A kind of blues

Lilith & The Sinnersaints – A Kind Of Blues (Alpha South, 2012)

Lilith è la chanteuse maledetta dei Not Moving, l’artista solista, la poetessa in musica degli anfratti più cavernosi dell’animo umano. Con questo suo secondo lavoro in compagnia dei Sinnersaints torna a ripercorrere il sentiero che la porta nell’inferno più emotivo e sfibrante, quello musicabile solo con il rock’n’roll basilare, con il blues  diabolico e con i suoni più scarni che una band elettrica sia in grado di produrre.
Anche la struttura dei pezzi, snella, breve, ficcante e senza fronzoli inutili, lascia intuire un’urgenza espressiva che non ha tempo per tergiversare, ma deve affondare i denti subito là dove c’è l’osso e fa più male.

Si parte con due blues intrisi di malinconia, mal di vivere e atmosfere crepuscolari rurali. Roba che sa di amori finiti in vacca, balere insidiose, caffè corretti spaccafegato, morte e zanzare.
Al terzo brano si entra in territori garagiosi, ruvidi, all’insegna dello stomp: un riff iperclassico, sostenuto dall’interpretazione velvettiana di Lilith per un pezzo magistrale, molto basilare e conciso al punto giusto, che è la giusta introduzione tematica a una “Baron Samedì” (ripescata dal vecchio repertorio dei Not Moving) rallentata e resa liquida come una flebo di voodoo nella giugulare.

Il resto è tutto in discesa, Lilith e i Sinnersaints ci tengono in pugno. Possono fare ciò che vogliono, che sia una versione crepuscolare di “La notte” di Adamo, una rendition bluesata di “Lazy” dei Nuns, una magistrale “Ghetto” degli Statuto transustanziata in un meraviglioso brano di indie-rock italico alla primi Ritmo Rribale/primi Afterhours… e poi vabbè, gran finale con “Love In Vain” (non vi dico di chi ché è obbligatorio saperlo) – preceduta da tre originali.

A Kind Of Blues è un disco semplice, nell’accezione migliore del termine, in quanto immediato, capace di creare subito il famigerato ponte tra chi ascolta e chi l’ha suonato. Un album che amalgama influenze disparate e disperate – dal punk californiano alla Blank Generation di NY, dal blues del Delta all’underground rock italiano, dalla canzone d’autore alla pop song dei Sessanta; gli amanti del nuovo e della sperimentazione probabilmente storceranno il naso, ma del resto è un problema loro… e chi se ne importa. Per noi c’è un ottimo album di blues, rock, punk ombroso, emotivo e coinvolgente.

Costa solo due euro in versione digitale, acquistabile su Bitebay; il supporto fisico sarà disponibile per la vendita dal 2 aprile.

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Tutto su Gil Scott-Heron

Antonio Bacciocchi – Gil Scott-Heron, The Bluesologist (Volo libero, 2012, 95 pag.)

Riecco il caro Tony che è ormai lanciatissimo nei suoi progetti editoriali (oltre che in quelli musicali, che non ha mai tralasciato neppure un istante). In questa nuova fatica letteraria lo troviamo nelle vesti di guida virgiliana – ecco a cosa è servito rompermi il cazzo con la Divina Commedia per tre anni a scuola: per scrivere “guida virgiliana” in una recensione nella mia webzine… voglio un lanciafiamme – e ci conduce alla scoperta di un eroe perdente, magnifico e predestinato, del nostro tempo: Gil Scott-Heron. Autore, musicista, poeta, attore, attivista, alcolista, tossicodipendente e cantore degli underdogs d’America.

La mia ignoranza nei confronti del soggetto mi pone, paradossalmente, in una condizione privilegiata: sì, perché ho letto questo libretto (nemmeno 100 pagine, in formato che entra tranquillamente nella tasca posteriore dei jeans) senza preconcetti – nel bene o nel male – nei confronti della produzione musicale di Scott-Heron. Quindi per me è stato come avvicinarmi semplicemente a una storia e, siccome il compianto Gil ne ha passate di tutti i colori praticamente fin dalla nascita, il materiale per tenere viva l’attenzione non manca.
Certo, da non introdotto e non fan della sua musica avrei forse preferito un po’ più di “ciccia”, quindi una parte biografica più lunga delle 40 paginette del libro… ma è anche vero che il formato scelto non permetteva molto di più.

La seconda metà del volume è occupata da una discografia consigliata, con copertine e brevi analisi degli album, che mi sarà utile il giorno in cui deciderò di approfondire la produzione musicale di Scott-Heron.

Un bel libretto, da inserire nel reparto dei libri musicali da consultazione; un Bignami esauriente per avvicinarsi a un artista bistrattato e a rischio di sparire dai radar, vista la sua scomparsa nel 2011. Investite 10 euro in questo, piuttosto che in un aperitivo del cazzo: sarete persone migliori.

Record collectors are pretentious assholes

Not Moving – Light/Dark (Audioglobe Relics, 2011)

Non prendiamoci per i fondelli. Chi segue Black Milk o comunque le mie cazzate da un po’ di tempo sa quanto io sia da sempre fanatico dei Not Moving – che infatti ricorrono puntualmente in queste pagine: provate a fare una ricerca usando il motore interno di BM e vedrete di cosa parlo.
E’ logico e consequenziale, dunque, che questa uscita targata Audioglobe Relics (una nuova divisione della storica etichetta/distributore) abbia stuzzicato i miei ormoni e attivato l’area più acritica e disposta a bersi tutto del mio cervello. E va bene così, perché questa antologia che raccoglie i due primissimi singoli, tre ep/mini lp (Land Of Nothing, Black’n’Wild e Jesus Loves His Children) e il demo tape d’esordio della band trascende oggettivamente ogni considerazione, opinione e sforzo critico. Semplicemente questa è materia originaria, un elemento fondante della cultura rock alternativa italiana, oltre che underground.
Se non ti piacciono i Not Moving, probabilmente non ti piace il rock’n’roll. E allora hai un problema, baby… ma ognuno ha i suoi, quindi amen. Buona fortuna.

Detto questo, il mio pensiero – e non solo il mio, visto che qualcuno si è mosso per ristampare questo materiale – è che di questi 31 brani non ci sia proprio nulla da buttare; il 90% di queste canzoni è di diritto entrato nel Gotha dei classici della musica sotterranea tricolore degli anni Ottanta, mentre il restante 10% è per cultori e raffinati gourmet – che godranno come ricci ad ascoltare, ad esempio, il primissimo demo tape riemerso dalle nebbie e fino a oggi irreperibile (a meno di non esserselo comprato 30 anni orsono o di avere qualche amico/conoscente compiacente disposto a duplicarvi la cassetta…).

Come dite, voi giovanotti là in fondo? Non avete capito cosa c’è qui dentro? Beh, dovete studiare, per dio. Ma vi voglio dare un aiutino, riportandovi uno scambio di mail con l’amico Tony Face (giovincelli, dovete saperlo, ma lo preciso: lui era il batterista del gruppo, asini!), che dovrebbe se non altro instradarvi leggermente:

Tony: Arrivato alla fine ?
Andrea: Sì ieri. Arrivato, un po’ ammaccato ma arrivato. I corrieri andrebbero fucilati negli androni dei palazzi. Appena riesco a sentirlo recensisco!
Tony: Il contenuto sonoro e largamente inferiore alla confezione. Sappilo !
Andrea: Caro Lei, io quel contenuto sonoro lo adoro e lo possiedo tutto in vinile originale (e nel caso dei due 7″ anche ben pagato – non profumatamente, ma nemmeno poco… ricordo che comprai i due singoli in blocco da uno spacciatore romano che vendeva dischi dal bagagliaio di una Renault scassata; nel 2002 gli diedi 25 euro a pezzo in mint conditions; poi un anno dopo il secondo 7″ l’ho trovato e comprato a 1 euro in ottime condizioni in un negozio di un cretino… così ne ho due copie addirittura hehehe). Mi mancavano però i pezzi del demo, che inseguivo da un bel po’ di anni. Ricordo anche di averti molestato per chiederti se me ne facevi una copia, molto tempo fa; avevo persino rotto le palle a Guglielmi almeno 10 anni orsono, per lo stesso motivo… finalmente sono stato esaudito!
Tony: Hahaha. Non mi ricordo che mi avessi chiesto il demo, che ho recuperato tra le mie infinite scartoffie in stato di salute precaria e sottoposto a qualche cura nell’apposito studio, per ridargli un minimo di dignità. Sinceramente trovo il tutto molto datato. Mi piace molto Movin’ Over per quanto e crudo e cattivo, non so perché ma ogni volta mi vengono in mente i Dead Kennedys, anche se c’entra poco. Black’n’Wild è il migliore. Jesus bello, ma ha dei suoni che mi fanno girare le palle, in particolare quello della batteria. Ma eravamo in trip con gli Hoodoo Gurus, io con i Lime Spiders, e i suoni ci sembravano quelli.

Avete capito? Ecco, ora correte a ordinare/comprare questo cd, che è anche a prezzo super friendly (e ha una confezione da paura, oltre che un booklet con un bel pezzo esplicativo scritto dal Luca Frazzi nazionale). Altrimenti smettete pure di dire che ascoltate il rock’n’roll e sperate che ritorni il Festivalbar.

Not Moving mega pack

notmovingNot Moving – st (Spittle, 2009)

Attenzione: questa sarà poco più di una segnalazione e non una vera recensione, vista la mia totale parzialità e partigianeria quando si parla di Not Moving, che da sempre considero uno dei gruppi migliori (forse il migliore) che lo stivale abbia mai partorito in ambito punk, garage e rock (altro…)

L’oscura signora di Centenaro

lilithLilith and the Sinnersaints – L’angelu nassuu dall’etra pert (Virtualpha South, 2009)

Lilith, la chanteuse ombrosa e teatrale che ha prestato l’ugola agli immortali Not Moving. Lilith, la dark lady che ha sfornato lavori solisti intrisi di anima e brividi. E ora Lilith, mente, voce e vessillo del cangiante progetto Sinnersaints (altro…)

Tutti siamo fighi!: Johnny Grieco dixit

griecoAbbiamo recensito il suo ep solista I’m Cool qualche tempo fa, ora l’abbiamo intervistato.
Signori e signore, nello splendore del Black-Milk-o-Rama, Mr Johnny Grieco (from Genova City) ci parla dei Dirty Actions, della sua visione musicale, della sua via da solista e di altro ancora…

Ascoltando I’m Cool c’è l’impressione che covassi questi brani da tempo, una specie di incubazione di una rara malattia esotica pervade l’intero ep. Quando l’hai contratta?
Hai visto giusto. Per essere precisi il virus l’ho contratto negli ultimi mesi del 1980. Ero in studio con i Dirty Actions per registrare il brano “Aktion/Aktion” dedicato al performer austriaco Rudolf Schwarzkogler. Quel pezzo rappresentava un diverso modo di intendere la stesura di una song e lo svolgimento del testo rispetto ai nostri standard. Di base restavano i tre/quattro accordi punk ma non sparati alla velocità della luce, piuttosto un semplice riff con la chitarra non eccessivamente distorta ma piuttosto “disturbata elettronicamente” a cui si appoggiava una linea di basso slap-quasi funk, il tutto spalmato su una traccia scarnificata di batteria elettronica fredda e asettica. Il synth sottolineava alcuni momenti. Il testo era recitato, indolente, il tono di voce era assente senza emozioni. Non avevamo inventato nulla, andate a sentirvi My Sex degli Ultravox del 1977 come verifica e poi non dimentichiamo che in Italia c’erano: Faust’O, Garbo, il primo Ivan Cattaneo-futurista che in parte si ispiravano al periodo berlinese di Bowie e anche il primissimo Battiato elettronico e ostico del dopo zeppe trampolate alla Ziggy. Nella collana Rock 80 della Cramps poi eravamo in compagnia dei sintetici X-rated e a Genova ero salito sul palco a improvvisare vocalizzi con i K.K.K. elettronici e sperimentali (dei quali purtroppo ben poco o nulla è rimasto e anche i due membri fondatori purtroppo sono scomparsi). Ma in quel momento, per la nuova fiammante scena punk italiana, era una scelta controcorrente. Eravamo punk e osavamo fare della musica non propriamente punk. Ghetto nel ghetto. Non proprio dei pionieri ma sicuramente dei provocatori.
In realtà l’elettronica era ed è una delle mie vecchie passioni. Ne ho sempre subito il fascino. Come per certa musica classica contemporanea e d’avanguardia. I riferimenti storici e colti qui si precano, fino a diventare un lungo e noioso rosario di nomi: dai precursori Kraftwerk all’oscura psichedelia dei Pink Floyd con Barrett, ai vari esponenti del Krautrock, termine orrendo, come Can, Neu!, Popol Vuh fino ad arrivare alle origini con Stockhausen e gli italiani Berio, Nono poi ancora Ligeti e Cage.

Quanto senti lontano I’m Cool dal resto della produzione dei tuoi Dirty Actions (leggendaria punk band ligure) in senso sonoro e più strettamente di approccio?
Per quanto le distante con i vecchi-nuovi Dirty Actions paiono siderali, in realtà preferisco considerare I’m Cool come una naturale prosecuzione di quanto iniziato con i Dirties.
I Dirty Actions sono stati una delle prime punk band italiane che in pochissimo tempo ha avuto un percorso artistico davvero particolare. Pur restando fedelissimi al punk degli esordi abbiamo esplorato diversi generi che in quegli anni nascevano o erano riscoperti, principalmente in Inghilterra. Il primo innamoramento fu per il funk poi i primi vagiti del rap, naturalmente l’elettronica fino a farci coinvolgere dai ritmi latini e tribali. Il pubblico genovese di quegli anni era molto esigente e difficile, attento ai nuovi fenomeni musicali, non potevi riproporti sul palco con gli stessi pezzi del concerto precedente e questo ti costringeva a una continua ricerca. La nostra hit “Bandana Boys” nasceva da un giro di flamenco “innestato” su una base di tamburi di guerra degli indiani americani. Così è nata e ogni volta che la proponevamo dal vivo diventava sempre più lunga e selvaggia. Su Gathered, la compilation di Rockerilla, verrà pubblicata la sacrilega dance version remix con un breve rap nell’inciso e la batteria rigorosamente in 4/4.
Per quanto riguarda il mio percorso personale nel 1986 affronterò  il reggae con “In Soh Reckshan”, il pezzo registrato in Jamaica con i Wailers di Bob Marley, che verrà pubblicato su vinile l’anno dopo e l’inedito “Consciousness” realizzato con gli Aswad.
Insomma la contaminazione del punk con altri generi è sempre stata una costante dei vecchi Dirty Actions e naturalmente anche la mia.

Consideri il tuo lavoro una boccata d’ossigeno o l’inizio di un percorso artistico percorribile e tutto da sperimentare?
Entrambe le cose. Senz’altro può essere inteso come la prosecuzione di un percorso artistico il più libero possibile da condizionamenti derivanti dalle mode del momento o dal mercato e si può considerare anche una boccata di ossigeno perchè avevo la necessità di misurarmi come autore completo: musica, testo, composizione, scelta dei suoni, missaggio, produzione. Sperimentare mi ha sempre affascinato, mi piace lasciare il certo per l’incerto, la via nuova per la vecchia, in poche parole rischiare. Non è un merito, ne’ un atto di coraggio. E’ una necessità per me, impellente.
In realtà vorrei fare cose ancora più estreme, ostiche, inascoltabili ma ogni tanto entro in conflitto con la mia latente vena melodica. Da qualche parte nel mio organismo c’è una tendenza all’armonia che tende ad ammorbidire e smussare le dissonanze, che stempera e attenua il mio nichilismo. Una sorta di istinto di sopravvivenza, anche se non è poi il termine esatto, che mitiga le tendenze autodistruttive.

Come consideri e in che stato vedi i tuoi contemporanei pionieri della scena punk e new wave italica al momento attuale
Miss Xox del Great Complotto di Pordenone è uscito con un gran bell’album, molto particolare. Anche i Punkow hanno fatto un ottimo lavoro, da sottolineare il ritorno dei Neon e dei Mercenary God e poi il mai domo Tony Face con Lilith, anche in questo caso il cd è davvero originale e intenso. E poi gli Skiantos, inossidabili. Come sono davvero interessanti le proposte di Freak Antoni e Alessandra Mostacci. Diciamo che i miei contemporanei tengono il passo senza affanni, il che dimostra una buona apertura mentale tipica di chi ha vissuto quegli anni. L’imprinting degli anni Ottanta si fa sentire anche a distanza di trent’anni. Non sembrano, non sembriamo, dei sopravvissuti, insomma.
Ma non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è bisogno di cose nuove, di linfa nuova. Mi va bene che Iggy zompi su un palco a quasi sessantadue anni e godo al pensiero di suonare e divertirmi fino a ottanta e oltre, ma voglio ed esigo gente nuova e roba nuova che mi faccia saltare le cervella e non le solite riproposizioni di musiche già sentite e rimasticate mille volte.
Kids fatevi il culo, fatevi scoppiare, date l’anima, in senso metaforico sia chiaro! E’ vero, è difficilissimo riuscire a proporre cose nuove, ma bisogna sempre provarci.
E buttate al cesso questo emo-power-pop contemporaneo! E se proprio non potete farne a meno, cercate di stravolgerlo.

Non pensi che ultimamente ci sia una certa mitizzazione degli anni Ottanta in senso commerciale del termine, credi ci sia buona fede o è una subdola e bieca operazione di marketing?
Senza nulla togliere alle potenzialità espresse negli anni Ottanta che ho decantato prima, convengo con te che sia soprattutto una subdola e bieca operazione commerciale e di marketing. Riproporre i vecchi e sicuri successi del passato costa molto, molto di meno che investire su nuove proposte e fa guadagnare molto di più. Preferisco sempre guardare avanti.

Quali sono le band e i personaggi dell’epoca che ascolti con piacere anche oggi?
Per l’Italia quelli che ho citato sopra più i Gaz Nevada. Per il resto sono tanti, davvero: da Adam & the Ants ai Clash, ai Soft Cell poi Heaven17, Exploited, Killing Joke, Suicide, Sex Pistols, Damned, Dead Boys, Ultravox con John Foxx, Pop Group, Clock DVA, Germs, Dead Kennedys, Contortions, ABC, Bauhaus, PIL dimenticavo i Devo, Pere Ubu e cazzo… i Cramps! La morte di Lux Interior mi ha sconvolto come quella di Ron Asheton… potrei continuare a nominare altrettanti e ne avrò dimenticato sicuramente qualcuno.

Che reazioni immediate stai ricevendo dopo l’uscita di I’m Cool da chi ti segue da più tempo?
Sorpresa, meraviglia, per la maggior parte reazioni positive e lusinghiere, a volte fin troppo. Addirittura un carissimo amico, restìo ai complimenti, lo ha definito un grande tributo alle nostre radici musicali.

Reputi che le fanzine e tutto ciò che ruotava attorno al mondo punk e alternativo degli anni Settanta e Ottanta si sia perduto per sempre sostituito dai vari myspace e facebook oppure c’è ancora un lumicino acceso?
Sono uno di quelli che a dispetto del mio pessimismo cosmico vedo sempre un barlume flebile, flebile, lontanissimo ma ancora acceso. D’ altra parte per resistere alla virulenza delle varie ondate di restaurazione degli ultimi trent’anni se non avessi nutrito un minimo di speranza, mi sarei già fatto fuori trenta volte, una volta all’anno almeno. Prima di essere punk ho fatto parte di quella generazione che, forse un po’ ingenuamente, si sentiva parte di una grande e possibile rivoluzione. Questo sentire, questa indomabile energia verrà soffocata a partire dal 1977 da una feroce e inesorabile repressione. I bollettini di controinformazione e i fogli rivoluzionari lasceranno il posto alle fanzine e ad altre forme di comunicazione molto più articolate, per alcuni più dispersive e inconcludendi. Non so se Facebook o MySpace possano sostituire le fanzine o essere considerati possibili forme di comunicazione alternativa e trasversale. L’unica cosa positiva è che sono media accessibili a tutti e al momento la censura non è così pesante anche se è presente in varie forme. Dipende sempre dall’uso che se ne fa, come vengono utilizzati tali strumenti. Con Facebook il problema è il diluvio di informazioni, inviti, richieste, suggerimenti, aggiornamenti che ti fa perdere un sacco di tempo. E’ meglio l’informazione veloce in tempo reale tipica del web oppure la classica informazione ponderata tipica della carta stampata? Fast news or slow news? Who knows?
Senza contare la qualità e l’attendibilità delle informazioni, che è un’altra enorme incognita ed è sicuramente il problema più grosso.

Nel tuo disco solista non c’è alcuna nostalgia o rimpianto sugli anni passati, ciò è dovuto dal fatto che una certa rabbia prevale sul momento presente o non sei un nostalgico/romantico di natura?
Questo è un ottimo complimento. Diciamo che ho sempre cercato di evitare i rimpianti nella mia vita, tentando di fare, nei limiti del possibile e con sforzi sovrumani, quello che volevo fare. No, mai stato fortunato. Quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato lavorando duramente e blablablabla… solita solfa. Per certo so che non è possibile estirpare alla radice la vena nostalgico/romantica presente in misura diversa in ognuno di noi. Diciamo che riesco a nasconderla bene. L’esperienza aiuta molto. La rabbia c’è, esiste ed è ben presente. Le motivazioni che l’alimentano crescono ogni giorno come funghi, dalla politica al sociale.

Quanto conta essere fighi (cool) ai nostri giorni? E chi reputi figo dal tuo punto di vista?
Tutti siamo fighi! Tutti possiamo essere dannatamente cool. Basta convincersene.
Il sentirsi cool del pezzo I’m Cool ha un significato molto ampio. Significa essere ok, tranquillo, calmo, senza problemi, sicuro di se’ e a proprio agio qualsiasi cosa succeda.

Ma in realtà chi canta I’m Cool vuole convincere se’ stesso di tutto ciò. Tendenzialmente è uno psicotico e non ha nulla sotto controllo, è una mina vagante, si sta trattenendo a fatica prima di esplodere! Ce la farà?

Hai in mente un tour promozionale? e come pensi di proporre i nuovi brani dal vivo?
Ci sto pensando. Ho già proposto i brani remixati di 21 Dirty RMXs con le basi e accompagnato da dj come Cesare Ferioli a.k.a. Big Mojo con cui mi sono esibito più volte e con cui ho già presentato il pezzo “I’m Cool” dal vivo a Bologna. Non c’è dubbio le serate con i djs sono molto divertenti e coinvolgenti. Mi ricordo una serata davvero selvaggia al csa Dordoni di Cremona con Kruz, EdBlast, Bedo, Mim$, Visual Sensation e Airbag Killex.
Certo la mia condizione ideale è quella di avere un gruppo dietro al culo che spinge come un dannato.
Ma riproporre i nuovi pezzi con una vera e propria band non è molto semplice. Riprodurre certi suoni e atmosfere richiede una strumentazione adeguata e dei musicisti ad hoc. L’impatto sarebbe molto diverso rispetto al solito Johnny con i Dirty Actions.
Al limite mi tireranno giù dal palco a bottigliate. Vedremo.

[Foto di Felson]

Blaxploitation in your (Tony) Face

cover-tony-face-big-roll-band.jpgTony Face Big Roll Band – Lady Day and John Coltrane/Hey Bulldog – (Hammond Beat, 2008)

Per chiunque segua un minimo le vicende del rock’n’roll tricolore, Tony Face (ovvero Antonio Bacciocchi da Piacenza) non ha bisogno di presentazioni. Peraltro è anche un esimio collaboratore di questa rivistaccia gonzovirtuale.
A chi, invece, è capitato qui sopra casualmente digitando su google “fica bagnata”, “andrea valentini nudo” o roba simile bastino queste quattro sigle: Chelsea Hotel, Not Moving, Lilith e Link Quartet. (altro…)

Lilith e i santi peccatori

8331fa1.jpgLilith and the Sinnersaints – The Black Lady and the Sinnersaints (Alpha South, 2008)

Annunciato da mesi, ecco il dischetto che segna il ritorno di Lilith, chanteuse dei Not Moving reduce dalla reunion “a tempo” (nel senso che saggiamente hanno fatto un tot di concerti per poi sciogliersi in gloria) della band e da una pausa sabbatica dalla propria carriera solista.

The Black Lady and the Sinnersaints non è un disco “facile” e immediato, come la miglior tradizione impone e insegna. Si tratta di una raccolta di brani (alcune cover, alcuni arrangiamenti di traditional, alcuni pezzi scritti in collaborazione… di tutto un po’) in forma di concept album, in cui l’aspetto emotivo e il mood sono fondamentali. Niente sgroppate punk-wave-blues alla Not Moving, quindi: è meglio essere chiari fin da subito.
Un valido termine di paragone, a livello di umore e sonorità, è Abnormals Anonymous, un misconosciuto album (del 1998) da brivido, firmato da un duo che si faceva chiamare Congo Norvell (ovvero il mitico Kid Congo Powers e la chanteuse Nora Norvell): nel lavoro di Lilith & co. le atmosfere sono dunque soffuse, scure, da bar fumoso e da whiskey invecchiato per bene. A volte si fanno puntatine nel cow-punk (la rendition di “Pretty Face”!), altre nel quasi-spoken word, altre ancora in un suggestivo mish-mash di folk/blues/dark/roots viscerale… una specie di viaggio interiore tra pieghe non troppo illuminate dell’essere.

Se poi ancora non siete convinti, leggete la lista degli ospiti e dei collaboratori: da Tav Falco all’inossidabile Tony Face, da Dome La Muerte al Santo Niente… ma andate a scoprirli da voi, che è meglio.

PS: date ovviamente una bella lettura al ricco booklet, che è in pratica un racconto di Davide Sapienza.

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