Ramones e radici

VV.AA. – The Ramones Heard Them Here First (Ace, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Il corpo non c’ è. E del resto, come potrebbe? Ma tutto lo spirito dei Ramones si agita qui dentro. Sono gli originali delle tante (non tutte, per i soliti motivi di copyright che riguardano i nomi “grossi” come Rolling Stones, Who, Doors, ecc.) cover che hanno accompagnato la storia della più importante punk-band americana, con appendice al disco solista di Joey Ramone (“1969” degli Stooges e “What A Wonderful World” vengono proprio da lì), inciso mentre il cancro cominciava a rodere la mantide punk dal suo interno, spegnendo per sempre l’ energia che lì dentro covava.

Tutta la scaletta, soprattutto la prima metà occupata da Beach Boys, Jan & Dean, Trashmen, Searchers, Ronettes, Ritchie Valens, Chambers Brothers, Chris Montez, Rivieras e Troggs cattura l’ essenza più schietta della band, votata al fun-fun-fun più troglodita e idiota, nell’assoluta e indomita certezza che il punk era arrivato innanzitutto per preservare lo spirito del rock ‘n roll.

Il pogo, le spille, il cuoio, le borchie, le creste e l’eroina non erano indispensabili.
I Ramones, signori.
Ventidue anni nel ’76. Ventidue anni nel ’96. Ventidue oggi.
Presero il rock ‘n roll e lo obbligarono a non invecchiare. Nessuno saprà più farlo, dopo di loro. Non così bene. Non così forte.

Il mondo ci regalerà soltanto tristi cover band dei Ramones. La nostra gioventù invece è stata seppellita con loro.

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Dee Dee Ramone parla italiano

blitzkr.jpgDee Dee Ramone & Veronica Kofman – Blitzkrieg Punk. Sopravivere ai Ramones (Agenzia X, 192 pp.)

E se fosse l’intera famiglia Ramone – a suo tempo – a essere sopravvissuta a Dee Dee, ai suoi exploit tossici, ai “giochi fatti” di siringhe e lame, tra la storica girlfriend Connie e gli inseparabili amici-nemici di buco Johnny Thunders e Stiv Bators?

Sta di fatto che Blitzkrieg Punk è un libro che stende.  Il sovradosaggio e l’intensità di una vita disperatamente on the road da raccontare mette al tappeto.

E’ difficile, in realtà, conciliare le multi personalità di Dee Dee – al secolo Douglas Glenn Colvin – e mettere insieme il puzzle schizoide. Una vera subterranean jungle, in cui troviamo il Dee Dee adolescente ribelle in Germania folgorato sulla via di Elvis e del rock’n’roll anni Cinquanta; il delinquentello del Queens, antesignana e ignara icona del punk a cui Sid Vicious deve praticamente tutto in fatto di iniziazione tossica ed attitudine on stage; e poi il Dee Dee drogatissimo, rinchiuso nel suo bunker privato del Chelsea Hotel, che sbanda barbone per i vicoli del Low East Side di New York solo per racimolare qualche spicciolo da investire in una dose.
Le personalità multiple di Dee Dee si riversano tutte come affluenti alcoolici nei fiumi e fumi catartici di questa autobiografia.
Il bassista dei Ramones è immortalato in mille immagini, poster di concerti, fanzine. La divisa è sempre impeccabile: jeans strappati, testa roteante (o meglio: rivolta all’indietro), caschetto alla Brian Jones, t-shirt bianca con qualche stronzata scritta sopra e basso ciondoloni poggiato sulle gambe. E’ lo stesso che si rimise in gioco, lasciata la sua Ramones-family, inventandosi di sana pianta Dee Dee King, un improbabile rapper bianco tatuato, sbiellato, con cappottone, medaglioni, occhialazzi e capelli zombie alla Lou Reed post elettroshock. Peccato che andasse poco oltre il look, in questa veste trendy.

La confessione di Dee Dee è una vicenda amara. Lui stesso intuisce l’epilogo, è consapevole che non ci sarà un lieto fine, ma piuttosto una end of the century definitiva, fatta di sfighe che non risparmieranno nessuno del giro Ramones. Neanche il padre padrone Johnny (Ramone) con il quale Dee Dee ebbe il rapporto più velenoso e conflittuale, ma proprio per questo onesto fino in fondo.

Caduti uno dopo l’altro sotto i colpi del punk rock, scorrono già i titolo di coda che ne fecero leggenda in tutto il mondo, mentre epica incede “The Good, the Bad and the Ugly”.

Hey ho, let’s go.

Richie Ramone contro Golia

halfway.jpg Il batterista dei “fratellini” Ramone tra il 1983 e il 1987, ovvero il buon Richie Ramone, si era imbarcato in una causa legale contro i curatori del lascito di Johnny Ramone, Wal-Mart, iTunes di Apple e altri: il motivo di questa sfida tipo Davide contro Golia erano le royalties su sei pezzi che Richie avrebbe scritto durante la sua militanza nella band.

Il verdetto (arrivato pochi giorni orsono) è stato negativo, dato che secondo il giudice il contratto firmato da Richie all’epoca prevedeva l’utilizzo delle registrazioni e il loro sfruttamento anche tramite tecnologie ancora da sviluppare (e quindi il download e la rete).
Insomma, la classica fregatura a cui chiunque abbia mai lavorato nel campo dell’intrattenimento deve sottostare: si firma la cessione per lo sfruttamento tramite mezzi di diffusione correnti e futuri.

I pezzi incriminati, firmati appunto anche da Richard Reinhardt, sono: “Smash You,” “Somebody Put Something in My Drink,” “Human Kind,” “I’m Not Jesus,” “I Know Better Now” e “(You) Can’t Say Something Nice”.

Birdland & Lester Bangs

birdland.jpgNon è un segreto. Black Milk deve molto a quel genio demente che fu Lester Bangs. Difficile e disonesto negare le proprie influenze e i propri ispiratori: quindi perché farlo? Qui aleggia – o vorrebbe aleggiare – l’ombra del baffuto scrittore rock del Michigan. Sia questo per alcune inclinazioni e ascolti, sia per l’occasionale divagazione randagia, sia per l’immancabile gusto per la polemichina e i modi taurini.. c’è poco da fare. Lester ci piace anche se era quello che era. E sul comodino abbiamo i suoi libri. Da bravi praticanti.

Detto questo, rilassatevi: non stiamo per partire con l’ennesima recensione dell’ennesima stampa di frattaglia lesteriana (anche perché tutto il pubblicabile e l’impubblicabile – occhio e croce – è stato saccheggiato: manca solo la letteratura apocrifa); il pretesto e la ragion d’essere di questo pezzo è, invece, il fortuito ripescaggio – causa spostamento di oggetti dalla libreria – di un album. Stiamo parlando di Birdland with Lester Bangs, stampato per la prima volta dalla Dionysus nel 1998, dopo 19 anni di latitanza occultato in qualche armadio dimenticato da dio, dagli uomini e dal rock’n’roll (ok… a essere pignoli uscì su vinile in un’edizione mitologica superlimitata, curata dal chitarrista della band, nel 1986: ma scovatela se ci riuscite).

Birdland with Lester Bangs è un disco che sprizza New York anni Settanta nei suoni, nell’atmosfera e nel sapore. Punk, ma non esageratamente. Rock, ma con una robusta vena artistica. Pop, ma disperato.
Certo, molto newyorkese era anche il singolo che Bangs aveva inciso nel 1977 con Bob Quine, Jody Harris e David Hofstra, ma si trattava di una declinazione del suono della Big Apple meno consona al nostro baffuto critico rock: perché giocare a fare il Lou Reed imbastardito con Richard Hell, cantando sulle linee deliranti di Quine, non è esattamente quello per cui è nato. E si sente.

Ma torniamo ai Birdland, peraltro formati da Bangs alla voce, Mickey Leigh alla chitarra (costui è – per i meno ferrati – il fratello di Joey Ramone), David Merill al basso e Matty Quick alla batteria. La band nasce casualmente, grazie all’incontro tra Bangs e Leigh a Detroit, nel 1975: Leigh era un roadie dei Ramones e si era trovato a ubriacarsi con Bangs nella sede di Creem, facendo amicizia con il re del giornalismo rock. Quando Lester si trasferisce a New York (nel 1977) reincontrarsi al CBGB’S è quasi automatico: e da lì scaturisce l’idea di collaborare, per scrivere un po’ di canzoni assieme.
Mickey Leigh: “Lui doveva scrivere tutti i testi e io avrei composto della musica che ci stesse bene. Stava cercando persone che avessero un bagaglio musicale vario e non convenzionale e questo è il motivo per cui ci trovammo bene insieme. Io avevo studiato jazz e passavamo ore a parlarne”.

Bangs prende molto a cuore la nuova band: in fondo il suo sogno più proibito è, da sempre, stare su un palco ed esibirsi, piuttosto che riempire cartelle e cartelle di caratteri di macchina da scrivere, parlando della musica altrui.
A questo proposito Lester Bangs dice all’amico Peter Laughner: “Alcuni miei conoscenti pensano che il mio essere in una band sia una specie di fase, tipo ‘Oh, stai regredendo all’adolescenza. Perché non cresci?’. Quello di cui non si rendono conto è che questa maledetta band è l’impegno che ho affrontato con più responsabilità in tutta la mia esistenza, fino a oggi!”.
I Birdland sembrano, in effetti, ben avviati e fanno circa 100 concerti nell’area di New York tra il 1977 e il 1979, suonando ovunque: dai bar unti e fumosi fino al Palladium come band spalla dei Ramones.

lester-bangs-vox.jpgBangs, dopo due anni di attività, è impaziente e – nonostante la sua carriera da musicista venga sempre vista come un capriccio e presa poco sul serio – preme perché il gruppo vada in studio a incidere un album. Non è possibile organizzare una vera e propria session, ma il primo di aprile del 1979 i Birdland si trovano ai mitici Electric Ladyland Studios e riescono a imprimere su bobina alcuni brani. Mickey Leigh ricorda: “Stavano ristrutturando gli Electric Ladyland e il nostro bassista ci stava lavorando: gli avevano lasciato le chiavi. Così ci ha fatto imbucare e abbiamo registrato un po’ di nastri, per qualche ora. Tutto in presa diretta, senza sovraincisioni, senza trucchi”. Da queste registrazioni proviene il materiale contenuto in Birdland with Lester Bangs.
Due mesi dopo la seduta agli Electric Ladyland i Birdland non esistono più, avendo cacciato Lester dalla formazione. Ecco come Mickey Leigh, in una bella intervista rilasciata a Mark Prindle, ricorda quei momenti:

Come mai Lester se n’è uscito dal gruppo?
Gli abbiamo chiesto di andarsene. Con lui era impossibile mantenere una formazione stabile, la gente se ne andava di continuo.

Come mai? Si comportava da stronzo?
No, era semplicemente Lester Bangs! Senza voler giudicare, il fatto è che era difficilissimo per la gente lavorare con lui. Era una bella persona, ma poteva diventare molto pesante averci a che fare. Era la sua indole.

Ma esattamente cosa faceva…. tentava di costringere tutti a fare ciò che voleva lui?
No, non era questo il problema, anche perché tutti sapevano che la band funzionava perché lui scriveva le parole e io la musica. Solo che tutto diventava difficilissimo perché… perché era sconvolto e distrutto per quasi tutto il tempo, sia sul palco che fuori. Forse non lo era quando dormiva… ma no, direi che era stravolto anche quando andava a letto. E così i musicisti continuavano ad andarsene, era una girandola continua. Alla fine i ragazzi dell’ultima formazione mi hanno detto: “Ok, ne abbiamo abbastanza. Scegli: o noi o Lester”. E, dopo due anni a sopportare quella situazione, ho capito cosa dovevo fare.

Come ha reagito?
Gliel’abbiamo detto e lui ha fatto una scenata. E poi è finita.

L’ego di Bangs esce piuttosto ammaccato da questa esperienza. Per un periodo il buon Lester va anche in giro a dire che i Birdland l’hanno allontanato dal gruppo perché è troppo grasso e non sa cantare.
Mickey Leigh: “Tra noi si creò molta acredine e Lester non perse occasione per far pensare ai suoi amici e colleghi che noi eravamo solo un branco di idioti che volevano diventare delle rockstar. In realtà, se fossimo stati davvero così, come avremmo potuto andare avanti per due anni di fila con lui nella band?”.
L’anno seguente Bangs trascorre quattro di mesi ad Austin, Texas, dove registra un altro album (uscito col titolo di Jook Savages on the Brazos) con una band del luogo, i Delinquents. Ricicla alcuni brani dei Birdland e, volente o nolente, chiude il capitolo della sua vita da musicista con una nota stonata, dato che il disco non è esattamente un capolavoro.
L’apice di Bangs come performer resta dunque il disco coi Birdland che, nella sua ingenuità e assenza di pretese, rappresenta – più di ogni altra cosa – il meraviglioso rumore del sogno di un uomo che si sta avverando. E di questo rumore non capita spesso di ascoltarne.
Credeteci.

[Si ringrazia Mark Prindle per la gentile concessione di utilizzare parte della sua intervista a Mickey Leigh]

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