Il partigiano Johnny

affannosmallJohnny Grieco – Affanno d’artista (2009, autoprodotto)

Johhny molti di voi lo conosceranno: fu il cantante dei genovesi Dirty Actions, negli anni Settanta-Ottanta, mentre ora si presenta in veste di solista, tornato alla ribalta dopo alcuni anni di stop e lontananza dalle scene musicali. (altro…)

Klaus Dinger: r.i.p.

Klaus Dinger (secondo da sinistra, nella foto dei Kraftwerk), batterista dei Neu!, dei Kraftwerk e dei La Düsseldorf è passato a miglior vita il 21 marzo; la notizia è però stata diffusa solo negli scorsi giorni. Stando alle poche informazioni reperibili pare sia morto a causa di un attacco cardiaco.

Dinger aveva 61 anni e ne avrebbe compiuti 62 il 24 marzo. Con lui se ne va uno dei fondatori del movimento krautrock, nonché l’uomo che praticamente inventò il motorik (il beat caratteristico che contraddistingue le rtmiche di Dinger, a cui la critica attribuì un nome apposito).
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Neu!: musica per la mente…

neu.jpgL’epopea dei Neu!

(di Filippo Gualtieri)

 

Ci sono stati tre grandi ritmi negli anni ’70: l’afrobeat di Fela Kuti, il funk di James Brown e il beat dei Neu! [Brian Eno]

Se i Kraftwerk rappresentarono il lato freddo, intellettuale del krautrock, i Neu! furono invece quello caldo e istintivo. Concentrati sull’espressione Zen delle emozioni, piuttosto che sull’esecuzione razionale delle idee, la loro abilità stava nell’equilibrio magico tra melodia e ritmo, tra le fluide linee di chitarra di Rother e la batteria infinita di Dinger, quel leggendario beat ritmico che i critici inglesi tentarono di descrivere coniando il termine “motorik”: un groove capace di fondere il calore umido del funk con la gelida precisione della techno.
Convinti sostenitori della ripetizione meccanica come essenza ritmica del rock, i Neu! crearono un nuovo tipo di ritmo, colmando il vuoto tra le sincopi del rock’n’roll e i metronomi della disco.

Michael Rother e Klaus Dinger lasciarono i Kraftwerk verso la fine del 1971, in completo disaccordo con Florian Schneider e Ralf Hütter sulla direzione musicale che il gruppo avrebbe dovuto intraprendere. All’epoca Dinger condivideva il suo appartamento con alcuni agenti pubblicitari alle prime armi e per dare un nome alla sua nuova creatura pensò a “Neu!” (“Nuovo!”), uno degli slogan commerciali più comuni di sempre.
Insieme al mago del mixer Conny Plank (che aveva già prodotto il primo dei Kraftwerk), Rother e Dinger andarono in studio per registrare il loro esordio e in quattro soli giorni ne uscirono con Neu! (1971), il risultato di una serie di improvvisazioni tra cui quali il duo scelse e montò le parti più interessanti. Un disco incredibile che all’epoca vendette 30.000 copie soltanto in Germania: una cifra davvero considerevole per un lavoro tanto ostico e fuori dai canoni. Un gruppo “Nuovo!” di nome e di fatto.

Il pezzo d’apertura, “Hallogallo”, è già di per sé un manifesto programmatico della loro arte: dieci minuti di psichedelia strumentale creati dal ritmo pulsante della batteria, dagli arpeggi minimali di una chitarra e dagli effetti speciali creati da Conny Plank. A tal proposito Julian Cope ha scritto nel suo libro Krautrocksampler: “Puoi sentire in modo chiaro ogni strumento. Era davvero un suono speciale nei giorni della Kosmische Musik”.
“Hallogallo” divenne quasi un hit radiofonico in Inghilterra grazie a John Peel che lo metteva in costante rotazione nelle sue trasmissioni.

Il resto dell’album è una collezione di idee inusitate: “Sonderangebot”, il pezzo più sperimentale, è caratterizzato da effetti synth di chitarra e da cimbali che sussurrano fino alla soffice esplosione del pezzo successivo, “Weissensee”, sorretto da un ritmo lento e dalle melodie di Rother che s’insinuano lentamente tra le pieghe della mente.

Il secondo lato è un viaggio fantastico in differenti atmosfere: “Im Glück” apre con i suoni di una barca a remi fino alla graduale entrata in scena di una frase di basso; un pezzo sognante ed etereo in netta contrapposizione con la rozzezza dei trapani, della folla urlante e dei suoni distorti del seguente “Negativland”, un evolversi progressivo di rumore in un ritmo quasi drum and bass sporcato dal banjo giapponese di Dinger. Questo pezzo predisse a Lee Ranaldo e Thurston Moore la teoria della dissonanza armonica che verrà applicata poi in Sister e Daydream Nation.
“Lieber Honig” è la quiete dopo la tempesta, una pseudo-ballata dal sapore pastorale che conclude il tutto e lo consegna alla leggenda.

Neu! evidenzia anche l’amore di Dinger per la pop art, manifestato fin dalla copertina da lui stesso disegnata: la parola Neu! scritta a mano sopra uno sfondo interamente bianco, un logo sobrio e perentorio che si ripeterà uguale, con colori diversi, anche negli album successivi.

neu-2dosco.jpgDopo un album del genere la pressione e le aspettative intorno al gruppo incominciarono a incrinare i rapporti tra i due. L’uscita del secondo album fu anticipata dal singolo “Neuschnee” / “Super”, che purtroppo non incontrò la fortuna commerciale del primo album.
Il duo si ritrova senza soldi e riesce a malapena a terminare le registrazioni della prima facciata di quello che nel 1973 diventerà Neu! 2. Per completare il disco Dinger manipolò una copia del primo singolo registrandolo a varie velocità. I critici non seppero cosa dire mentre alcuni fan rimasero delusi da questo espediente. Tra gli estimatori c’era anche David Bowie, che comprò una copia di Neu! 2 a Berlino nel 1975 e rimase così colpito dall’ascolto che cercò in tutti i modi di convincere Rother a partecipare alle registrazioni di Low (il Nostro declinò l’invito per cause ancora poco chiare).

“Erano i fratelli anarchici dei Kraftwerk”, disse di loro Bowie, “rimasi completamente sedotto dai drone chitarristici di Rother e dalla batteria robotica di Dinger. L’influenza che ebbero su di me potete ascoltarla su Station to Station”.

Il secondo album incomincia dal punto dove era arrivato il primo. “Für Immer (Forever)” é l’ideale prosecuzione di “Hallogallo” con il beat Apache (così Dinger soleva descrivere il ritmo tribale del suo drumming) e gli strani effetti chitarristici di Rother che degenerano nel vento e nelle campane da chiesa di “Gedenkminute (Für A + K)”; “Lila Engel (Lilac Angel)” è il sermone di Klaus Dinger accompagnato da lancinanti chitarre proto-punk.

“Neuschnee” é dominata dalle sinuose linee melodiche della chitarra di Rother e da una cetra. “Super” è punk rock cinque o sei anni prima della coniazione del termine. Questi due pezzi sono i remix del singolo “Neuschnee” / “Super” suonati a differenti velocità. “Hallo Excentrico!” nient’altro è infatti che “Neuschnee” suonata con un dito sul disco, una sorta di scratch ante litteram. “Cassetto” è una versione di “Für Immer”, registrata su una cassetta e fatta suonare in un registratore scassato di Rother.

Il disco vendette pochissimo e le strade di Rother e Dinger si divisero per un po’. Il primo, in cerca di nuove direzioni musicali, lasciò Düsseldorf per trasferirsi a Weserbergland dove, insieme a Moebius e Roedelius, diede vita agli Harmonia. Il secondo invece fondò una nuova etichetta discografica, la Dingerland, e formò i La Düsseldorf, insieme a suo fratello Thomas, con il contributo di Hans Lampe e dell’ingegnere del suono Conny Plank..

neu_2.jpgIl duo tornerà nel 1974 per una manciata di concerti e per la registrazione Neu! 75, capolavoro assoluto di elettronica motorik, nonché opera imprescindibile per capire gli anni Settanta in Europa.
Il fascino di questo disco sta nel perfetto equilibrio tra le due facciate: la prima molto meditativa, quieta e melodica; la seconda rumorosa, aggressiva e ritmica. Un continuo passaggio da paesaggi bucolici a schitarrate proto-punk. L’album si apre con “Isi”, un altro proseguimento ideale di “Hallogallo” dove al posto delle chitarre ci sono pianoforti e sintetizzatori; “Seeland” è un quieto trionfo di chitarre e batteria con l’aggiunta di un metronomo in sottofondo; “Leb’ Wohl” è forse il pezzo più minimale e meditativo mai scritto dai Neu!: Michael Rother suona il piano con il rumore delle onde del mare a fare da sottofondo, mentre Klaus Dinger sussurra dolcemente. Un pezzo ambient che cozza violentemente con la furia devastante di “Hero” che apre il secondo lato all’insegna della pura aggressione punk (di lì a poco John Lyndon trarrà ispirazione dal cantato sguaiato di Dinger); “E-Musik” è la quiete prima della tempesta annunciata dal vento elettrico di “After Eight”, il capolinea della follia Neu!, il loro punto di non ritorno definitivo.

Neu! 75 sarà l’ultimo album del duo. Rother e Dinger non si lasciarono in amicizia e intrapresero una serie di querelle legali per i diritti sul nome e sul catalogo. Questo spiega il motivo dell’enorme ritardo nella ristampa di questi tre dischi, che a lungo hanno girato per le fiere dei collezionisti in forma di bootleg.

Riascoltare i Neu! oggi significa ripercorre a ritroso le ultime tappe evolutive della musica contemporanea, recuperando l’unicità di una lezione che ha precorso i tempi e i modi della techno, della house music, del post-rock, delineando il passaggio dell’avanguardia da moderna a contemporanea. Fu una stagione leggendaria e irripetibile, il giro di boa di una transazione che portò le porte del cosmo dalla baia di Frisco alla Germania.

Kraftwerk: grandi guide sugli uomini-macchina

kraftrob.jpgA distanza di quasi quarant’anni dai loro primi esperimenti con l’elettronica, i Kraftwerk restano tuttora uno dei gruppi più misteriosi ed enigmatici, anzi, il più enigmatico in assoluto. In libreria – per fortuna – è ancora possibile recuperare dei libri per capire uno dei fenomeni più interessanti e culturalmente profilici della storia del pop.
Io ero un Robot
(Shake 2004), scritta dal percussionista Wolfgang Flür, racconta la storia degli storici precursori dell’elettronica e dei dischi che li hanno resi celebri. Dagli esordi sperimentali a Düsseldorf ai megatour che li hanno portati a girare tutto il mondo. Flür affronta ogni aspetto della sua militanza nella band fino ai primi anni Novanta, spesso dilungandosi su aspetti poco interessanti che dilatano il racconto, talvolta con pensieri (forse) forzatamente innocenti. D’altronde il titolo del libro tende a sottolineare l’aspetto umano di Flür rispetto ai membri fondatori dei Kraftwerk (Ralf Hütter e Florian Schneider) che, a quanto si legge, amavano comportarsi come macchine anche fuori dal gruppo, cercando di evitare qualsiasi rapporto umano e mantenendo la distanza dagli altri due componenti acquisiti, Flür e Karl Bartos. Atteggiamento che, stando al volume, ha portato Flür a trascinare gli altri membri della band in tribunale.

kraftwerk3.jpgSe quello di Wolfgang Flür resta comunque un diario di bordo tecnicamente illuminante, Kraftwerk – Il suono dell’uomo macchina (Stampa Alternativa, 2005) di Gabriele Lunati viaggia su un binario opposto. Lunati affronta in brevi capitoletti tutto il percorso artistico del gruppo, senza troppi fronzoli, e con aneddoti sempre interessanti sulla band e sulla scena elettronica di fine Settanta, senza perdere di vista i fenomeni attuali.
Interessantissimi, poi, gli stralci di interviste catturati qua e là da vecchie riviste e libri, nonché la descrizione delle top ten italiane (ve li immaginate i Kraftwerk in classifica assieme a Lucio Battisti e la musichetta di Ufo Robot?) che aiuta a capire il contesto culturale con cui i dischi dei Kraftwerk si sono confrontati (a volte persino scontrati, a causa delle scelte radicali della loro immagine). Una lettura indispensabile per capire gli indiscussi maestri dell’elettronica e di quello che la stampa avrebbe definito sbrigativamente krautrock: un pezzo di storia della musica elettronica che ha nutrito a forza di synth e minimalismo il pop di Depeche Mode, Human League, Visage, Daf e New Order, solo per citare i più famosi, ma che non ha ancora smesso di influenzare la scena elettronica attuale.

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