Kurt sweet Kurt

heaven_bigcover.jpgCharles R. Cross – Heavier than Heaven  (Arcana, 2002)

Ho sempre avuto una tendenza innata ad accostarmi a certi personaggi nel momento sbagliato:  nessun master sul marketing mi farebbe cambiare idea sull’anti-revival. Insomma, io arrivo dopo i fuochi, dopo i fasti, le celebrazioni e i riflussi commemorativi. Ho approcciato con questa metodologia contro-natura gli Stooges, i Black Sabbath, i Doors  e la stessa sorte è toccata al grunge e al suo martire per eccellenza: Kurt Cobain.

Ci sono andato quasi sotto con Heavier than Heaven, la biografia del leader dei Nirvana scritta da Charles Cross: sorprendente, ti arriva dritta allo stomaco, come un sacco di farina per un celiaco.
Come tutti gli idioti necrofili del rock and roll anche io confesso, per paradosso, che se Mr. Cobain stesse ancora spargendo inquietudine e rumore fra noi probabilmente non avrei comprato il libro. Ero motivato dalla sottile curiosità di arrivare alla fine, fino in fondo alle manie, distorsioni, tossicità che hanno portato il  nostro rocker al nirvana, forse. Amen.

Cross si fa regista  e filma fatti, aneddoti, imprese e storie che i vicini di Kurt ci narrano. Si susseguono fatti legati alla sua disastrosa infanzia nelle vicinanze di Aberdeen, alle fughe, alle veglie sotto ai ponti e ai pasti low cost nell’ospedale locale, fino alla scalata artistica e maniacale, passando per il periodo d’infatuazione per le riottt girrrl a Olympia, la gastrite cronica e debilitante, avvertita come un male incurabile, la Sub Pop, poi il botto di Nevermind. Il tutto infarcito, nella miglior tradizione rock, da stralci di diario. E poi c’è la pazzia dell’ultimo entrato nella esclusiva cerchia del club 27 (tra gli altri Jim morrison, Hendrix, la Joplin: morti a 27 anni), e il tormentato rapporto alla Sid e Nancy tra lui e Courtney Love, leader delle Hole. Le burrascose interviste, gli outing in pubblico, i momenti di catalessi o di autoflagellazione sul palco.
Si finisce, per dovere di cronaca, con l’escalation di tentati suicidi mascherati da overdose di routine, copione visto e rivisto nel mondo bizarro del rock and roll.

Ebbene, senza neanche accorgermene, mi sono scodellato quasi 400 pagine come fossi in trance, sballottato tra metrò e autobus ignorando quel mondo performante che resta fuori dai finestrini, raped (tra il rapito e lo struprato) dal mondo di Kurt.
Sono arrivato allora al momento fatidico con naturalezza, come un fatto inevitabile, senza clamore, contraddizioni, dubbi o misteri. Cross lascia scorrere lente le ultime pagine. Fino alla fine. Che giunge puntuale.

Meat Puppets in Italia!

meat2.jpgPronti a segnare la data sull’agenda? Il giorno è il 17 luglio e il vostro impegno sarà in quel di Milano (al Rolling Stone), dove suoneranno i redivivi – anche se non si sono mai sciolti, in realtà – Meat Puppets (nati nell’anno Domini 1980, per volere dei fratellini terribili Curt e Cris Kirkwood, insieme a Derrick Bostrom).

L’eccentrico trio texano, con un passato da band della immensa SST e varie vicissitudini tanto a livello di organico, quanto di sound (dal punk ignorante degli esordi, al cowpunk, al rock stralunato…), sta ancora promuovendo l’ultimo album pubblicato: Rise Your Knees (2007).
Nonostante il disco sia una prova piuttosto annacquata e la forma dei tempi passati sia lontana, l’occasione è stuzzicante, anche solo per vedere il ritorno del bassista originale (Cris); un personaggino che negli ultimi 12 anni si è dilettato – tra le varie cose – con una vedovanza causa overdose della consorte, una simpatica dipendenza da eroina e varie sostanze, un periodo di galera e un colpo di pistola (ricevuto da una guardia giurata intervenuta per separarlo da una donna con cui stava litigando pesantemente).
Insomma: il fascino dei loser non è un’invenzione e il concerto non ce lo possiamo certo far scappare…

Gli indefinibili Beat Happening

beathappeningalbumtn5.jpgBeat Happening – s/t (K Records, 1985)

Ci sono band alle quali le definizioni di genere sono sempre state strette. Indie pop? Lo-fi? College rock? Uno di questi gruppi inclassificabili sono sicuramente i Beat Happening e, in particolare, il loro primo omonimo album del 1985.

Calvin, Bret e Heather: tre nomi semplici e anonimi stavano dietro questa band che in sordina ha pubblicato 5 dischi, una raccolta di b-side e un box set che comprende tutto il loro materiale – uscito qualche anno fa per la K Records, fondata dallo stesso Calvin (Johnson). La stessa K racchiusa in uno scudo che Kurt Cobain si era tatuato sul braccio.

I Beat Happening hanno mosso i primi passi proprio mentre Jesus and Mary Chain, Vaselines, Pastels e Shop Assistants gettavano le basi di quello che poi avrebbe dato le prime forme al brit-pop. Facevano parte di questa nuova ondata di band, ma inconsapevolmente.
Locandine infantili disegnate a mano, concerti nelle università, festival indipendenti per studenti e musicisti alle prime armi… i BH sono stati proprio questo: catalizzatori del d.i.y. allo stato puro. E il loro primo disco – raccolta di canzoni per lo più incise in casa con un registratore portatile – rappresenta proprio questo. Pochi pezzi sono davvero registrati in studio: la bellissima e ipnotica “Our Secret”, l’acustica “Foggy Eyes”, la ruvida “Bad Seeds” (dal riff di chitarra molto Cramps) e soltanto un’altra manciata di canzoni. Il resto sono composizioni semplicissime catturate dal registratore, supportate solo dalla voce, da una chitarra acustica e da percussioni create all’istante: brani melodici e stonati, che sembrano arrivare dritti da uno sgabuzzino.

Per molti potrà anche non essere musica. Per molti suonare uno strumento è sinonimo di abilità nell’esecuzione, ma per tanti altri che tu sappia suonare o no, non ha alcuna importanza. Se siete di questa idea, Beat Happening è il disco che fa per voi.

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