Io zombo, tu zombi, lei zomba

Superhorrorfuck – Livingdeadstars (logic(il)logic, 2010)

La storia sarebbe questa: il 31 ottobre del 2005 gli sfigatissimi Morphina si stavano recando a suonare un concerto di Halloween; l’auto su cui si muovevano andò a schiantarsi contro un albero e misteriosamente i corpi dei musicisti non vennero mai ritrovati. Il motivo? Erano diventati zombie e avevano messo su un altro gruppo, ovvero i Superhorrorfuck (altro…)

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Cynthia Plaster Caster on dvd

plascast.jpgJessica Everleth – Plaster Caster (Xenon Pictures)

Il rock’n’roll è un sottoscala in cui avvengono di continuo fatti e misfatti. Molti di questi crimini restano per anni negli scantinati, decantano in cantine muffose – piene zeppe di ampli sfondati e lattine di birra vuote; e poi magari qualcuno li offre come nettare con cui dissetare le masse.
Perché è risaputo che le masse sono assetate e si dissetano soltanto con i torbidi liquidi dell’aneddotica più scabrosa e decadente del rock, preferibilmente anni Sessanta.

Cynthia Albritton, la Plaster Caster di Chicago, è stata la groupie più artistoide – e viceversa – dei Sixties e anche dopo (i Kiss le dedicarono la canzone “Plaster Caster”, contenuta nell’album Love Gun del 1977).
Pamela Des Barres – leader delle GTO’S, la fake band tutta al femminile creata da Frank Zappa – si è fatta strada nel music business scopandosi metà delle rockstar storiche in circolazione, da Jimmy Page a Iggy Pop passando per David Lee Roth e Ian Hunter, perché lei “stava con la band” anzi con quasi tutte le band mettendo poi tutto nero su bianco. La sua collega Cynthia aveva sviluppato la peculiare arte di creare calchi dei falli delle rockstar in gesso, rendendo quelle celebri pudenda immortali e pubbliche (vedi la mitologica riproduzione del coso di di Jimi Hendrix, addirittura modellata con l’aiuto delle labbra). Nel suo palma res personale ci sono i membri di Jello Biafra, Eric Burdon, Wayne Kramer e via dicendo; ma anche la creazione della Plaster Caster Foundation, ente benefico finalizzato alla raccolta di fondi per artisti in difficoltà economiche.

Il rock in fondo è anche questione di attributi ed in questo godibilissimo e cazzutissimo documentario, miss Plaster Caster ci spiega le tecniche e l’aneddotica della suprema arte di modellare cazzi famosi in gesso – con un finale ai limiti del soft core a tinte granny in cui la protagonista (che ha i suoi annetti) dimostra i suoi skill con il leader dei/delle Demolition Doll Rods. Il tutto tra momenti trash, interviste ad alcuni dei candidati immortalati, humour e anche un po’ di tristezza – a tratti.

Non male, da vedere assolutamente insieme al famoso sex tape di Jimi Hendrix.

Monster Magnet new album!

fourwaydiablo.jpgMonster Magnet – four way diablo (2007, Steamhammer, CD)

Era dal 2004 che il magnete mostruoso non sfornava un album. Nulla a che vedere con le tipiche crisi creative o le paludi contrattuali che solitamente cagionano queste situazioni. Nossignore, il tutto deriva da un sanissimo caso di overdose e conseguente disintossicazione. Il protagonista è il leader Dave Wyndorf che, proprio mentre la lavorazione dell’album stava iniziando, ha pensato bene di ingurgitare un centinaio di pillole di benzodiazepam e finire in ospedale.
Tutto ciò è molto rock, come la musica della band. Peccato che Wyndorf facesse bandiera del suo essere totalmente clean e sobrio da molti anni, addirittura da prima di fondare la band. Ma tant’è: chi siamo noi per giudicare? Noi che i Monster Magnet li vogliamo proprio così, drogati e satanici, come il rock comanda?

Passiamo all’album. Wyndorf, uscito dalla clinica, era lì-lì per rinnegarlo: i suoni non lo convincevano, i brani gli parevano deboli. Eppure si tratta quasi di un grande ritorno e la title track offre subito questa netta impressione. Four way diablo è un discone solido, di rock scuro molto Seventies, in cui non manca qualche puntata in territorio psych pop (“Solid gold” prima del guitar freak-out finale, “Freeze and pixelate” con quell’inizio dissonante), proto punk e hard rock alla Kiss del periodo d’oro.
Suoni grossi e rotondi, voce melodica ed evocativa, qualche ballad intrisa di fuzz… i Monster Magnet non si sono fatti mancare nulla. L’unico appunto è che a tratti affiora una punta di noia. Ma fa parte del gioco e i fan più harcore non avranno nulla da dire. Insomma… bello: non guadagneranno certo pubblico, ma nemmeno ne perderanno.
Chicca: una cover piuttosto personale di “2000 light years from home” degli Stones.
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