Merenda punk

Frutta fresca per verdure marce, by Paolo MerendaPaolo Merenda – Frutta fresca per verdure marce (Il Foglio, 137 pagine, 2014)

Paolo Merenda, alessandrino, ha nel suo carnet già diverse pubblicazioni indipendenti a livello letterario – per non parlare della musica. Questo libretto, che è una ristampa, inizia in modo intrigante, presentandoci in maniera molto fumettistica il protagonista: il commissario Masciopiscio, sbirro di provincia, metallaro, single, puzzone, eticamente reprensibilissimo e anche un po’ fetente. Lui lavora in una cittadina del cazzo (che occhio e croce direi che è la mia – e di Merenda – Alessandria) (altro…)

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CBGB & OMFUG a fumetti

cover libro CBGB OMFUGAutori Vari – CBGB – OMFUG (In Your Face Comix/Latitudine42, pp. 116, Euro 18,00)

[di Manuel Graziani]

È cosa buona e giusta che ciclicamente qualcuno renda omaggio al CBGB, la topaia merdosa del Lower East Side di Manhattan che, nelle intenzioni del suo fondatore Hilly Kristal, avrebbe dovuto ospitare Country Blue Grass e Blues (CBGB, appunto). Come sappiamo la faccenda andò diversamente, molto diversamente. In quelle quattro mura impregnate di sudore e piscio è stata scritta la storia del punk, e non solo sotto l’aspetto musicale (altro…)

Figgiu du diau

Diego Curcio & Johnny Grieco – Figli del demonio (Libero di scrivere, 2012, 218 pag.)

Alla fine – con buona pace di corvacci, scettici professionisti, editori pavidi, cazzari assortiti e ignavi patentati – questo libro è uscito. Certo, per un editore piccolo (forse troppo per garantire la capacità di fuoco minima sindacale per promuovere un titolo del genere), ma almeno la missione è stata compiuta e la vicenda dei Dirty Actions di Genova è stata consegnata alla storia in modo indelebile.

In 218 pagine il giovane giornalista e punk rocker Diego Curcio, con la collaborazione del frontman della band Johnny Grieco (nonché disegnatore e agitatore culturale dell’Itaggglia degli ultimi 30 e passa anni), traccia una storia dettagliata senza ossessionare più del dovuto con date, dati e minuzie. Insomma questo è un libro che parla di vite pulsanti e non di particolarità dei vinili, di strumentazione e di numero di take per ogni brano in studio… ed è l’approccio più corretto, in omaggio alla punkitudine dei Dirty Actions, nonché al fatto che la loro storia è talmente poco nota che sarebbe stato un peccato soffocarla nelle spire della pignoleria.

Se siete di Genova o avete frequentato la città, vi perderete a fantasticare anche solo per i riferimenti a luoghi e posti di cui Figli del demonio è infarcito; e poi i personaggi, i locali, i nomi di band… è un’esperienza proustiana. Per tutti gli altri c’è un ottimo libro che racconta una scena punk piuttosto misconosciuta (per non dire negletta), che si è sviluppata secondo regole proprie… e soprattutto per ricordare che il punk rock italiano non è stato solo Great Complotto o scena milanese, ma c’erano altri che si muovevano in contesti meno visibili.

Una lettura veloce e a frammentazione come una granata, ricca di contributi di chi c’era e viveva la Genova dei Dirty Actions. Indispensabile per studiosi e amanti del punk rock italiano della prima ondata.

Staring at the original rude boy

Neville Staple & Tony McMahon – Original Rude Boy (Shake, 2012, 272 pag.)

Che io non abbia affinità di sorta o pulsioni verso le sonorità ska e in particolare 2 Tone, per chi mi conosce, non è una novità. Semplicemente non scatta il click tra me e questa scena – peraltro interessante a livello storico – che mescolava reggae, ska, musica giamaicana, punk e un po’ di new wave.

I presupposti quindi sono poco felici, visto che questo volume edito da Shake – traduzione curata dalla nostra vecchia conoscenza Antonio “Tony Face” Bacciocchi – è nientemeno che la biografia di uno dei due frontman degli Specials, ossia Neville Staple. Invece per fortuna mi sono goduto la lettura e per un fatto molto semplice, ma non banale: Staple ha una storia di quelle belle tese da raccontare, per cui non  è difficile appassionarsi alla vicenda a prescindere dal lato musicale.

Tutto inizia in Giamaica, da dove Staple parte – a cinque anni di età – con un pezzo della sua famiglia incasinata, per trasferirsi in UK, a Rugby. Da qui, complice un padre violento, i primi contatti con la vita della strada, la famosa “teppa life” fatta di furti, espedienti e arte di arrangiarsi a ogni costo, senza guardare in faccia nessuno. E infatti Nev da adolescente semina figli in puro stile Brian Jones e finisce anche in galera.
Poi c’è l’incontro con la musica, con la scena dei soundsystem di Coventry e con gli Automatics, destinati a diventare Specials.

In questo libro, scritto con linguaggio molto stradaiolo e senza troppe raffinatezze, non manca nulla: c’è il sesso, la droga, il crimine, l’Inghilterra a cavallo tra anni Settanta e Ottanta con le sue gravi contraddizioni e problemi…. e poi gli anni Ottanta e seguenti, con Nev che intraprende altre strade musicali, ma resta fondamentalmente il figlio di buona donna che era a Rugby da ragazzino.

Non aspettatevi una bio accademica e seriosa, comunque. Original Rude Boy è un libro narrato in prima persona da uno che ne ha fatte di cotte e di crude e bada da sempre più alla sostanza che non alla forma… sono pagine pulsanti, a volte grezze e sgraziate, ma che rendono a dovere l’idea.

Tutto su Gil Scott-Heron

Antonio Bacciocchi – Gil Scott-Heron, The Bluesologist (Volo libero, 2012, 95 pag.)

Riecco il caro Tony che è ormai lanciatissimo nei suoi progetti editoriali (oltre che in quelli musicali, che non ha mai tralasciato neppure un istante). In questa nuova fatica letteraria lo troviamo nelle vesti di guida virgiliana – ecco a cosa è servito rompermi il cazzo con la Divina Commedia per tre anni a scuola: per scrivere “guida virgiliana” in una recensione nella mia webzine… voglio un lanciafiamme – e ci conduce alla scoperta di un eroe perdente, magnifico e predestinato, del nostro tempo: Gil Scott-Heron. Autore, musicista, poeta, attore, attivista, alcolista, tossicodipendente e cantore degli underdogs d’America.

La mia ignoranza nei confronti del soggetto mi pone, paradossalmente, in una condizione privilegiata: sì, perché ho letto questo libretto (nemmeno 100 pagine, in formato che entra tranquillamente nella tasca posteriore dei jeans) senza preconcetti – nel bene o nel male – nei confronti della produzione musicale di Scott-Heron. Quindi per me è stato come avvicinarmi semplicemente a una storia e, siccome il compianto Gil ne ha passate di tutti i colori praticamente fin dalla nascita, il materiale per tenere viva l’attenzione non manca.
Certo, da non introdotto e non fan della sua musica avrei forse preferito un po’ più di “ciccia”, quindi una parte biografica più lunga delle 40 paginette del libro… ma è anche vero che il formato scelto non permetteva molto di più.

La seconda metà del volume è occupata da una discografia consigliata, con copertine e brevi analisi degli album, che mi sarà utile il giorno in cui deciderò di approfondire la produzione musicale di Scott-Heron.

Un bel libretto, da inserire nel reparto dei libri musicali da consultazione; un Bignami esauriente per avvicinarsi a un artista bistrattato e a rischio di sparire dai radar, vista la sua scomparsa nel 2011. Investite 10 euro in questo, piuttosto che in un aperitivo del cazzo: sarete persone migliori.

L’anguilla Bob nella rete di Marcus

Greil Marcus – Bob Dylan, scritti 1968 – 2010 (Odoya, 2011, 473 pag.)

Sono consapevole del fatto che non si dovrebbe mai recensire un libro avendone letto soltanto metà: oltre a non essere molto ortodosso, si correrebbe il grosso rischio di essere smentiti, per poi essere ri-smentiti – magari soltanto un paio di pagine oltre. L’insano gesto corrisponde un po’ a commentare una partita di calcio alla fine del primo tempo, con risultato ancora parziale.
Ma siccome con il vecchio Zio Bob non c’è mai nulla di definitivo – data la sua natura inafferrabile, camaleontica e sgusciante di anguilla di palude – allora per il puro gusto del paradosso mi sono permesso di sparare un po’ di cartucce ai quattro venti sulla sua ultima e definitiva (?) biografia. Anche se come tutti sanno la risposta è lì, blowing in the wind.

Se veder giocare una squadra come il Barcellona FC per cinque minuti rende un’idea verosimile di come giocherà nei prossimi 85 (recupero escluso), così pure accade con l’incipit di questo tomo pesante, ingombrante e scomodo – si consiglia di leggerlo seduti su una poltrona dotata di braccioli.
In Bob Dylan, scritti 1968 – 2010, l’autore che più impensierì Lester Bangs, il musicologo Greil Marcus, lava, smacchia e stende la storia americana del rock degli ultimi 40 anni.

Attraverso i suoi scritti/articoli dylaniani apparsi nelle più celebri testate di rock con cui ha collaborato, da Creem a Rolling Stone, Marcus setaccia canzoni, dischi, materiale di scarto, mozziconi di sigarette, nonsense, liriche, collaborazioni, aneddoti su colui che è il trait d’union tra le radici della musica americana dei primi decenni del secolo e la sua evoluzione moderna così come la conosciamo oggi.

Scrivere di Bob Dylan in maniera “bachtiniana”(per Bachtin infatti era fondamentale, per l’interpretazione del testo, la presa di coscienza del contesto storico), ma allo stesso tempo appassionata, da fan dichiarato, presuppone dei requisiti rarissimi per un critico di musica rock. In primis il fegato di stroncare il Mito quando se lo merita, come in quel Self Portrait che Greil giudica insulso e scialbo e si arrovella i neuroni per trovarne qualche significato nascosto come fosse un passo del Vangelo; in seconda battuta serve la complicità con l’autore, ovvero se su Dylan si può scrivere di tutto e il contrario di tutto, Marcus ne scrive in maniera così convincente ed empatica che a volte ci si dimentica che non è lui l’autore delle canzoni e non è Dylan l’autore del libro.
Proprio in questa interscambiabilità autoriale si trova lo spinterogeno che fa decollare il libro, e lo fa naufragare verso lidi che non sono più soltanto stereotipi da copia ed incolla o mere canzonette da recensire. Potrei ovviamente smentire quanto detto durante il secondo tempo….

Catzilli e siluri

Johnny Grieco – bad BaBy (GRRR zetic, 152 pag, 2011)

Johnny è l’alter ego artistico – che convive in un rapporto simbiotico-conflittuale col suo altro aspetto – di Gianfranco Grieco; insieme, JG & GG sono responsabili di produzioni che spaziano dalla musica alla poesia, dalla grafica al fumetto. Il tutto in un arco iniziato a metà anni Settanta e ancora oggi in piena parabola ascendente, visto che i due Grieco sono sempre impegnati nei loro progetti, continuamente in moto.
Per chi ancora non ci fosse arrivato o fosse giunto da queste parti da poco, Johnny Grieco è “quello” dei seminali – che termine di merda, ma ci siamo capiti – Dirty Actions, “quello” di Le Silure d’Europe, “quello” del Catzillo… disegnatore, cantante, performer, poeta, produttore, ex modèlo (pronunciato alla sudamericana) nella Milano da bere e da pere, musicista, fanzinaro degli albori, mail artist e blablabla. Un’eminenza grigia del panorama underground e non italiano, per chiudere il discorso.

Questo bad BaBy è un volume che si concentra sull’aspetto fumettistico/vignettistico, raccogliendo centinaia di disegni, sketch, vignette, tavole, veloci scarabocchi e vere e proprie opere artistiche.
Si va dalle caustiche vignette di satira politica di fine Settanta/primi Ottanta (tra le mie preferite: mi hanno riportato ai miei 10-11 anni, quando dei giornali che leggeva il mio papà io guardavo solo le vignette satiriche, spesso senza capirci un cazzo visto che non ero esattamente informatissimo a quell’età fatta di Big Jim, biciclette Saltafoss e cassettine di musica registrata a caso dalla tv…), ai testi di canzone illustrati. E poi c’è il mitico Catzillo, che se non lo conoscete vi conviene provvedere immediatamente perché è una delle schegge più iconoclaste, candide e urticanti del fumetto underground italiano.

Se – come me – siete della generazione dei bimbi degli anni Settanta, in questo bel libro troverete molte suggestioni che vi riporteranno a quei tempi e alla logica conseguenza che, in qualche modo, furono gli anni Ottanta. Si respira l’aria elettrica del fumetto non allineato, quello che ha la sua tradizione più nota ne Il male, in Cannibale, nel vecchio Linus, in Frigidaire… il tutto – però – con una vena innegabilmente legata al punk.

Questa è storia. Godetevela. E io, intanto, attendo il libro che GG/JG sta completando sulla storia dei Dirty Actions (se non ho capito male)… lì se ne leggeranno delle belle davvero.

Non a tutti dona il rossetto

Greil Marcus – Tracce di rossetto (Odoya, 2010, 446 pag.)

Si dice un gran bene di “Groovy” Greil Marcus, pioniere del giornalismo rock insieme a pochi altri, sopraffina penna di Rolling Stone e Creem capace di stroncare un Self Portrait di Bob Dylan come fosse l’ultima delle registrazioni di un busker qualsiasi.

Il rock and roll è un ricettacolo di scarti di altri generi, non ha ancora trovato – e mai troverà – una propria specificità semantica; è un mutante composto da ciclostili letterari di serie B, film culto, pornografia, esecuzioni capitali di serial killer mai ravveduti… insomma in qualsiasi verso se ne voglia scrivere, se si ha una certa padronanza lessicale e dimestichezza con l’inchiostro, qualcosa di decente ne esce sempre fuori.

In Tracce di Rossetto, ambizioso saggio (anche piuttosto datato) che si loda e si sbrodola dentro un fitto e ramificato mappamondo di avanguardie novecentesche, punk e anabattismo, Marcus si mette sul piedistallo dei critici rock onniscenti, coloro che per devianza o per sbaglio scrivono di rock, ma in realtà per un background accademico citano a memoria passi di Capitalismo e schizofrenia di Deleuze o si deliziano, nello specifico del libro, di trascrivere snodi di La società dello spettacolo di Debord. E allo stesso tempo puntano a trovare ipotetiche connessione con l’affaire Sex Pistols e altre eresie nei saecula saeculorum.

Ridotto all’osso, Tracce di Rossetto è una snervante e piacevole digressione, deragliamento continuo e salti temporali che dalla Parigi barricadera e infuocata del ’68 ci teletrasportano sul famigerato palco del Winterland  di San Francisco – dove i Pistols tennero il loro concerto di addio.

Per quanto mi concerne Lester Bangs avrebbe liquidato Malcolm McLaren come un furbetto attento alle mode che, a seguito dell’inaspettato successo, si sarebbe sciacquata la bocca con paroloni come avanguardia, situazionismo e rivoluzione. In fondo ci aveva già provato con i New York Dolls, raschiando il fondo del barile e cercando di camuffarli da guerriglieri del comunismo, mettendogli il basco al posto delle parrucche e i pantaloni di pelle rossa.
Ma Lester Bangs è morto da tempo e io non ho voce in capitolo. Mentre di Greil Marcus si continua a dire un gran bene.

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