Treno per il camposanto

raymenThe Raymen – Death’s Black Train (Hound Gawd!, 2013)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Il suono è criptico e bastardo, come sempre. Da trenta anni, una sicurezza. Una delle poche che ci sono rimaste.
Death’s Black Train anticipa di qualche mese quello che sarà il dodicesimo album della più crampsiana delle band berlinesi, presentandone due estratti e aggiungendo tre brani altrimenti inediti (altro…)

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Sul ponte sventola bandiera nera: intervista a Keith Morris

[di Angelo Mora]

Per Keith Morris il punk rock è il presente, prima ancora che il passato. Sarebbe facile vivere di rendita sulle gesta di Black Flag e Circle Jerks, ma il rastaman californiano ha preferito rimettersi in discussione con gli Off!: il risultato finale è semplicemente incendiario.

La paternità del punk rock viene attribuita a diversi genitori, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico: dai The Kingsmen ai The Who, dai The Kinks agli MC5, dai The Sonics agli Small Faces fino ad arrivare ai New York Dolls e ai Ramones. In Italia se la attribuisce da solo Enrico Ruggeri, bontà sua (altro…)

Il fantasma di Jeffrey Lee Pierce tra Tenerife, Berlino e Parigi

Dallas Kincaid & Evilmrsod – Subterranean Power Strain (autoprodotto, 2011)

Non so come mi abbiano trovato, ma porca puttana la miseria, meno male che l’hanno fatto. Non mi farò altre domande, perché qui c’è davvero roba che scotta e ve ne devo parlare.

C’è questo Evilmrsod, che si chiama Pablo Rodríguez, è di Santa Cruz de Tenerife, ma ora vive a Berlino. Lui – dopo essere stato in una rock’n’roll band di Tenerife – si è dato al blues/folk/rock acustico con risultati apprezzabili e apprezzati. Un giorno Evilmrsod, su Internet, conosce il rocker francese Dallas Kincaid, influenzato da gente tipo Jon Spencer, Cramps, Dogs, Ramones, Stones, Nick Cave, Jeffrey Lee Pierce, Hank Williams the third, Johnny Cash e Iggy Pop. E da qui nasce una bizzarra collaborazione. Bizzarra sulla carta, perché il risultato – ossia questo Subterranean Power Strain – è una bomba. Da godere senza remissione.

Le influenze sono chiare e pescano nel calderone del rock’n’roll malato, del punk blueseggiante, del blues punkizzato, del rock gotico western, ma anche del folk rock più decadente e oscuro. Con qualche tocco più melodico a offrire brevi boccate d’ossigeno.
Gli addendi, come potete vedere e sentire, sono semplici e noti, ma il risultato è stupefacente: musica di quella che ti entra nelle ossa e ti fa ricordare, anche solo per qualche istante preziosissimo, cosa hai provato al primo ascolto dei Gun Club, tanto per dirne una. O dei Cramps.

Menzione speciale per la voce spettacolare, che in più di un momento evoca il fantasma di Jeffrey Lee Pierce, facendoci credere per qualche istante che sia ancora vivo e vegeto e stia incidendo ancora ottima musica.

Uno dei dischi dell’anno, per quanto mi concerne.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25211158 SheryLynn by evilmrsod

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25201448 Pure by evilmrsod

Un bluesman mannaro americano a Londra

Jeffrey Lee Pierce – Hardtimes Killin’ Floor Blues (Choses Vue, 2007, di Henri Jean Debon)

La semplicità di una certa conoscenza, di alcuni concetti dati per scontati, troppo spesso viene scambiata per banalità. Sembrano sciocchezze ai limiti della superstizione, stupidaggini di poco conto, pure cazzate da TG4 – periodo ferragostano, magari. E invece in alcuni casi è tutto vero. Troppo. Ad esempio quando ti dicono che vedere da vicino i tuoi idoli non è quasi mai – o mai – un’esperienza edificante; anzi è meglio evitare.
Ecco, avrete già capito l’antifona. Il sottoscritto è stato letteralmente ossessionato da Jeffrey Lee Pierce e dalla sua musica per circa 20 anni – e lo è ancora. Ma visionare questo documentario uscito nel 2007 è stato un duro colpo. Durissimo. E’ per questo che mi risolvo a parlarne solo dopo qualche anno, dopo avere razionalizzato, metabolizzato e – paradossalmente – imparato ad accettare anche il lato più oscuro ed esecrabile del personaggio.

Ebbene, Hardtimes Killin’ Floor Blues (del francese Henri-Jean Debon, già autore di diversi cortometraggi e videoclip) nasce da una dinamica molto simile a quella descritta in apertura. E’ il 1992** e Debon ha il culto di Pierce; coglie l’occasione, visto che abita a Londra non lontano da Jeffrey, per filmarlo. Vuole raccogliere materiale per un documentario che renda giustizia al suo eroe. Così per qualche tempo – con il consenso di Pierce – lo segue al pub, lo intervista a casa e gira qualche ora di materiale. Peccato che non ha fatto i conti con un dettaglio non da poco… ovvero che Jeffrey è veramente arrivato a toccare il fondo.
E’ un musicista senza un’etichetta discografica e senza un soldo; ha perso la sua compagna (nonché bassista dei Gun Club) che si è messa con il batterista; per diretta conseguenza la band è evaporata e lui si è reinventato solista. Ma non basta. Jeffrey è solo, spaesato, imbolsito, alcolizzato, intriso di dolore e di un’evidente incapacità di affrontarlo. O, forse, di affrontare la vita. Nick Cave in persona, che arriva in visita all’appartamento in 34 Elsham Road, si lascia sfuggire una frase emblematica: “Jeffrey, devi riprendere in mano la tua vita e sistemare le cose. Qui è un cazzo di porcile”.

Il Pierce che la macchina da presa di Debon cattura è, insomma, ben lontano dall’icona del bluesman punk, figlio della Los Angeles in fermento degli anni Settanta e sempre alla ricerca di un crocevia per incontrare il diavolo – o un suo convincente surrogato. Fa quasi tenerezza, a tratti, mostrando quel lato infantile che chi lo conosceva bene spesso ha descritto, ma che dalla sua musica non traspirava neanche in maniera casuale; ha l’aria – col senno di poi – di una persona che è arrivata. E non all’apice della propria carriera, ma – al contrario – al capolinea. Tutto è stato detto, tutto è stato fatto, restano solo i cocci. Come scrive il mio amico Gianni, “ognuno deve fare i conti con cosa rimane di sé”: già. Jeffrey, probabilmente, li stava iniziando a fare e non penso gli stesse piacendo troppo quello che vedeva. Una caricatura del bluesman che da sempre ha cercato, con tutte le sue forze, di diventare.

E’ tutto distillato in 60 minuti netti (più una manciata di bonus), che si srotolano in due location principali: l’appartamento incasinato in cui Jeffrey suona (peraltro è diventato un ottimo chitarrista blues) e tiene banco; e il pub  The Kensington (all’11 B di Russel Gardens) dove passa lunghe ore in compagnia di personaggi improbabili e improponibili, nati da una copula ubriaca tra Dickens e Mr Bean.

Alla fine della visione – fidatevi – proverete una mortifera sensazione di gelo. Per qualche giorno avrete il sospetto di aver sbagliato a venerare Jeffrey così come avete fatto, perché l’icona, in questa oretta di dvd, diviene più umana e ordinaria del vostro ex vicino di casa che si è giocato l’appartamento al videopoker (ed è la stessa sensazione che ha frenato Debon, per quasi 15 anni, impedendogli di pubblicare questo materiale).
Poi passa, ve lo garantisco. Perché dopo la botta si riesce a mettere in prospettiva, fare un bilancio: e qui pesa la grande musica che Jeffrey ci ha lasciato. Alla fine si chiude in positivo; un positivo leggermente più risicato rispetto a prima, ma anche più vero e pulsante. Pierce non era un santo, non era un dio, non era infallibile. Era un ragazzo con un casino di problemi e uno schizzo di genio blues a tenerlo insieme.

(**): Non è chiaro il periodo in cui le riprese sono state fatte. Il regista stesso fa una gran confusione, visto che in occasioni diverse cita anni diversi. Per cui la copertina del dvd parla di 1992, Debon a volte cita il 1992 e altre il 1994. Verosimilmente collocherei il tutto più verso il 1994, visto che Romi Mori ha già abbandonato Jeffrey – evento che si è verificato tra il 1993 e il 1994.

Goodbye Jeffrey Lee… sono già 15 anni

Eh già: 15 anni fa se ne andava, stroncato da una simpatica emorragia cerebrale, sua maestà Jeffrey Lee Pierce.

Lui e i suoi Gun Club sono stati per anni una mia ossessione totalizzante; fatta di decine di dischi collezionati, comprati, cercati disperatamente, scambiati. E poi il suo libro letto, riletto, straletto, quasi memorizzato. E gli articoli fotocopiati, le cassette bootleg, i cd-r di contrabbando, le cover, i tentativi di immedesimazione senza troppo successo…
Poi il fuoco è diventato leggermente meno virulento, ma è sempre lì che arde; magari non ascolto-penso-colleziono solo a loro, ma la faccenda non si è mai chiusa.

In questa giornata un po’ così, complice una mezza bottiglia di Ripasso, mi permetto un omaggio veloce e narcisista, riesumando una vecchio pezzo di Black Milk (anzi, risalente alla sua incarnazione precedente e defunta che si chiamava This Heart Doesn’t Run On Blood).

Ciao Jeffrey.

La tua musica è sempre qui e non ha smesso di farci venire una cazzo di pelle d’oca che nemmeno puoi immaginare.

E vai col revival…

(da This Heart, recensione della ristampa di Miami, 2004)

Il giorno che riuscii a procurarmi la mia prima copia vinilica di Miami, dopo anni di ricerche, non fu esattamente uno dei più felici della mia vita. Era il 1997: il materiale dei Gun Club si trovava piuttosto facilmente… diciamo con la stessa facilità con cui ognuno di voi uscendo di casa poteva trovare 500.000 Lire infilate sotto allo zerbino.
Avevo cacciato questo fottutissimo pezzetto di vinile per anni e – senza, peraltro, neppure l’aiuto di Internet – non ero mai riuscito a metterci le zampe sopra. Dicevo, comunque… quel giorno d’estate ero appena stato licenziato da una cooperativa di loschi tangentisti. Faceva caldo. E me l’ero appena preso dolorosamente in quel posto; certo, andandomene avevo riempito di cemento in polvere le vaschette delle lavatrici e avevo svaligiato l’armadietto dei medicinali della comunità, ma… erano magre soddisfazioni. La dura verità era che avevo perso una fonte di reddito e guadagnato una fonte di rompimento di coglioni senza precedenti, in casa.
Non ce la facevo a tornare dai miei a sorbirmi l’ennesima menata tipo: “Tagliati i capelli, coi tatuaggi non troverai mai lavoro, fai il concorso, vestiti bene, piantala con ‘sta musica, è ora di mettere la testa a posto, sembri un drogato, guarda il figlio di XXX…”. Proprio non ce la facevo. Così me ne andai a fare un giro in un negozio di dischi. Ero appena entrato quando il proprietario mi allungò una borsa bianca dicendomi: “Toh, questo è per te; un regalo”. Dentro a quella borsetta c’era una copia di Miami.
Me ne andai a casa in trance, mi sorbii una quindicina di minuti di menate senza fare attenzione, poi ascoltai “Watermelon man” e me ne uscii di casa sbattendo la porta, mentre mio padre bestemmiava con mia madre dicendo che ero un fallito testa di cazzo. Quella sera mi ubriacai da solo al chiosco dei camionisti, bevendo Campari e gin. Poi andai al Guercio, ma non scesi neppure dalla macchina: un paio di auto degli sbirri stavano fermando tutti quelli che si dirigevano verso il centro sociale e un paio di miei amici, già fermati e in attesa di controllo, provvidenzialmente mi fecero segno di andarmene.Vagai da solo per un po’ e finii al Bar Nizza per un paio di Borghetti della staffa. Tentai di chiamare C per farmi fare un qualche lavorino, ma era in vena di preziosità. Certo, proprio lei che qualche sera prima mi implorava di infilarle una bottiglia mezza piena di Beck’s nel culo. E finii a casa distrutto dall’alcool.
Ecco, forse a voi sembrerà tutta un’accozzaglia di stupidaggini. Ma Miami è proprio questo. E’ il dramma della provincia, il dolore del sentirsi come la merda infilata nel battistrada di uno scarpone, la consapevolezza lancinante di sapere trovare conforto solo in cose che sono considerate disprezzabili e dannose.

Miami è il diavolo che si traveste da cocktail per infettarti da dentro.
Miami
è la donna che ami e che, appena finito di scopare, ti dice: “Devo fare in fretta perchè se no il mio fidanzato si arrabbia”
Miami
è la donna che scopi così per semplice necessità, per ammazzare il dolore… e che non hai il coraggio di guardare in faccia se non di sera e al buio.
Miami
è essere licenziati per avere detto quello che era giusto alle persone sbagliate. E andarsene con le tasche piene di psicofarmaci rubati.
Miami
è guidare da soli, con la fronte sudata e il cervello spappolato dal gin, sapendo che ovunque andrai sarà una merda. Ma da qualche parte devi pur andare.
Miami
è il blues, il punk, il rock. E’ l’inferno reso capolavoro.

Tutti gli amici di Jeffrey Lee Pierce

ridersVV.AA. – We Are Only Riders, The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project (Glitterhouse, 2010)

Ok è ufficiale, ci sono arrivato a quasi 40 anni, ma l’ho capito: è facilissimo fregarmi e intortarmi, basta pronunciare il giusto numero di volte le parole Jeffrey Lee Pierce e Gun Club e il gioco è fatto.
Ma a questo punto mi rassegno e accetto la cosa come una malattia cronica impone (altro…)

Il tesoro (?) di Jeffrey Lee Pierce

GCLifeandtimes_fGun Club – The Life and Times of Jeffrey Lee Pierce (4cd box, Retro Deluxe/Vibrant)

Non è nuovissimo questo box da quattro cd dedicato interamente a Jeffrey Lee Pierce (sia come leader dei Gun Club, sia come artista solista); confesso anche che, quando l’anno scorso ne vidi la pubblicità da qualche parte online, mi incazzai (altro…)

Jim Duckworth dei Gun Club: the lost interview (pt. 2)

jim duckworth_jpgEcco la seconda parte dell’intervista – condotta nel mese di ottobre del 1998, più di 10 anni orsono – a Jim Duckworth, chitarrista dei Gun Club di Jeffrey Lee Pierce nel periodo di Death Party. (altro…)

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