L’indie rock mi fa vomitare

Chaos Conspiracy – Indie Rock Makes Me Sick (Andromeda/Alkemist Fanatix)

Che trip. E in accezione positiva, sia ben chiaro. Questi italianissimi Chaos Conspiracy (alla loro seconda prova sulla lunga distanza) suonano un polpettone straniante di generi – dal post hardcore al metal, dal noise alla psichedelia, dal nu metal al crossover, dal jazz allo space rock – e scelgono di non avere voce (altro…)

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Il modfather colpisce ancora

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Antonio “Tony Face” Bacciocchi – Mod Generations (NdA Press,158 pag.)

…c’è che non avevo capito proprio nulla di questo libro, leggendo solo i comunicati e i lanci promozionali. Già, proprio così, e mi aspettavo (sbavante, a onor del vero) un volume in puro Tony Face style tutto sulla scena mod italiana, dagli albori ai nostri giorni. (altro…)

Lezioni di etica e marketing: il ritorno di Iggy & The Stooges

iggijamesass.jpgLa notizia è di pochissimi giorni orsono e la potete leggere sul Myspace ufficiale degli Stooges.
Indovina, indovinello… dato che la tragica e prematura scomparsa di Ron Asheton ha rotto il meccanismo della reunion degli Stooges originali (ovviamente senza Zander, per motivi biologici) Mr. Iguana ne ha pensata una delle sue: riforma Iggy & The Stooges, ovvero la seconda incarnazione della band, quella post contratto con la Mainman, che partorì Raw Power.

Ovviamente Ron Asheton – che era stato all’epoca piazzato al basso – non ci sarà e la band dovrebbe essere composta da Iggy, Scott Asheton, Mike Watt e James Williamson. Proprio lui: il teschio, la pecora nera.

Il repertorio di Iggy & The Stooges sarà l’intero terzo album, composto da pezzi che gli Stooges riformati avevano sempre evitato di includere nel repertorio (eccezion fatta per “Search and destroy”, che lo scorso anno aveva iniziato a fare capolino in scaletta).

Quando tutto ciò potrebbe accadere è ancora da definire. Certo non è esattamente un’operazione di buon gusto e suona un po’ come un secondo sfregio a Ron Asheton, perpetrato sempre nel segno di Williamson.
Ma tant’è. Iggy Pop deve pur campare e – francamente – meglio che lo faccia col revival degli Stooges che con roba tipo Preliminaires. Che quasi quasi neppure merita una recensione per la sua pacchianeria e buffa pretenziosità.
Per non parlar del fatto che Iggy stesso, presentando il nuovo disco solista, aveva dichiarato di essersi stufato di ascoltare chiatarre sparate a tutto volume e di essersi immerso nel jazz. Duh… mai sentito parlare di contraddizione?

Però un po’ di curiosità morbosa di rivedere Williamson su un palco dopo 35 anni c’è.

Iggy goes jazz. Again?

iggypr.jpgE’ della settimana passata la notizia – con annessa conferenza stampa web 2.0 – del nuovo album di Iggy Pop, all’anagrafe James Osterberg.
Il Godfather of Punk, nonché ex frontman degli Stooges (perché non potranno mai più esserci gli Stooges senza Ron Asheton dentro… chiariamolo una volta per tutte!), si appresta a pubblicare l’ennesimo lavoro solista.

Il disco, intitolato Preliminaires (in francese, già), a detta di Iggy stesso segna un radicale cambiamento di direzione – e qui il bullshit detector si allerta: chi non ricorda l’orrenda ciofeca di Avenue B, che nel 1999 venne presentato come il disco del mutamento di direzione?
Nel nuovo album l’iguana si è abbandonato a suggestioni lontane dal rock e dall’elettricità punk che di norma lo hanno accompagnato, in dosi più o meno pesanti, nei suoi momenti più memorabili. L’ispirazione sonora di Preliminaires deriva dal jazz e la maggior parte dei brani è stata composta avendo per divenire la colonna sonora di un documentario sullo scrittore Michel Houellebecq. Concettualmente, poi, Preliminaires sarebbe un’emanazione del romanzo La possibilità di un’isola (sempre dello scrittore e regista francese).

Qui lo scetticismo impera, ma fino al giorno dell’uscita (18 maggio per noi) sospendiamo il giudizio.

Nel frattempo gustatevi il video di presentazione e se andate in fondo potete anche sentire un brano intero.

Duro, dolce e appiccicoso

bellrays-hard-swet-and-sticky.jpgThe Bellrays – Hard Sweet and Sticky (Anodyne, 2008)

E’ passato un bel po’ di tempo, ma ricordo ancora bene il mio primo incontro con i Bellrays. Era l’inizio del nuovo millennio e incuriosito dal loro motto “Blues is the Teacher, Punk is the Preacher” mi ero procurato una copia di Grand Fury rimanendone subito entusiasta, neanche il tempo di cercare altri pezzi del loro catalogo e mi era capitata la ghiotta occasione di vederli dal vivo qui a Roma, all’Init.
Beh quel concerto fu una specie di folgorazione sulla via di Damasco o quasi. Lisa Keukala, Bob Vennum e Tony Fate quella sera regalarono un set devastante spargendo sul pubblico romano schegge impazzite di rock, soul, blues, punk e dilazioni jazzy free-form sulla scia degi MC5 alla prese con Sun Ra. Tutto era fuso assieme in modo talmente nuovo, ma anche naturale, come se il loro suono fosse sempre stato lì, come il fuoco che brucia sotto la cenere.
Su tutto, a svettare altissima, la voce soulful e meravigliosa di Lisa, talmente calda da far sciogliere anche un ghiacciaio.

All’epoca la cosa che mi stupì fu l’estrema spontaneità della band. Non appena finito il concerto e scesi dal palco, i nostri passarono la serata al loro stand del merchandising a scambiare due chiacchiere con il pubblico, a firmare dischi e autografi (conservo ancora gelosamente la mia copia firmata di Warhead/Swinging the Blade).
Un’attitudine totalmente working-class e che riportava dritta all’etica punk, che mi ha fatto sempre pensare a loro come ad una delle poche band realmente autentiche in giro, di quelle che hanno suonato in ogni tipo di situazione, fatto la loro brava gavetta a forza di sangue e sudore e ne sono usciti intatti.

Ora, a distanza di anni e in uno scenario musicale totalmente mutato (dove spesso è l’hype a farla da padrone a scapito della qualità), esce questo Hard Sweet and Sticky. Nel frattempo si è anche perso per strada il talentuosissimo Tony Fate alla sei corde.
A scanso di equivoci, non si tratta di un album che riscriverà la storia del rock e neanche – forse – il loro migliore in senso stretto: è, piuttosto, un disco solido e ben fatto. I suoni, certo, si sono un po’ addomesticati rispetto agli esordi.
L’opener “The Same Way”, dopo un’intro e un finale quasi Who, diventa un dei pezzi più pop della produzione del gruppo (non che sia un male); quando la band tira di più – come in “One Big Party” o nel singolo “Infection” – a prendere il sopravvento sono i riff tondi e squadrati di scuola hard-detroitiana, piuttosto che le sfuriate punk di un tempo.

Più in generale sembra che quest’album trovi la forza e i suoi spunti migliori nei brani più morbidi, quelli dove Lisa Keukala può andare a briglia sciolta senza preoccuparsi di essere una specie di Aretha Franklin virata MC5.
Non è un caso, quindi, che “Footprints on the Water” con il suo andamento sinuoso, la jazzy “Blue Against Sky”, la sensuale e riverberata “The Fire Next Time” e la splendida ballata soul-noir “Wedding Bells” (che sembra la colonna sonora ideale per un racconto di James Ellroy) siano i momenti più alti di un disco che comunque tende a crescere esponenzialmente con il tempo e gli ascolti.

The Mars Volta: il moloch è servito

bedlam.jpgThe Mars Volta – The Bedlam in Goliath (Universal, 2008)

Quarto album in studio per i Mars Volta, ormai ridotti a duo (Omar Rodriguez Lopez, chitarra, arrangiamenti e produzione e Cedric Bixler Zavala, voce) con supporto del nucleo di fidati musicisti del Mars Volta Group. Questo The Bedlam in Goliath ruota attorno a una strana vicenda spiritica accaduta a Lopez e Zavala, continuando il singolare discorso intrapreso dalla band dopo scioglimento degli At The Drive-In.

Presentare il quarto concept album – peraltro parecchio complesso – di 75 minuti nel 2008 è un azzardo commerciale, ma i Mars Volta possono contare su un folto pubblico che pesca in egual parte tra gli appassionati di progressive e di rock alternativo. Quello che sta dentro a The Bedlam in Goliath è un assalto schizoide continuo, consumato tra momenti più dilatati e assalti all’arma bianca giocati su tempi dispari, suggestioni jazz, scale mediorientali, metal, elettronica analogica e psichedelia.

La registrazione è pulita (anche troppo), moderna e tagliente e il suono si muove compatto e incisivo. E’ un album molto prodotto, come il resto della discografia del gruppo, ma ormai i Mars Volta corrono da soli: avvezzi a lavorare su complessità quadratiche, senza soluzione di continuità, così coesi da mantenere l’intesa in canzoni che superano agevolmente gli otto minuti. Le contorsioni vocali di Zavala allargano le ottave fino a quasi ricordare Björk, in una ricerca affine a quella di Demetrio Stratos.

Il disco è lungo, l’ascolto integrale è condizionato da un’ora abbondante di tempo libero. Tuttavia mancano le parti esaltanti, le soluzioni melodiche impossibili e l’aggressività che fa vibrare l’intero moloch. Le suggestioni simboliche e le figure che si muovono lungo gli episodi del disco aggiungono fascino mistico e avvalorano il rapimento espresso dalla musica. Se esiste una trasposizione contemporanea dei King Crimson, sta certamente dalle parti dei Mars Volta.

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