Real Cool Killers, paura e delirio a Clermont-Ferrand

Anni Ottanta. Primi Novanta. Col senno di poi possiamo guardarli da lontano e accorgerci più facilmente di quanto si muovesse l’underground e quanto vitale fosse la scena musicale, nonostante tutto. Ma il semplice fatto di muoversi non garantiva ai guerrieri del sotterraneo alcuna visibilità; e, tantomeno, il riconoscimento del valore della loro musica, anche quando era elevatissimo. Vuoi per presbitismo (ciò che ci è più vicino lo vediamo sempre più sfocato), vuoi per limiti nelle modalità di circolazione delle informazioni (Internet? E che cazzo era Internet nel 1989?), vuoi per mille altri fattori contingenti, moltissime realtà si sono trovate a soccombere nel medio-lungo periodo, perché non si può sbattere la testa contro a un muro all’infinito. Perché le persone col tempo cambiano. Perché ogni giorno nascono gruppi nuovi e potenziali nuove tendenze.
Sta dunque ai nostalgici patologici e a chi ha ancora memoria (e un po’ di passione, forse) mettere in prospettiva il tempo che fu e – soprattutto – chi quel tempo che fu l’ha animato con la propria musica, dischi, concerti e gesta.

Fatto questo preambolo vagamente nazionalpopolare, ma tragicamente vero, vi schiaffo sul muso il nome di un gruppo e vi do una decina di secondi per pensare cosa vi evoca: Real Cool Killers.
Ecco. Tempo scaduto; qualcuno li ricorderà vagamente di nome per un singolo uscito per la Ultra Under di Jeff Dahl. Qualcuno li avrà sentiti nominare dal sottoscritto di sfuggita. Qualcuno avrà visto un loro disco in qualche scatola delle offerte e ricorderà che erano francesi. E non penso che più di un paio di voi avranno un loro album.
Non c’è nulla di male, sappiamo come andavano le cose – e, in più, in quegli anni era più facile farsi intortare a comprare una merda inascoltabile di disco americano che non un ottimo album europeo, per dirne una. Però sarebbe ora di riscoprirli, e adesso, anche in virtù dell’uscita di un ottimo documentario sulla loro storia (sfortunatamente solo in lingua francese: Black and Wild di Joël Caron).

I Real Cool Killers erano di Clermont-Ferrand e hanno suonato dal 1986 al 1997, sfornando quattro album (i primi due davvero eccezionali) e un paio di singoli di rock’n’roll scuro, selvaggio, intransigente e verace. Mischiavano influenze disparate – dagli Stooges ai Black Flag, dagli Husker Du al noise al free jazz.
Hanno suonato parecchio in giro per la Francia (non molto in Europa) e sono riusciti a spargere qualche seme anche oltreoceano, ma solo presso i pochissimi appassionati mai sazi. L’epilogo della storia è tragico, perché il leader della band – Pascal Roussel detto Buck – pochi giorni dopo aver preso la decisione di sciogliere i RCK e riprendere con un altro nome, si è impiccato. Un suicidio improvviso, che ha lasciato tutti sgomenti e ha aperto una ferita che solo a 14 anni di distanza, forse, mostra i primi segni di guarigione.

Per raccontarvi questa lunga storia fatta di musica, fatica, decibel e – purtroppo – morte, ho intervistato due figure molto vicine al gruppo: Joël Caron, che fu il primo batterista, e Patrick Foulhoux, da sempre impegnato nell’underground rock francese. E, infine, Jeff Dahl ha scritto qualche parola per ricordare il suo rapporto coi RCK, da fan, amico e produttore di un disco.

Joël Caron

Sei stato uno dei fondatori della band. Ti ricordi come tutto ha avuto inizio?
La noia della provincia e l’amore per il rock ha fatto diventare amici Buck e me, uscivamo spessissimo insieme. Nel 1984 suonavamo entrambi la chitarra nella sua prima band (io avevo suonato in altri gruppi, ma come batterista), i Dirty Comics. Facevamo cover dei Fleshtones, dei Sonics e altra roba vintage rock. Avevamo anche scritto un pezzo nostro. Ma era solo un hobby per gli altri membri: Buck ed io iniziammo a stufarci, oltretutto ci sembrava che batteria e basso fossero troppo morbidi e poco precisi. Volevamo suonare qualcosa che ci coinvolgesse di più e avevamo già l’ambizione di esibirci fuori città. Così decidemmo di sciogliere questo gruppo dopo quattro o cinque concerti: l’ultimo lo facemmo aprendo per gli Youth Brigade, un gruppo punk californiano che magari conosci. Per un anno suonai la batteria in una formazione rhythm and blues; a Buck piaceva molto e apprezzava il mio modo di suonare la batteria. Più o meno nello stesso periodo Buck aveva iniziato a mettere in piedi la Spliff Records. Un po’ di tempo dopo, nel maggio del 1986, un giorno eravamo nell’auto di Buck e chiacchieravamo di cosa avremmo potuto fare assieme, musicalmente. Lui mi disse: “Mettiamo insieme un trio rock selvaggio, qualcosa di crudo, furioso ed elettrico. Io mi metto alla chitarra, tu alla batteria. Ci manca solo un bassista”. La cosa mi interessava; pochi giorni dopo Buck mi propose il nome Real Cool Killers e mi disse di Steff, un potenziale bassista che era pronto a unirsi a noi. Lui era un appassionato di hard rock, fan di Iron Maiden e Motorhead. Ricordo che avevo dei dubbi su di lui (era un fottuto metallaro!) e Steff, tempo dopo, mi confessò di avere avuto dubbi su di me (qualcuno gli aveva detto che non mi piaceva l’hard rock – ed era una bugia! Mi piaceva, ma ero un po’ prevenuto verso gli hard rocker). Comunque quando ci incontrammo diventammo grandi amici e lo siamo ancora oggi. Iniziammo a provare in un magazzino dello zio di steff. Non avremmo potuto sperare in una sistemazione migliore e ricordo quei momenti come i migliori. Il nostro primissimo concerto fu alla Fête de la Musique, il 21 giugno 1986. Buck non voleva suonare, aveva paura: dovemmo convincerlo e così facemmo il nostro debutto – sei canzoni. Quattro cover e due originali dei RCK. I pochi presenti si dimostrarono molto ricettivi e contenti. Noi sentivamo che era successo qualcosa: era nata una band. A luglio ci chiudemmo in una casa di proprietà della famiglia di Buck per incidere il primo nastro. In agosto trovai in un libro di artwork punk la testa che divenne il logo del gruppo, mentre Buck si occupò del lettering.

Cosa ricordi dei primi anni? Suonavate molto dal vivo?
Come sempre accade, l’inizio è il momento migliore. In Francia, in quel periodo, nel mondo del rock c’era molto fermento e tutto era eccitante: c’erano stati alcuni esperimenti e band, per lo più nell’area di Parigi, ma nulla su scala un po’ grande. Così era tutto da costruire. Nacque un nuovo network di persone pronte a tutto per la causa del rock, molti buoni gruppi, gente che la pensava nello stesso modo come una grande famiglia, fanzine, rock club che aprivano ovunque… era un periodo favoloso. E noi morivamo dalla voglia di uscire da Clermont, per suonare di fronte a gente che non conoscevamo. Questa è una cosa che ci ha sempre accompagnato, il desiderio di suonare sempre più lontano. All’inizio ci esibivamo intorno a Clermont, ma appena mettemmo insieme una scaletta abbastanza lunga, ci lanciammo più fuori. Soprattutto quando arrivò il secondo chitarrista: a quel punto le cose iniziarono a diventare serie. Ricordo il piacere e l’eccitazione di entrare in uno studio per la prima volta, per fare il nostro primo E.P.. Eravamo così orgogliosi e felici del risultato. Eravamo tutti fanatici di musica e quello era un sogno che si avverava. Iniziammo anche a farci un buon nome in Francia: cosa potevamo chiedere di più? A riguardo dei concerti, Buck aveva fatto un lavoro eccellente alla Spliff; era in contatto con tutta la gente, in Francia, che suonava, produceva e ascoltava rock. Lui aveva molta passione e questo ci facilitava le cose.

Se te la senti, ci puoi dire perché hai mollato il gruppo nel 1989?
Nel maggio 1989 registrammo il nostro primo album ed eravamo orgogliosissimi di averlo inciso a Londra, nello stesso studio dove i Damned avevano fatto Machine Gun Etiquette. Era una cosa pazzesca per dei ragazzini che vivevano nel buco del culo della Francia. A luglio, poco prima che tutti se ne andassero in vacanza. Facemmo una riunione tutti e quattro, per decidere alcune cose sull’album. A tutti piaceva l’immagine per la copertina che avevo portato – era presa da un b-movie, un horror inglese degli anni Sessanta che si adattava bene a noi. Il problema più grosso era però il lettering. Buck insisteva pesantemente per tenerlo sempre uguale (del resto l’aveva portato lui). A Steff non importava e quindi non volle prendere posizione in merito. JP (il chitarrista) ed io volevamo cambiare il logo dei RCK – inquietante e sanguinante – che ci aveva stufato. Volevamo qualcosa di più nuovo e avevamo disegnato un logo noi. Poi discutemmo del fatto che noi non apparivamo neppure come co-compositori della musica. Non era una questione di soldi (Buck non ne teneva per sé, il denaro veniva reinvestito nella band, nel van, nelle registrazioni…), ma di democrazia ed uguaglianza. Molti piccoli problemi iniziarono a sorgere uno a uno, lentamente e insidiosamente. Spesso dicevamo tra noi che eravamo Buck e i SUOI Real Cool Killers. Così passammo un intero pomeriggio a discutere e litigare, alla fine Buck accettò le nostre rimostranze e si prese una decisione sul lettering, da cambiare. Però si tenne la paternità dei brani. Io ero dall’altra parte della Francia, in tour con un’altra band quando, telefonando alla mia ragazza che era a Clermont-Ferrand, venni a sapere che Buck aveva deciso di usare la SUA copertina e mandare tutto in stampa così. Ero devastato. Ero stato tradito da un amico che si era rivelato invece un dittatore – o, almeno, era quello che pensavo. Quando ritornai mi vidi con Buck e gli dissi che noi due avevamo chiuso. Lui cercò di convincermi a rimanere, era molto bravo quando si trattava di fare ricatti morali: mi disse che così mettevo in pericolo la nostra etichetta, la Spliff, visto che la promozione del disco era già pianificata per l’autunno. Ma io mi ero parato il culo e avevo già un batterista che mi poteva sostituire. E si rivelò un’ottima scelta, visto che Dominique, il nuovo batterista, restò nel gruppo fino all’ultimo concerto dei RCK nel gennaio 1997. Quando seppe della mia decisione JP mi disse che anche lui voleva mollare, ma io lo convinsi a non farlo; se se ne fosse andato sarebbe stata la fine di un gruppo che – secondo me – aveva invece molte cose da dire e fare. Comunque JP restò incazzato con Buck e le cose peggiorarono col tempo, finché anche lui se ne andò nel 1992. Steff si accorse che me n’ero andato quando tornò – molto tempo dopo – dalle vacanze, ma io ero già stato sostituito e la band era al sicuro.

Come componevate? Era un processo collettivo?
I testi erano interamente scritti da Buck. Nessuno ha mai fatto questioni e sembrava una cosa naturale. Per quanto riguarda la musica, solitamente lui arrivava alle prove con due o tre giri base e poi i pezzi nascevano suonando tutti assieme; a volte quello che usciva era molto diverso da ciò che lui aveva portato inizialmente. Direi che Buck era il leader, è fuori discussione, ed era un vero frontman, un rocker genuino e un grande performer. Ma non era un vero musicista. All’inizio, quando eravamo un trio, Steff – il bassista – lo prendeva sempre in giro perché diceva che i suoi ritornelli erano tutti identici, che ne sapeva fare uno solo. Ma Buck era conscio dei suoi limiti e infatti presto chiese a qualcuno di suonare la seconda chitarra. Il fatto che Buck firmasse tutti i pezzi alla lunga diventò però un problema. Aveva sempre rifiutato di concederci la paternità della musica ed era l’unico che riceveva soldi per i diritti. Credo che questo sia uno dei motivi più gravi che mi ha fatto decidere di mollare la band, come ho detto prima. Ed è anche il motivo per cui Serge, il primo chitarrista, e poi JP (il secondo) hanno mollato. Buck ci sembrava una specie di dittatore; lui sapeva di avere questo carattere, gliene parlammo molte volte, ma non poteva farci nulla.

Ho fatto la stessa domanda a Patrick: è delicata ma obbligatoria. Ovviamente è su Buck: ci puoi parlare un po’ più a fondo di lui, della sua vita e del suo carattere?
Se vogliamo definire Buck, credo che sia importante dire che era “doppio”. Era un rocker vero e sincero, incazzato con la società; ma era anche un borghese che a 30 anni possedeva una casa sua e amava tutte le comodità. Era tanto generoso quanto avido – quando ti invitava a casa sua offriva tutto ciò che aveva… vino, musica, ottimo cibo etc etc; ma era capace di provare a venderti a 100 euro un disco che lui aveva pagato un euro… e se tu tentavi di contrattare lui lo vendeva a qualcun altro. Era tanto divertente e vitale, quanto triste e disperato. Una specie di bambino adulto che doveva crescere, eppure non ci riusciva. Ho pensato più volte che, forse, il fatto di non essere in grado di gestire le sue contraddizioni abbia giocato un ruolo nel suo suicidio. Penso anche che Buck sia stato una figura importante per la rivalutazione del rock non solo a Clermont-Ferrand, dove i RCK erano comunque considerati una band importante, ma in tutta la Francia, perché il suo lavoro e il suo impegno hanno preparato il terreno per la generazione seguente.

Se te la senti, vuoi raccontarci della sua morte?
Credo che la morte di Buck abbia segnato la fine di un periodo molto importante a Clermont; direi che c’è un prima e un dopo la morte di Buck, qui. Ma è stata anche la fine di un periodo per la Francia intera: un periodo magico in cui tutto era da fare e in cui il rock non seguiva regole. Quando lui morì, tutti noi eravamo distrutti. Era un vero personaggio a Clermont, quasi tutti gli volevano bene o almeno lo rispettavano. Il giorno della sua morte io sono stato licenziato dal mio lavoro e mi ero procurato una distorsione alla caviglia. Ero completamente allo sbando e non capivo cosa stesse succedendo intorno a me. Per un po’ di giorni sono stato completamente prostrato. Non è stata solo la sua morte, ma anche quella dell’avventura in cui ci aveva guidato; una di quelle che accadono raramente nella vita delle persone. E, al contrario degli imprevisti – che possono accadere – un suicidio è sempre difficile da affrontare e da comprendere, qualcosa che resta nell’aria e di cui ti senti sempre un po’ responsabile. È per questo che a Clermont nessuno parlava più della sua morte, né dei RCK. È stato un argomento taboo finché non è uscito il documentario: sono piuttosto certo che abbia dato modo alla gente di lasciarsi andare e liberare ciò che si era tenuta dentro dal momento in cui Buck se n’è andato. Io non sono riuscito ad andare al suo funerale dopo quattro giorni che era morto. Proprio non ce l’ho fatta. E mi sono tormentato per molto tempo, per via di questo fatto: me ne vergognavo. Credo che il mio documentario scaturisca da questo sentimento, pensavo di dovergli qualcosa, un riconoscimento. E fare questo film mi ha permesso di andare per la prima volta sulla sua tomba e – finalmente – accettare la sua morte.

È davvero difficile trovare informazioni sulla band. Puoi farci una panoramica – ovviamente senza scendere in dettaglio – cosa è successo dopo il tuo abbandono?
Beh, nel documentario è raccontata la storia. È difficile per me parlare di un gruppo in cui non suonavo più. Comunque ti ho allegato un documento riepilogativo in cui ho messo tutti i concerti (date e luoghi), le session di registrazione e i cambi di formazione. Posso dirti che dopo il mio abbandono ho mantenuto ottimi rapporti con Buck e il resto del gruppo. I primi tempi è stato difficile, ma eravamo amici e alla fine questa era la cosa più importante. Poi me ne andai a Lione per un anno per suonare con un gruppo che si chiamava The Mescaleros. Mi ricordo che i Killers vennero a trovarmi con un nastro delle registrazioni per il loro secondo album; all’epoca stavo registrando anche io coi Mescaleros – che però non mi piacevano molto (li lasciai dopo un anno) anche se ci produceva Peter Zaremba dei Fleshtones. Hate Yourselves, il nuovo disco dei RCK, era così potente ed elettrico che ero davvero geloso e mi pentii di averli lasciati. Dopo quel disco diventarono piuttosto noti e fecero molti concerti un po’ ovunque. Poi ci furono dei problemi con Steff e JP che se ne andarono dalla band e furono sostituiti da Philippe Feydri (basso) and Christophe Raoux (chitarra) nel 1992. Andai in tour con loro nel 1992, in Svizzera. Fu un’esperienza divertentissima ed emozionante. Poi fecero altri due dischi e arrivarono al 1997, quando Dominique decise di lasciare il gruppo: concordarono di sciogliersi e fare un ultimo concerto al Club 3000 di Clermont-Ferrand, il 10 gennaio 1997. Ci andai. Fu bello e triste insieme; era la fine dei Killers, ma Buck sembrava normale. Stava per iniziare un nuovo gruppo col bassista e il chitarrista, ma con un nuovo batterista. Voleva fare cose nuove. Ma si impiccò due settimane dopo.

Parliamo del documentario che hai diretto. Ci hai impiegato molto per terminarlo? Hai avuto difficoltà ad assemblare tutto il materiale? E, infine, mi accennavi a difficoltà per farlo uscire su dvd…
Ci ho lavorato per tre lunghi anni. L’ho scritto e diretto, ho cercato tutto il materiale e sono stato impegnato in tutte le fasi della lavorazione. Patrick Foulhoux mi ha aiutato molto. Lui era ancora in contatto con tutte le persone che volevo intervistare e mi ha reso più semplici le cose. Abbiamo scritto insieme le domande sulla storia del rock francese e lui ha condotto le interviste mentre io filmavo – eccetto che con gli ex RCK, per i quali ho scritto io le domande e li ho intervistati io, dato che avevo un rapporto più stretto con loro, essendo stato nel gruppo. Raccogliere il materiale d’archivio è stato piuttosto facile. Ho tenuto tutto quello che avevo raccolto mentre suonavo con loro (sono uno che ha la mania di conservare le cose), poster, biglietti, rivister foto… così avevo quasi tutto almeno per quanto riguardava gli anni in cui sono stato membro della band. Gli altri sono ancora miei amici, quindi mi hanno dato tutto il materiale che avevano, soprattutto fotografie. Alcuni fan sono stati così gentili da mandarmi alcune cose. L’aspetto più noioso e lungo è stato scannerizzare ogni cosa – poco più di un migliaio di pezzi. Per i video, ero ancora in contatto con gente che all’epoca aveva filmato la band a Clermont. Alcuni mi hanno prestato i loro nastri, così ne ho fatte delle copie. La porzione più importante di materiale video è stata fornita da un tipo che ha filmato praticamente ogni concerto rock a Clermont dal 1985 al 1998. Solo che è uno molto strano, una specie di Hells Angel di neanderthal, e non voleva neppure che io vedessi cosa aveva. Mi ha causato molti problemi, ma alla fine sono riuscito a farmi dare tre spezzoni di concerti: il tizio è stato pagato profumatamente, visto che il produttore gli ha dato 1600 euro per l’utilizzo di 20 minuti del suo girato. Altri mi hanno dato una mano, ad esempio la tv locale TV FR3 mi ha aiutato a trovare dei clip che aveva l’Institut National de l’Audiovisuel. Anche in questo caso il prezzo da pagare è stato salato perché l’INA ha chiesto 2338 euro per 4 minuti e mezzo! Questa gente si ingozza a nostre spese, abbiamo dovuto pagare 4000 euro per usare immagini del nostro gruppo! E comunque queste cifre consentono solo lo sfruttamento in tv e per proiezioni a festival e rassegne; quando ho domandato al produttore di informarsi per pubblicare un dvd, l’INA ha risposto: “dovete pagare altri 2338 euro”; e poi c’erano 750 euro per la EMI (ci sono 30 secondi di una cover di “I Got A Right”, un pezzo di Iggy Pop). Così la produzione ha detto “non ci sono soldi”, quindi sarà una strada dura e lunga quella per far uscire il dvd. Come se non bastasse il distributore doveva essere un’etichetta parigina che non aveva realmente voglia di farlo, quindi continuava a posticipare l’uscita. E allora dopo un anno ho detto al produttore: “Ok, mi sono stufato, ci ho speso troppo tempo ed energie, ora mi sento come Don Chisciotte, ora voglio fare altro”. È stato un lavoro difficile e spossante da vivere giorno per giorno, ma anche interessante e stimolante, mi ha fatto imparare molto sulla produzione, cose che mi saranno utili nei miei progetti futuri.

Come definiresti lo status attuale dei RCK? Mi spiego… godono della considerazione che meritano o sono solo un gruppo underground del passato?
La Francia non è una terra rock. Qui il rock’n’roll è sempre stato ai margini. Il pubblico non è rock, non abbiamo una cultura – ad esempio – come quella inglese. La maggior parte dei francesi non parla inglese e disprezza la lingua inglese (anche se le cose fortunatamente cambiano e le nuove generazioni sono diverse). Ma negli anni Ottanta e Novanta, a parte i Mano Negra (che avevano pezzi in inglese, spagnolo e francese), se non cantavi in francese eri destinato a restare nell’underground – ed era una cosa che ci andava benissimo, visto che non avevamo in mente di fare carriera con la musica, ma solo di suonare quello che più ci piaceva. Quindi il francese era una barriera difficile da oltrepassare. La band francese più nota che cantava in inglese erano i Les Thugs, che hanno avuto una carriera molto più lunga e solida dei RCK, ma non hanno mai veramente avuto i riconoscimenti che meritavano. Io credo che i RCK siano sempre stati una band underground, nella misura in cui la maggior parte della popolazione ne ignora l’esistenza. Penso che il picco del gruppo, in termini di popolarità, sia stato dopo il secondo album, nel 1991: i concerti erano molto buoni, intensi, elettrici. Vero rock’n’roll. E all’epoca hanno lasciato un ricordo vivo nelle menti degli amanti del rock in Francia, Spagna e Svizzera. Dopo quel periodo, tra il 1992 e il 1997, la musica del gruppo è cambiata e i fan si sono sentiti spiazzati, perché era diventata meno rock’n’roll e più hardcore; direi che la band era molto migliore, più compatta e affiatata, ma il panorama musicale intorno era mutato e il pubblico voleva nuovi gruppi. Per citare un produttore svizzero che è intervistato nel documentario: “Avrebbero dovuto essere molto più grandi di quanto siano stati”. È stata una questione di sfortuna? O di tempismo sbagliato? Io credo che noi tutti suonassimo perché DOVEVAMO farlo e siamo stati fortunati a fare quello che abbiamo fatto. Se osservi i dati, i RCK hanno fatto 250 concerti, quattro lp, una manciata di ep e compilation, hanno fatto tour con molti dei migliori gruppi rock in circolazione. Cosa si può chiedere di più? Tanti gruppi ci hanno provato e non hanno mai suonato fuori dalla loro città. Eravamo una combinazione di gioventù, desiderio, frustrazione: tutte cose che ci hanno guidato verso un’avventura bella e istruttiva. Sono stato molto felice dell’accoglienza che è stata riservata al documentario a Clermont, perché ha risvegliato i nostri ricordi. Tutti questi ragazzi e ragazze di 40-50 anni  si sono ricordati delle loro storie, anche perché i RCK ne facevano parte. E questa cosa era giù importantissima per me. Diciamo che i RCK sono stati un fenomeno underground che – forse – non ha avuto modo di vedersi riconosciuti i suoi meriti, ma comunque esiste nella storia del rock. La loro storia è un emblema di cosa fosse il rock in Francia negli Ottanta e Novanta.

Non è semplicissimo trovare i dischi del gruppo: sai se verranno ristampati?
Sono difficili da reperire perché non ne sono stampate molte copie (credo che il secondo disco, il più venduto, sia arrivato al massimo a 3.000 copie tirate). Ma su internet li si reperisce a prezzi ragionevoli, anche il primissimo EP. Questi dischi non saranno ristampati, no. Però se qualcuno è interessato io sono disponibile a mandare degli mp3 a chi li volesse. C’è anche un tizio che mi ha detto che vorrebbe pubblicare una compilation di band francesi annni Ottanta e Novanta e vorrebbe includere i RCK nel disco: è Fabien della Pop the Balloon.

Di cosa ti occupi ora? Ti interessi ancora di musica in qualche modo?
Sono un film-maker e presto diventerò produttore. Al momento sto mettendo in piedi una mia società specializzata in film artistici, documentari e – forse più avanti – fiction. Mi è capitato l’anno passato di fare un bel concerto con un gruppo di vecchi amici (non suonavamo assieme da 20 anni), ma ho smesso di suonare. Ho perso l’interesse che prima avevo per il rock e raramente ascolto dischi o vado a un concerto. sono cose che mi piacciono ancora, ma non sono più essenziali come lo erano un tempo. L’ultima mia esperienza musicale è stata con un collettivo multimediale di musicisti elettroacustici, cineasti e danzatori, dal 2005 al 208; però mi occupavo della parte video. Quello che mi piaceva era la musica improvvisata, la sensazione di libertà e di sapere che poteva accadere di tutto… non so se mi spiego. Penso che il rock sia diventato per lo più un business con delle regole precise, in cui ognuno cerca di replicare ciò che ha successo in quel momento.

Patrick Foulhoux

Presentati, se vuoi, ai nostri lettori: in che maniera sei stato legato ai Real Cool Killers e di cosa ti occupi ora?
Ho lavorato per la Spliff Records con il cantante dei RCK, Pascal “Buck” Roussel. Contemporaneamente ero anche un promoter, un tour agent e un giornalista (per Rolling Stone, Rock Sound, Punk Rawk e qualche altra dozzina di testate). Ho anche lavorato al documentario sui RCK con il regista Joël Caron (che è stato il primo batterista dei RCK). Dal 1999 al 2008 ho curato dei festival rock nella mia città Clermont-Ferrand. Al momento ho un’etichetta – la Pyromane Records – e ho iniziato a scrivere libri rock. Il primo l’ha pubblicato Pyromane Books.

Quando e in che maniera sei venuto a contatto coi RCK?
È stato molto presto. Quasi all’inizio della storia della band. Ho lavorato per loro, alla Spliff, dal 1989-90, quando I boss dell’etichetta mi chiesero di aiutarli per la promozione dell’etichetta. E poi i membri del gruppo erano miei amici. Clermont-Ferrand è una città molto piccola, quasi un villaggio. Quando ti interessi di rock lì, finisce che tutti conoscono tutti.

Ti va di descrivere, in poche parole, I dischi che I RCK hanno pubblicato su Spliff?
La discografia dei RCK è stata all’insegna dell’evoluzione. Tutto è iniziato con un singolo molto ruvido “No Fun With You/Mad”, un misto di garage, punk & Detroit rock’n’roll. Il primo disco, Black & Wild, era simile. Il gruppo lo registrò a Londra con Christophe Sourice, il batterista dei Les Thugs, come produttore. Chitarre al massimo, energia primitiva, un album selvaggio. Il secondo, Hate Yourselves, sempre con Christophe Sourice al mixer, è un capolavoro e c’è anche un nuovo chitarrista, JP. Questo disco è come un uragano. Tutti ci lavorarono sodo, e questa formazione dei RCK era la migliore mai vista dal vivo. Live erano davvero eccezionali e iniziarono a farsi conoscere in giro per il mondo, da Sydney a Detroit, da Tokyo a Stoccolma. In Spagna la Munster Records fece uscire un e.p. con la cover dei Dead Kennedys “Too Drunk To Fuck”. Per il terzo album – prodotto da Ken Chambers (il cantante dei Moving Targets) – con una formazione nuova, i RCK firmarono per la Survival Records, la più grande etichetta rock indipendente australiana: loro erano l’unica band di un altro continente su Survival. Jeff Dahl aveva suonato coi RCK e gli erano piaciuti molto, così fece uscire un singolo per la sua etichetta. A quel punto il gruppo iniziò a cambiare stile. Buck ascoltava hardcore, noise, jazz, così il sound iniziò a spostarsi verso territori differenti. Per Il quarto disco tornarono alla Spliff Records e registrarono a Ginevra, in Svizzera, al Les Forces Motrices con David Weber. Probabilmente questo è stato il loro disco migliore, il più personale e originale. Ma questa fu la fine della band. Verso la metà dei Novanta erano stati molto noti in Francia, ma poi le cose iniziarono a sgonfiarsi. Nell’ultimo periodo a volte capitò che suonassero davanti a cinque persone.

Sei mai stato in tour con loro? Se sì, hai qualche aneddoto interessante che puoi raccontarci?
Sì, sono stato on the road con loro un po’ di volte. I RCK erano un gruppo davvero selvaggio dal vivo, “black & wild” come amavano descriversi. Pascal “Buck” Roussel live era terrificante, come se fosse ipnotizzato, con gli occhi sbarrati, totalmente pazzo. Ma, al contempo, i RCK erano noti per essere tipi molto divertenti. Nel documentario un giornalista svizzero dice che era incredibile: questi ragazzi erano così oscuri sul palco e così divertenti nella vita di tutti i giorni. Pascal era uno davvero intelligente.

Ho trovato online una vecchia intervista a Buck; risale al 1990 e lui era piuttosto incazzato per il fatto che diceva che era quasi impossibile vendere più di 1000 copie dei dischi e poche persone venivano a vedere i concerti. Cosa mi puoi dire a riguardo?
Al loro picco, verso il 1991-92, i RCK hanno venduto 2000 dischi, suonando molto in giro e arrivando a guadagnarci dei soldi. Con l’arrivo della terza formazione e il cambio di stile è iniziata la decadenza. Comunque era ancora un periodo buono per la musica, confronto a quello che succede oggi.

Una domanda difficile, ma obbligatoria… vorrei parlare di Buck. Sicuramente era l’anima e la mente del gruppo, e mi piacerebbe sapere che tipo di persona era, che vita conduceva… qualcosa per capire meglio il suo carattere e la sua personalità.
Sicuramente guardando il documentario riuscirai a capire molto a questo riguardo. È una storia lunga. Però è vero, Buck era i RCK. Posso raccontare solo il lato pubblico della sua vita ed era un tipo brillante. Realista sulle faccende della vita e sui fatti legati alla politica. Ma anche pessimista riguardo a tutto e niente. La sua ragazza, i suoi amici e la sua musica erano tutta la sua vita. Prima di morire aveva fatto diversi progetti. I RCK dovevano cambiare nome, ad esempio. Non era schizofrenico, ma aveva una personalità doppia: da un lato c’era il tizio pessimista verso il futuro, dall’altra uno divertentissimo, sempre pronto a scherzare, che in città era conosciuto da tutti.

Solo se te la senti di parlarne, puoi dirci qualcosa a riguardo della morte di Buck?
Buck è morto nel mese di gennaio del 1997, a casa sua, impiccandosi. E la sua ragazza era lì… una vera tragedia. I RCK avevano suonato il loro ultimo concerto una settimana prima: ufficialmente doveva essere l’ultimo prima del cambio di nome del gruppo. Buck aveva dei progetti in mente e per noi era impossibile immaginare che si sarebbe suicidato. Aveva denaro, una ragazza davvero in gamba, un nightclub, un negozio di dischi, una casa, motociclette, automobili, una vita davvero figa. Nell’ultimo concerto aveva ancora cantato “I wanna die…” e la cosa ci aveva fatto sorridere. E invece, alla fine…

Sei ancora in contatto con gli ex RCK? Sai di cosa si occupano e se sono ancora interessati alla musica?
Sì certo. Fanno ancora musica, qualcuno lavora anche nell’industria discografica e tutti hanno famiglia e bimbi. Il primo batterista è un regista adesso. JP è sempre in tour con artisti come Keziah Jones e Archive. Il primo chitarrista vive a Parigi, suona in un piccolo gruppo per divertimento. Stéphane, il bassista pazzo, a volte suona in un gruppo rock molto selvaggio per farsi due risate. E così l’ultimo bassista e l’ultimo chitarrista. L’ultimo batterista ha iniziato a fare musica contemporanea con macchine e computer, ma non capisco proprio ciò che suona.

Cosa pensi del dvd sulla storia del gruppo? Non pensi che sarebbe interessante se i dischi fossero ristampati?
È difficile parlarti del dvd visto che ho contribuito a farlo; ufficialmente figuro come consulente, in realtà sono stato co-regista. Per quanto riguarda le ristampe, io dico che è meglio di no: a chi frega dei RCK? Però spesso abbiamo pensato a una compilation di gruppi di Clermont-Ferrand che fanno cover dei RCK. Magari un giorno…

C’è ancora qualche tipo di seguito o – almeno – una riconoscimento del valore dei RCK adesso in Francia?
No, I RCK sono solo un ricordo. Ci sono tantissimi grandi gruppi che vengono dimenticati e loro sono fra questi. Ma è bello che ogni tanto ci sia qualcuno come te che se ne ricorda. È la cosa migliore che può accadere, per ricordare la band e Buck.

Jeff Dahl

Alla fine degli anni Ottanta avevo letto qualche recensione dei loro primi lavori  e mi ero fatto l’idea che fossero un gruppo che dovevo provare a sentire, ma era impossibile trovare copie dei loro dischi in California e Arizona, all’epoca.
Alla fine trovai un indirizzo di posta e iniziai a corrispondere e diventai amico con Buck… ci mandavamo lettere e scambiavamo dischi. La loro musica mi piaceva moltissimo. Quando poi andai in tour in Francia mi incontrai con Buck un paio di volte, andammo a cena assieme e facemmo delle jam sul palco: era un ragazzo molto a posto e un grande musicista.
Appena iniziai con la mia etichetta personale (la Ultra Under – n.d.a.), chiesi loro se volevano fare un singolo e loro gentilmente acconsentirono. E’ uno dei miei preferiti tra tutti i dischi che ho pubblicato: roba scura e rock, molto eccitante.
Tutte le volte che ho avuto a che fare con Buck è stato piacevole e positivo, quindi per me è stato uno shock apprendere della sua morte.
Mi capita ancora di pensare a lui e mi piace sempre la musica che lui e i RCK facevano.

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Assemblare, tradurre e scrivere questo pezzo è stata un’impresa che ha portato via molte ore, ma che è stata possibile solo e unicamente grazie all’aiuto fondamentale di alcune persone. Per cui mi sembra importante, anche se è un po’ bizzarro, rendere onore e merito a tutti. E allora… ringraziamenti/thanx to:
Roberto Gagliardi (per i contatti, per il primo album dei RCK, per la grandissima disponibilità e per l’amicizia… e se non me li avessi consigliati tu 10 anni fa, non li avrei mai conosciuti i RCK); Patrick Foulhoux (thanx for the interview and the great help: you rock); Joël Caron (thank you for the amazing interview and for the copy of your great documentary); Jeff Dahl (for the friendship, the help and for being the great rocker he is)

Foto di Fred Lonjon

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Di seguito un riassunto documentale di tutte le info cronologiche relative al gruppo (formazioni, cambi, concerti, session in studio, dischi etc etc) – per gentile concessione di Joël Caron. Clicca sui thumb per aprire il documento a tutto schermo.

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A day in the life of Jeff Dahl

Sarebbe una fatica titanica spiegare con dovizia di particolari chi è Jeff Dahl. Una fatica esacerbata dal fatto che, per la miseria, se leggete Black Milk dovreste non dico conoscere a menadito la sua opera, ma almeno avere un’idea piuttosto precisa di chi si tratti e di cosa ha fatto. Nel caso proprio ci fosse qualcuno a digiuno totale (orrore: dovete rimediare al più presto alla lacuna, altrimenti peggio per voi), vi basti sapere che da fine anni Settanta in poi Jeff è stato membro di Vox Pop, Angry Samoans, Powertrip e Motherfucker 66, oltre che prolificissimo nella sua carriera solista. La sua discografia è sterminata (una trentina almeno di album e un centinaio di singoli, molto approssimativamente) e per anni ha suonato in ogni angolo del pianeta senza tregua. Ora si è ritirato a vita più quieta e rilassante alle Hawaii, ma come leggerete il rock’n’roll non l’ha abbandonato. Ladies and gentlemen, eccovi l’intervista che Jeff gentilmente ci ha concesso pochi giorni orsono.

Aggiorniamoci sulle ultime cose, nel caso qualcuno si fosse perso i passaggi più recenti: quale è il tuo ultimo disco? E stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Il mio ultimo album è uscito circa due anni fa, è intitolato Back To Monkey City. L’ho registrato nel mio studio in Arizona praticamente live; col gruppo che suonava insieme, tutti nella stessa stanza. E non ci sono quasi sovraincisioni. Ho spedito i nastri a Jack Endino per il mixaggio e sono molto soddisfatto del risultato. Penso sia un gran bel disco.
Nel frattempo mi sono trasferito alle Hawaii e sto mettendo su un nuovo studio; sto imparando quello che serve a livello di computer e software per la registrazione. E’ un mondo di incidere completamente diverso. E’ molto facile lasciarsi prendere la mano dalla tecnologia e da tutte le possibilità che offre, ma è per questo che cercherò di usarla nella maniera più basilare possibile: mi piacerebbe comunque mantenere il processo simile alla vecchia registrazione su bobina.

Eri un vero guerriero dei tour, sempre in giro; ora sembra che tu abbia scelto di prendertela un po’ più calma e suoni pochissimi concerti: ti eri stancato di quella vita? E non ti manca mai?
E’ cambiato tutto – nell’economia e nell’industria musicale – rispetto a quei tempi. Ormai non è più possibile farlo e non perdere denaro… sfortunatamente. E poi, è ovvio, sono anche invecchiato. Mi manca suonare e incontrare le persone che venivano a vedermi, ma tutta la roba legata al viaggiare… aerei, guidare furgoni, gli hotel… questo non mi manca per niente.

Pensi che tornerai in Europa a suonare?
E’ possibile. Non ho nulla di organizzato al momento, ma se arriverà l’offerta giusta lo farò di sicuro.

Ti tieni aggiornato sulla scena musicale hawaiana, ora che vivi lì? E’ buona?
C’è una piccola scena punk dove vivo. E’ una cittadina su una delle isole più lontane… lì tutto è molto diverso da quello che accade sull’isola principale – dove ci sono Honolulu e Waikiki, grandi città dove accadono tante cose. Dove sto io per lo c’è musica hawaiana o reggae e hip hop. Ma ci sono un paio di giovani band divertenti da vedere e ascoltare.

Cosa fai in una tua giornata tipica?
Di solito suono la chitarra o faccio qualcosa comunque relativo alla musica e al mio studio per un paio d’ore ogni giorno. E poi faccio cose normalissime… vado in spiaggia, faccio passeggiate in montagna, cucino, faccio le commissioni… è una vita piuttosto ordinaria. Magari un po’ noiosa… ha ha!

Hai avuto una carriera lunga, prolifica e che ti ha fatto meritare lo status di artista di culto. Hai qualche rimpianto? Qualcosa che faresti diversamente se potessi tornare indietro?
Complessivamente sono piuttosto contento di come sono andate le cose. Non ho rimpianti per cose che ho fatto, ma piuttosto per quelle che non sono riuscito a fare. Ad esempio Stiv [Bators – nda] ed io stavamo pianificando di registrare insieme, ma lui è stato ucciso prima che ci riuscissimo. Purtroppo non si può prevedere il futuro. L’unica cosa è fare del nostro meglio quando le situazioni si presentano.

Ero un grande fan della tua fanzine Sonic Iguana (di cui conservo ancora gelosamente la maggior parte dei numeri); ti andrebbe di raccontare ai nostri lettori più giovani la storia di questa pubblicazione veramente pazzesca? E come mai hai smesso di farla?
Sono sempre stato un fanatico di tutte le piccole fanzine che circolavano a fine anni Settanta e primi Ottanta e volevo scrivere anche io dei gruppi e della musica che mi piaceva. Così ho iniziato a pubblicare Sonic Iguana che è durata qualche anno; e mi sono davvero divertito a farla. Ma, ancora una volta, il music business è cambiato moltissimo… ormai ci sono pochissimi negozi indipendenti che vendono anche riviste come Sonic Iguana, meno distributori, meno tipografie, meno etichette che comprano pubblicità… a un certo punto è diventato troppo difficile far quadrare l’aspetto finanziario. La fanzine andava bene, vendeva senza problemi e alla gente piaceva, oltre a essere divertente da fare… ma le spese di spedizione, le spese di stampa, la distribuzione, i negozi erano un problema. Ormai non trovi più molte buone fanzine in giro negli scaffali dei negozi… ma, d’altro canto, non mi andava assolutamente di convertirmi alla versione online: non era quello che volevo fare.

Hai progetti per lavorare nuovamente con Cheetah Chrome? Siete sempre in contatto?
Sì, ci sentiamo ed è grandioso vedere che le cose gli vanno bene, coi suoi tour e il suo nuovo libro, che è davvero bello. Mi piacerebbe lavorare ancora con Cheetah se ce ne fosse l’occasione, ma non ci sono progetti in piedi, al momento.

Penso che ci siano un po’ di persone che apprezzerebbero qualche ristampa dei tuoi dischi – almeno quelli di fine anni Settanta, degli anni Ottanta e dei primi Novanta (la roba che inizia a essere difficile da trovare). Hai in mente qualcosa in questo senso?
La maggior parte di quei dischi è reperibile su Internet; ma è la casa discografica che li ha pubblicati a detenere i diritti per la stampa, quindi non è una decisione che posso prendere io. Anche altri mi hanno detto che alcuni dei dischi più vecchi sono diventati difficili da trovare. Credo che, se ci sarà abbastanza richiesta, potrebbero essere ragionevolmente ristampati, prima o poi.

Hai mai pensato di scrivere un’autobiografia? Sicuramente ne hai di cotte e di crude da raccontare…
No, no… mai! Diverse persone me l’hanno chiesto o suggerito, ma proprio non mi va di mettermi lì a scrivere questa roba. In più ho preso davvero troppe droghe anni orsono, quindi la mia memoria è andata… non vorrei proprio fare qualcosa come l’autobiografia di Keith Richards, che è piena di roba presa dai libri di altra gente e di ricordi di altre persone. Il mondo non ha bisogno di un’altra pessima autobiografia scritta da qualcuno che non si ricorda cosa ha fatto.

Compri ancora musica? E, se sì, preferisci il vinile o i cd, oppure ti sei convertito agli mp3?
Sì! Dove vivo non c’è scelta, visto che non c’è neppure un negozio di dischi, quindi di solito ordino da Amazon. Preferisco sempre il vinile, ma solitamente per comodità compro i cd. sono più maneggevoli e ora hanno un suono piuttosto buono. Mi capita di scaricare qualcosa, se non è disponibile su vinile o cd, ma gli mp3 per me hanno un suono terribile.

Visitavo frequentemente il tuo sito, che era molto bello e ricchissimo di informazioni. Ma a un certo punto ti sei spostato su MySpace e tutto quello che c’era nel sito è scomparso. Hai qualche piano per rimetterlo online o ti trovi bene con MySpace?
Avevo un ottimo amico che era un genio dei computer: lui mi aveva fatto il sito e lo manteneva in piedi, facendo un grande lavoro. Ma ci voleva molto tempo e molte energie per tenerlo sempre aggiornato, così quando MySpace e poi Facebook sono diventati più popolari hanno reso più facili le cose e posso occuparmene io. Sarebbe utile avere un mio sito se suonassi ancora molto in giro e avessi cd e magliette da vendere, ma ormai non sono più così attivo. Direi che Facebook va benissimo per le mie esigenze.

Una domanda per chitarristi: che set-up usi, dal vivo e in studio?
Dal 1990 fino a poco tempo dal vivo suonavo sempre la mia vecchia Les Paul Jr. Ma quella povera chitarra a forza di essere usata è quasi distrutta… concerti, tour, furgoni, aeroplani… è conciata piuttosto male. Così ora la uso ogni tanto in studio per registrare. Sempre in studio uso anche una Fender Strat, una Esquire, una Epiphone Broadway e una vecchia Les Paul che apparteneva a Ron Asheton degli Stooges [in realtà non è una vera Les Paul, ma un’imitazione – nda]. Come ampli, negli Stati Uniti uso da molti anni dei Carvin, modello Bel-Air: hanno un design vintage come i Vox AC30 o i Fender. Non ho mai usato i Marshall o quelle robe moderne con la distorsione spintissima. In Europa di solito affitto un Fender Twin Reverb. Di preferenza attacco la chitarra direttamente all’ampli, non uso effetti; anche se a volte mi concedo – quando registro – dei pedali della Sioux.

Dì qualcosa ai tuoi fan italiani – ne hai molti…
Grazie per tutto il supporto che mi avete dato in questi anni. Spero di tornare da voi, un giorno, a suonare un po’ di rock’n’roll. Ciao!

Streetwalking Cheetah

Cheetah Chrome, il maestro della chitarra tossico, sconvolto, pelato, cafone e troglodita. Una personcina spigolosa, senza cui il sound di alcune delle formazioni più importanti del punk a stelle e strisce non sarebbe nemmeno nato. E allora è quasi un dovere di cronaca e un tributo ossequioso al rock, questa traduzione di un’intervista apparsa sul numero due della mitica Sonic Iguana (la fanzine di Jeff Dahl della seconda metà anni Novanta). All’epoca Cheetah era quasi una figura dimenticata, fuori dai riflettori e dalle rotte della scena punk peraltro fiorente. Sono state tagliate le ultime domande, troppo legate al momento contingente… quello che resta è il ritratto di un eroe che vive in una confortevole penombra e non sembra neppure scontento delle situazione.

Come è stato crescere a Cleveland?
Non c’è molto da dire, a parte che faceva schifo. Cleveland è molto piena di sé e arretrata.

Però è conosciuta come una città rock…
Non saprei dirti il motivo. Credo che chi viveva altrove potrebbe averla vista così. E tutti i gruppi che ci sono passati a suonare si devono essere divertiti. Ma se tu ci avessi vissuto ogni giorno della tua vita, non la penseresti in questo modo. Può anche essere che ci fosse un sacco di roba interessante in giro e io non me ne sia accorto…

Quando hai cominciato a suonare la chitarra?
Avevo otto anni. Non fu la sera che vidi i Beatles in tv per la prima volta, ma nel giro di sei mesi avevo iniziato. Me ne stavo in casa con i libri degli accordi e i dischi dei Rolling Stones.

Quale è stata la tua prima chitarra?
La prima era un giocattolo di plastica (ride). La prima vera elettrica fu una Sakova, credo fosse della stessa forma del basso di Paul McCartney. A violino, con un battipenna di madreperla. Hai presente? Credo di averla scambiata per della droga.

Ricordi il tuo primo incontro con Stiv (Bators)?
Peter Laughner mi parlava di lui continuamente. La prima volta che l’ho incontrato dal vivo è stata in un negozio di vestiti e lui indossava un paio di pantaloni argentati. Credo fosse il 1974. Non sapevo chi fosse, ma iniziammo a parlare, poi ci salutammo. Nel frattempo suonavo nei Rocket From The Tombs e Laughner continuava a parlarmi di questo tizio, Stiv Bators. Una volta poi lo invitò a un nostro concerto; lui si presentò insieme a Jimmy Zero e quei due ci provarono con le nostre ragazze. Ci incazzammo di brutto; proprio quando stavamo per farli a pezzi Peter intervenne dicendo: “Lui è quello Stiv di cui ti parlavo”. (Ride) Finimmo per scambiarci i numeri di telefono, lui la sera dopo mi chiamò e mi invitò a un concerto di un gruppo di amici suoi, i Blue Ash. Si portò dietro una custodia da chitarra e io gli domandai che chitarra avesse lì dentro; lui disse: “Ah questa ti farà impazzire”… lì dentro aveva un vero e proprio bar! Vodka, granatina, crema al whisky… e iniziò a fare dei cocktail. Questa è stata la prima volta che siamo usciti insieme.

I RFTT hanno registrato molta roba?
Solo due session. Una fu una lunghissima maratona, il giorno del mio compleanno nel 1974 o forse ’75. Ci prendemmo un bel po’ di speed e passammo la notte in piedi. Suonammo tutte le canzoni che conoscevamo. Credo fossimo in uno studio radio, dal vivo. E l’unica altra volta che registrammo fu per un altro show radiofonico, all’Agora. Furono le uniche due volte che ci trovammo davanti a un registratore a bobine.

Cosa pensi dei Rocket From The Crypt che hanno un nome simile al vostro?
Direi che mi devono dei soldi o qualcosa del genere! (Ride) non sono un gruppo rockabilly? Farebbero bene a bere un po’ di caffè o roba così, per stimolare la fantasia. Perché fregare il nome a un gruppo di Cleveland è davvero idiota.

E i Frankenstein?
Erano i Dead boys con un altro nome e un po’ di lustrini. La stessa identica band.

Ti ricordi la prima prova dei Dead Boys?
Beh… non so se c’è qualcuno che è in grado di ricordarla. Sono abbastanza certo che si sia trattato di una faccenda molto alcolica. Una prova con una bottiglia di Jack Daniels e una cassa di birra e qualsiasi altra cosa si trovasse a tiro. Ricordo che ero esaltato perché era la prima volta che suonavo con Jimmy Zero. Nei RFTT lavoravo con Laughner, che era un grande chitarrista, ma non era solido alla ritmica come invece lo era Jimmy. Laughner e io facevamo molti intrecci di suono, mentre con Jimmy era diverso… all’improvviso mi sono trovato ad avere terreno solido su cui muovermi. E’ stato come se prima camminassi sul compensato e finalmente avevo dei mattoni sotto ai piedi.

Avevate un bassista?
No, direi che Jeff Magnum è arrivato almeno due anni dopo. Non ci serviva un bassista. Suonavamo altissimi e mettevamo un casino di toni medi. Non se ne sentiva la mancanza.

Hai sentito quella versione di “Starway to Heaven” suonata dai Dead Boys che circola?
Sì. (Ride) Dovevamo essere davvero annoiati. Pensa che ho un nastro della mia nuova band e c’è la stessa roba dentro. (Ride) Era uno standard per Cleveland. Una volta ero famoso per la mia versione di “Stairway to Heaven”… la facevo subire a chiunque si sedesse con me per un po’.

La leggenda narra che incontraste i Ramones a Cleveland e Stiv li convinse a organizzarvi un concerto al CBGB’s a New York…
Sì, è tutta colpa di Joey Ramone. Joey e Dee Dee. non penso ci avessero mai sentito suonare, ma devono essere rimasti colpiti dalla nostra attitudine. Suonammo al CBGB’s per la prima volta un martedì, davanti a sei persone. Ma erano sei persone importanti. A Cleveland al massimo riuscivamo a farci arrestare, ma non c’era verso di procurarci un concerto. Era tutto in mano ai gruppi di cover. Che è oggettivamente una buona scena per i chitarristi, che possono fare molta esperienza.

E’ interessante, soprattutto se penso a quanti gruppi seminali sono usciti dall’Ohio.
Sì, succedeva perché dovevano combattere la frustrazione. Stiamo parlando di una scena dominata da gente che faceva cover dei Foreigner e “Smoke on the Water”. Ed erano anche pezzi brutti da suonare. Però capitava che ogni tanto ci fossero quelle che chiamavano “Extermination Nights”…

Grande nome…
E in queste serate i RFTT e gli Electric Eels riuscivano a esibirsi. Le organizzavamo anche ad Akron, coi Devo e i Rubber City Rebels in un posto che si chiamava Crypt e serviva solo Thunderbird al bancone. Era di fronte a una fabbrica di gomme, quindi alla fine del concerto uscivi e vedevi quelli del terzo turno che entravano a lavorare; puzzava tantissimo la gomma che veniva modellata per fare i pneumatici.

Come è stato registrare il primo disco dei Dead Boys?
Mi ricordo che in studio c’erano degli Hells Angels per tutto il tempo. E poi un sacco di Tuinal e altre pasticche.

Chi ha voluto Felix Pappalardi per produrre il secondo disco?
Era scoppiata una grana grossa, nel gruppo. Io e Stiv avevamo mantenuto questa specie di dittatura benevola finché Hilly non cominciò a farci da manager. Da quel momento diventammo tutti pari. Grosso errore. Johnny Blitz ad esempio non riusciva a gestire i propri soldi. Jimmy Zero aveva sempre un sacco di idee, ma era roba troppo grossa e irrealizzabile; era un sognatore e pensava sempre in grande, si credeva anche molto più fico di quanto non fosse. Quindi furono fatti un casino di errori e uno fu Felix. Anche la Sire lo voleva. Io avrei voluto ancora Genya Ravan anche per il secondo album.

Ho sentito che si era parlato anche di Lou Reed…
Sì lui era interessato. Voleva portarci in Germania a registrare, ma Jimmy Zero aveva paura di parlargli! Probabilmente sarebbe stato un buon disco, ma Lou ci avrebbe ammazzato, o si sarebbe ammazzato (ride). Felix comunque fece schifo, non posso dire niente di buono su di lui.

E’ vero che sparava con la pistola in studio?
E’ successo per “Son of Sam”; ci serviva il rumore di alcuni spari per l’intro. Usò una calibro 38 e alla fine mixò gli spari con il suono di una guida telefonica e delle bacchette da batteria che cadevano a terra. Perché gli spari non suonavano come dei veri spari. Ottimo: è il produttore dei Dead Boys e non è capace di far suonare uno sparo come uno sparo… è così che butti i tuoi soldi quando sei in studio con un produttore che si sniffa dio solo sa quanta cocaina.

E lo scioglimento dei Dead Boys?
Droga ed ego. Mi capisci? Solo droga ed ego… e immaturità.

Poi andasti a suonare con Sid Vicious…
Sì, ma è una cosa di cui tutti parlano gonfiandola esageratamente. Non abbiamo nemmeno mai fatto un concerto. Sid si addormentava con la faccia nel piatto, a cena, e finiva che saltavamo le prove.

La prima volta che ti ho visto a New York suonavi con Wayne kramer al Max’s.
Fu divertente. Wayne era un ottimo compagno di jam session. All’epoca ero davvero una puttana. Suonavo con chiunque. Con Sid accadde che avevo un concerto una sera e lui mi disse “Facciamolo insieme”. Però devo dire che suonare con Wayne e con Johnny Thunders era tutta un’altra faccenda. Comunque all’epoca tutti suonavano con chiunque. Credo che giri un nastro di me che suono “Chain of Fools” con Chris Spedding…

Puoi dirci i gruppi in cui sei stato dopo i Dead Boys?
The Skels, The Ghetto Dogs, The Casualties… per un po’ ho suonato con Nico. Che esperienza. E’ l’unica persona più tossica di me che io abbia mai incontrato. (Ride) Non mi ha mai pagato perché i soldi li ha usati tutti per farsi!

Dopo i Dead Boys non dovevi fare qualcosa con l’etichetta dei Rolling Stones?
Keith Richards voleva che facessi un singolo. Però in quel periodo stavo lavorando di nuovo con Genya, che aveva un’etichetta che si chiamava Polish. Ero già in studio e avevo già firmato con lei; sarei stato davvero un infame se le avessi voltato le spalle dicendo che Keith Richards mi aveva fatto un’offerta.

Questa è lealtà.
Sì, ma avrei dovuto prendere al volo l’occasione! (Ride) E’ finita che l’etichetta è fallita e il disco non è mai uscito. Non so nemmeno dove siano i nastri. Forse sono marciti. Ma alla fine erano solo un sacco di basso e batteria mal registrati, più sovraincisioni fatte sotto cocaina.

Tu eri amico di GG Allin…
Mi ricordo di lui quando sembrava un hippie e si vestiva solo di jeans. Era un bravo ragazzo. Non so cosa gli sia capitato. Può essere che abbia visto il film sbagliato o qualcosa del genere. Era un tizio molto normale. Uno che avrei potuto presentare a mia mamma.

Ha suonato la batteria con te dal vivo…
Sì! Il mio batterista se ne era tornato a New York e GG apriva per noi, così ha fatto il soundcheck con noi e gli abbiamo insegnato i pezzi.

Sei una leggenda vivente adesso. Tutti citano i Dead Boys come influenza…
E meno male! E’ l’unico motivo per cui ho fatto tutto quanto… (ride)

Per la gloria?
Sì e poi ho sentito che con questa roba ti danno la birra gratis. (Ride) E’ bello avere influenzato altre band ma… non ti aiuta a pagare le bollette. E non ti aiuta a uscire di galera. Come diceva un vecchio proverbio: “Con quella roba e un dollaro e sessanta puoi avere un biglietto per la metropolitana”.

Ti va di parlare della morte di Stiv?
E’ stato terribile. E da lì è iniziato uno dei peggiori periodi della mia vita. Nessuno si aspettava che lui morisse. Lo chiamavamo la donnola del Diavolo, perché era così furbo che si toglieva da ogni situazione senza sforzo. E’ ingiusto. Poi in quel momento le cose stavano girando bene per lui… anche se ho l’impressione che siano quelli i momenti in cui si muore. Avevamo parlato al telefono, volevamo fare un gruppo con Tony James dei Sigue Sigue Sputnik, uno dei Godfathers e un tizio dei Doctor & The Medics. Io ero anche pulito all’epoca…

Parigi può essere un posto pericoloso…
In realtà lui si annoiava. Come me a Nashville. Un posto noioso, ma tranquillo per viverci.

Ho sentito che ora sei pulito.
Molto. Il tempo passa, le cose cambiano. Ho provato un ciclo di disintossicazione. Però ho mollato e mi sono ripulito da solo. Pesavo meno di 50 chili!

Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

[Per scaricare in pdf l’intero numero uno di Sonic Iguana, clicca QUI]

Jeff Dahl Group

Jeff Dahl con Cheetah Chrome e Stiv Bators in una cover di Alice Cooper. Can you say “rock”, motherfucker?

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