Paul Simonon: punk e Pollock

paulsimonon.jpgPaul Simonon nel 1986 – all’indomani dello scioglimento dei Clash – tornò alla pittura, ovvero al suo primo amore. Aveva imbracciato un basso per puro spirito del tempo, ovvero aderendo all’etica per cui tutti potevano suonare e mettere su una band… e si era ritrovato, sorpresa!, in uno dei gruppi più influenti degli ultimi 30 anni.
In una recente intervista rilasciata al Guardian, Simonon ha fatto il punto della situazione sul suo corso post-Clash, sulla scomparsa di Strummer e sui suoi progetti futuri.

Simonon: “Ora posso entrare e uscire dalla musica quando mi va, ma non è più la mia vita. C’è stato un momento, dopo il periodo intenso della fine dei Clash, in cui ho realizzato che la pittura mi coinvolgeva in una maniera che la musica non faceva“.

Paul dal 1986 ha ripreso un’intensa attività come pittore: tornato dalla California ha ritrovato l’ispirazione grazie al clima e ai paesaggi inglesi: “Ne ho vista la bellezza per la prima volta – la pioggia, le nubi, il freddo e anche i cieli grigi. Tutto era così ricco e vario, in confronto con l’omologazione di Los Angeles. Così sono uscito sotto la pioggia e ho iniziato a disegnare le le centrali del gas che ci sono vicino al porto. Quello è stato il punto di svolta“.
Simonon non è affatto un dilettante, né un nome emergente nella pittura contemporanea: dal 19 aprile esporrà in Old Bond Street e i suoi lavori avranno prezzi ragguardevoli, compresi tra le 5.000 e le 30.000 sterline (almeno a detta del suo gallerista).

Quando gli viene chiesto cosa pensi della prematura scomparsa di Joe Strummer risponde così: “Joe ed io eravamo molto vicini, sai. Eravamo molto amici dall’inizio, vivevamo per strada e ci dividevamo i soldi del sussidio. Dopo che la band si è sciolta è stato ospite a casa mia per molto tempo. E’ stato un brutto colpo. Brutto. Subito è stato uno shock così grande che nemmeno me ne sono reso conto. Poi ho dovuto cercare un modo per farmene una ragione, trovare una giustificazione. […] Scoprire che Joe aveva problemi cardiaci congeniti è stato d’aiuto per dare un senso alla cosa, in un certo senso… insomma, voglio dire, avrebbe potuto accadere anche prima. D’altra parte è grandioso che lui abbia fatto tutte quelle cose nel tempo in cui ha vissuto. Ha utilizzato il suo tempo al massimo“.

E la reunion dei Clash paventata nel 2002 in occasione dell’ammissione della band nella Rock’n’Roll Hall of Fame?
Simonon: “Joe la voleva fare, così come Mick e Topper, ma io non ne volevo sapere. Sono l’unico ad avere sempre detto di no. In quel frangente, poi, non mi pareva fosse il momento giusto. Si trattava di un grosso evento, di quelli con posti a sedere da 2000 dollari. No, non era assolutamente nello spirito dei Clash“.

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Joe Strummer: il film

strummermovie.jpgThe Future is Unwritten (2008, di Julien Temple)

Quando le luci in sala si spegneranno e verranno illuminate da un inestinguibile falò popolato dagli aneddoti di intimi, sconosciuti e illustri amici-musicisti di Mr. Joe Strummer… bene, proprio in quel momento, dimenticatevi la militanza oltranzista, l’epopea punk-proletaria e l’ortodossia stalinista che i Clash ci hanno insegnato fino a oggi. Se il mito prolifera e continua a diffondersi (attraverso le eredità sonore ramificate e rigogliose come piante rampicanti in tutto il pianeta, dai Rancid a Manu Chao, dai Rage Against the Machine ai Los Fabulosos Cadillac), qui è il lato pubblicamente celato a emergere, dopo anni di regime musicale. Ed è sicuramente poco cinematografico. Anche per un regista smaliziato e che-la-sa-lunga-sul-punk come Julien Temple (autore dell’altro film-documentario, guarda caso, proprio sulla grande truffa del rock and roll delle pistole del sesso).

Il problema di Temple è che mentre cimentarsi con Sid Vicious e soci significò girare spezzoni comedy, un cartone animato e liquidare la storia con un po’ di effetti speciali e fumo, il narrare la parte debole, controversa, depressa del punk e i relativi tormenti esistenziali del leader dei Clash è un atto doloroso. Qualcosa che rientra in quel materiale non accessibile e non fruibile dalla macchina da presa, una specie di montaggio proibito.
Perché il cinema funziona quando è finzione, quando asseconda la natura circense del rock and roll; ma quando gli attori principali si smascherano, quando le “mentite spoglie” della verità si palesano attraverso la forma documentaristica, cinema e rock and roll diventano altro. Un’alterità indefinita e indefinibile.

In questo costante senso di indeterminatezza il regista britannico colloca, appunto, Joe Strummer: la carriera, le scelte militanti, i dubbi, la sua esistenza con i Clash e la sua sopravvivenza dopo i Clash.
Se c’è stato un male nella vita di Strummer, in The Future is Unwritten pare esser stata proprio la band che l’ha portato al successo, quella che agli esordi gli ha fatto scrivere canzoni infuocate come “White Riot”, inni generazionali come “London Calling” fino a future colonne sonore per spot di jeans come “Should I Stay or Should I go”.

Joe Strummer è una voce narrante biascicata (come lo era la sua) che per l’intera durata del film sembra provenire da un’emittente clandestina che trasmette da qualche posto sperduto. Forse dal Tibet, dove i monaci buddhisti sono i rinnovati sandinisti degli anni Ottanta.
I Clash sono raccontati come un trauma, analogamente a quello che furono i Pink Floyd per Barrett. E ditemi se Joe non somiglia tanto a Syd, nel suo girovagare senza sosta, come un barbone alcolizzato, uno scoppiato in cerca di rave e musica techno per tentare disperatamente di agganciarsi ancora a qualcosa. Ma tutto frana. I Mescaleros, le canzoni spersonalizzate tra musica elettronica, etnica, ska, e quant’altro, pur di non scomparire… per se stesso più che per il suo pubblico.

Il merito di questo film-documentario è fugare ogni dubbio sul fatto che il futuro dei Clash non è stato ancora scritto perché i Clash non erano stati concepiti per avere un futuro. Il vero inno nichilista, il “no future” dei Pistols – in realtà – doveva cantarlo Joe Strummer.

Carbon/Silicon: il fronte del download

carbon_silicon_150.jpgCarbon/Silicon – Western Front (Carbon/Silicon Records)

I Carbon/Silicon sono un gruppo che si presenta da solo. Come si può descrivere un gruppo nella cui formazione militano Mick Jones (The Clash) e Tony James (Generation X e Sigue Sigue Sputnik)? A me è bastato vedere il video di “National Anthem” per correre a scaricare il cd.

“Scaricare? Ma è una cosa che non si può fare!” direte voi. E invece no. Jones e James, forse già pienamente appagati dai loro successi precedenti, o forse dotati di un’umiltà fuori dal comune, hanno deciso che i loro brani – dai primi composti nel 2002 a quelli di Western Front – dovevano essere condivisi aggratis su Internet con i loro fan.
Lo so, anche Radiohead e Charlatans hanno adottato questa politica con i loro nuovi album, ma i Carbon/Silicon nascono proprio come band da download. In più hanno incoraggiato nel tempo il loro pubblico e registrare e filmare i loro concerti per poi poter downloadare il tutto sul sito www.carbonsiliconinc.com.
Western Front si rivela una boccata d’aria fresca: emergia, ritmo e originalità. Certo, su di loro non può non aleggiare il ricordo dei Clash, ma Jones ha tutto il diritto di maneggiare e citare quello che è stato il suo marchio di un tempo.
“The Magic Suitcase” è il primo brano: malinconico ma nel contempo vibrante di passione, segue il viaggio di una valigia magica nella quale le persone ripongono tutte le loro speranze e le loro illusioni.
“National Anthem” è stato scelto come singolo e non a torto: il ritornello ti si incolla in testa e ti ritrovi a canticchiare per casa “Who loves you enough to tell you right from wrong?”.
“I Loved You” e “Gangs of England” ricordano i bei tempi di Strummer e soci, ma parliamo sempre di un sapore, di aromi, e non del piatto intero riproposto, magari, in maniera diversa.

L’album a ogni ascolto si rivela sempre più intelligente e profondo. I testi stupiscono e ricordano quanto sia bella la musica fatta con passione. Sono tanti i brani che spiccano: “Psychotic Fish”, “Tell it Like it is”, “The Networks Going Down”… insomma: è molto alta la possibilità che ascoltandolo vi possano piacere particamente tutti.

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