What happens in New Orleans stays in New Orleans

Il 22 aprile 1991 Johnny Thunders parte dall’aeroporto di Colonia: destinazione New Orleans. Ha un paio di chitarre, le sue fedeli sacche di pelle e una valigia piena di abiti. Oltre a un bel rotolo di dollari in contanti in tasca, frutto dei concerti giapponesi e della rapida session in studio coi Die Toten Hosen.
Dopo diverse ore di volo fa scalo a Chicago e telefona allarmato alla sorella Mariann: dice che ha perso il biglietto aereo, in aeroporto. Lei gli fa immediatamente arrivare del denaro con un vaglia telegrafico, che non viene però riscosso.
Non è chiaro come, ma Johnny arriva a New Orleans, The Big Easy; prende un taxi e si fa lasciare – tra le 21:30 e le 22:00 – davanti all’hotel St Peter House, tra Burgandy e St Peter Street.

Lesley Carter (il receptionist in servizio quella sera): “Era vestito di nero dalla testa ai piedi e sudava. Temevo che mi svenisse addosso. Non era scortese. Era pallidissimo, sembrava quasi una geisha”.

Gli viene assegnata la stanza numero 37: una cameretta con un letto solo e il televisore appeso al muro, anche perché non ci sarebbe altro spazio dove metterlo, e un bagno microscopico. Johnny appoggia i suoi bagagli per andare a fare un giro rapido per Bourbon street; poi rientra in albergo e telefona alla sorella.

Mariann Bracken: “Abbiamo parlato per un quarto d’ora più o meno. Stava da dio, mi ha detto che gli piaceva tantissimo lì, era pieno di gente che cantava per strada. Diceva che aveva guadagnato bene in Giappone e scherzando mi ha detto che forse per l’anno venturo avrebbe dovuto pagare le tasse perché aveva avuto delle entrate. Non gli era mai capitato”.

A questo punto, dall’istante in cui Johnny chiude la telefonata, inizia una concatenazione di eventi che nessuno ha mai definito con certezza e che, a 20 anni di distanza, resta avvolta nella nebbia. Ovviamente la ricostruzione che tenteremo di fare è un’impresa totalmente speculativa, che si basa sulle poche testimonianze esistenti e su un’inchiesta fatta sul campo (rimasta incredibilmente inedita e peraltro andata perduta) dall’amico Mike Hudson, cantante dei Pagans, nonché saggista, giornalista e reporter eccezionale. Mike infatti ha acconsentito a raccontare a Black Milk, in esclusiva, quello che ricorda della sua indagine svolta poche settimane dopo la morte di Thunders.

Secondo Nina Antonia, la biografa ufficiale di Johnny, dopo aver parlato con la sorella e il cognato, Thunders fa amicizia con i due suoi vicini di stanza, due fratelli che si chiamano Marc e Mike Ricks – non è assolutamente chiaro come e a che ora ciò avvenga. I tre si fanno un paio di canne, poi escono: vanno a bere qualcosa in un bar del quartiere francese, poi rientrano in hotel. A questo punto i fratelli tornano in stanza, dove cadono in un sonno profondo.
Vengono svegliati da una serie di colpi che provengono dalla stanza adiacente – li descrivono come “rumori di una rissa in cui nessuno parla”.

Verso le otto del mattino l’addetta alla reception telefona alla stanza di Johnny, che risponde e viene redarguito per il baccano fatto durante la notte; stranamente lui chiede se può scendere al desk a parlare con la donna, ma non lo fa. Si perdono le sue tracce fino alle 15:30 circa, quando durante la pulizia quotidiana delle camere il suo corpo viene ritrovato. E’ rannicchiato ai piedi dell’armadio; intorno la stanza è un caos totale.

Nina Antonia riferisce che a trovare il corpo è l’addetta alle pulizie Mildred Coleman, ma non riporta nessuna sua dichiarazione. Ed Snyder del blog Cemetery Traveler, invece, racconta di aver fatto una puntatina all’hotel e di avere parlato con un tale Royce (un uomo, dunque?) – il factotum ultrasessantenne dell’albergo – che gli avrebbe spiegato come ha trovato il cadavere.

Ed Snyder: “Royce ha trovato il corpo sul pavimento, con le lenzuola del letto strette tra le mani rigide. Dal tono solenne con cui mi parlava ho intuito che quest’esperienza l’ha segnato molto e non nascondeva una certa sfiducia nell’operato delle forze dell’ordine nel gestire il caso”.

Abbiamo anche raggiunto via email Mike Hudson, che circa due settimane dopo la morte di Johnny è a New Orleans per scrivere un pezzo di giornalismo investigativo per conto di Hustler; e conferma la versione di Nina Antonia.

Mike Hudson: Sono stato al St. Peter Guest House e ho parlato sia col direttore che con la donna delle pulizie che aveva trovato il corpo.

Willy De Ville, che abita a pochi metri e sta suonando la chitarra seduto su un gradino con un paio di amici, praticamente di fronte all’albergo, assiste ignaro al trasporto della salma da parte degli uomini dell’ufficio del coroner. Lo racconta nel film-documentario dedicato a Johnny, So Alone. Inizialmente pensa si tratti di qualche losco personaggio, probabilmente un politico che è morto d’infarto mentre era con qualche prostituta minorenne; solo dopo viene a sapere che il cadavere è quello Johnny Thunders.

Willy De Ville: “Era in rigor mortis e il corpo era piegato a forma di U. Hai presente quando uno si butta a terra in posizione fetale, piegato in due? Mi sono detto ‘ Cavolo, quel tizio deve avere fatto una bruttissima morte’. Era piegato come un pretzel”.

Per i poliziotti intervenuti non c’è dubbio e chiudono sbrigativamente la pratica: si tratta dell’ennesimo Signor Nessuno tossicomane, che arriva a New Orleans e muore d’overdose. Non si preoccupano minimamente dello stato in cui è la stanza, completamente sottosopra. Raccolgono i pochi effetti personali che trovano e li fanno recapitare alla famiglia di Johnny; peccato che mancano le due chitarre, alcuni vestiti che si era fatto fare su misura durante il suo viaggio in Thailandia e Giappone, il denaro contante, i flaconi di metadone che aveva con sé, il suo passaporto, i taccuini coi testi, le scarpe. In pratica i bagagli di Johnny tornano a casa vuoti, cosa che insospettisce immediatamente la famiglia.

Chrissy Bracken (nipote di Johnny): “Pensavano fosse il solito tossico senza nome. Non avevano capito l’interesse che avrebbe suscitato la notizia. Sembra ci fosse una siringa nel gabinetto, ma i poliziotti l’hanno gettata via senza farla analizzare. Dicono che dall’autopsia non risultava l’assunzione di alcool, ma hanno interrogato un barista che ha detto di aver bevuto con lui in serata. L’alcool rimane in circolo per un bel po’, tra l’altro”.

Ed Snyder: “Royce [la persona che secondo Snyder avrebbe trovato il cadavere – n.d.a.] mi ha spiegato che secondo lui si era trattato di un omicidio, non di suicidio, perché quando è entrato e ha visto il corpo, ha notato che mancavano le chitarre e i vestiti di Johnny. Secondo lui qualche cosiddetto amico gli ha fatto una dose letale e poi è scappato rubando le sue cose.

L’autopsia non è rivelatrice delle cause di morte, tanto che – stando a Nina Antonia – mostrerebbe la presenza di cocaina e metadone ma in quantità tali da non risultare letali. Dai test medici, invece, viene scoperto che Johnny soffriva di uno stato avanzato di leucemia, condizione che lo stava debilitando gravemente e di cui lui, con molta probabilità, non era al corrente. Resta il dubbio, comunque, che l’esame post mortem sia stato condotto frettolosamente o – ancor peggio – truccato.

Mike Hudson: “Non c’erano ferite o lesioni sul corpo e niente altro che potesse indicare una causa di decesso diversa. E’ davvero strano, comunque, che dall’autopsia non sia risultata nemmeno l’LSD, perché tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato che nel cocktail che gli hanno dato ce n’era”.

A questo punto, nonostante la versione ufficiale che vuole Thunders morto per overdose di metadone, sono inevitabili le speculazioni su come siano effettivamente andate le cose. Più fonti raccolgono, nei meandri delle strade di New Orleans, la voce insistente che si sia trattato di un omicidio a scopo di rapina – che spiega in modo piuttosto lampante la mancanza di gran parte dei suoi effetti personali dalla stanza.

Dee Dee Ramone, nella sua autobiografia Poison Heart, ad esempio, scrive di aver ricevuto – il giorno dopo il decesso di Johnny – una telefonata eloquente da Stevie Klasson, il chitarrista ritmico di Thunders, che gli avrebbe raccontato ciò che aveva sentito.

Dee Dee Ramone: “Mi hanno detto che Johnny si era immischiato con dei bastardi… che gli hanno fregato tutto il metadone. Gli hanno dato dell’LSD e l’hanno fatto fuori. Lui aveva raccolto una grossa scorta di metadone in Inghilterra, gli serviva per viaggiare e per tenersi lontano dai quella gente di merda – gli spacciatori, gli imitatori di Thunders e tutti i perdenti di quella risma”.

Non mancano dubbi inquietanti sia sull’identità delle due persone che entrano nella camera di Johnny, sia sui motivi per cui l’autopsia sembra non essere coerente con le cause di morte ufficiali.

Mike Hudson: “Thunders è uscito ed è tornato in camera insieme a un paio di tizi; a un certo punto se ne sono andati e dopo l’hanno trovato morto. New Orleans è un posto bastardo; più di una fonte mi riferì che i due che avevano accompagnato Johnny in camera erano informatori della polizia, quindi sarebbe plausibilissimo che tutta la faccenda sia stata insabbiata dalle autorità. Comunque erano due che vivevano in strada”.

Il musicista di New Orleans “Sneaky” Pete Orr, che conosceva Thunders tramite il proprio fratello, conferma che al momento della morte Johnny era ancora dipendente dall’eroina, ma non aveva nessuna intenzione di morire. Anzi, era arrivato a New Orleans proprio per mettere insieme una nuova band e sperimentare con sonorità più jazz e diverse.
Sempre secondo Orr, Johnny avrebbe incontrato due punkabbestia (“gutter punks”, li definisce) al Kagan’s, un bar malfamato e ritrovo di tossici che si trovava su Decatour street – e ora è chiuso. Sembra che li abbia invitati in albergo per farsi tutti assieme, ma invece quelli gli hanno fatto un “hot shot” (una dose di eroina mischiata con qualche altra sostanza tossica) con la precisa intenzione di ammazzarlo e derubarlo.
Pare anche che i due sospetti siano anche stati visti, pochi giorni dopo, nel Quartiere Francese con addosso alcuni vestiti di Johnny.

Dopo ben 20 anni non sembra esserci verso di far luce su quanto accaduto. Non giovano una certa ostilità della polizia locale – contro cui la famiglia di Johnny si è scontrata fin dai primi giorni dopo il tragico lutto – e l’uragano Katrina che ha spazzato via l’intero archivio in cui la documentazione del caso era custodita.
Lo scenario più plausibile, alla luce di quello che viene detto e sussurrato da anni, è che Johnny sia rimasto vittima di un paio di balordi che l’hanno sedato con un bel cocktail di sostanze e gli hanno portato via tutto. Molto probabilmente non si è trattato di omicidio volontario, ma qualcosa è andato storto: lui avrebbe dovuto risvegliarsi il giorno dopo, stonato e confuso, oltre che senza più un dollaro. Ma non è successo. A complicare la faccenda c’è la probabile connivenza dei due con la polizia locale, che evidentemente non ha ritenuto opportuno fare analisi approfondite e – forse – ha anche fatto in modo che i risultati dell’autopsia escludessero l’ipotesi di omicidio: tutto per proteggere due informatori magari preziosi.

Willy Deville: E’ stata una fine tragica, capisci, non se n’è esattamente andato in modo glorioso. Così mi è venuto in mente che potevo almeno fare in modo che sembrasse una morte epica, sai, per rispetto nei suoi confronti, così ho detto a tutti quelli che mi telefonavano che Johnny era morto ed era stato trovato sul pavimento con la sua chitarra in mano. L’ho inventato. In realtà

Mike Hudson: Se non sei mai stato a New Orleans, ricordati che è un posto strano e bastardo. e questo nelle sue giornate migliori. E’ pieno di disperati, truffatori, puttane e spacciatori, quasi tutti sono lì per strada e i turisti arrivano con il solo obiettivo di sconvolgersi. Il che li rende prede facilissime. E’ un posto pericoloso, sempre potenzialmente violento e più caldo dell’inferno – e il caldo porta alla luce il lato peggiore delle persone.


Bonus tracks

Il 24 settembre del 2009 tre membri della Louisiana State Paranormal Research Society passano la notte nella camera 37 del St. Peter House di New Orleans. Sono lì per documentare – anche in diretta radiofonica – l’eventuale manifestazione di fenomeni paranormali nella camera in cui è morto Johnny. Inutile dire che lo show è una discreta bufala, ma vale la pena – per il gusto del folklore – ascoltare alcuni clip mp3 che sarebbero stati registrati proprio nella stanza e che proverebbero la presenza di Johnny e di Sable Starr (la famosa groupie che è morta di cancro al cervello nel 2009). Enjoy:

Johnny e Sabel salutano
Johnny parla mentre una sua canzone suona nella stanza
Johnny dice “Yep”
Sabel Starr risponde a una domanda
Johnny risponde a una domanda e s’incazza
Lo show radiofonico intero (molto lungo e confusionario)

Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

[Per scaricare in pdf l’intero numero uno di Sonic Iguana, clicca QUI]

Peter Perrett, back from the dead (pt. II)

Parte seconda dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk).
Questa volta Peter Perrett e Alan Mair ci raccontano dell’eroina, del tour americano che pose fine alla band, del pubblico degli anni Settanta e altro ancora. Forza che si parte…

Parliamo della reunion. E’ una cosa su cui ho da sempre sensazioni ambivalenti…

PP: E’ il motivo per cui anche io non ero sicuro di volerla fare. Perché di regola non è mai una buona idea. La maggior parte delle band che una volta erano grandi, quando le rivedi insieme pensi “Ma cosa gli è venuto in mente?”.

E’ il motivo per cui mi rifiuto di andare a vedere i New York Dolls… voglio dire, si sono sciolti l’anno in cui sono nato. Mi accontento dei ricordi degli altri, di seconda mano; mi basta il libro di Nina Antonia, le foto che hanno scattato altri. Ho sempre tenuto la distanza dalle band che si riformavano perché non voglio restare deluso. non voglio rovinarmi il mito…

PP: Per me i New York Dolls senza Johnny Thunders non sono i New York Dolls. E poi, insomma, non c’è più nemmeno Jerry Nolan, capisci cosa intendo…

AM: Ecco questo è importante. Perché credo che non ci saremmo rimessi insieme se qualche membro non fosse stato della partita. Dovevano esserci gli originali.

Avete suonato a Manchester, un po’ di tempo fa, e ho resistito alla tentazione. Ma questa volta siete proprio dietro casa, e mi sono detto “Non posso non andare”…

AM: In tanti ci hanno detto “Credevamo che non vi avremmo mai visti live”. Persone che sono cresciute ascoltando la nostra musica, ma sono giovani e pensavano che sarebbe stato impossibile vedere il gruppo. Fino a ora abbiamo avuto una bellissima accoglienza.

Vengono molte persone giovani ai concerti?

PP: Direi che è un miscuglio; ci sono anche alcuni che di sicuro ci hanno visti ai tempi, te ne accorgi dai capelli grigi…

AM: Sì. E si vendono tante t-shirt di taglia Large.

PP: In Giappone però erano quasi tutti ventenni o teenager. Non so perché lì sia così diverso.

AM: Sì, tanti giovani…

Credo che là la gente conosca molto bene la musica.

PP: Sì, a tutti piace molto la roba occidentale.

AM: E’ un pubblico emotivo, c’erano parecchi tizi che piangevano.

Come trovate il pubblico ora, rispetto a 30 anni fa?

PP: Di sicuro all’epoca era piuttosto ribelle…

AM: Erano abbastanza selvaggi e a volte anche noi ci lasciavamo trascinare…

PP: Però la cosa dello sputare era pessima.

AM: Sì, orribile. Specialmente per Peter, quando canta (apre la bocca, e mima uno sputo che la centra).

Ormai non ricevete più sputi, credo, no?

PP: No! No…

AM: Era davvero ributtante.

Era un segno di approvazione però…

PP: Erano i ragazzi che si divertivano. Era diventato un rituale tra certi punk, quelli che l’avevano letto sui rotocalchi, se capisci cosa voglio dire. Qualcuno ha detto che sono stati gli Stranglers a dare inizio a questa roba: e non erano nemmeno un gruppo punk, loro.

AM: Comunque sia, è andato avanti per troppo tempo.

PP: Dopo un po’ iniziò a sparire e tutto era calmo, finché non facevi un concerto in qualche cazzo di posto sperduto, dove trovavi sempre una persona nel pubblico che aveva appena letto di questa storia. Però quando era solo uno a sputare, ti levavi la chitarra e scendevi a sistemare le cose faccia a faccia.

AM: Sinceramente, non ho iniziato a suonare per farmi sputare addosso. Era troppo.

PP: Solitamente succedeva solo ai concerti punk più estremi. Il nostro pubblico, quello che seguiva noi, non aveva l’abitudine di sputare.

Non vi dava fastidio essere incasellati con le punk band?

PP: Beh, poco dopo si sono inventati il termine new wave, che indicava musica nuova, fresca ed eccitante, ma non fatta di tre accordi suonati a 1000 all’ora.

Eri a tuo agio con quella definizione?

AM: Sì.

PP: Sì. Alla gente non piace essere etichettata perché ama credere che, musicalmente, dovrebbe avere tutte le opzioni aperte e disponibili. Ma penso che sia stato bello essere parte di un movimento nuovo ed eccitante.

AM: Penso che l’avvento della new wave abbia fatto scendere quelli delle case discografiche dalla loro torre d’avorio, per venire finalmente a vedere i gruppi dal vivo. Prima non uscivano neppure dai loro uffici – erano spaventati di quello che li aspettava. E continuavano a mettere assieme dei supergruppi, roba che non interessava più a nessuno. Quindi è stata una cosa buona. Ha cambiato l’industria, le ha dato una scossa.

E direi che le serviva. Quando gente come gli Yes e i Blind Faith e gli altri supergruppi erano in giro, c’era puzza di vecchio.

PP: Era tutta musica autoindulgente, orribile. Direi che l’unica cosa buona è stata David Bowie; e i Roxy Music, che negli anni Settanta erano interessanti.

Quindi avete formato la band per scrollare via la noia che regnava?

PP: Io volevo una band perché ne avevo già avuta una nei primi Settanta, ma non se ne cavava nulla. Mia moglie Xena andava dai discografici a fargli sentire i provini e molti le dicevano “sembra un po’ Lou Reed; ma questo settore non ha abbastanza spazio per un Lou Reed, figuriamoci per due”. Fa sorridere ora. Ho reclutato tante persone piene di entusiasmo, ma con poca abilità musicale. Quindi mi ero stancato e volevo solo gente che sapesse suonare piuttosto bene. Ed è anche il motivo per cui eravamo diversi dalle punk band che nascevano allora. Poi penso di essere stato anche più grande di età, in media… ero più giovane di Joe Strummer, sì, ma ero arrivato a un punto in cui apprezzavo la tecnica musicale.

Come vi sembra suonare pezzi scritti 30 anni fa?

AM: E’ sempre divertente. Cerchiamo sempre di fare qualche stranezza, aggiungiamo qualcosa…

E i pezzi hanno lo stesso significato, per voi? O con l’esperienza di una vita hanno un nuovo senso?

PP: Sai, mi piacciono ancora le vecchie canzoni. Le trovo molto buone, quasi tutte. Però di certo mi sento più affine alle nuove, perché come paroliere sono migliore adesso di un tempo. Invecchiando migliori l’arte. Per un po’ abbiamo suonato le solite vecchie canzoni e ogni tanto riesumavamo qualcosa che non facevamo da un po’. Poi in Giappone, siccome la chitarra che mi aveva fornito la Gibson aveva problemi di tenuta dell’accordatura, tra un pezzo e l’altro c’erano molte pause e parlavamo con il pubblico, che ci chiedeva pezzi che non toccavamo da 30 anni…

Incontrate mai i vostri fan?

PP: Sì.

AM: Specialmente in Giappone…

PP: Hanno sempre queste sessioni di autografi dopo i concerti. Ti danno mezz’ora o tre quarti d’ora…

AM: In cui devi incontrare chi si è comprato un tuo poster, un cd o che altro…

PP: Si fanno le foto con te, sai. Arrivano, tremano per l’emozione. E’ una cosa carina. Sono davvero un popolo unico. E una delle cose più belle che hanno è la loro umiltà.

E i fan inglesi? Li incontrate mai?

PP: Non particolarmente.

AM: Qui non organizzano le cose bene come i giapponesi! Però ne sentiamo molti via email, anche se non li vediamo faccia a faccia. Comunque se qualcuno ci chiede di venire nei camerini per fare quattro chiacchiere, di solito diciamo di sì…

Avete qualche fan ossessionato?

AM: Non direi, ora.

PP: No. C’è solo gente che arriva prestissimo a ogni concerto.

AM: Anche se qualcuno che ci scrive via email c’è… persone che devono avere ogni cosa della band e vogliono sapere tutto ciò che stiamo combinando. Ci sono certi fan che si scrivono tra loro. Diciamo che alcuni ci tengono d’occhio in ogni momento, per cui si potrebbero definire ossessivi. Ma non nell’accezione di pericolosi o assillanti.

Non sono pazzi?

AM: No.

PP: Li avevamo, quelli come dici tu, un tempo.

Tipo?

PP: Mi ricordo una tizia, in Olanda, che si fece tatuare il mio nome sul corpo. Si lanciò sul cofano della macchina per impedirci di partire.

AM: Fu piuttosto spaventoso.

Nel periodo di vuoto della band, tutti voi siete rimasti nel campo della musica?

PP: Nei Novanta?

Anche…

PP: Tra il 1994 e il 1996 no, perché mi ero ripulito. Non stavo lontano dalla droga dagli anni Settanta. Mi dicevo di continuo “Voglio starne lontano una volta per tutte”, ma era una specie di trappola che mi sono teso. Perché appena ho deciso di farlo, praticamente ho mollato la musica. E visto che mi ci è voluto molto per smettere, ho buttato via tanto tempo. Avrei voluto essere come Johnny Thunders, e continuare comunque con la musica. Almeno quando suoni non hai troppo tempo per pensare alla droga. Adesso la musica è la mia terapia per starne lontano, credo. Perché nella mia vita ho da sempre due passioni: una è totalmente distruttiva, l’altra è positiva. E’ stato un peccato che una abbia escluso l’altra, avrei dovuto invece usare la musica come arma, all’epoca.

La leggenda degli Only Ones è senza dubbio legata a doppio filo con il consumo di droga. Tante persone vi associano proprio a questo: cosa ne pensate?

PP: Beh, è fastidioso per Alan, perché lui non ha mai preso nulla.

…ma non vi sembra, a volte, che la droga abbia preso il sopravvento sulla musica della band, nell’immaginario popolare?

AM: Eh sì.

PP: E’ un casino, perché tanti pensano che tutti i nostri testi parlassero di droga…

AM: Io ero arrivato al livello di saturazione… mi sembrava che la droga stesse affossando il gruppo… il tour americano era degenerato malamente: mi ricordo che ero al Tropicana con una ragazza e tutti erano fatti, tutti quelli che erano nel giro della band.

PP: C’era gente con gli aghi che penzolavano dal braccio.

AM: Sì. John e Peter cercavano di trattenersi, ma c’erano delle fan che si facevano di brutto e successe un casino. Io dividevo una stanza con John e una volta ero lì con una tipa e lui è entrato con un ago nel braccio, e io gli ho detto “Cristo, John, che cazzo fai!”. Credo sia stato uno dei momenti in cui ho pensato “Ok, abbiamo oltrepassato il limite”. E non solo per quell’episodio, ma per ciò che accadeva a tutti quelli dell’entourage e ai fan.

PP: John una volta dovette mettersi tre maglie sul palco perché…

AM: Era in astinenza.

PP: No, non era per quello; si era fatto un buco sporco.

AM: Ok, comunque, sai, sembrava che tutti avessero perso il controllo. Sono stato derubato fuori dalla mia stanza d’albergo e anche Peter. Sentivo che era il momento di mollare, così sono andato da Peter e Xena e ho semplicemente detto: “E’ ora che me ne vada, non ce la faccio più”. Peter mi rispose: “Se molli, lo faccio anche io”; credo che stesse pensando anche lui di staccare la spina.

PP: Era duro, per me, stare in una band con John, perché stavo cercando di restare pulito almeno quando dovevo lavorare: sai, volevo fare il tour americano senza prendere droghe, essere sobrio tutto il tempo. Però era difficile… non so se conosci il film con Clint Eastwood su Charlie Parker, Bird. E’ bello. E a Charlie Parker succedeva la stessa cosa quando voleva smettere con l’eroina, perché nella band c’era questo Red Rodney, che invece aveva appena iniziato a farsi. Io mi sentivo nella stessa maniera con John, anche perché quando c’è eroina intorno a te in ogni momento diventa difficilissimo smettere.

AM: E poi ci fu quella cosa nella stanza d’albergo a New York. Quella fu davvero la fine del gruppo.

PP: Volevo continuare come solista e mettere insieme un nuovo gruppo. Ma tornato da New York mi beccai un’epatite che mi mise ko per tutti gli anni Ottanta. Non ho mai recuperato la funzionalità totale del fegato. Epatite B. Sai, tanti fanno la C, ma mi sembra una robetta… certa gente nemmeno sa di averla, perché i sintomi sono leggeri. Ma l’epatite B ti fa davvero a pezzi.

AM: Quindi a New York il gruppo finì, anche se per un po’ continuammo a giocare al gatto e al topo con la CBS.

Vai alla prima parte dell’intervista: QUI
Vai alla terza parte dell’intervista: QUI

Nato per perdere

born_poster01.jpgBorn to Lose: The Last Rock and Roll Movie (di Lech Kowalski)

Kowalski ha impiegato anni a girare, montare e rimontare questo documentario senza venirne realmente a capo. E il risultato è a metà strada tra un epitaffio e un’apologia del mito Johnny Thunders: dagli albori cotonati glam con le Bambole di New York, passando per l’ero-band Heartbreakers, fino all’altalenante parabola solista. Quest’ultima fase, in particolare, l’ha visto entrare del tutto nella parte del nomade perennemente con la sei corde al seguito, occupato a perdersi – con nonchalance – in giro per il mondo (tra Parigi, Londra, New York, il Giappone…) fino all’ultima tappa a New Orleans. Dove è rimasto secco a 39 anni.

Kowalski  cerca ostinatamente, attraverso innumerevoli testimonianze di individui celebri e meno celebri, di trovare il giusto verso, una collocazione storica, una verità sull’esistenza fulminante di Thunders. Ma gira e rigira, la chiave di lettura latita. E ciò che resta è sfuggente: un peculiare talento chitarristico, un loser attaccabrighe italo-americano, l’eroina. Il ritratto di un vero drogato con il dono della sei corde, uno  che poteva benissimo confondere l’ago per il suo strumento; e, man mano che le immagini scorrono, si plasma l’idea che il binomio Johnny-eroina sia molto più di un semplice accostamento. Quasi vien da pensare che Thunders sia entrato per sbaglio nel mondo del rock’n’roll, magari col pretesto di trovare la roba con più facilità.

Impressiona, poi, notare come i suoi amici, colleghi e pressoché la totalità di persone che hanno avuto a che fare con lui lo ricordino per basso tasso di lucidità conservata, elevato grado di sfattume e pura attitudine nichilista.

Toccante e amara l’ultima testimonianza di Willy De Ville che, quasi scocciato, parla della morte Johnny Thunders come di una cosa inevitabile.

Eccovi l’incipit da Youtube (dove trovate più o meno tutto il film, suddiviso in spezzoni):

Glamorama rock

afterhourscover-300.jpgPrima Donna – After Hours (Acetate Records/Goodfellas 2008)

E’ stato amore a primo ascolto, e pure a prima vista. Perché questi cinque ragazzi californiani suonano rock and roll come Satana comanda. A parte il nome che definire killer è poco, i Prima Donna frullano i New York Dolls, gli Stooges dell’era Raw Power, il David Bowie di “Suffragette City” e tutti i cliché glamorama del caso.

Ci sono i quattro quarti schiaccia-sassi, i riff à la Chuck Berry e il sassofono che, inevitabilmente, ricorda Michael Monroe e gli Hanoi Rocks. After Hours è stato buttato sul mercato da un’etichetta, Acetate Records, che ha in catalogo gente del calibro di Nine Pound Hammer, Hangmen e Black Halos – una piccola istituzione della Los Angeles più marcia: chiaro il concetto?

Ascoltatevi il primo pezzo del disco, “Soul Stripper”, e poi ditemi un po’: ci rimanete secchi. La successiva “Demoted” è quasi beatlesiana e la conclusiva “Dummy Luv” è una canzonaccia in stile Rolling Stones anni Settanta… come se non bastasse, “I Don’t Want You To Love Me” è finita nella colonna sonora di Californication, il telefilm con David Duchovny scrittore scopadelico.

Per concludere in bellezza, sentite un po’ cosa succede il 15 dicembre: al Viper Room – Hollywood, proprio là dove è morto River Phoenix – suonano i Prima Donna e i loro zii Joneses, con tanto di contest di maglietta bagnata. Diventeranno famosi? Dubito fortemente, ma chissenefrega: Johnny Thunders, Richey James, Nikki Sudden e tutti gli altri approvano.

Sid’s anniversary

sidnan.jpgIl due febbraio del 1979 ha fine l’epopea di Sid Vicious, per molti vera e propria vittima di tutta la circense vicenda dei Pistols. Ben 29 anni orsono Sid viene trovato morto per un’overdose a New York, nell’appartamento di un’amica (e nuova fiamma): la vicenda dell’omicidio di Nancy è ancora fresca, lui è appena uscito su cauzione.

La polizia gli sta col fiato sul collo, i Sex Pistols sono esplosi in mille schegge, lui è troppo fatto e ingenuo per approfittare della situazione. Il massimo che riesce a fare è cercare il conforto di personaggini a lui affini, tipo Johnny Thunders e compagnia bucherellante.
La madre in una lunga intervista rilasciata prima di morire (anche lei di overdose: malattia di famiglia?) si è detta certa che Sid si sia suicidato – visti almeno un paio di tentativi mal riusciti nelle settimane precedenti – e ha anche prodotto un bigliettino che avrebbe trovato nella tasca dei suoi jeans.

Difficile dire come sia andata, ma il risultato è quello che tutti conosciamo. A rendere un po’ più amaro il sapore della vicenda contribuisce il fatto che dopo la scomparsa di Sid il processo fu interrotto e nessuno si occupò più del caso della morte di Nancy, su cui permangono moltissimi dubbi e in cui potrebbe essere implicata almeno un’altra persona.

Per una ricostruzione in puro stile true crime all’americana, cliccate qui e buon divertimento (?).
Qui di seguito un morboso repertino: il certificato di morte di Sid vicious, stilato dall’autorità competente di New York.

siddead.jpg

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: