Niente basso, non si transige

Hazey Tapes – ep (autoprodotto, 2010)

E’ bizzarro come uno si renda conto dei propri cambiamenti solo quando sono avvenuti e – probabilmente – irreversibili. Così si trova lì con il punto interrogativo disegnato sulla capoccia, come un fumetto idiota, a pensare: “Ma come è che adesso è così, ma sei anni fa era l’opposto?”. Dico questo perché l’ascolto degli Hazey Tapes mi ha portato una di queste epifanie da hard discount e non potevo fare a meno di condividere il momento con voi…

Sono sicuro che cinque o sei anni orsono, pieno di incazzatura (long story), livore, arroganza e stravizi, avrei maltrattato questa band in maniera truce e insensata; probabilmente avrei scritto qualcosa tipo (cito da una recensione d’epoca): “Io purtroppo ho l’apocalittica visione di un consesso di universitari fuori sede, coi pantaloni militari, i magliocini di lana, le borse a tracolla e le spillette attaccate ovunque, che ascoltano il gruppo in piedi davanti al palco, muovendo la testolina o il bacino cercando di seguire il tempo. E qualcuno guarderà le tette delle due componenti senza prestare attenzione alla musica. Ecco, se lo prendiamo come University Student Oriented Rock, allora forse il tutto acquista un senso”. L’unica cosa che avrei cambiato è la locuzione “delle due componenti” che sarebbe divenuta “della cantante”.
Invece devo dire che, nonostante incazzatura, livore e stravizi non manchino anche ora (forse l’arroganza è – per fortuna – venuta meno), in questi Hazey Tapes ho trovato un piacevole ascolto serale; certo non sono esattamente ciò che più mi piace piazzare nel mio stereo, a livello di genere e sonorità, ma fanno un buon rock’n’roll grunge decostruito, con tocchi lievemente noise e indie. Insomma roba molto – ma proprio molto – anni Novanta, con il plus di una formazione con due chitarre senza basso (assetto che amo alla follia da sempre).

Sono ruvidi, ma molto ruffiani, complice anche la voce di Angelika che mi ricorda Kim Gordon shakerata con Nena, Pauline Murray e Yvonne Ducksworth; forse i brani sono leggermente troppo dilatati (eccetto il primo, gli altri quattro superano i quattro minuti, a volte abbondantemente), ma a compensare c’è una produzione pulita senza essere leccata e patinata… requisito indispensabile per far sì che proposte simili non divengano la parodia di se stesse, trasformandosi in materiale da GQ, MTV e acronimi vari per fighetteria assortita.

Date loro una chance, potrebbero essere una bella scoperta.

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