Turn on the news

Bob Mould & Michael Azerrad – See a Little Light, The Trail of Rage and Melody (Little Brown, 2011, 404 pp.)

Le biografie/autobiografie rock sono ufficialmente un genere letterario che tira, ormai da qualche anno. E non posso che esserne felice, visto che la lobotomia causata dal rincoglionimento senile mi impedisce da quasi 10 anni di leggere altro… vederne uscire tante e anche di artisti minori è tutto grasso che cola, per il sottoscritto.

Per quanto riguarda il caso Mould, il piacere è doppio, visto che è da sempre un personaggio interessante, oltre ad essere stato uno dei pilastri della mia formazione musicale (e di quella di svariate migliaia di altre persone, direi) con gli Husker Du. Insomma, non ci ho pensato due volte a prendermi questo libro, complice anche un tizio spagnolo che mi ha provvidenzialmente comprato su Discogs un disco residuo della vecchia distribuzione – un orribile split 7″ di band punk rock anni Novanta poco più che ignobili… che uno si domanda: ma caro spagnolo sei sicuro del tuo acquisto? Ad ogni modo, grazie: coi tuoi eurazzi mi son regalato il libro (che è arrivato in edizione hardcover).

Insomma, questa è un’autobiografia scritta a quattro mani con Azerrad – già pregiato autore di Our Band Could Be Your Life – che probabilmente ha organizzato e limato i contenuti per renderli più presentabili. Un’operazione che, peraltro, avviene regolarmente nel 99% delle autobiografie anche quando non è dichiarata.
La storia inizia dall’infanzia di Bob e arriva fino ai nostri giorni… una lunga cavalcata che passa dagli Husker Du ai primi album solisti, per passare attraverso gli Sugar, l’esperienza di lavoro nel campo del wrestling televisivo e, infine, il ritorno alla musica. Il tutto ampiamente intriso di tutte le problematiche legate all’accettazione della propria omosessualità e alla ricerca di una dimensione vivibile.
La prosa è scorrevole, ritmata, lucida e pacata, come i migliori pezzi di Mould – se vogliamo. Insomma una lettura semplice e piacevole, in cui un uomo si mette a nudo e srotola fatti, pensieri ed emozioni senza troppi pudori. Nella miglior tradizione delle autobiografie. Tanto più che Bob di roba da raccontare ne ha a vagonate…

Posto, dunque, che la soddisfazione è garantita, non posso fingere di non avere almeno un paio di cosette da rilevare.
Personalmente – ed è un mio errore d’approccio, visto che da nessuna parte è scritto che questa è la storia di una band – avrei preferito molto più spazio dedicato ad aneddoti e storia degli Husker Du (in breve: quando cazzo esce un libro solo su di loro?)… davvero, insomma, con tutto il rispetto Bob: ma a chi pensi che interessi la genesi dei tuoi album solisti elettronici (che facevano realmente cagare), tanto per dirne una? O le peripezie legate ai traslochi e ai vari acquisti di case (ma quanti soldi guadagnavi Bob, per cambiare casa con quella frequenza?).  Dacci montagne di Husker Du e ci avrai ai tuoi piedi. Anche se già lo siamo.
In secondo luogo la parentesi del wrestling per quanto totalmente lontana dalla musica, ha un fascino morboso che avrebbe meritato più pagine. Magari a discapito delle energie spese nel raccontare dei gay bar e del gay lifestyle fatto di party, palestra, caffé per hipster e flirt.

Non è forse il libro dell’anno, dunque, ma ci voleva. E state certi che dal momento in cui lo inizierete, non riuscirete facilmente a staccarvene.

Un ultimo avvertimento doveroso: da tutta la storia Grant Hart e Greg Norton escono veramente malissimo. Sarebbe bello ascoltare anche le loro campane, soprattutto su alcuni fatti chiave.

C’era una volta Ozzy (ancora…)

Ozzy Osbourne, Chris Ayres – Io sono Ozzy (Arcana, 2010, 450 pag.)

Questa è l’autobiografia spassosa, grottesca, eccessiva scritta a quattro mani dal Madman in persona insieme al  tutorwriter Chris Ayres. Senza di lui e un equipe di editor di prima scelta, questo libro non sarebbe stato possibile, o meglio ne sarebbe stato possibile un altro: Le memorie smemorate di Ozzy: un alcolista confuso e dislessico – praticamente un disastro editoriale, pensierini da quinta elementare scritti alla rinfusa dal Re delle Tenebre.
Ma il volume edito da Arcana si rivela un onesto libro verità, una confessione laica di un peccatore ravvedutosi con la demenza senile.  Se chiodo scaccia chiodo, demenza scaccia demenza.

Il padrino dell’heavy metal dunque fa un mea culpa generale, in queste pagine, e non si compiace della cronaca nera che permea il suo passato da rockstar. Alcune delle cose che non rifarebbe:
– sparare alle galline nel pollaio del suo cottage con il fucile automatico
– staccare la testa con un morso ad una colomba durante una conferenza stampa
– azzannare un pipistrello durante un concerto credendolo finto
– bere così tanto da pisciarsi e cagarsi nel pannolone, drogarsi a tal punto da sbagliare hotel durante un tour
– sniffarsi un’ intera fila di formiche rosse
– bere il suo piscio durante una data coi Motley Crue

Anche se poi viene inevitabilmente da domandarsi sia cosa sarebbe Ozzy senza questi eccessi, sia quanto c’è di strategicamente ordito dalla sua manager/moglie Sharon dietro queste peripezie freak e circensi. Sta di fatto che da queste pagine Ozzy esce vincitore – o meglio, la sua proverbiale, bislacca autoironia e capacità di farsi beffa di tutto, in primis di se stesso, prevalgono sulle vicende lisergiche della sua esistenza.

Larga parte del libro è dedicata alla  turbolenta infanzia, ai confini con la miseria, del piccolo John Osbourne nella plumbea Birmingham; esilaranti sono episodi alla catena di montaggio per accordature di clacson e gli scherzi di pessimo  gusto patiti all’interno del mattatoio. Si scende in dettagliato anche nel capitolo che riguarda la nascita e l’ascesa dei Black Sabbath soprattutto i vari rapporti e scazzi con Tony Iommi, vero fulcro carismatico del Sabba Nero musicalmente e caratterialmente.

I capitoli sulla carriera solista mettono un po’ da parte il discorso prettamente musicale, soffermandosi su toccanti vicende personali: una su tutte la morte per incidente aereo del giovane e virtuosissimo chitarrista Randy Rhoads, amico fraterno di Ozzy.

Non sarà di sicuro la biografia definitiva scritta su e da Ozzy Osbourne, ma se per sbaglio dovesse esserlo, pochi farisei potrebbero disapprovarla.

For those about to read’n’rock, we salute you

Amelie Tritesse – Cazzo ne sapete voi del rock and roll (Interno 4, 2011)

Ogni tanto capita, quando si è in giro da tanti anni a far cose e scriver bizzarrie, che ci si trova a recensire dischi/libri di persone che si conoscono o con cui si ha un rapporto di amicizia. Mediamente è imbarazzante, non tanto per l’ipotetico conflitto d’interessi (ma dai… nemmeno fossi Berlusconi), quanto perché il primo pensiero è: “E se mi fa schifo, come faccio a dirlo senza rovinare una bella amicizia?”. Questo perché mediamente noi italiani siamo permalosi e difficilmente capiamo una critica sincera – ma negativa – da parte delle nostre cerchie amicali.
Capita anche, poi, che ricevi da un amico e collaboratore cose come il libro + cd degli Amelie Tritesse (dove milita, in qualità di autore dei testi/racconti il nostro Manuel Graziani) e capisci che non devi proprio preoccuparti di tutte le puttanate di cui sopra. Perché Cazzo ne sapete voi del rock and roll è carismatico e convincente già al tatto: fidatevi.

Si tratta di un’uscita particolare per un progetto peculiare, ossia un booklet di racconti di Manuel (magistralmente illustrati da Fabrizio “Pluc” Di Nicola), accompagnato da un cd in cui gli stessi sono musicati e interpretati; in uno stile (mi si perdoni il paragone forse poco calzante) che mi ricorda i Massimo Volume, per molti versi. Ma dentro c’è una forte dose di personalità: sangue di provincia pompato da un cuore di provincia, con le sue storie sospese, fatte di minuzie, sguardi, siparietti, gesti quotidiani, suoni e ricordi. E soprattutto senza un vero finale, che restano lì appese come se da un istante all’altro qualcuno dovesse premere il tasto di rewind, per farle ricominciare.

Ma, per farvi capire meglio il concetto – senza rompervi troppo le palle coi miei farfugliamenti – li ho intervistati brevemente. Leggete: tutto sarà più chiaro. E dovrete andare a comprarvi Cazzo ne sapete voi del rock and roll. Già.

Io sono un orribile cafone e mi dovete perdonare per l’approssimazione… però un pochino mi avete ricordato i Massimo Volume. Ma quali sono – se ce ne sono – i vostri numi tutelari e ispiratori?
Non ti preoccupare ché tra cafoni ci intendiamo. Per quanto mi riguarda i Massimo Volume sono stati e continuano ad essere (l’ultimo album Cattive abitudini è un gran disco, come ho scritto su queste stesse pagine) sicuramente fonte di ispirazione e, soprattutto, di “piacere”, il paragone mi onora. Oltre alla consistenza dei testi, mi piace il parlato di Emidio Clementi perché è autorevole senza essere eccessivamente impostato, da attore. Inevitabilmente veniamo accostati a chi fa cose simili, quindi ai Massimo Volume ma anche agli Offlaga Disco Pax. Nell’ambito del read’n’rock citerei anche Totòzingaro Contromungo e i vari progetti dello scrittore Enrico Brizzi: il mio preferito è quello con i genovesi Numero 6.
Ognuno di noi ha i propri numi tutelari, ce ne sono molti, forse troppi. Pensando al nostro progetto, io mi gioco i nomi di Gun Club e Diaframma. Stefano punta su Grandaddy e Mogwai. Paolo è caduto a testa bassa nella Boston indie degli anni Ottanta, rotolato nei Novanta fra Pavement, Beck e Flaming Lips ed è entrato nel nuovo secolo portandosi dietro il ricordo di Syd Barrett, mentre Giustino si diverte sempre più ad agghindare di decibel e frequenze tanto i vecchi bluesman del sud degli Stati Uniti quanto Miles Davis e Jimi Hendrix.

Come sono le dinamiche degli AT… ossia: nasce prima la musica o i testi? O sono due procedimenti paralleli che fate incontrare in un dato momento? Come componete?
Nei pezzi parlati, di norma, io porto il testo e poi interveniamo con la musica, o nel piccolo attico-studio di Giustino o direttamente in sala prove. Ogni pezzo del disco ha avuto comunque una genesi differente, anche perché alcuni sono classici pezzi con chitarra-basso-batteria, altri partono da una base elettronica. Ti faccio degli esempi: in “Liverpool pub” ho adeguato il testo ad una suite di musica elettronica di Giustino, più o meno lo stesso è accaduto con “Oplà” e “Biciclette” dove sono intervenuti nella composizione Paolo e Stefano, suonando e cantando nella seconda parte. “Suddenly”, “At the door” e “Le 2 Sofia” sono vere e proprie canzoni di Paolo senza elettronica, con me e Stefano che ci alterniamo tra basso e batteria. La title track, tutta suonata in acustico, è l’unico pezzo nel quale c’è anche la chitarra elettrica: dopo che io ho raccontato la mia storia per un tot di minuti ed il pezzo sembra finire, esplode una micro canzone cantata da Paolo. Insomma, il progetto musicale è abbastanza variegato sia su disco che dal vivo.

In che contesti riuscite a esibirvi, data la vostra proposta piuttosto particolare?
Finora abbiamo fatto una quindicina di concerti e secondo me abbiamo avuto la “fortuna” di suonare sempre in contesti diversi. Dall’happening artistico un po’ radical chic (Roma) al club rock vero e proprio (Bologna, Pescara); dal circolo culturale alla galleria d’arte; dal localino buio dove gli astanti si trinciano di alcol e non ti degnano della minima attenzione fino al bar-libreria (Avellino) e alla manifestazione via uno avanti l’altro (Faenza). Da queste esperienze abbiamo capito che ci è più congeniale un posto raccolto dove le persone sono lì per sentirci e magari sorridere, anche amaro, ascoltando la musica e le storie che raccontiamo loro.

Come vi siete trovati e come è nata l’idea di questo progetto?
Nell’estate del 2007 è uscito il mio romanzetto La mia banda suona il (punk)rock e stufo di fare le solite presentazioni imbalsamate mi è iniziata a frullare in testa l’idea di movimentare un po’ la faccenda. L’occasione ci è stata servita su un piatto d’argento quando mi hanno invitato a presentare il romanzetto in una manifestazione estiva alla Villa Comunale di Teramo; lì c’è un bel palco dentro un laghetto artificiale (una specie di palafitta) dove di solito suonano gruppi rock, jazz, ecc. Così ho chiesto a Paolo, che è un amico di vecchia data, di fare qualcosa assieme alternando mie letture a sue canzoni. Da subito abbiamo tirato dentro l’altro comune amico Giustino Di Gregorio che si è occupato della parte elettronica del progetto. Dopo un po’ si è aggiunto il fine battitore di tamburi Stefano Di Gregorio, che già suonava la batteria con Paolo, e il cerchio si è chiuso. Con l’ingresso di Stefano ci siamo progressivamente spostati dal classico reading fino a diventare quello che siamo ora: un gruppo di read’n’rock con chitarra, basso, batteria, elettronica, voce cantante e voce recitante.

Il vostro cd+booklet è un’uscita intrigante, ma anche coraggiosa… è stato semplice trovare chi ve lo producesse?
In realtà è stato molto più semplice del previsto. Abbiamo registrato 5 pezzi, praticamente in presa diretta, in un giorno e mezzo. Ne abbiamo fatte 7-8 copie e le abbiamo mandate a piccole etichette che secondo noi potevano essere interessate. Dopo neanche una settimana dall’invio mi ha chiamato Massimo Roccaforte di NdA e ci ha “bloccati” immediatamente. Ci fa enormemente piacere esserci trovati con Massimo perché apprezziamo il lavoro che fa con NdA ed i cd-libri che pubblica su Interno 4 Records (ma anche le ristampe punk su Shake) che sono, come dici tu, davvero “intriganti”. Massimo si è dimostrato entusiasta di quei 5 pezzi e ci ha chiesto di registrarne altrettanti per mettere insieme un album vero e proprio. Detto fatto: un altro paio di giorni in studio e il disco era pronto. La data di pubblicazione ha subito ritardi perché non riuscivamo a trovare il disegnatore adatto, poi è spuntato miracolosamente il pescarese Fabrizio “Pluc” Di Nicola e ci ha fatto svoltare. Riteniamo che le sue illustrazioni siano un vero valore aggiunto, che abbiamo colto perfettamente il senso dei pezzi e dell’intero progetto.

Che rapporti avete – se ne avete – con la scena musicale delle vostre parti?
Conosciamo bene la scena musicale abruzzese e, più in particolare, quella della nostra città, Teramo. Abbiamo buoni rapporti (anche di amicizia in alcuni casi) con tutti quelli che, di dritto o di rovescio, suonano roba obliqua e fuori dagli schemi. Io più da ascoltatore e fan, gli altri più dal di dentro dato che ne fanno parte da anni come musicisti. D’altronde il tempo passa, puttana eva. Io e Paolo ci avviciniamo ai 40, Giustino ai 50 e pure Stefano, che il più giovane del gruppo, sta “invecchiando”. Paolo è una “istituzione” dell’indie rock cittadino: negli anni Novanta ha guidato gli Orange Indie Crownd con cui ha pubblicato il disco Choke Your-gas-M su Vurt Records nel 1998. Assieme a Giustino ha dato vita agli Iver and the drIver; hanno all’attivo l’album del 2006 su Ghost Records, Samples and Oranges. Di recente ha messo su i delaWater nei quali, peraltro, suona la batteria Stefano. Non è da meno il pedigree di Giustino che nei primi anni Novanta è stato un pioniere della scena del taglia e cuci all’italiana, tanto da pubblicare il suo debutto del 1999, Sprut, con l’etichetta americana Tzadik Records di quel genio del rumorismo mondiale che risponde al nome di John Zorn. Poi, come ti dicevo, ha messo in piedi con Paolo gli Iver and the drIver, si è dedicato all’autoproduzione di The Incredulous Eyes Project e al progetto di sonorizzazione Secondopiano. Anche Stefano può dire la sua in quanto ad esperienze musicali avendo suonato, negli ultimi 10 anni, con gruppi dai nomi a dir poco fantasiosi come Condominio Abracadabar, Pantofon Gare, Gaetano e Gaetano, Pretusa Mens, Iver and the drIver e delaWater. Intrecci a go-go, come avrai capito.

Concettualmente siete molto rock’n’roll; a livello di impatto sonoro percorrete altri sentieri, più raffinati, intimisti, forse vicini a certo indie rock d’autore; come conciliate queste due anime e da dove arrivano?
C’hai preso, grazie! Personalmente il rock’n’roll è una delle poche cose che rende accettabile l’essere al mondo. I “sentieri raffinati, intimisti, vicini a certo indie rock d’autore”, come li chiami tu, sono merito soprattutto di Paolo, Giustino e Stefano. Col passare degli anni io sono diventato né più né meno che un povero bifolco appassionato di putrido garage-punk e r’n’r demente, ma da ragazzo ho seguito anch’io il cosiddetto rock alternativo o indie-rock che dir si voglia, e non solo quello americano di Dinosaur Jr, Pavement, Superchunk, ecc. I “suoni” degli Amelie Tritesse per me sono anche un piacevole tuffo nelle atmosfere di un passato spensierato che non tornerà più. Pensa che quando suoniamo “Le 2 Sofia” per un attimo m’illudo di essere il batterista dei Waterboys e mentre sbatacchio le spazzole sul rullante in “Suddenly” piombo letteralmente dentro Earth, Sun, Moon dei Love and Rockets.

Domanda per Manuel in particolare: i tuoi racconti mi colpiscono perché hanno due caratteristiche salienti (almeno per me, che ovviamente non faccio testo): da una parte trasudano quel liquido amniotico sublime, ma mortifero, in cui solo nella provincia è possibile sguazzare; dall’altra parte sono carveriani nella loro capacità di farti identificare, di non sconfinare nel fantasioso conclamato. E, come se non bastasse, non sembrano mai avere un finale netto, tipo da film in cui vedi la scritta THE END. Fanno presagire un loop infinito, un ripetersi delle situazioni e un’atmosfera di disagio sospeso. Da dove peschi per la tua ispirazione? Quanta autobiografia c’è?
Intanto ti ringrazio; direi che c’hai preso in pieno un’altra volta. Ti rispondo per punti. Le mie storielle riflettono inevitabilmente quello che mi piace leggere e, tanto per confermare il tuo accostamento che mi lusinga enormemente, Carver l’ho divorato come molti appassionati di narrativa americana. Sono un provinciale fiero di esserlo; in provincia ci sono nato, ho scelto di viverci e spero di morirci. Se c’è una cosa che proprio non sopporto è il mondo del “fantasy” in tutte le sue fottute declinazioni. I finali non mi sono mai piaciuti, figuriamoci quelli che finiscono bene (e scusa il gioco di parole). Nel tempo ho imparato a nasconderlo, ma spesso mi sento a disagio e ancor più provo disagio per conto terzi. Nella musica come nella vita mi piace la reiterazione, con degli strappi qua e là a rompere la monotonia meccanica che diventa esercizio o, peggio, routine. L’autobiografia c’è e non faccio nulla per nasconderla, ma spesso sta dove meno ci se lo aspetta, tra le righe, nelle pieghe nascoste. L’ispirazione la traggo un po’ ovunque: nelle letture, nei film, nei solchi dei vinili, nella televisione, nel percorso in macchina casa-lavoro, nei bar, al supermercato, tra i denti bianchi e le rughe di mio padre, nello sguardo allegro e talvolta inquisitorio di mia figlia, nelle braccia sottili, forti e bellissime di mia moglie.


suddenly
http://mediaservices.myspace.com/services/media/embed.aspx/m=51423230,t=1,mt=video
AmelieTritesse | Myspace Music Videos

Nederbiet bloody nederbiet

Jerome Blanes – Outsiders by Insiders (Misty Lane Books, 2010, 168 pag.)

Che piaccia o no, Misty Lane è un po’ il corrispettivo europeo di Ugly Things – fatte le debite e imprescindibili proporzioni. E quest’ultima operazione editoriale in cui si è imbarcata conferma la percezione: un libro tutto dedicato agli olandesi Outsiders, alla loro storia e a ogni dettaglio che li riguardi (e Ugly Things, tempo fa, dedicò un intero volume agli altri olandesi d’oro, i Q65).

Questo Outsiders by Insiders – precisiamolo – è una traduzione. Il libro ha avuto una primissima pubblicazione in olandese alcuni anni orsono (2007); con la trasposizione in lingua inglese ovviamente si cerca di allargare il tiro al mercato internazionale degli appassionati di Sixties sound e derivati.
Detto questo, la sensazione – piacevole anche – è che sia comunque un volume per pochi appassionati dall’indole hardcore. Un po’ perché si concentra su una band fondamentale, ma sostanzialmente non famosa (per apprezzare la scena Sixties olandese occorre essere un po’ più appassionati degli altri e un po’ più conoscitori della media, si sa); un po’ perché si tratta di una storia maniacale, scritta con attenzione a minuzie che a tratti possono scoraggiare anche i fan e i curiosi più ben disposti (nomi di persone, di club, di scuole e di vie si susseguono in un turbine capace di confondere nel giro di poche decine di pagine).

Il succo, quindi è che dovete essere pronti a immergervi nel mondo degli Outsiders come se doveste scrivere una tesi di dottorato su di loro, imparando anche qualche parola di gergo olandese. In cambio dei vostri sforzi, però, avrete in regalo (beh, proprio regalo no, visto che costa 20 euro) le chiavi di un mondo in cui avrete il privilegio di curiosare ampiamente – magari anche in qualche cassetto dimenticato. A compendio, poi, ci sono una marea di foto che raccontano una storia già da sé.

Unico vero appunto: la prosa di mr Blanes non è delle più brillanti (diciamo anche piuttosto noiosa: non è certo uno di quei cronisti/giornalisti che si mettono in gioco in prima persona nel raccontare le cose) e la traduzione dall’olandese non è esattamente ineccepibile – sono rimasti un po’ di refusi. Per non parlare della scelta di lasciare molte parole in lingua originale, ma in contesti che proprio non hanno alcun senso. Un vezzo pittoresco, ma piuttosto fastidioso alla lunga.

Nick, Nick, raccontaci una storia…

Nick Kent – Apathy For The Devil (Arcana, 2010)

Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi se è una prerogativa per la riuscita di un intero libro sul rock.

Nick Kent è stato per molti anni un decano del NME, una delle riviste sul rock inglesi più popolari del pianeta. Nel decennio che va dal 1970 al 1980 circa, il critico londinese ha rappresentato più di ogni altro lo zeitgeist di quella decade: ne ha tracciato una partitura geometricamente perfetta, come una tela di ragno, con dei punti fermi  – i suoi masterpiece su NME racchiusi nel libro culto The Dark Stuff del 1996 – avendo avuto la fortuna e il tempismo di vivere fianco a fianco di celebrità del calibro di Bowie, Iggy Pop, McLaren, Keith Richards e compagnia tossica.
Quel libro è stata la mia personale Bibbia sul rock per diversi anni; lo trovai in lingua originale in una deserta libreria di Biarritz a ferragosto e ho speso un po’ di tempo, vocabolario alla mano, a tradurlo quasi fedelmente – o almeno comprensibilmente.

Se in The Dark Stuff Nick Kent trasformava il mero articolo rock in un’investigazione alla maniera dei true crime – immergendosi così tanto nel contesto trattato, da rimanere agganciato all’amo dell’eroina – questa seconda fatica,  (Apatia per il Diavolo – titolo  tratto dalla sarcastica definizione di Bob Dylan sullo stato di salute in cui versavano gli Stones nella seconda metà degli anni ’70) è un libro abulico e svogliato, frettoloso e sciatto. Contiene i B-side di quegli articoli che hanno fatto la sua fortuna, quella del NME e dell’opera prima The Dark Stuff.

L’operazione editoriale è alquanto furba, perché se in The Dark Stuff erano gli stessi protagonisti a raccontare se stessi e il giornalista restava al suo posto puntando la lente d’ingrandimento – laddove ce n’era bisogno – per investigare sui vizi e le devianze dei vari Iggy-Barrett-Richards-Reed-Wilson-Beefheart-Dolls-Pistols, in Apathy è il medesimo Kent a raccontarsi attraverso gli stessi illustri personaggi. Ma il risultato non brilla della medesima luce.
Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi a volte l’esistenza di un critico rock – seppur illustre – quanto può essere  distante da quella dei propri idoli.

Di dischi, mohicani e manie

Maurizio Blatto – L’ultimo disco dei Mohicani (Castelvecchi, 2010, 232 pag.)

Ok, era un po’ che si doveva affrontare l’argomento Blatto, ma per una serie di motivi il sottoscritto Andrea Valentini aveva sempre eluso la faccenda.
Un po’ perché il libro è così bello che parlarne è quasi svilirlo; un po’ perché racconta – trasversalmente – anche un po’ di me; un po’ perché avendo vissuto a Torino per qualche tempo nella seconda metà dei Novanta, il negozio in cui Blatto lavora lo conoscevo di prima mano. Eppure a quel periodo sono legati ricordi poco piacevoli, quindi l’inconscio ha steso una cortina.
Ora, però, il valoroso Bandannas ha scritto una recensione e non potevo per nulla al mondo restare indietro. Quindi beccatevi una double, ovvero una recensione doppia, una per testa.
(Testa di cosa lo deciderete voi).

Also sprach Bandannas [di Hugo Bandannas]

Film come School of Rock e libri come Alta Fedeltà di Nick Horby hanno definitivamente sdoganato l’immaginario rock and roll rendendo possibile quell’ibrido sociale che si pone tra evento da incubo e fatto miracoloso: il pullulare urbano di casalinghe con la t-shirt dei Ramones o dei Motorhead anche se la loro passione in fondo restano gli 883
L’ultimo disco dei Mohicani di  Maurizio Blatto  rientra, per il tema e per la poeticità,  in questo filone di “sdoganamento del rock and roll”.
Il libro sembra in realtà  una sceneggiatura, in cui il cult-negozio di dischi Backdoor diventa location di un duello all’O.K Corral in low profile, all’ombra della Mole (anzi, in un’angusta piazza dove la vita del popolino scorre). Ma i due antagonisti che si sfidano sono il venditore di dischi e l’eccentrico acquirente-fanatico.
Ogni paragrafo racconta il personaggio stonato di turno, in comune c’è la musicofilia o musicopatia a seconda dei casi, e Maurizio indossa i panni del Guru Musicopata cercando, spesso invano, una ricetta per ogni avventore.
Stralci di vita dai contorni grotteschi, surreali e a tratti iper-realistici, in cui coesistono due mondi paralleli: uno, al riparo, ovvero all’interno di Backdoor (mai nome fu appropriato), l’altro en plein air, outdoor. Mondi paralleli, popolati da umanoidi autistici che si passano sopra alla ricerca del disco definitivo, della cura drastica a esistenze spesso nascoste dal feedback di chitarre distorte.
Ma l’autore non si eleva a supervisore di uno zoo di malati di mente, dalla sua postazione di comando dietro al bancone – insieme al burbero socio Signor Franco, suo alter ego dai modi più sbrigativi e terapeutici; non gioca a manovrare le leve di marionette senza fili, facendo annusare questo o quel vinile per sedare i loro furiosi attacchi di astinenza vinilica o mal-sopportando gli sproloqui e i soliloqui dei suoi potenziali acquirenti. Niente di tutto questo: Blatto si commuove con queste storie borderline, perché in fondo sa che ogni cultore e fanatico di rock sarebbe un potenziale serial killer o deviato sociale estremamente pericoloso senza quella merce in pvc (clorulo di polivinile) a tappargli le sinapsi mancanti.
E questa insanabile malattia, che lo ha contagiato una volta che ha messo la puntina sul 33 giri imprescindibile per Lester Bangs, ovvero White Light, White Heat dei Velvet Underground, gli invade e gli corrompe i sogni anche una volta abbassata la claire del negozio.

Sapessi che casino, trovarsi in esilio a Torino [di Andrea Valentini]

Sarà stato il 1998; non è mille anni fa, ma in 13 anni di cose ne sono successe. Molte, purtroppo, non belle: quindi perdonate le zone fumose e i buchi fattuali; il cervello è selettivo e tende a brasare i ricordi più merdosi. Dicevo: sarà stato il 1998, io vivevo-studiavo-lavoravo (?) a Torino, in una casetta affittata da due fricchettoni che erano andati in India per una anno. Avevo una coinquilina svizzera, pazza e rompiballe con la faccia da bulldog ossigenato, e un’altra coinquilina che con me non divideva solo la cucina, il bagno e il divano, ma anche fluidi, scazzi, qualche sogno e altre cose del genere. Non giurerei che le mie condizioni psicologiche fossero dignitose – anzi, mi sa che ero messo malissimo – ma almeno non mi drogavo e bevevo solo qualche birra da discount al dì, a causa di un budget tirato come un lifting di Alba Parietti. Capitava, ogni tanto, che trovassi una frattaglia di tempo libero per fiondarmi nei tre poli vinilici della città – Verovinile, Rock&Folk e Backdoor – quando scappavo perché sentivo che mi stava per esplodere ciò che restava del cervello. Compravo poco o nulla, ma almeno toccavo dei dischi.
Una volta ricordo distintamente di essere andato da Backdoor, chiedendo con occhio spiritato la stampa italiana su Expanded di Fire Of Love dei Gun Club, ma quella col centrino azzurro, non quella regolare. Un signore – che solo anni dopo ho identificato nel signor Franco – mi mugugnò svogliato che quello che c’era in negozio era lì, di guardare senza chiedere robe strane. Un siparietto che mi mise di cattivo umore: nella mia ingenuità mi pareva normalissimo fare una domanda da malato di mente come quella – e mi trattenne dal tornare da Backdoor per diversi anni.
Leggendo il libro di Maurizio Blatto tutto questo è tornato alla mente, ma lo devo ringraziare perché mi ha regalato una prospettiva ironica, mi ha consentito di ridere sia di quell’episodio minimo, sia di quel periodo torinese che fu di merda. E vi garantisco che non è poco.
L’ultimo disco dei Mohicani andrebbe fatto obbligatoriamente leggere a tutti gli appassionati di vinile (per dar loro un’idea di come sono agli occhi di chi li circonda), alle famiglie degli appassionati di vinile (per far loro capire che insistere e spaccare i maroni non serve: anzi, è peggio), ai negozianti che vendono dischi (così si renderanno conto della loro utilità sociale); e poi a chiunque abbia voglia di un po’ di buon umore e di uno sguardo divertente e divertito su una categoria misconosciuta dell’umanità.
I quadretti dipinti da Blatto sono lucidi, buffi, vivi e – soprattutto – talmente reali da rischiare di identificarsi. Chi non ha mai fatto “il castoro” in un negozio di dischi? (No, non vi spiegherò cosa è il castoro: compratevi il fottuto libro); e ancora, chi non ha mai finto di avere in mano dei dischi prestati per non ammettere con la moglie di avere speso l’ennesima cappellata di soldi a sua insaputa? E questi sono semplicemente i sommi capi… nel libro troverete ogni forma di follia-malattia-passione discografica, anche quelle inimmaginabili.
Non fate i pirla, dunque, e procuratevi il volume. Costa poco, vi farà scompisciare (mia moglie, che se potesse i vinili me li darebbe sul cranio, rideva come una pazza leggendolo) ed è scritto anche bene. Che cazzo volete di più? Se poi volete una preview, perché non vi fidate nemmeno di vostro padre, andate QUI.

Senta, ma Che Guevara ha fatto più niente di nuovo?”. Panico. Ancora panico. Panico ovunque. “Mah, a dirla tutta è un po’ che non fa più uscire niente” “Vabbè. Non importa” Interviene l’altra amica “Ma chi è ’sto Che Guevara. L’ho già sentito” “Boh, è uno che ci piace a mio marito. Sai lui si ascolta le canzoni dei partigiani” “Partigiani! Io e mio marito ci ascoltiamo Renato Zero, Baglioni, quelli lì.!”. “Allora niente. Arrivederci” “Arrivederci a voi e grazie”

Alla ricerca del soviet punk perduto

Umberto Negri – Io e i CCCP (Shake, 2010, 448 pag.)

Premetto che:
– con i CCCP non ho mai avuto un gran rapporto (possiedo un solo album, per intenderci, che non mi esalta – ma neppure mi schifa)
– le band post-CCCP mi hanno sempre repulso, a torto o a ragione
– aborro il Ferretti-pensiero degli ultimi anni e la sua svolta (vera o falsa che sia) integralista cattolica leghista e che cazzo ne so
– la Shake mi suscita emozioni contrastanti e a fronte di buone cose, penso abbia fatto anche tante uscite che non mi interessano o sono un po’ pacco.

Nonostante tutto ciò, però, appena ho visto casualmente questo librone non ho potuto fare a meno di restarne affascinato. E i motivi sono di due ordini: il primo puramente estetico, visto che si tratta sostanzialmente di un volume fotografico, con testo rarefatto, in cui le immagini (tutte in bianco e nero e pazzesche) parlano ed evocano moltissimo. Il secondo è legato al fatto che la storia raccontata è quella del periodo pre-contratto major e arriva dai ricordi di Umberto Negri, bassista originale dei CCCP uscito dalla formazione proprio alla vigilia del contratto. Quindi, se mi passate il termine e il concetto, queste 448 pagine sono de-ferrettizzate al 100%. Per carità, Ferretti è presente come figura che agiva nella catena di eventi, e ne esce in una luce doppia – che forse riflette il personaggio (affabulatore, intortatore, opportunista, ma anche genialoide per certi versi).

Preparatevi, dunque, a vivere una storia fatta di immagini e per brevi ritratti di momenti (tra)scritti. Una storia che pulsa, perché riportata da chi l’ha vissuta – forse anche un po’ odiata, ma ora ci ha fatto (quasi) pace.
E’ innegabile che l’apparato iconografico e le parti scritte potrebbero anche vivere egregiamente separati l’uno dalle altre, ma è dal loro intreccio che nasce la grandezza del libro. E sfido chiunque sia nato negli anni Settanta a non impazzire vedendo certi ritratti di provincia, le R4 sgangherate, le vie deserte, i punk romagnoli e gli squat berlinesi.

Se, comunque, delle foto pensate di potere fare a meno, allora scaricatevi questo file mp3 in cui il veterano Gomma (tra l’altro, che fine ha fatto Gomma.tv? Risulta offline) intervista proprio Negri: e da questa intervista deriva buona parte del testo del volume. Potrebbe anche farvi da antipasto e convincervi a fare l’acquisto – peraltro consigliato senza alcun dubbio.

Sul ponte sventola bandiera nera

Stevie Chick – Spray Paint The Walls (Omnibus, 2009, 404 pag.)

Questa non è propriamente una recensione, in quanto il libro lo sto ancora leggendo. Eppure mi permetto uno strappo alla regola, visto che merita. Quasi come la confettura Arrigoni delle pubblicità di quando ero bambino (quella che nessuno voleva assaggiare, perché si comprava “a scatola chiusa”), sono certo che consigliarvelo e parlarne anche ora non sarà un passo falso.

Innanzitutto c’è un aneddoto personale dietro a questa faccenda – e te pareva. La storia è che fino alla seconda settimana di dicembre c’era un progetto in ballo, in cui io e un amico che lavora nell’editoria ci eravamo buttati con entusiasmo da undicenni in gita scolastica. Si trattava di scrivere e pubblicare (c’era anche già l’editore interessato) una lunga e minuziosa storia-biografia dei Black Flag. Sapevamo dell’esistenza di questo volume statunitense, ma avevamo in mente di impostarla diversamente, in modo da avere un prodotto con caratteristiche che lo rendessero compatibile con l’altro e appetibile per chi già avesse comprato il volume di Chick. E soprattutto sarebbe stato in italiano, andando a colmare una lacuna: infatti ci sono persone che in inglese non hanno voglia o possibilità di leggere, quindi un libro nella nostra lingua aveva senso.

Poi il diavolo ci ha messo la coda e, proprio mentre si stava iniziando a scrivere, è arrivata la notizia: un editore su cui non andrò a esprimere giudizi (metteteci un po’ di inventiva – e no, non è uno dei soliti noti che si occupano di queste cose, di regola) ha comprato i diritti di Spray Paint The Walls e lo pubblicherà, tradotto, fra qualche mese. A quel punto ci abbiamo dovuto ripensare, la concorrenza sarebbe stata troppo pesante – anche se, come al solito, la traduzione sarà quai di sicuro l’equivalente di uno spruzzo di diarrea sugli occhi – e anche il nostro editore giustamente ha espresso perplessità sulla pubblicazione. Quindi via, il progetto è andato alle ortiche. Nix, kaputt. E non mi restava altro da fare che leggermi con attenzione uesto libro

Ma passiamo a Stevie Chick. Il suo volumone è notevolissimo, zeppo di interviste di prima mano e di materiale d’archivio preso da ogni fonte disponibile (dai video di Youtube alle fanzine d’epoca, e tutto ciò che c’è nel mezzo). Un lavoro certosino, piacevole da leggere e – paradossalmente – nemmeno troppo ossessivo: non mancano divagazioni e precisazioni di più ampio respiro, per cui non ci si trova persi in una pozza nera in cui l’unico elemento sono i Black Flag, ma si assaggia anche un bel po’ di ciò che c’era intorno. Detta in altra maniera, se siete disposti a perdonare qualche leggero allungamento del brodo – peraltro indispensabile per giungere a 400 pagine circa di lavoro – e se vi interessa respirare l’aria che tirava in quegli anni, non potete fare a meno di questo libro.

Senza dubbio la parte più pazzesca è quella iniziale (pre-Rollins, per intenderci), ossia quella meno documentata e più oscura. Solo per le prime 100, per intenderci, varrebbe la pena fare l’acquisto. Uomo avvisato…

[QUI potete leggere un estratto dal libro]

PS: la traduzione sarà sicuramente una merda. Compratevi il libro originale, per pietà.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: