Hippies, ultima fermata Spazio

hippies.jpgSalvatore Proietti – Hippies! Dall’India alla California la road map del ‘68 (Edizioni Cooper)

L’autobus dei figli dei fiori si è fermato ad Altamont, il viaggio è finito nel bel mezzo di un concerto dei Rolling Stones. Mick Jagger e amici stavano suonando “Under My Thumb” quando il diciottenne afro-americano Meredith Hunter, strafatto, decise di puntare una pistola verso il palco: il servizio di sicurezza, composto da motociclisti appartenenti alla banda degli Hell’s Angels, gli saltò immediatamente addosso, rifilandogli una coltellata micidiale. Era il sei dicembre del 1969; quattro mesi prima, dall’altra parte degli Stati Uniti, gli hippie avevano vissuto i tre giorni di pace e musica di Woodstock, con Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Janis Joplin e decine di altre icone rock dell’epoca.

Il festival di Altamont, nato proprio come risposta della costa occidentale al più famoso raduno dello Stato di New York, è universalmente riconosciuto come il capolinea di una corsa che ha attraversato l’America degli anni Sessanta, dalla San Francisco della Summer of Love alla Grande Mela di Andy Warhol e i Velvet Underground. Salvatore Proietti, con il suo libro Hippies! Dall’India alla California la road map del ‘68, racconta questo trip, un viaggio fisico e mentale alla ricerca della felicità, della libertà, del sogno americano. Alle solite coordinate da seguire su una qualsiasi cartina – nord, sud, ovest, est – si sostituiscono musica, letteratura, cinema e, ovviamente, droga.

Nel 1964, lo scrittore beat Neal Cassady era al volante del Magic Bus, il pulmino a fiorellini utilizzato da Ken Kesey – l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo – per far correre lungo le strade degli USA i suoi acid test: ogni tappa della gita era una festa o, meglio, un’esperienza mistica con tanto di riti di iniziazione all’LSD. Kesey, maestro nel mescolare polveri lisergiche e succo d’arancia, non solo portò con sé il già citato Cassady e una band come i Grateful Dead, ma trascinò sul torpedone dello sballo anche il buon Tom Wolfe che, da quel viaggio, tirò fuori il reportage L’acid test al rinfresko elettriko: il party itinerante si concluse due anni dopo, nella solita San Francisco, con il Trips Festival, altre 72 ore di droghe e acid rock.
Questi happening, che coinvolgevano anche i vecchi poeti della beat generation Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti, erano promossi e supportati da Kesey in coppia con Timothy Leary, padre della cultura psichedelica. Mentre gli amici lo chiamavano affettuosamente “il Dottore”, per il presidente Nixon era semplicemente “l’uomo più pericoloso d’America”. Tim, nei suoi scritti e discorsi, invitava tutti i ragazzi ad abbandonare gli studi, dire addio alle istituzioni e seguirlo: “Seguite me sulla strada difficile”. Bastava salire sul Magic Bus. “Leary” – spiega Proietti in Hippies! – “sosteneva la politica dell’estasi, l’idea che l’espansione della coscienza e l’esplorazione di sé che gli allucinogeni sono in grado di estendere oltre ogni limite possano trasformarsi in una vera e propria mutazione biologica più che antropologica”.

Di mutazioni biologiche e antropologiche provocate dall’uso e dall’abuso di sostanze stupefacenti sapeva tanto un altro scrittore, Hunter S. Thompson, che nel suo romanzo Paura e disgusto a Las Vegas – pubblicato a puntate nel 1971 sulla rivista Rolling Stone (anche questa, fondata nel 1967, è un prodotto della cultura hippie) – raccontava così l’incontro con un’impiegata al desk di un albergo: “La faccia della donna stava cambiando: si gonfiava, pulsava… orribili mascelle verdi e zanne sporgenti, la faccia di una murena!”. D’altronde, i due protagonisti del libro – un improbabile giornalista e il suo altrettanto improbabile avvocato – viaggiavano verso la mecca del gioco d’azzardo in compagnia di “due borsate d’erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di LSD super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un’intera galassia di pillole multicolori”. Occhio e croce, lo stesso carico dell’autobus di Keasy, Leary, Cassidy e tutti gli altri allegri burloni a seguito.
La velocità di crociera e la meta finale erano sempre le medesime, come specifica il sottotitolo del lavoro di Thompson: “Una selvaggia cavalcata nel cuore del sogno americano”. Identica pure la colonna sonora, “White Rabbit” dei Jefferson Airplane: “Una pillola ti rende più grosso/ E una ti rende più piccolo/ E quello che ti dà la mamma/ Non ti fanno proprio nulla/ Vallo a domandare ad Alice quando è alta dieci piedi/ E se vai a caccia di conigli/ E sai che finirai per cadere giù/ Dì loro che un bruco che fumava il narghilè/ T’ha lanciato il richiamo”.

Furono i Jefferson Airplane a farla da padroni al Trips Festival di San Francisco ed era proprio “White Rabbit” la canzone che l’avvocato di Paura e disgusto voleva ascoltare stordito nella vasca da bagno dell’hotel di Las Vegas. Proietti commenta così la citazione psichedelica del Paese delle meraviglie di Lewis Carrol: “La farsesca caccia al coniglio bianco è liberatoria ma pericolosa: anche l’insopprimibile ricerca della libertà e della felicità sembra sul punto di tramutarsi in caduta”. Infatti i figli dei fiori – che ballavano nudi, occupavano le università e marciavano contro la guerra in Vietnam – caddero ad Altamont, si scontrarono contro la chitarra di Keith Richards, il coltello di un Hell’s Angel e la pistola di un ragazzo di colore non ancora maggiorenne. Tutti uno più intossicato dell’altro.

Il Sessantotto stelle e strisce, inseguendo una quinta dimensione, un altro mondo, si spinse oltre i confini terrestri, sognando pianeti alieni: i Jefferson Airplane cambiarono nome trasformandosi in Jefferson Starship (l’aeroplano non serviva più a molto, avevano bisogno di un’astronave), Philip K. Dick con i suoi racconti di science fiction diede il là al cyberpunk e 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick – dice Proietti in Hippies! – “è un omaggio alla cultura psichedelica”. Tutto vero, talmente vero che la realtà supera la finzione.
Le ceneri di Tim Leary, defunto guru dell’LSD, e Hunter S. Thompson, compianto maestro del gonzo journalism, sono state sparate nello spazio. Altro che fantascienza, acidi e gite in pullman: questo sì che è un trip.
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