di grave, né snaturante, ma si percepisce piuttosto chiaramente.

Le ragazze nelle prime file ballano, parte qualche coro singalong, le facce sono sorridenti e in un batter d’occhio la scaletta è andata. La band abbandona il palco dopo una “Gloria” versione quasi speed metal, ma torna immediatamente, chiamata a gran voce. Il tempo di un rapido bis con “Born To Be Wild” (che fa scatenare l’unico pogo della serata… sic) e “la musica è finita, gli amici se ne vanno”, come diceva la Vanoni.

Non sarà stato il concerto della vita, ma è stato un buon concerto: Eddie & The Hot Rods hanno ancora dignità e questa è una constatazione piacevole. E poi vuoi mettere – se mai arriverà il momento – poter dire a mio figlio “Sì questi li ho visti dal vivo”, allungandogli la mia copia frusta e distrutta di Teenage Depression?

[Tutte le foto © Fabrizia Perin]


Siamo tutti figli di Abort

Nerorgasmo – s/t (FOAD, 2011)

La stagione del punk e dell’hc italiano – quella che si è srotolata in maniera anarcoide, frammentaria, ma implacabile nell’arco di tutti gli anni Ottanta – ha lasciato diverse band fondamentali, che ci invidiano in terre straniere (l’elenco dei soliti noti ve lo risparmio). Gente a cui sono dedicati da anni articoli, monografie, ristampe; per non parlare delle reunion più o meno patetiche / più o meno esaltanti.

Ebbene il caso dei torinesi Nerorgasmo, in quel succoso guazzabuglio di cui sopra, è atipico. La loro è una storia fatta di genio e nichilismo. Un nichilismo che permea la musica, ma prima di tutto le esistenze dei membri della band, con il fu Luca Abort Bortolusso in testa alla fila, a condurre la carica.

I Nerorgasmo non hanno mai goduto della mitizzazione toccata ad altri nomi a loro contemporanei (per intenderci: se chiedete a un ragazzetto, probabilmente vi citerà Negazione, Wretched e Indigesti) e – a posteriori – c’è un senso recondito in questo.
In un momento in cui l’impegno sociale – sotto forma di slogan, rivendicazioni massimaliste antisistema, acab come se piovesse etc etc etc – i Nerorgasmo erano l’ala nera che oscurava il sole, una pera di nichilismo infernale direttamente nella giugulare. Una band intrisa di disagio che si trasforma in rabbia implosiva: pochi slogan, ma quintali di lucida introspezione distruttiva, che sbriciola dogmi, riti, routine e gabbie delle vite alienanti a cui siamo legati come animali alla catena.

E il disagio, oltre a esplodere incontenibile nei testi di Abort, è anche la cifra stilistica del loro sound: un punk hardcore mai troppo veloce, scuro, inquietante, con tocchi leggermente dark (seppelliti sotto a tonnellate di distorsione e crudezza, non temete).
Senza timore di esagerare dico che è palese come i Nerorgasmo fossero i Void italiani: stessa attitudine sonora grondante sangue marcio e mal di vivere, stessa gelida e lucida negatività, stesso immaginario dantesco.

Musica per anime danneggiate; musica per cervelli che si sedano per non esplodere; musica per filosofi dimenticati, con la schiuma alla bocca e un quartino di roba in tasca. La tragedia incombe plumbea su ogni riff, su ogni riga di testo. Ed è catartica – se si ha la forza di resistere al suo peso – oltre che in grado di dare dipendenza. Infatti vi ritroverete ad ascoltare il cofanetto assemblato da FOAD Records in maniera ossessiva, a ripetizione, scoprendo ogni volta un riff nascosto, una frase lancinante o un passaggio dissonante che fa raddrizzare i peli sulla schiena.

Grande operazione, dunque, questa ristampa che arriva in formato di cofanetto digipack con cd, dvd e booklet. Il cd contiene tutto lo scibile inciso dai Nerorgasmo, in studio e live (comprese nove registrazioni inedite); il dvd è un documento speciale, visto che è una testimonianza dei Nerorgasmo dal vivo, assemblata utilizzando le riprese relative a due diversi concerti tenuti nel 1993 a Torino a El Paso.
Ne esiste anche una versione deluxe con gadget inclusi, ma potrebbe essere sfortunatamente terminata; ad ogni modo, non sono i gadget a dovervi interessare, ma piuttosto la grandezza e la forza espressiva di questa band.

Procuratevelo, imparatelo a memoria, consumatelo e ogni tanto tirate una bestemmia velenosa in onore di Abort, che in maniera tragicamente coerente con la sua visione nichilista è morto, portato via da un’overdose nel 2000.

Ordinatelo qui (saranno i 16 euro meglio spesi del decennio, garantito).

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