Fotti il marketing, questa è Bubcalandia

Geese/Petrified Woods – split (Bubca, 2011)

Io a quelli della Bubca farei un monumento, ma nel contempo li percuoterei con violenza insensata – battendo sulle loro zucche vuote con una mazza da baseball di quelle che vendono da Decathlon a 20 carte. E sapete perché? Ve lo dico subito… questa banda di down posseduti dal rock’n’roll, che sfornano dischi, cd e 7″ a ciclo continuo, hanno pubblicato questo split tape (un’altra cassetta, sì) che sul lato A ha una delle band più pazzesche e sconosciute che ho sentito negli ultimi tempi (gli australiani Geese, paladini di un rock/garage psichedelico da pelle d’oca)… ma hanno avuto l’idea GENIALE (geniale un cazzo, mortacci loro!!!) di farlo uscire in sole 15 copie. E su cassette riciclate di Speak Up (il mefitico rivistone per chi vuole imparare l’inglese in edicola).
Sul lato B uno dei milioni di gruppi satellite/progetti del Bubca Boyz, il defunto duo Petrified Woods che fa il suo porco lavoro con un blues/folk/roots acustico e melodico, a tratti spastico a tratti mistico-religioso (ma piagato da una registrazione un po’ troppo lo-fi, con saturazioni assassine che penalizzano una band altrimenti molto valida).
Ma, torno a ripetermi, la vera perla del nastro sono gli australiani, i Geese. Andate a sentirveli e comprate una delle 15 (…15, cazzo… siete dei testoni!) copie di questo nastro. E se vi risponderanno che la cassetta è terminata, facciamo una petizione perché ristampino il tutto su cd-r e non in limited edition psichiatrica. Io firmo. Per la madonna.

Walking on a dirty boulevard

dbcover.jpgDirty Boulevard – Radiodirty (Area Pirata, 2009)

Ancora Area Pirata e ancora una band di Las Pezia (sì scritto così) che spacca decisamente. I Dirty Boulevard fanno un punk ’77 che tenta di conciliare un’anima inglese con una statunitense – newyorkese, se vogliamo essere pignoli. A prevalere sembra essere quella d’oltreoceano, ma è una vittoria davvero risicata.

Immaginate una specie di Dead Boys che hanno ascoltato troppo i Damned, ma hanno anche tutta la discografia dei Social Distortion a casa (vedi “Cry Baby”); ed è proprio quando le radici punk’n’roll della band si fanno troppo presenti che i Dirty Boulevard convincono meno… voglio dire, La Spezia i suoi Peawees li ha sfornati. E direi che l’operazione può dirsi conclusa, per quanto riguarda queste sonorità.

I DB, invece, sono perfettamente a loro agio ed entusiasmanti nei brani più abrasivi e scuri, come i tre d’apertura, oppure “Fetish Queen” – con il suo riff portante ossessivo e molto English style. Ottima anche “Radiodirty”, deadboysiana al punto che quasi ci vedrei Stiv Bators a cantarla con disinvoltura, mentre si rotola per terra con un filo di vomito che scende dall’angolo della bocca.

Insomma, un bel disco di punk rock che raramente tradisce le sue origini italiane, in grado quindi di competere anche in territori extranazionali. Vogliamo anche aggiungere che è prodotto da Brian James (Lords of the New Church e Damned)? Aggiungiamolo.

Edizione limitata a 600 copie… io me lo procurerei se fossi in voi.

Milano Mod!

fourbyartcopertinaap019.JPGFour by Art – The Early Years ’82-’86 (Area Pirata, 2008)

Milano, 1982: nascono i Four by Art, formazione pionieristica delle sonorità mod e neo-Sixties della penisola.
Pisa, 2008: la Area Pirata dà alle stampe questo eccezionale manufatto, in forma di cd antologico che ripercorre la carriera della band (in edizione limitata, con confezione digipack e liner notes a cura di Luca Frazzi).

A costo di sembrare sempre lo stereotipato mister “una volta era tutto fico, oggi i gruppi fanno cagare”, non posso esimermi dallo scrivere che questo cd è pieno di cosette che fanno mangiare polvere e merda (scusate il francesismo) a tanti contemporanei. Sarà il fascino del vintage (modernariato?), ma il punto è che il mod/psych pop virato garage Sixties dei Four by Art è davvero contagioso, forse anche per il fatto di non essere filologico e pedante – come alcune band del giro amano essere – ma piuttosto aperto e variegato.

Insomma, bando alle stronzate nella lingua della temuta razza dei recensori. Questo disco è davvero da ascoltare, anche solo una volta… ma è un favore che dovreste farvi. Poi potete anche archiviarlo nella parte del vostro scaffalone porta-cd in cui tenete le ristampe e che avvicinate solo per farvi fighi con gli amichetti. Ma ascoltatelo e poi mi saprete dire.

Unico appunto: in quanto antologia (contiene i due album usciti per Electric Eye, il primo singolo autoprodotto e tre inediti live) il disco risulta un filo lungo e dispersivo da ascoltare tutto di seguito. E’ consigliata, quindi, un’assunzione “a puntate” per migliorare l’esperienza sonora.

Guide to Fire of Love

Half assed collectors’ guide to Fire of Love

Fire of Love, nel 1981, è come una granata lanciata nel refettorio di un asilo nido all’ora della merenda. Anche se qualcuno sul momento non si accorge della notizia, la cicatrice resta nell’immaginario comune; e infatti ancora oggi – a 27 anni di distanza – il fuoco dell’amore brucia e pizzica. Come tutte le cicatrici vere, sincere e meritate devono fare.
Non staremo a rivangare la solita storia, che ormai è di dominio pubblico dopo la campagna di rivalutazione di Pierce e della sua band degli ultimi 10 anni. Il come, dove, quando, perché e chi li avrete già letti diverse volte su Blow Up, su Rumore o in rete (o magari su interviste e articoli raccattati e raccolti nel corso degli anni sulla stampa straniera).
Quella parte non è un mistero, insomma, e i fatti sono noti. Certo, resta la curiosità di sentire altre campane e si attende da anni il famoso libro di Ward Dotson che potrebbe offrire una bella prospettiva inedita. Ma tant’è. Finché non lo pubblicherà, ci dovremo accontentare di ciò che già sappiamo.

Nel corso degli anni e – soprattutto – nelle fasi più acute della mia ossessione per la band (che considero ormai giunta a una fase di maturità che mi permette di godermela con un certo distacco e non con maniacale ansia) ho collezionato un discreto numero di dischi dei Gun Club, portafogli e decenza permettendo. Quello di cui ho più copie e che mi ha intrigato maggiormente a livello di varietà è proprio Fire of Love: qui, nei limiti di quella che non è certo una collezione completa, né da esposizione, mi piacerebbe fare un breve (e non definitivo, per carità) viaggio attraverso le diverse incarnazioni di questo disco in cui potreste imbattervi. Per comodità parleremo solo delle edizioni in vinile, bypassando cd e cassette.
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La prima e più classica stampa è quella statunitense su Slash/Ruby del 1981 (che vedete immortalata in alto, in tutto il suo magnifico splendore verde/viola). La riconoscete dal colore, dalla consistenza molto cartonosa della copertina e dalla label stampigliata in basso a destra sul retro. Notare l’assenza di codice a barre, che invece compare nelle stampe di pochi anni dopo. Interessante anche il centrino dorato con scritte rosse; pare che i primi esemplari del disco contenessero un foglio fotocopiato con il catalogo di merchandising della band (qualche T-shirt). Purtroppo la mia copia ne è sprovvvista.

Restiamo sempre negli USA, qualche anno dopo (qualcuno data intorno alla seconda metà degli anni Ottanta questa mostruosità): signori e signore, ecco a voi l’infamissima sawtooth cover di Fire of Love, quella coi denti di sega. Un oggettino poco reperibile, ma decisamente raccapricciante, sempre licenziato da Slash/Ruby, che tanto per non deludere nessuno cambia anche il retro dell’album:

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Come potete notare nella zona in alto a destra, sul retro, questa stampa porta il codice a barre (qualcuno ha idea se si possa risalire all’anno dal barcode?); è marchiata Slash/Ruby e ha la classica consistenza di alcuni dischi di metà anni Ottanta, cioè vinile più sottile e copertina patinata, ma già leggerina rispetto a quella “piombata” del 1981. Ne esiste anche una versione su cassetta, con la stessa straniante grafica.

Veniamo all’Italia. Qui da noi si occupava di diffondere il materiale Slash/Ruby la Expandedmusic di Bologna, fondata nel 1980 da Oderso Rubini. A questa label dovremmo baciare i calli ogni mattina per averci portato stampe abbordabili di robettina fondamentale che, altrimenti, avrebbe girato con difficoltà. Tanto per darvi un’idea, la Expanded fino al 1982 stampò, tra i tanti, Tuxedomoon, Throbbing Gristle, Clock DVA, Bauhaus, DNA, The Birthday Party, X, Germs, Chrome, The Decline of Western Civilization, Flesh Easters, Gun Club, Fear, Misfits e Lydia Lunch…
L’edizione tricolore a livello di grafica è fedele alla prima statunitense (a parte l’inserimento dell’indirizzo della Expanded); sul versante audio sembra leggermente più compressa e cupa, ma potrebbe essere colpa del vinile usurato (anche se due copie che si comportano nella stessa maniera fanno pensare che forse l’inghippo c’è). Interessante il fatto che ne esistono almeno due edizioni differenti; il particolare che le distingue è principalmente il centrino del vinile, come potete vedere. Uno è più sobrio, minimale e punk, l’altro più colorato, vagamente tecnologico e anni Ottanta.
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Dopo l’excursus a casa nostra, è d’obbligo volgere l’occhio verso i cugini d’oltralpe. Per quanto non abbia mai fatto follie per la Francia, non è possibile negare che in quanto a cultura rock ci hanno sempre dato la polvere e il bianco. E, infatti, tanto per restare in tema, dobbiamo andare a parlare della New Rose, forse una delle più importanti etichette a livello mondiale – negli anni Ottanta – e la più importante nel circuito europeo, se amate certe sonorità.
La New Rose ha sfornato, in particolare, due stampe viniliche molto ricercate di Fire of Love. La prima del 1982 ha la famigerata grey sleeve; la copertina è, quindi, stata completamente reinventata e ha questo aspetto:
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Questa stessa cover è stata utilizzata – virata in verde, però – per una ristampa provvidenziale uscita nell’aprile del 2000 su Last Call (evoluzione della New Rose); ma attenti: questa riedizione verdognola è uscita solo su CD! Memorizzate questa info e continuate a leggere: vi verrà utile.
Ecco come si presentano il centrino e il logo della label sul retro della stampa grey sleeve del 1982 (piuttosto rara peraltro):
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La seconda e succosissima versione New Rose di Fire of Love risale al 1987 ed è davvero una chicca per collezionisti. Si tratta di una declinazione gatefold della grey sleeve, tirata in sole 3000 copie (io ho la numero 59, tanto per cedere un istante alla vanità… e l’ho inseguita per anni!). Ma fermi lì, perché non è tutto. Il vinile è colorato, di un bel blu brillante, e il centrino è differente ripetto alla prima edizione made in France. Ecco come si presenta il tutto:
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Restiamo in Europa, ma attraversiamo la Manica. La Beggar’s Banquet, storica label inglese, si è presa la briga (probabilmente nella prima metà degli anni Ottanta, ma non è certo al 100%) di dare alle stampe una versione albionica di Fire of Love. Stiamo parlando della stampa a cui talvolta ci si riferisce chiamandola la yellow spot. Come potete vedere poco più sotto, infatti, il disegno di copertina è stato mantenuto fedele all’originale, ma i colori sono mutati: anziché verde e violetto, abbiamo praticamente un rosa e delle macchie di giallo intenso.
Ecco come si presenta la faccenda:
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Il centrino è completamente diverso dalle edizioni statunitensi e, come potete vedere, non c’è codice a barre. Quella specie di adesivo bianco che si nota vicino al logo Ruby (sul retrocopertina) è in realtà un barcode adesivo, piazzato probabilmente in un secondo tempo e ormai completamente sbiadito e illeggibile.
Ah sì: come si nota chiaramente dalla targhetta del prezzo, pagai questo dischetto 18 biglietti da mille intorno al 1993, in un negozio ormai chiuso malamente da anni (una delle tante storie di provincia su cui soprassediamo, questa volta).

Non dimentichiamo, poi, che esiste una stampa del 2003 uscita per la spagnola Munster: copertina riproducente l’originale e vinile da 220 grammi. Nonostante sia ancora reperibile non ho mai sentito il bisogno impellente di procurarmela, ma chissà… mai dire mai. Per chi fosse interessato, in questa edizione ispanica ci sono delle liner notes apositamente scritte da Lindsay Hutton (The Next Big Thing).

Terminiamo questo viaggetto con una versione che ha circolato per poco nei primi anni duemila, periodo in cui i Gun Club hanno cominciato a essere palesemente di moda e rivalutati; osservate bene:
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Eh sì. La foto con l’arancia tarocco era d’obbligo, essendo questo disco un vero e genuino taroccone totale. E, oltre a essere tarocco, è anche un pastrocchio: hanno utilizzato la copertina della ristampa su CD della Last Call, abbinandola al logo della Chrysalis (con cui i Gun Club hanno avuto un legame solo nel periodo Miami/Death Party/Las Vegas e che nulla c’entra con Fire of Love). Si tratta, quindi, di un bootlegaccio (che non suona terribilmente male, a onor del vero, ma non è identico al vinile originale: probabilmente è stato masterizzato e riequalizzato partendo dal CD Last Call)… non fatevi fregare.

[tutte le foto dei dischi in questo articolo sono di Ginevra]

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